Il linguaggio di Vendola (3)

Dopo aver preso in considerazione alcuni aspetti problematici della comunicazione di Vendola (vedi Il linguaggio di Vendola (1) e Il linguaggio di Vendola (2)), cerco di focalizzare quelli che mi sembrano i punti forti non solo del suo linguaggio, ma dei contenuti che esprime.

La sua novità (e forza) principale è quella di introdurre nel discorso politico i temi fondamentali della vita.

Per  dirla con le parole che ha usato nel «discorso della luce» tenuto a Bari il 18 luglio, sono i «temi della comunicazione, della complessità ambientale, del rapporto tra maschile e femminile, della pace e della guerra, della scuola e dell’università, del lavoro che non c’è o del lavoro sporco che c’è, sottoposto a una specie di apnea».

È questa lacuna gravissima della politica italiana che Vendola cerca di colmare: parlare della vita di tutti i giorni delle persone concrete, in carne e ossa, tener conto del fatto che le persone hanno un corpo, provano emozioni, affetti, dolori, amori, ma soprattutto stanno in relazione con altre persone che vivono anche loro emozioni, affetti, dolori.

Ma non basta: il leader parla di tutto ciò mostrando chiaramente le proprie emozioni, i propri affetti e dolori, le proprie debolezze. Il leader si commuove, si agita, suda, ride, si appassiona. È per questo che il linguaggio di Vendola appare autentico: non parla solo di emozioni, ma di volta in volta le mostra senza vergognarsene.

Inoltre Vendola esprime un’emotività e una carnalità che cercano di star fuori – una buona volta – dai binari dalla comunicazione di massa. Fuori dalla perfezione delle immagini pubblicitarie, dal superomismo e dalla competizione a tutti i costi.

Come quando a Lecce, in Piazza Sant’Oronzo il 27 marzo scorso, ha detto:

«Non sono una tragedia le rughe e i capelli bianchi. Noi siamo belli perché siamo pieni di difetti, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo gracili, perché abbiamo paura, perché ci tremano le gambe, perché abbiamo bisogno di lavoro, non per il potere».

O quando, chiudendo il «discorso della luce» del 18 luglio a Bari, ha detto:

«Noi non dobbiamo anestetizzare il nostro dolore, ma lo dobbiamo usare per capire di più. Il dolore che proviamo deve diventare una lente di ingrandimento per vedere meglio i fenomeni sociali, i fenomeni culturali e i fenomeni politici».

È questa la ricchezza della comunicazione di Vendola. Chiunque – lui o altri – sappia toccare queste corde evitando il burocratese e il politichese, ha ottime chance nel deserto della comunicazione politica italiana.

Se poi dietro alle parole ci fossero programmi innovativi, forze economiche sufficienti a reggere il gioco politico e staff preparati… be’ sarebbe un vero miracolo.

E con questa nota di speranza, ti auguro buone vacanze.

Ci rileggiamo a fine agosto.

😀

21 risposte a “Il linguaggio di Vendola (3)

  1. pare si verifichino, talvolta, i miracoli. Buone vacanze anche a Te

  2. Di fronte a un Berlusconi che usa il cerone, la chirurgia estetica a go go, i manifesti e le foto taroccate e che a Vendola consiglia di tingersi i capelli, il presidente pugliese ha gioco facile nella retorica delle rughe e dei capelli bianchi. Perché da una parte abbiamo il grand trombeur de femmes (o meglio la sua goffa costruzione) o il trombatore come lo ha definito in modo più prosaico Benigni l’altro giorno e dall’altra uno come Vendola che nella sua prima campagna elettorale si fa ritrarre come Pasolini con sua mamma. Da una parte, insomma, il priapismo (più vantato che reale, basta sentire un po’ Patrizia D’Addario) e dall’altra un gay, un comunista, un diverso. Quindi sarà stato naturale per Vendola esprimersi in questo modo, imitando, tra l’altro, lo stesso meccanismo di ribaltamento di cui il nostro presidente del consiglio è maestro.
    La stessa considerazione vale per il dolore, visto che Berlusconi ha costruito la sua carriera politica sul sogno o, meglio, sul far intravedere grandi possibilità per tutti, nascondendo il brutto, le cattive notizie, ciò che in qualche modo non ci farebbe essere “positivi”. E qui si è tanto divertito Luttazzi che nella sua ultima apparizione televisiva ricorre all’immagine cruda del sesso anale dove il gran trombatore Berlusconi ha parte attiva e gli italiani parte passiva.
    Ma Vendola fa di più: ti parla, per esempio, del ragazzo disabile che grazie a dei finanziamenti per comprare il pc ha trovato la fidanzata online. Curioso che simili idee vengano anche a Berlusconi. Ricordate le tre i: impresa, inglese, internet? Vendola ti riferisce delle sue telefonate al patron dell’ILVA di Taranto, Emilio Riva, tra minacce e tentativi di dialogo: siamo all’esatto opposto qui del rifiuto delle intercettazioni telefoniche perché è il politico stesso che racconta le sue conversazioni al telefono.
    Riguardo alle sue politiche poi s’inventa mirabilianti metafore come “Bollenti Spiriti”, “Principi Attivi” ecc. Buona la comunicazione, anche grazie alla Proforma (l’agenzia barese che lo assiste da anni) ma assai meno buoni i risultati che, io credo, siano la igliore forma di comunicazione. O mi sbaglio?

  3. evvai, l’hai fatto il pezzo, come avevi promesso, buone vacanze!

  4. “È questa lacuna gravissima della politica italiana che Vendola cerca di colmare: parlare della vita di tutti i giorni delle persone concrete, in carne e ossa, tener conto del fatto che le persone hanno un corpo, provano emozioni, affetti, dolori, amori, ma soprattutto stanno in relazione con altre persone che vivono anche loro emozioni, affetti, dolori.”

    E’ per questo che Vendola sembra un marziano, pur facendo molti errori, sia di comunicazione, sia di politica. (Per le voci di dissenso vedere Noise From Amerika.)

    Vendola (e io ci metterei anche Grillo) è la misura di quanto la politica sia andata lontano dalla sua funzione naturale: basta raddrizzare un pelo la direzione e si viene scambiati per “salvatori”.

  5. Letto l’articolo di Giovanna, cercherò di spiegare perché Vendola non sia l’uomo giusto per un centrosinistra che ambisca a vincere le elezioni. E proprio in virtù delle sue qualità, non delle sue mancanze.
    Prima che un politico, la vera vocazione di Vendola è quella del messia. Prendi un Pasolini, tieni omosessualità e cristianesimo, levagli il talento, aggiungi l’azione. Cosa rimane? Un appassionato sovente contraddittorio. Il suo ricorso alla parabola è di colui che porta la lieta novella, che indica la Terra promessa, ma non reca mappe con sé.
    Elenchiamo qualcuno dei suoi libri, scelti tra la produzione di quasi un trentennio: Prima della battaglia, Ultimo mare, Soggetti smarriti. Sempre nuova è l’alba. Sono i titoli di una semantica dell’attesa e dell’ultimatum, della perdita vissuta o imminente, della navigazione a vista verso l’ultima Thule. Non è un caso che Vendola si dica cristiano, perché del cristianesimo ripropone il fascino archetipico della resurrezione, della salvezza, dell’individualità nel rapporto col dolore. E dei profeti è sedotto dal percorso ascetico e dall’errore. In fondo anche Sant’Agostino peccò, ma per trovare la fede.
    Dissimile da Socrate, è difficile dire cosa lo attragga di Gesù: come lui partecipa della stessa riuscita nel monologo orale rifuggendo al contempo il contraddittorio. Osservatelo in un agone in cui la favella gli sia tolta da una contestazione puntuale, un’incoerenza che ti inchioda, una domanda posta in asserzione e vedrete che, perfino in buona fede, Vendola s’incarterà, il vangelo che suonava così bene letto sul leggio s’incepperà, la declinazione del Verbo verrà meno. E subito si ha bisogno di aggrapparsi a una nuova storia, magari meno pertinente, di cercare il dettaglio aneddotico che si fa narrazione e ristabilisce un rapporto omerico tra narratore e lettore, dove anche il tono declamato del rapsodo rapito nella sua lucida trance politica ha un suo peso e ne va rinfilata la trama se si vuol continuare a persuadere.
    Dispiace scoprire che Vendola è un letterato laureato, perché tutto in lui descriverebbe uno splendido autodidatta. Le citazioni di Vendola funzionano con chi è come lui: colto, ma non abbastanza. Di per sé sono corrette, gli autori quelli giusti, non si fatica a credere che Nichi li abbia persino letti. Però in ogni menzione c’è sempre l’errore classico dell’amatore, del pianista che ci dà di pedale: citazione autorevole in contesto non appropriato, come quelli che ai funerali di un parente – oddio, brav’uomo ma non si fece notare – ti citano I sepolcri.
    Vendola piace a sinistra perché è davvero di sinistra mentre non piacerà per nulla a tutti gli altri. Il suo linguaggio riscatterà un popolo che ha conosciuto solo padrini, orfano da troppi anni dei miti raccontati da una vedova.
    A sinistra le elezioni le vincono i Prodi, e proprio perché se nel profondo magari guardano a babordo agli Altri sembra stare a prua.

  6. buone vacanze a te 🙂

  7. Il messia in quanto tale non sa di essere un messia, non si candida a farlo, non va in missione e cerca di starne alla larga. E’ un po’ come la teoria dell’eroe in certe sceneggiature di stampo americano: l’eroe fa di tutto per evitare di partecipare all’avventura. Si ritira. Come ha fatto ad un certo punto della sua carriera politica Fausto Bertinotti che non fa mistero di conversare di Paolo di Tarso con Nichi Vendola che cita spesso il verificarsi di queste conversazioni. Perché proprio le lettere di Paolo? Non ne ho ancora ben decifrato il motivo, non vorrei che ci fosse dietro il cosmopolitismo di Paolo succube della Pax Romana che ha di fatto snaturato l’essenismo a cui va invece attribuito quel messianesimo rivoluzionario che Saulo combatte prima e dopo la sua presunta conversione. Basta approfondire un po’ il contenuto dei rotoli di Qumran per capirlo. Eppure Vendola mi sembra così veemente nei confronti della religione di potere che stento a credere a questa mia stessa ipotesi. Che stia cambiando? Che si senta vocato alla guida politica del paese pensando di essere una sorta di piccolo messia per davvero? Se così fosse per favore mettetegli i tappi alle orecchie perché sente solo il canto delle sirene, sempre che come Ulisse accetti di farsele tappare. Le voci che lo chiamano in questo momento sono fuorvianti. Non so chi siano i suoi consiglieri, sempre che ne abbia e che li ascolti. Ma lo stanno portando fuori strada.

  8. Ehi ragazzi, non ho mica detto che Vendola farà il miracolo…
    🙂

  9. Da un blog di “semiotici” non puoi aspettarti che parole…forse troppe:)
    Niki vince (e mi auguro anche in futuro), perchè da politico navigato ha colto la necessità storia: fornire un sogno. Il problema italiano (reale e non teorico) è quello di pensare un futuro. Il suo essere gay (gay in Italia è come nero in Usa?), cattolico e (relativamente) giovane rappresenta una sintesi perfetta.
    Il suo linguaggio è funzionale: non deve convicere, ma evocare e per evocare non c’è bisogno di essere chiari. Non servono parole, parla la sua storia personale, remota e recente.
    Se il paese lo seguirà, si apriranno scenari da costruire tutti insieme; se prevarrà la ragion pratica siamo destinati al declino che Prodi e Berluscono (con le debite differenze) ben impersonificano.
    Obama in Usa non ha ancora dimostrato di essere in grado di governare, ha dato però una speranza (un sogno) ad una nazione nel momento più buio. Questo serve anche a noi.
    Ciao a tutti e complimenti a Giovanna per il blog
    Antonio

  10. Caro Antonio, d’accordo con quanto dici, non mi pare di aver scritto cose contrarie a questa direzione.
    E tuttavia, il linguaggio dell’evocazione va necessariamente combinato con quello della concretezza. Obama è un esempio perfetto di questa sintesi, per quel che vale un paragone con la situazione americana, mutatis mutandis.

    Ti ringrazio, infine, per l’attenzione e i complimenti al blog, ma ti prego di non indulgere a troppi pregiudizi sui “semiotici”: se ripercorri all’indietro i due anni e mezzo di questo blog, non troverai mai traccia di metalinguaggio teorico. Né nei mei post, né in quelli dei commentatori.

    Scusa la pedanteria con cui ti rispondo su questo punto, ma so su cosa si basa una certa immagine negativa e parolaia della semiotica contemporanea (come della sociologia, della filosofia e di molte altre teorie, se vogliamo). Proprio perché conosco bene pregi e difetti delle discipline che frequento da queando ero ragazzina, faccio di tutto per taner buoni i pregi e stare lontana dai difetti.

    Pensare e comunicare in modo semplice e concreto anche i concetti più raffinati, difficili e complessi: è questo uno degli obiettivi fondamentali che cerco di perseguire ogni giorno. Non a caso – se be ci pensi – le mie perplessità su Vendola – come su qualunque altro politico – nascono proprio quando annuso un compiacimento di linguaggio e pensiero che, se dimentica di parlare a tutti, rischia di parlare solo a se stesso…
    😉

    Ciao!

  11. @Antonio
    Ha ragione Giovanna: la concretezza politica (di Obama) è primaria rispetto all’immagine.
    Il caso Obama viene spesso citato a sproposito da giornali e opinionisti che si dimenticano:
    1) Obama non ha vinto con questo gran margine su McCain (52,9%)
    2) L’afflusso elettorale delle elezioni 2008 non è stato eclatante ma analogo alla tornata del 2004.
    Il che vuol dire che se Obama ha destato l’attenzione dei media mondiali a livello simbolico, il risultato pratico è stato modesto. Ha giocato a suo favore anche il fatto che i repubblicani abbiano presentato un candidato molto anziano- e che il precedente presidente fosse un autentico ottuso guerrafondaio- e ciò ha finito per aumentare il contrasto della negritudine aitante di Obama, vissuta come novità epocale,mentre se i conservatori avessero proposto una donna che non fosse la Palin, la vittoria di Obama sarebbe stata salutata con meno clamore. Questo per mostrare quanto l’evocazione del sogno che piace tanto all’intellettuale e al redattore di terza pagina, nell’urna paga molto meno. Attenzione: maneggiare i simboli è molto pericoloso perché se è facile evocare aspettattive è difficile gestire l’entusiasmo tradito di una promessa impossibile (sempre che non si possiedano i media di Berlusconi e non si abbia la cultura del suo elettore medio).
    Una persona di sinistra non può desiderare che il suo leader punti sull’evocazione e metta in secondo piano la convinzione. Se dice questo, allora è finita davvero. E infatti è davvero finita perché da quel che risulta a me oggi c’è una sola ideologia che si declina in ricchi e poveri con i secondi che credono di essere di sinistra fino a che il loro stipendio non sale e scoprono il 740.
    Che è poi un modo diverso di declinare il detto per cui si è rivoluzionari a 20 anni e conservatori a 50. A 20 anni vuoi cambiare tutto perché non possiedi nulla, a 50 vuoi che tutto ciò che possiedi venga tutelato. L’Italia ha 24 milioni di pensionati che proteggono loro stessi e il proprio clan. Chi voterebbe la sinistra di Vendola, politico che a livello nazionale ha già contribuito a creare e disintegrare un paio di sigle partitiche? Non bisogna pensare che ciò che funziona a un livello possa funzionare anche al livello successivo: un ottimo sindaco può rivelarsi un mediocre presidente regionale e un pessimo leader nazionale, che è poi un’applicazione del Principio di Peter (http://it.wikipedia.org/wiki/Laurence_Peter).
    Ci avete pensato? Mi piacerebbe molto che i commentatori esprimessero i pro e contro del politico Vendola.

  12. Vendola non mi piace perché ciò che vuole, per quanto vagamente, in qualsiasi modo lo comunichi, credo sia dannoso per noi (italiani, europei) nella situazione mondiale attuale. I contenuti contano.
    Ma, riguardo ai contenuti, all’Italia serve oggi una politica di destra o di sinistra? Il guaio è che a sinistra come a destra grande è la confusione su ogni scelta strategica e in ogni partito convivono orientamenti opposti. Per dire, chi è più statalista o liberista o protezionista fra Bersani e Tremonti, D’Alema e Berlusconi, Veltroni e Fini, Vendola e Bossi? E chi più ‘meritocratico’ fra Rosi Bindi e Brunetta, fra Mussi (non mi vengono altri nomi di sinistra su scuola e Università) e Gelmini? Chi più solidarista fra Ichino e Sacconi?
    Sinistra e destra sono ormai principalmente artifici retorici: quasi ogni riforma sensata potrebbe essere venduta nelle principali ‘salse valoriali’ oggi disponibili: sinistra e destra, solidarietà e libertà, equità e legalità, uguaglianza e merito, umanità e nazione.
    Poi ci sono i vincoli della realtà mondiale. Sono felice di avere assistito nella seconfa parte della mia vita a un fenomeno meraviglioso e senza precedenti nella storia dell’umanità, la formidabile ascesa economica in pochi decenni di miliardi di persone che parevano condannati a un destino, se non di miseria, di subalternità alla strapotente e straricca minoranza occidentale. Evviva! Ma questo comporta che l’Occidente, noi inclusi, nei prossimi decenni dovrà gestire il suo declino. Può farlo in molti modi diversi e non è escluso che possiamo farlo animati da nuovi sogni ed entusiasmi.
    Vendola in questo? Non credo sia questione di migliorare la comunicazione e trovare ottimi sponsor. Dal mio punto di vista, servono contenuti e sogni diversi. Io mi riconosco abbastanza in quelli indicati da editorialisti del Corriere come Giavazzi e Salvati. E se dovessi fare un nome di un possibile leader adeguato, dal mio punto di vista, riguardo a contenuti e stile comunicativo, direi qualcuno della pasta di Mauro Moretti, ingegnere, ex-sindacalista CGIL, credo iscritto PD, amministratore delegato di Trenitalia. Uno così sarà magari debole sul lato “I have a dream”, ma potrebbe imparare. A pensarci, Giovanna, sarebbe proprio l’opposto di Vendola!
    Anche come stile comunicativo: l’ho sentito in azione per quasi un’ora a Radio anch’io più o meno un anno fa, i video che ho trovato non gli rendono giustizia ma danno un’idea.

  13. L’audio di ‘Radio anch’io’, con Mauro Moretti, cui mi riferivo (è del 29 maggio 2008), si trova facilmente in rete:
    http://www.radio.rai.it/player/player.cfm?Q_CANALE=http://www.radio.rai.it/radio1/radioanchio/archivio_2008/audio/radioanchio2008_05_29.ram

  14. Concordo con Bercelli. È molto più facile organizzare uno Stato dallo scranno del dittatore che farlo all’interno di una democrazia. Una democrazia richiede ai suoi elettori un altissimo senso civico, una preparazione costante e sopratutto un’area condivisa di progresso che non viene intaccata dalle legittime differenze che ogni elettore nutre nei confronti del modo di plasmare la società e nella conseguente offerta politica.
    Invece nei decenni si è assistito ad una progressiva privatizzazione della sovranità nazionale, col risultato di sottrarre ai governi la capacità di stanziare risorse a lungo termine. Privatizzi l’IRI perché in deficit ma poi finisci a questuare davanti alle banche perché ti finanzino i tuoi buoni del tesoro. Non c’è perciò da stupirsi se la politica è diventata prima rappresentanza di comitati d’affari e successivamente degenerata in consorteria vera e propria.
    Senza portafoglio non ti poni il problema di cosa scegliere nei tuoi acquisti così come senza potere effettivo non pensi a quale forma dare al futuro di una nazione. Sinistra, destra: oggi solo differenze su particolari. Ammettiamo la sconfitta: c’era maggior forbice politica nel politburo russo che nella nostra democrazia. Che democrazia fosse concetto vuoto lo avevano dimostrato già i nobel Arrow e Sen in economia ma la totalità dei media non si è interessata a divulgare la notizia.
    Quando studiavo la Rivoluzione francese, mi colpì molto Le Chapelier. Per chi non lo sapesse, la sua legge omonima proibiva il diritto di associazione e di coalizione. Allora non capivo come nel pieno di una rivoluzione liberale si potesse vietare così un diritto che a noi pare ovvio. Oggi ho capito. Le Chapelier e i suoi giacobini sapevano bene che alla lunga il corporativismo logora il potere centrale, gli ruba competenze e ne prepara la morte, mette in crisi la libertà di una nazione in nome di una libertà individuale.
    Chi potrebbe mai oggi avere la forza politica (e quindi economica) per disciplinare nuovamente le tante lobbies che giocano al tavolo del proprio egoismo? Chi mai potrebbe irregimentare una multinazionale all’interno dei propri codici di diritto nazionali quando la stessa ha la possibilità di spostare la produzione, e la perseguibilità penale, in zone del globo ove non valgono le nostre sanzioni o solo un modesto obbligo di accountability? Come controllare il proprio assetto valutario quando a ciascuno è permesso di sottrarre moneta allocandola all’estero per i propri acquisti? Come sperare non dico in una coscienza ma in un abbozzo di futuro condiviso quando il vantaggio economico di un cittadino italiano che ha acquistato titoli di un’impresa straniera consiste nello sperare che i suoi utili aumentino, magari a scapito delle imprese italiane e quindi in ultima istanza del Pil e occupazione nazionale?
    Come potrebbe mai la proposta di Vendola comprendere in sé queste istanze globali se non dissociandosi appunto da se stessa?
    Bercelli ha ricordato con pathos l’ascesa economica dei Paesi cosiddetti emergenti. È curioso che l’emancipazione economica di tali popoli sia passata attraverso lo zelo di una funzione servile offerta all’Occidente per almeno 40 anni. Anni di formiche che hanno accumulato ogni cent dato dallo yankee che faceva loro produrre un bene o un servizio e moltiplicava il suo plusvalore rivendendolo in casa propria, ignaro che la sua ingordigia lo avrebe legato per sempre al proprio schiavo, oggi liberto, domani padrone. Nessuno però ha compreso quale prezzo hanno pagato almeno tre generazioni che hanno dedicato la vita al risparmio senza concepire il concetto di spesa e la nozione del superfluo. Formiche che non hanno mai visto le cicale ma che hanno costruito formicai come cattedrali. E ora le ammobiliano ricomprando l’occidente pezzo per pezzo. Quale politico potrà dire ai suoi elettori come ci siamo preparati la fossa da soli?
    L’unica nostra soluzione sarebbe aumentare il nostro Pil, perché gli sprechi, i lavori inutili, doppi, tripli, il precariato, i baronati, gli albi, le licenze nascono da lì: dall’impossibilità di ricollocare lavori inutili, e aprire il mercato del lavoro a chi voglia lavorare, a causa della mancanza strutturale di nuovo lavoro per quantità e qualità. Ma ciò è arduo in un mercato che è saturo di un’enorme concorrenza: non abbiamo risolto i problemi quando potevamo, come riuscirci oggi, in cui le variabili sono di più e non abbiamo potere su di loro? Non è un sogno ciò che un politico deve fornirci ma una secchiata d’acqua. Credo che a svegliarci sarà il freddo del mare quando affonderemo.

  15. Buone ferie, Giovanna!

    V

  16. Obama non ha mostrato particolare concretezza. In politica estera sta ripercorrendo la strada di Bush (è una tradizione democratica Usa quella di essere meno innovativi della destra), in politica interna la riforma sanitaria “epocale” è passata talmente annacquata da non essere più tale. Ha consegnato qualche miliardo di dollari a Marchionne in una riproposizione di quello che in Italia conosciamo bene. Insomma non ha brillato. Però conserva il fascino del politico giovane che si muove per migliorare il mondo, perchè lo vuole lasciare migliore di come l’ha trovato alle sue figlie (ai nostri figli).
    L’Italia è il paese in cui le persone hanno più paura del futuro; siamo vecchi governati da vecchi. Non immaginando un futuro, pensiamo al presente e ci richiudiamo in noi stessi (interessi privati, mancanza di senso civico). Manca un progetto in cui si indentifichi il Paese. Vendola, da comunista pragmatico, l’ha capito e lo sta fornendo. Il suo linguaggio parla a tutti, la sua storia parla alla sinistra.
    In politica non serve chi realizza un sogno, ma chi è in grado evocarlo e fornisce una strada per realizzarlo. Cosa c’è di più messianico di “proletari di tutto il mondo unitevi, non avete da perdere che le vostre catene e tutto da guadagnare”, “l’ottimismo della volontà” e “hasta la victoria”?
    La politica degli ultimi venti anni ha abbracciato il pensiero debolissimo: pil, mercati, bilancio, stabilità finanziaria, flessibilità, ecc…, rendendo grigio e senza prospettive il mondo che lasceremo ai nostri figli. Niki si stacca da questo e prova a riportare l’attenzione su concetti “forti” senza per questo scomodare le ideologie. Ci prova, non è detto che ci riesca. Ma il suo è un linguaggio che vale la pena di analizzare, tutto il resto è…noia.
    A

  17. @Sport24h
    Obama ha dimostrato la massima concretezza nei limiti della governance che possiede. Giudicare l’azione di un governo ipotizzando un margine di manovra assoluto è non avere capito cosa sia la politica. Obama protegge per mandato l’interesse Usa. Per tal ragione l’exit strategy dall’Afghanistan sarà lunga: gli affari geopolitici americani su quel territorio non nascono con l’11 settembre e non muoiono con un presidente liberal. La riforma sanitaria deboluccia dimostra solo quanti poteri siano coinvolti nelle democrazie a libero mercato e come perfino un’architettura costituzionale presidenzialista come quella US non abbia certo mani libere in un negoziato in cui è costretta a misurarsi con attori economici in cui è prima inter pares. Sul caso GM-Fiat Obama tenta di rilanciare il mercato dell’auto puntando su piccole cilindrate risparmiando con l’importazione di tecnologia già pronta, rimandando così i problemi fisiologici del settore auto americano, i cui sindacati sono molto potenti e organizzati sopratutto in uno Stato storicamente cruciale nei testa a testa elettorali come il Michigan; la scommessa di Marchionne è invece quella di avere una corsia preferenziale per far penetrare la galassia dei prodotti Fiat in un mercato altrimenti molto protezionista come quello statunitense che non ha mai lesinato l’imposizione di alti dazi alla concorrenza straniera, sopratutto all’auto giapponese.
    Se Obama non ha brillato è appunto perché chi lo giudica si aspettava ciò che nessun ruolo istituzionale potrà mai realizzare: il sogno. Al fine anche Gesù, profeta di successo ma privo di talento politico, ha avuto fortuna ad affondare a 33 anni altrimenti i persuasi alla regata messianica gli avrebbero chiesto indietro il prezzo della traversata e non è mai bello quando la tua ciurma smette di remare perché non vede terra e ti chiede anticipatamente l’aspettativa. Per questo gli ebrei, che sono più pragmatici gli preferiscono ancora Mosè che alla Terra promessa li ha comunque condotti: anche lui era un navigatore della domenica ma la crociera la organizzò, seppur non sfruttando il principio di Archimede.
    In politica non serve la fortuna di Colombo ma il coraggio pianificato di James Cook. Il sogno serve solo a convincere all’imbarco, compito del marketing: per questo Marx era un grande intellettuale, Gramsci un politico che non conobbe dicasteri e Guevara un uomo tutto azione, fisso sulla polena. Fecero meno sognare i Cavour, i Churchill, i De Gaulle, mentre fece sognare i suoi elettori Hitler, dimostrando che sogno e incubo sono stretti parenti. Il difetto che molti non sembrano vedere – forse perché già sognano? – è che per sognare occorre dormire.
    Tra gli innumerevoli problemi della sinistra c’è anche l’inconscia adozione di una mentalità non così distante dal Berlusconismo nel fascino di leadership fondate sull’irrealizzabile, e che ritiene debole il pensiero che concerne la stabilità finanziaria, del bilancio, del pil, tradendo proprio quel Marx e il suo puntellare sulla dipendenza della sovratruttura dalla struttura.
    I concetti proposti da Vendola sono certamente forti, ma sono vuoti perché assente è la materia con cui possono essere realizzati. Per quanto concerne il linguaggio, hanno già detto tutto Giovanna e i precedenti commenti: chi è affascinato dalle figure retoriche e dai passi pastorali declamati con il cuore e con la lisca ha scoperto il modo di mitridatizzarsi contro la noia.

  18. Segnalo una pubblicità della FIEG, federazione italiana editori e giornali: si vedono tre donne vestite di parole che ridono ed una terza che si copre il seno e guarda una delle lettrici come vergognandosi di non saper che dire. “Chi legge si vede”.
    Non il primato del sapere, quello della vista. Conta ciò che si vede. Conta il pudore, la paura di essere esclusi, non la conoscenza e le sue virtù, premio si loro stesse. Agghiacciante. E che dire del fatto che è rivolta alle donne? Guardacao tutte belle. LA donna mezza nuda è al centro. Si vede il suo sguardo imbarazzato, ergo noi dovremmo leggere per evitare quel disagio?

  19. Ecco la pubblicità citata da LUCA T.:

    Versione femminile

    Versione maschile

    Immagino che lo slogan possa essere inteso anche così: se leggi, gli altri se ne accorgono. L’immagine inoltre comunica che coloro che leggono solidarizzano amichevolmente e si divertono. Coloro che non leggono, invece, rimangono esclusi e non capiscono (“Eh? Boh” ricamato sulle mutande). A me sembra (da non esperta di questo tipo di comunicazione) che la pubblicità non faccia venire molta voglia di leggere (non sto avvertendo un impellente desiderio di uscire di casa e comprarmi un giornale cartaceo) e non riesca a superare la barriera di scarsa empatia e “freddezza intellettuale” nella quale si arenano quasi tutte le pubblicità relative alla lettura che ho visto negli anni.

    Ma sarei molto felice di sentire il parere di Giovanna…

    Chiedo scusa per il fuori tema ma, disse la bimba, ha cominciato lui! 🙂

  20. Pingback: La retorica dell’accumulo. Nichi Vendola moltiplica e affastella simboli, oltre che parole. Li accumula, ne fa mucchi contraddittori. Mette assieme Cristo in croce e «Bella ciao», Aldo Moro e il subcomandante Marcos, Feuerbach e Vandana Shiva, Mar

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