Archivi del mese: luglio 2010

Due stage a Las Palmas de Gran Canaria

Apprendo dalla collega Pina Lalli della possibilità di due tirocini all’estero, che non prevedono gettone di rimborso spese, ma possono essere presi in considerazione per partecipare al Bando Erasmus Placement, che in genere comporta un contributo di circa 600 euro al mese (la pubblicazione del bando 2010-2011 presso l’Università di Bologna sarà più o meno a fine settembre 2010).

Ecco l’annuncio:

Azienda: Servipublic Canarias S.L., c/ Pintor José Arencibia Gil, nº4, 35001 LAS PALMAS DE GRAN CANARIA, tel.: +34 928 366 230, fax: +34 928 384 206, sito web: www.servipublic.com. È un’agenzia di servizi che dal 1989 si occupa di marketing promozionale e organizzazione eventi.

Contatto: Cristina Pulido Alvarado, direttrice, e-mail: cristina chiocciola servipublic.com.

L’azienda offre due opportunità di stage: (1) Area comunicazione e marketing; (2) Area produzione multimediale.

STAGE 1 – Aree disciplinari: marketing, comunicazione.

Descrizione: Organizzazione di campagne di marketing locale, nazionale e internazionale, campagne pubblicitarie e di promozione di eventi culturali:

– ideazione;

– creazione di un gruppo di lavoro, web mail e web marketing;

– realizzazione: 1. media (carta stampata, radio, televisione), 2. materiali promozionali, 3. risorse umane (selezione del personale, briefing, formazione di un gruppo di lavoro), 4. relazioni pubbliche;

– realizzazione della campagna: analisi dei risultati dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

Durata: Minimo quattro mesi anche se l’ideale sono sei mesi.

Remunerazione: Nessuna.

STAGE 2 – Aree disciplinari: Fotografia, audiovisuale, fonica.

Decrizione: Fotografia (organizzazione di sessioni fotografiche per modelli adulti e bambini; creazione di book, casting virtuali, ecc.).

– TV (spot pubblicitari e programmi);

– video (presentazioni);

– realizzazione e gestione della pagina web (redazione testi, foto, notizie).

Durata: Minimo quattro mesi anche se l’ideale sono sei mesi.

Remunerazione: Nessuna.

Il bavaglio ai blog spiegato in 10 punti

Nel testo della legge sulle intercettazioni, pur emendato, è rimasta l’estensione ai blog dell’obbligo di rettifica entro 48 ore previsto per la stampa da una legge che risale al 1948, pena multe salate come se i blog fossero testate giornalistiche a tutti gli effetti. Della questione si sono occupati negli ultimi giorni molti blogger, e per protestare contro quello che è stato chiamato il «bavaglio ai blog» ci saranno, fra stasera e domani, diverse iniziative e manifestazioni davanti a Montecitorio.

Per chiarirti le idee sulla questione ti consiglio di leggere, fra gli altri, il blog Scene digitali di Vittorio Zambardino, dal post La rete non merita il bavaglio a oggi, e il post di Luca De Biase del 27 luglio Articolo 1, comma 29: non avere paura. Guardati anche il video di Guido Scorza Il punto: la rete sotto attacco.

Ma il compendio più stringato e completo l’ho trovato ieri sul blog Diritto&Internet dell’avvocato e collega Giusella Finocchiaro, docente di diritto di internet e diritto privato all’Università di Bologna. Giusella tiene questo blog dal luglio 2009 e ti consiglio di seguirlo per avere aggiornamenti giuridicamente ineccepibili, ma nello stesso tempo scritti in modo comprensibile ai non addetti ai lavori, in materia di diritto dell’informatica e di internet.

Ecco il compendio:

DIECI COSE CHE NON SI POSSONO NON SAPERE SULL’OBBLIGO DI RETTIFICA PER I BLOG

«Il ddl intercettazioni, ancora in fase di approvazione, come è ampiamente noto, minaccia di incidere anche su Internet.

Il comma 29, infatti, prevede alcune modifiche alla legge stampa, imponendo l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Le rettifiche dovranno essere pubblicate con analoghe caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ma nel caos che ha scatenato questa proposta di legge, è necessario fare un po’ di chiarezza e precisare in quale contesto giuridico si inserisce la proposta di modifica.

10 cose che non si possono non sapere quando si parla di diritto di rettifica….

1) Che cos’è il diritto di rettifica?

È il diritto di fare pubblicare gratuitamente dichiarazioni dei soggetti interessati dalla pubblicazione di immagini, dichiarazioni, notizie ritenute lesive della loro dignità o contrarie a verità.

In sostanza, è il diritto – riconosciuto a certe condizioni – di affermare la propria verità.

2) Dove o come è pubblicata la notizia, la dichiarazione o l’immagine?

Nei giornali o in televisione.

3) Quali sono oggi le norme di riferimento?

a) La legge sulla stampa (e precisamente l’art. 8 della l. n. 47 del 1948) che afferma: il diritto di rettifica è il diritto di fare inserire “gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale” .

b) Il T.U. dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (e precisamente l’art. 32 quinquies del d. lgs. n. 177 del 2005) che dispone: “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali (…) o materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere (…) che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali”.

4) Il diritto di rettifica elimina altri diritti?

Il diritto di rettifica si aggiunge, ma non elimina le azioni, cioè gli strumenti giuridici di tutela riconosciuti da altri diritti (querela per diffamazione, risarcimento del danno, ecc.).

5) Qual è il presupposto ad oggi per l’esercizio del diritto di rettifica?

Ad oggi, il diritto di rettifica è previsto per la stampa (quotidiani, periodici, agenzie di stampa) e per le radiotelevisioni, che trasmettono in via analogica o digitale.

Il presupposto è che la notizia o la dichiarazione siano state diffuse da un mezzo di informazione. Si presuppone che ci sia una struttura organizzativa creata allo scopo di produrre “informazione”, in altri termini, un’impresa a ciò finalizzata.

6) Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?

E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.

7) Il blog è un giornale?

No. Ci sono tanti tipi di blog, ma il blog tipicamente non ha i caratteri di periodicità di un giornale e non è registrato.

8) Il blogger è un imprenditore?

Non in quanto blogger.

9) Quali sono rischi maggiore derivante da questa norma del ddl intercettazioni?

Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911), oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).

10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?

No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.

La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.»

Il linguaggio di Vendola (2)

Proseguo la riflessione di ieri sul linguaggio di Vendola, e mi concentro su un’altra caratteristica che può diventare un problema se davvero lui vuole, come dice, rivolgersi a tutto il paese e non solo alla Puglia, per «vincere senza paura di perdere».

Vendola usa troppe espressioni e citazioni colte. Inoltre le condisce di burocratese, e lo fa un po’ troppo spesso per riuscire davvero a «parlare a tutti», e cioè anche alle persone economicamente, socialmente e culturalmente più deboli, come dovrebbe fare un leader di sinistra.

Pesco qua e là dai discorsi degli ultimi mesi: da quelli con cui ha chiuso la campagna elettorale (a Lecce e Bari, fine marzo 2010) a quelli con cui ha festeggiato l’elezione; dai discorsi di apertura e chiusura degli stati generali delle Fabbriche di Nichi (trovi tutto sul suo canale YouTube) a un’intervista rilasciata al Caffè di Corradino Mineo («Sparigliare, che cosa?», Rai News 24, 21 luglio 2010).

Citazioni: dal «camminare domandando» del subcomandante Marcos a diversi passaggi delle sacre scritture; dalla «contraddizione in seno al popolo» di Mao Tse-Tung al «principio speranza di cui parlava Ernst Bloch»; da «Altiero Spinelli, chiuso nel confino di Ventotene» alla necessità di «quella che Pasolini avrebbe chiamato una “mutazione antropologica”».

Dal mio punto di vista andrebbero eliminate le citazioni movimentiste (come il subcomandante Marcos) perché gli alienano gli elettori moderati, e andrebbero semplificate e sdrammatizzate (quando non a loro volta eliminate) quelle troppo dotte (quanti sanno chi era Spinelli? E Bloch?).

Burocratese: comincio qui una lista che, se ascolti bene tutti i discorsi che ho menzionato, puoi continuare tu.

Vendola parla ad esempio di «transazione delle transazioni finanziarie» e di «finanziarizzazione dell’economia»; ma dice anche cose come: «la destra e Tremonti hanno mutato la morfologia di questo paese e chi stava in alto ha visto implementate le proprie azioni», «se la pubblica amministrazione ha una funzione ancillare del sistema di potere, allora…», «bisogna ricostruire una griglia, un’igiene istituzionale».

Infine pone a se stesso e al suo pubblico domande come: «perché la sinistra non è stata in grado di mettere in piedi un dispositivo di linguaggio, un codice, un’utopia?», che non starebbero male in un contesto di riflessione accademica sulla comunicazione politica.

Per non parlare di quando se ne esce con frasi come «dobbiamo inglobare l’efficientamento energetico», che non hanno nulla da invidiare al burocratese di Pier Luigi Bersani (di cui abbiamo parlato in: La doppia negazione di Pier Luigi Bersani, 12 gennaio 2010 ).

Un uso eccessivo di citazioni e espressioni dotte, combinato alle metafore di cui s’è detto ieri, conferisce ai discorsi di Vendola un complessivo tono aulico, che a tratti suona vuoto. Come ben evidenzia Checco Zalone in questa imitazione:

Il linguaggio di Vendola (1)

Dopo l’elezione di Vendola a presidente della Puglia, le Fabbriche di Nichi si sono rapidamente moltiplicate in tutta Italia (qualcuna anche all’estero), e oggi sono 365 (ma aumentano di ora in ora). Inoltre, come sappiamo, nel discorso di chiusura degli stati generali delle Fabbriche – il 18 luglio a Bari – Vendola si è candidato leader del centrosinistra nazionale.

È dunque in vista di questo obiettivo che vale la pena riflettere sul linguaggio immaginifico con cui Vendola arringa le folle. È proprio quel linguaggio, infatti, che gli ha valso l’appellativo di «poeta». Che per i sostenitori vuol dire «d’animo sensibile», «autentico», «capace di parlare al cuore». Ma per gli avversari significa «parolaio», «poco concreto», «sognatore».

Vendola è «poeta» anzitutto perché usa metafore. Alcune sono talmente vivide che diventano immediatamente slogan, e come tali sono infatti riprese dall’agenzia di comunicazione Proforma, che cura la comunicazione di Vendola. (O viceversa: magari a volte sono loro stessi a suggerirgliele.)

Prendi per esempio il riferimento al vulcano islandese Eyjafjallajökull, per cui le Fabbriche di Nichi (esse stesse una metafora) sono state definite «eruzioni di buona politica».

E prendi l’idea di chiamare il discorso di chiusura degli stati generali «discorso della luce», che viene da questa frase di Vendola:

«dobbiamo essere una lucerna che consente di illuminare gli angoli bui dell’organizazione della vita, noi perdiamo quando ci perdiamo, quando non abbiamo più un fascio di luce che illumina anche ciò che ci impedisce il cammino. Illuminare è costruire insieme l’etica del cammino».

Ma l’abilità di Vendola nel produrre slogan non si avvale solo di metafore. Pensa per esempio a quando incita il pubblico – sempre nel discorso di chiusura – dicendo che bisogna «cercare di vincere senza paura di perdere». O quando ripercorre la vicenda pugliese delle ultime regionali dicendo di aver fatto il «doppio movimento» di «sconfiggere il centrosinistra per sconfiggere il centrodestra».

Insomma, Nichi è una fabbrica di ossimori, chiasmi, inversioni e altre figure retoriche. Che nell’insieme seducono anche chi, magari, non le capisce né ricorda perfettamente. Anzi a volte incantano a maggior ragione per questo: non importa cos’ha detto di preciso, perché resta un’impressione vaga di maestria, di abilità linguistica, che contribuisce a dargli carisma. Com’è bravo lui, come vorrei essere lui...

Ma in vista dell’obiettivo nazionale, mi chiedo: riuscirà Vendola ad affiancare al linguaggio immaginifico una dose sufficiente di proposte concrete? Perché le metafore funzionano per regalare sogni e speranze ai più giovani simpatizzanti di sinistra. O per riaccendere la nostalgia di qualche vecchio compagno, che comunque avrebbe votato a sinistra.

Ma per guadagnare i voti degli elettori del centro-nord che un tempo votavano a sinistra e ora si astengono o votano Lega, ad esempio, ci vogliono parole semplici e pochi fronzoli. Ci vogliono numeri e riferimenti alla vita di tutti i giorni.

Per questi elettori il linguaggio di Vendola ha anche altri problemi, su cui tornerò nei prossimi giorni.

Ma intanto ascolta il «discorso della luce» (Bari 18 luglio 2010):


Lo storytelling di Facebook

Facebook ha raggiunto 500 milioni di utenti nel mondo. Lo ha annunciato con un video mercoledì 21 luglio lo stesso fondatore Mark Zuckerberg che, nel commentare l’evento, ha detto di essere felice non tanto del numero quanto delle innumerevoli storie che ogni giorno gli arrivano da tutti gli angoli del mondo, a testimoniare l’incidenza di Facebook nella vita delle persone.

Per questo ha pensato bene di inaugurare uno spazio dove ciascuno può raccontare la sua storia: http://stories.facebook.com/.

Ed ecco applicato anche a Facebook l’ultimo tormentone del marketing: lo storytelling (se non ne sai nulla, leggi il libro di Christian Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, 2008). A quelli che ancora si ostinano a salutarlo come una novità, ricordo che se ne parla – anche in Italia – almeno da quando, nel 2002, Luisa Carrada segnalava We all love a story: «Non è il titolo di una canzone – spiegava – ma quello di un articolo apparso sul prestigioso sito di web marketing ClickZ. Il tema: la comunicazione di prodotto business-to-business. La raccomandazione: non descrivete i prodotti, ma raccontate come riescono a cambiare la vita quotidiana della gente».

In questo ambiente di Facebook puoi leggere storie come quella di Açil Jerbi, giovane tunisino: «My name is açil im a normal teenager from tunisia. one day i was surfing the internet; i saw a blog of a canadian girl! so it was a love of first sight! its now 2years together; we chat, we like each other, im always dreaming about her and so she does; i became popular in canada and our story is weird; but we never met..i think its an impossible love we are so far away; could it be possible that we got marry one day?».

O quella di Patti Giddy, di Cape Town: «Hearing the news of my son’s death was one of the loneliest moments in my life, but after a few hours, a beautiful outpour of love and wonderful memories were posted on his Facebook page. Through Facebook, our family has been able to draw incredible comfort and consolation. Thank you for making this world a more human place as we share so much of our lives through you».

Ma c’è anche Riccardo Fride, di Dolo, Veneto: «I promoted a fundraising campaign to support Associazione “IL PORTICO” in empowering its theater with disabled people program. FB helped me to spread the voice, gain supporters, finding donors, generate buzz! The result was 2K € and professionals helping this program to develop and grow! One year after there’s one new performance of this incredible performers ready to be shown! Thank you FB! :)».

Prevedo che prima o poi uscirà un libro con le storie migliori. Ti conviene metterci subito la tua.

Vedi mai ti facesse ottenere i 15 minuti di celebrità di cui parlava Warhol. 😉

Quando l’imprenditore chiede scusa

Qualche giorno fa Guido mi ha segnalato che in Sicilia, per pubblicizzare gli impianti della ditta Cauldron Holding, che lavora nel settore delle energie rinnovabili, sono apparsi questi poster (clic per ingrandire):

Cauldron Impianti Poster

Dopo la protesta di molte donne, e in particolare dopo quella dell’associazione Donne in quota (questa è la lettera che avevano scritto), Federico Calderone, titolare della Cauldron, ha mandato una risposta che mostra chiaramente il contesto culturale in cui nascono certe rappresentazioni svilenti. Che al committente (e all’agenzia che le propone) appaiono del tutto «normali» – cioè non più offensive di mille altre – e magari «spiritose».

Non solo nel sud Italia (non pensare che sia solo un problema del sud), ma in tutta la penisola.

Ecco la risposta (i grassetti sono miei):

Spett. Associazione donne in quota,

La presente per rispondere alla Vs comunicazione in merito alla campagna pubblicitaria “scandalo” da voi sotto riportata e rassicurarVi del fatto che i cartelli saranno sostituiti in giornata.

Mi scuso personalmente per il movimento creato dal messaggio, definito da alcuni dei Vs collaboratori indecoroso e sessista, di certo non era una campagna creata per fare scalpore,  se pur vero che contenesse  un messaggio forte, non si discosta tanto dalle migliaia di campagne pubblicitarie propinateci giornalmente da aziende di lingerie o dai media che trasmettono su canali frequentati da bambini messaggi e immagini hot in orari pomeridiani, ma soprattutto essendo un imprenditore che ha avuto la fortuna di operare su territori diversi, Milano, Firenze, Roma, dove la comunicazione è piena di messaggi sarcastici e  coadiuvanti dove una campagna come quella proposta dalla nostra azienda sembrerebbe un messaggio innocente e simpatico e di sicuro stimolo, non mi sarei mai aspettato un riscontro di immagine negativa in questo senso, in una città che si ritiene tanto aperta dove basta fare una passeggiata sul percorso pedonale per vedere donne uomini che di sicuro trasmettono molto meglio la parola “osceno” nei movimenti abbigliamento ecc… e mi chiedo:  anche in quel caso dovremmo tenere i ns bimbi in casa?

Non vuole essere una polemica ne un mezzo di giustificazione, quindi la risposta alla vostra domanda cioè se il prodotto trattato dalla mia azienda poteva essere meglio narrato ovviamente rispondo credo di si… viste le critiche mosse in questo senso, ovviamente ci tengo a sottolineare che abbiamo ricevuto tantissime telefonate e mail di richieste sul nostro prodotto nonché complimenti per la campagna pubblicitaria e questo anche da donne che sicuramente non si sono sentite offese o  disturbate, è importante capire che ne io ne la mia società abbiamo intenzione di far crescere messaggi e o atteggiamenti svilenti per la donna o per l’umanità in genere, all’incontrario appoggiamo in questo senso la crescita di una società consapevole e razionale che non proponga atteggiamenti negativi come esempio per i nostri figli.
Di conseguenza chiedo scusa a nome mio e della Cauldron se il messaggio lanciato dalla società di comunicazione al quale ci siamo rivolti lede in qualche modo lo spirito sopra descritto, aggiusteremo senzaltro il tiro riguardando più e più volte le campagne proposte dalle agenzie di comunicazione,  allo stesso modo mi ritengo però danneggiato da componenti di alcune associazione a cui voi fate riferimento che a differenza della Vs comunicazione che ci è pervenuta e avete lanciato nei vari organi competenti ma con grande onestà e spirito di riflessione anno optato per insulti e ingiurie senza neanche riflettere sul percorso della mia azienda che rappresenta senzaltro un grande esempio di valorizzazione di imprenditoria giovanile in italia e che crea decine di posti di lavoro in loco, e soprattutto senza riflettere sul fatto che da 6 anni a questa parte che operiamo sul territorio mai una delle nostre campagne, gesti o azioni era stata sottoposta a critiche di qualsiasi natura, questo dimostra la nostra buona fede, è sarebbe senzaltro più giusto il dialogo piuttosto che l’aggressione.
Detto questo Vi ringrazio per il vostro appunto e spero che comprendiate la buona fede con il quale si è svolta la campagna.

Calderone Federico.

Non tutti gli stage vengono per nuocere

Si diceva qualche giorno fa, commentando l’uscita del libro di Eleonora Voltolina La Repubblica degli Stagisti, che oggi in Italia meno di un tirocinio su dieci si trasforma in un contratto.

Quando succede, però, è una festa.

A Gaia, per esempio, è andata bene. Magari non sarà il lavoro della sua vita, ma è un primo vero lavoro.

Perciò le ho chiesto di riassumere la sua esperienza su questo blog, con l’idea di incoraggiare i ragazzi che, a furia di sentir parlare di crisi e stage finiti male, rischiano di perdere le speranze.

Ecco cosa ci racconta:

Ogni mattina ci svegliamo, qualcuno legge i giornali, altri guardano i telegiornali, altri ancora ascoltano le news alla radio. I più pigri buttano l’occhio in un negozio vuoto, e tutti arriviamo alle stesse conclusioni: che la vita è difficile e c’è la crisi.

Mi domando allora: come possiamo, oggi, studiare e avere fiducia in un futuro lavorativo senza avere paura?

Per fortuna mi ha aiutata quella che io chiamo una sana incoscienza che arriva al momento giusto…

Ho deciso di fare lo stage facoltativo offerto dal triennio di Scienze della comunicazione per fare un’esperienza, per capire quello che avrei potuto, voluto e dovuto fare un domani. È facile smarrirsi durante le ricerche, ma ho capito che bisogna perseverare con grinta perché ne vale sempre la pena: siamo noi e il nostro futuro a essere in ballo.

Dopo tanti no e tantissimi silenzi ero avvilita, ma ho continuato senza demordere, con sempre più determinazione. Finalmente un’agenzia di marketing e comunicazione mi ha aperto uno spiraglio.

Inizialmente perplessa, mi sono affacciata a un mondo che mi ha riservato molte sorprese. Ogni giorno andavo al lavoro, contenta o triste non ha importanza, ma tutto quello che facevo lo facevo con passione, e quella passione forte per le cose in cui credo e per le mie idee la trasmettevo con tutta me stessa.

Alla fine, quella che doveva essere un’esperienza di pochi mesi è diventata un contratto di lavoro. Sono entrata a far parte di un’agenzia che si occupa di comunicazione a tutto tondo: seguo il cliente dalla creazione di un piano di comunicazione costruito su di lui (posizionamento, target, strategia, media planning) fino alla realizzazione della grafica e dei testi per pagine pubblicitarie, cataloghi, siti internet.

In particolare preparo powerpoint, in cui analizzo e presento ogni cliente in base al suo target ideale, ai suoi competitor, ai suoi punti di forza. Sto facendo anche le prime esperienze come account junior: al seguito del mio titolare incontro i clienti e raccolgo i brief relativi alle loro esigenze. Aiuto inoltre la mia collega che segue l’ufficio stampa nella redazione di comunicati, nei recall dei giornalisti, nella presenza alle fiere internazionali. Contribuisco infine – nel mio piccolo – allo spirito di squadra, sdrammatizzando con qualche battuta al momento giusto. 🙂

Quindi ragazzi, non mollate: ci vuole fortuna, sì, ma bisogna soprattutto avere costanza, credere in ciò che si sta dicendo e facendo, credere in noi stessi, ammettendo i nostri limiti e riconoscendo le nostre peculiarità, ma soprattutto mettere passione in ciò che si fa, provare emozioni forti e essere in grado di trasmetterle.

Avere paura dell’incerto è la cosa più normale che possa accadere, di questi tempi, ma se ce l’ho fatta io non vedo perché non dovreste farcela anche voi!