Archivi del mese: agosto 2010

Hey Baby

Hey Baby è un videogioco sviluppato da Suyin Looui, una giovane progettista multimediale di origini asiatiche, che lavora fra USA, Regno Unito e Canada. Il gioco è uno sparatutto in prima persona, tecnicamente di basso profilo, che si può giocare gratuitamento sul sito heybabygame.com e fra giugno e luglio ha suscitato un bel po’ di polemiche.

Racconta Suyin Looui che l’idea le è venuta dopo essere stata apostrofata sulla metropolitana di New York, per l’ennesima volta, da un uomo che le ha sussurrato «hot ching chong», dove «hot» vuol dire «calda» e «ching chong» è un dispregiativo per definire gli orientali.

Per farla pagare a quell’uomo e agli altri come lui, Suyin Looui ha realizzato Hey Baby, il cui payoff è «Its’ payback time, boys». Protagonista è una donna che cammina in un’ambientazione newyorkese e ammazza senza pietà tutti gli uomini che le rivolgono commenti volgari come «I like your bounce, baby», ma spara anche a quelli che si limitano a dire «I don’t mean any disrespect, but you’re beautiful», «Can I help you, miss?», o «God bless you». Tutti i commenti si trasformano in epitaffi sulla lapide che sorge dopo la morte di colui che li ha pronunciati, e in breve la città si trasforma in un cimitero sanguinolento.

Per inciso: il gioco non permette di sparare alle donne che la protagonista incontra, né agli uomini che passano senza importunarla. Inoltre, permette di risolvere gli incontri non offensivi con un «Thank you, have a great day», e l’uomo se ne va in una nuvola di cuori rosa. Ma dopo un po’ che giochi, finisci per sparare a tutti. Provare per credere.

E così, alcuni uomini si sono sentiti offesi, evidenziando che uno sparatutto al contrario – con un maschio che ammazza le donne che incontra per strada – sarebbe inconcepibile. O hanno trovato inaccettabile equiparare qualunque attenzione maschile a un atto di violenza. Leggi, per tutti, il commento acuto di Seth Schiesel sul New York Times, che – dopo aver ammesso di essersi sentito per un attimo offeso – conclude definendo Hey Baby «not as a game but as a provocative, important work of interactive art as social commentary» («A Woman with the Firepower to Silence Those Street Wolves», June 7, 2010).

Cosa penso di Hey Baby? A fine luglio me lo ha chiesto la redazione di Ustation, che ci ha scritto un articolo («Hey Baby, la vendetta (per gioco) delle donne»).

Ecco l’audio dell’intervista (dura 7’29”):


Ed ecco il trailer di Hey Baby:


Chi legge, si vede

Il 1 agosto la Fieg (Federazione Italiana Editori di Giornali) ha lanciato una campagna volta a «promuovere – dice il comunicato stampala lettura dei giornali e delle riviste presso tutti i potenziali lettori».

Realizzata dall’agenzia TBWA Italia, la campagna è contraddistinta dalla headline «Chi legge, si vede», durerà fino a fine settembre e comprende due annunci stampa e alcuni radiocomunicati. Poiché sono tornata da pochi giorni in Italia, non ho ancora sentito i radiocomunicati (sul sito Fieg, benché promessi, non compaiono), ma ho visto gli annunci, grazie alla segnalazione di Luca T. e Rita.

Ecco l’annuncio rivolto alle donne (clic per ingrandire):

Fieg “Chi legge, si vede" per donne

E questo è per gli uomini (clic per ingrandire):

Fieg “Chi legge, si vede" per uomini

Luca T. esprime il suo dissenso con queste parole: «Non il primato del sapere, ma quello della vista. Conta ciò che si vede. Conta il pudore, la paura di essere esclusi, non la conoscenza e le sue virtù, premio sì loro stesse. Agghiacciante».

E Rita – pur con toni meno accesi – rincalza: «A me sembra (da non esperta di questo tipo di comunicazione) che la pubblicità non faccia venire molta voglia di leggere (non sto avvertendo un impellente desiderio di uscire di casa e comprarmi un giornale cartaceo) e non riesca a superare la barriera di scarsa empatia e “freddezza intellettuale” nella quale si arenano quasi tutte le pubblicità relative alla lettura che ho visto negli anni».

Concordo con entrambi. E tuttavia non resto «agghiacciata» come Luca, ma mi limito a prendere atto – mestamente – della consueta pochezza di idee che affligge i pubblicitari italiani (e le istituzioni che li pagano) quando cercano di promuovere la lettura (vedi anche la recente campagna «Se mi vuoi bene, regalami un libro»).

Invece di immaginare un modo interessante e nuovo per rendere appetibile la lettura, hanno pigramente preferito far leva sull’unico perno valoriale attorno a cui ruota la società italiana dagli anni ’80: l’apparenza, la visibilità, il conformismo sociale.

Se leggi, la cosa ti si cuce addosso come un vestito alla moda, che tutti apprezzeranno. Altrimenti resti in mutande. Se leggi, sei «in» (tutti chiacchierano e ridono con te), altrimenti sei «out».

A peggiorare ulteriormente le cose, invece di limitarsi alla strategia della seduzione, tipica della pubblicità commerciale («Chi legge, si vede» = «Chi compra questo prodotto diventa bello, buono, ecc.»), TBWA Italia e Fieg l’hanno combinata con quella della minaccia («Se non leggi, finisci in un incubo di esclusione»), tipica delle meno riuscite comunicazioni sociali, che propongono cose da non fare («non fumare, non correre in auto, non drogarti, ecc.») e modelli negativi da non imitare.

Il che spiega perché, come dice Rita, «non sto avvertendo un impellente desiderio di uscire di casa e comprarmi un giornale cartaceo».

Ah… dimenticavo: buona ripresa a tutti! 😀

Il linguaggio di Vendola (3)

Dopo aver preso in considerazione alcuni aspetti problematici della comunicazione di Vendola (vedi Il linguaggio di Vendola (1) e Il linguaggio di Vendola (2)), cerco di focalizzare quelli che mi sembrano i punti forti non solo del suo linguaggio, ma dei contenuti che esprime.

La sua novità (e forza) principale è quella di introdurre nel discorso politico i temi fondamentali della vita.

Per  dirla con le parole che ha usato nel «discorso della luce» tenuto a Bari il 18 luglio, sono i «temi della comunicazione, della complessità ambientale, del rapporto tra maschile e femminile, della pace e della guerra, della scuola e dell’università, del lavoro che non c’è o del lavoro sporco che c’è, sottoposto a una specie di apnea».

È questa lacuna gravissima della politica italiana che Vendola cerca di colmare: parlare della vita di tutti i giorni delle persone concrete, in carne e ossa, tener conto del fatto che le persone hanno un corpo, provano emozioni, affetti, dolori, amori, ma soprattutto stanno in relazione con altre persone che vivono anche loro emozioni, affetti, dolori.

Ma non basta: il leader parla di tutto ciò mostrando chiaramente le proprie emozioni, i propri affetti e dolori, le proprie debolezze. Il leader si commuove, si agita, suda, ride, si appassiona. È per questo che il linguaggio di Vendola appare autentico: non parla solo di emozioni, ma di volta in volta le mostra senza vergognarsene.

Inoltre Vendola esprime un’emotività e una carnalità che cercano di star fuori – una buona volta – dai binari dalla comunicazione di massa. Fuori dalla perfezione delle immagini pubblicitarie, dal superomismo e dalla competizione a tutti i costi.

Come quando a Lecce, in Piazza Sant’Oronzo il 27 marzo scorso, ha detto:

«Non sono una tragedia le rughe e i capelli bianchi. Noi siamo belli perché siamo pieni di difetti, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo gracili, perché abbiamo paura, perché ci tremano le gambe, perché abbiamo bisogno di lavoro, non per il potere».

O quando, chiudendo il «discorso della luce» del 18 luglio a Bari, ha detto:

«Noi non dobbiamo anestetizzare il nostro dolore, ma lo dobbiamo usare per capire di più. Il dolore che proviamo deve diventare una lente di ingrandimento per vedere meglio i fenomeni sociali, i fenomeni culturali e i fenomeni politici».

È questa la ricchezza della comunicazione di Vendola. Chiunque – lui o altri – sappia toccare queste corde evitando il burocratese e il politichese, ha ottime chance nel deserto della comunicazione politica italiana.

Se poi dietro alle parole ci fossero programmi innovativi, forze economiche sufficienti a reggere il gioco politico e staff preparati… be’ sarebbe un vero miracolo.

E con questa nota di speranza, ti auguro buone vacanze.

Ci rileggiamo a fine agosto.

😀