Hey Baby

Hey Baby è un videogioco sviluppato da Suyin Looui, una giovane progettista multimediale di origini asiatiche, che lavora fra USA, Regno Unito e Canada. Il gioco è uno sparatutto in prima persona, tecnicamente di basso profilo, che si può giocare gratuitamento sul sito heybabygame.com e fra giugno e luglio ha suscitato un bel po’ di polemiche.

Racconta Suyin Looui che l’idea le è venuta dopo essere stata apostrofata sulla metropolitana di New York, per l’ennesima volta, da un uomo che le ha sussurrato «hot ching chong», dove «hot» vuol dire «calda» e «ching chong» è un dispregiativo per definire gli orientali.

Per farla pagare a quell’uomo e agli altri come lui, Suyin Looui ha realizzato Hey Baby, il cui payoff è «Its’ payback time, boys». Protagonista è una donna che cammina in un’ambientazione newyorkese e ammazza senza pietà tutti gli uomini che le rivolgono commenti volgari come «I like your bounce, baby», ma spara anche a quelli che si limitano a dire «I don’t mean any disrespect, but you’re beautiful», «Can I help you, miss?», o «God bless you». Tutti i commenti si trasformano in epitaffi sulla lapide che sorge dopo la morte di colui che li ha pronunciati, e in breve la città si trasforma in un cimitero sanguinolento.

Per inciso: il gioco non permette di sparare alle donne che la protagonista incontra, né agli uomini che passano senza importunarla. Inoltre, permette di risolvere gli incontri non offensivi con un «Thank you, have a great day», e l’uomo se ne va in una nuvola di cuori rosa. Ma dopo un po’ che giochi, finisci per sparare a tutti. Provare per credere.

E così, alcuni uomini si sono sentiti offesi, evidenziando che uno sparatutto al contrario – con un maschio che ammazza le donne che incontra per strada – sarebbe inconcepibile. O hanno trovato inaccettabile equiparare qualunque attenzione maschile a un atto di violenza. Leggi, per tutti, il commento acuto di Seth Schiesel sul New York Times, che – dopo aver ammesso di essersi sentito per un attimo offeso – conclude definendo Hey Baby «not as a game but as a provocative, important work of interactive art as social commentary» («A Woman with the Firepower to Silence Those Street Wolves», June 7, 2010).

Cosa penso di Hey Baby? A fine luglio me lo ha chiesto la redazione di Ustation, che ci ha scritto un articolo («Hey Baby, la vendetta (per gioco) delle donne»).

Ecco l’audio dell’intervista (dura 7’29”):


Ed ecco il trailer di Hey Baby:


15 risposte a “Hey Baby

  1. Alessandro "Il Notturno" Perlini

    E’ un caso molto interessante, forse un tantino estremo ma non abbastanza da giustificare le lamentele e le polemiche insorte. Anche perchè…

    “E così, alcuni uomini si sono sentiti offesi, evidenziando che uno sparatutto al contrario – con un maschio che ammazza le donne che incontra per strada – sarebbe inconcepibile”

    E’ una verità a metà.

    Forse questi uomini non sanno che esiste un gioco estremamente conosciuto che offre una simile possibilità, pur essendo essa estranea all’obiettivo principale: in un vecchio sparatutto il personaggio principale, se non erro, poteva incontrare alcune donne (tendenzialmente spogliarelliste, prostitute, ballerine seducenti o parzialmente assoggettate al nemico alieno) nel suo cammino e, dopo averle opportunamente “premiate” con una mazzetta e con “gentili complimenti” (a la ‘hot ching chong’) poteva proseguire nel suo sterminio di alieni decidendo, a sua discrezione, di lasciare in vita la ragazza o di smembrarla con un colpo di fucile senza una particolare ragione, solo per sfizio puro.

    E’ vero che si tratta di un protagonista che incarna tutti i tratti più parodistici del biondo americano cool (e nella sua pagina Wiki tutto questo è spiegato abbastanza bene, http://it.wikipedia.org/wiki/Duke_Nukem_3D) ma tant’è, questo esempio rende l’affermazione di questi uomini un po’ meno veritiera.

    E’ diverso lo scopo, ma l’azione è quella.

  2. Mi dò alle previsioni del futuro: qualora se ne parlasse “approfonditamente” anche nel Belpaese, verrà considerato esattamente come “a self-consciously ridiculous revenge fantasy for women who have felt oppressed or threatened by sexual attention or commentary from men.” che è poi come viene considerata in generale la lotta femminile (non femminista) a questo genere di violenza. Ma che dico, non ci arriva neanche al concetto di violenza. E’ un fastidio non contemplato nei canoni delle molestie, anzi un complimento! Spero che la signorina Louii riesca nel suo intento, per lo meno all’estero.
    Stamane mi son svegliata così: pessimista.

  3. Aggiungo: quando nella radio-intervista lo Speaker tira fuori il discorso delle istituzioni e dice”non ci sono le istituzioni che riescono a proteggere queste donne per cui l’unica soluzione diventa quella della violenza” emerge ancora una volta la vecchia concezione di donna=da proteggere e non donna=persona da rispettare. Questo credo sia un nodo fondamentale da sciogliere. Mentre, nella sua risposta quando dice “rispondere violenza con violenza è sbagliato sempre” non sono d’accordo al cento per cento. Una donna, una persona, deve potersi difendere in qualche modo, nell’hic et nunc di un’aggressione fisica o verbale che sia e ciò talvolta implica violenza. Perciò io distinguerei l’intenzionalità e la funzione di questa violenza applicata e funzionale all’evento e alla situazione.

    Mentre non sono d’accordo col commento di Alessandro quando dice
    “E’ un caso molto interessante, forse un tantino estremo ma non abbastanza da giustificare le lamentele e le polemiche insorte.” e riporta il fatto che esista un videogioco che offre la stessa possibilità agli uomini.

    Prima di tutto la situazione tra uomo e donna non è la stessa, le donne stanno ancora cercando di farsi rispettare perciò trovo fuori luogo dire che è “troppo violento”. Il videogioco è una bellissima provocazione e ha la funzione di risvegliare le coscienze e di far parlare, ma essendo un gioco quindi una vendetta virtuale, nemmeno sfiora l’idea reale di una ben più violenta realtà. Invece di violentare maschi apre un dibattito, direi che non c’è confronto.

  4. Grazie per i contributi, Alessandro e Signora in Giallo.

    Per completezza, aggiungo che se ne è già parlato molto anche in Italia, a fine luglio. Vedi per esempio questo articolo di Jaime D’Alessandro su Repubblica:

    http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/07/21/news/videogioco_anti_molestie-5719200/

    E questo commento nella blogosfera:
    http://canada.blogosfere.it/2010/07/una-donna-che-uccide-tutti-i-maschi-che-la-importunano-e-il-tema-di-hey-baby-il-nuovo-videogame-inve.html

  5. Interessante, questo Hey Baby. Come vecchio maschio, anche se ormai spennato, ammetto che verrei ucciso varie volte al giorno e, riconosco, non senza ragione. 😦
    Però anch’io, a pensarci, ho vari miei personali Hey Baby mentali e ammazzo virtualmente varie persone al giorno, di varie categorie, donne incluse – per lo più intellettuali maschi.
    Non sono sicuro di essere un violento, ma forse lo sono. Se sì, credo di non essere rieducabile. Parlo di me per sapere poi di altri.
    Molti bimbi, anche maschietti mitissimi, passano ore a fare sparatutto giocando e disegnando. A me non è mai passato per la mente di dissuaderli, anzi mi lascio coinvolgere volentieri da questi giochi spietati e sanguinari. Forse appartengo a un genere da estinguere, in estinzione non credo proprio. O forse vado bene così, davvero non lo so.
    Ma insomma, se non fossi del tutto fuori strada, Hey Baby avrebbe un promettente futuro, oltre che un grande passato.
    P. S. Nell’intervista, tu Giovanna dici che è sempre sbagliato rispondere alla violenza con la violenza. Sicura? (Se per violenza intendi uso della forza, coercizione.) Non dirmi che pensi che ci sono cose sbagliate che talvolta è necessario fare, altrimenti ti faccio Hey Baby ;-))

  6. Fabrizio, per violenza intendo la violenza fisica innanzi tutto: botte, tortura, morte. Ma anche certe forme di violenza psicologica… E qui i confini si fanno sfumati, lo so.

    Come considerare la coercizione? Intendi il carcere? Uh, che pasticcio. Qui i problemi si moltiplicano. 😦

  7. La legge si basa sempre sulla coercizione, che si basa sempre sulla violenza fisica. Perfino la riscossione di una multa per sosta vietata si basa, in fin dei conti, sulla violenza fisica: se non paghi, alla fine vai sotto processo e se rifiuti la sanzione te la impongono con la forza, che se spingi le cose all’estremo diventa violenza fisica.
    La gente non andrebbe in carcere se non ci fosse portata con la forza da persone armate, e scapperebbe se pensasse che tanto non gli sparano. In questo senso qualsiasi Stato, anche il più democratico e mite, si basa sulla violenza. Legittima sì, ma pur sempre violenza. Almeno fino a che la specie umana non venga sostituita da un’altra specie più ‘angelica’.
    Educazione e cultura aiutano, ma non azzerano queste cose qui.
    Considera anche che il nazismo è stato battuto dal ricorso a un’immane violenza fisica (decine di milioni di persone uccise), pure legittima e giusta, secondo me, eccessi a parte.
    Forse intendevi dire che è sempre sbagliato rispondere alla violenza privata con la violenza privata. Accettabile, se togli ‘sempre’ e aggiungi, d’accordo con la Signora in Giallo, ‘tranne che per legittima difesa’.

    So che sei d’accordo con me che per dire una cosa sostenibile non sempre conviene esagerarla fino a farla diventare insostenibile.
    Certo, in pubblicità e in politica spesso conviene. 😉

  8. Infatti sono d’accordo, caro Fabrizio. E intendevo “violenza privata”. E però in un’intervista di pochi minuti… 😉

  9. è così povero tecnicamente che non si merita neanche lo sforzo di qualche elucubrazione mentale

    è il tipico videogioco che totalizza più ore di conversazioni/dibattiti che di gioco effettivo

    Postal 2 ci era riuscito meglio, questo non l’avevo mai sentito prima

  10. grazie per i link.

  11. Si concordo con la Giovanna quando allude alla reazione violenza su violenza, giacchè il problema della privatezza arriva sempre nell’area dei rapporti sessuali. Il problema di queste circostanze è che non sempre il discrimine tra privato e pubblico è così chiaro, cioè non sempre il complimento è percepito come fuori luogo in quanto un atto che viola il privato o invece come un atto che mira con successo all’intimità. Tra adolescenti non è un fatto così remoto che due ragazzi giovani si conoscano per il tramite di “quanto sei bbona” in un luogo di mare per dire. Questo discrimine crescendo le donne lo colgono e lo mettono in pratica con agevolezza, inseriscono delle cose ulteriori: asimmetrie, toni ddi voce, volgarità o meno, psicologicamente affinano un dispositivo per cui sentono l’intenzione di chi scavalca il privato.
    Ma il gioco non da alcun senso critico a nessuno. Azzera relazioni, asimmetrie, pacche sul culo e volgarità. Azzera innocenza e abuso. Ha anche il merito di sollevare una questione, e il fatto che ribalti il ruolo mi sembra una cosa molto utile.
    Ma sti personaggi dei videogiochi potrebbero essere un tantino meno cretini? POtrebbero discriminare un po’?

    (Ot. Giovanna ben tornata! ho avvistato una palma super tristona vicino ai mercati generali, zona industriale via Ostiense. Puaretta se ne stava li in cima col tempo brutto e l’urbanità periferica, na tristezza che levete. Se ti interessa te la fotografo:)

  12. ciao a tutti!
    Ho avuto il piacere di conoscere Suyin Looui di persona quando ero negli Stati Uniti…

    Per aggiungere un po’ di link alla discussione, segnalo che fa – o faceva, non so – parte di Tiltfactor Labs (http://www.tiltfactor.org/), un bel gruppo di designer a cavallo tra videogiochi, attivismo e digital art.

    Altri loro giochi: http://www.tiltfactor.org/?page_id=398 e http://www.tiltfactor.org/?page_id=405
    Particolarmente interessanti, secondo me, i loro “Massively Multiplayer Mushu” e “Massively Multiplayer Soba” http://www.comeoutandplay.org/2009_mmm.php e http://www.youtube.com/watch?v=b5zm6qx0HLU&feature=player_embedded

    Quando ne organizziamo una versione in Italia?

  13. A me ‘sto videogioco pare una gran cavolata, veramente lo penso di tutti ‘sti videogame sparatutto basati sulla violenza iperrealistica. La violenza sulle donne è un problema drammatico e molto serio, se lo affrontiamo con i videogame sparatutto o criminalizzando quelli che in spiaggia dicono “quanto sei bona”, (ma anche le ragazze dicono “quanto sei bono” e non ci vedo niente dimale, fa parte dell’essere giovani) vuoo dire che veramente siamo messi male oltretutto credo che si possa rispondere alla violenza con la violenza solo quando la violenza è fisica. Se la “violenza” è un insulto verbale si risponde verbalmente non erto sparando. Il primo che alza le mani, uomo o donna che sia, ha sempre torto. Sempre.
    Spero comunque che questi videogame idioti, se non altro, siano riservati ai maggiorenni.

  14. Giovanna (posso darti del tu?), solo adesso ho ascoltato la tua intervista e apprezzo il tuo giudizio equilibrato ovviamente condivido con te l’auspicio che simili videogame siano riservati ai maggiorenni. Aggiungo, e tu sarai d’accordo, che la civiltà moderna si basa sul superamento della vendetta personale e della “giustizia fai da te”, non mi sono mai piaciuti “il/le giustizieri/e della notte”. Ciò detto, non ho nulla contro una rappresentazione della vendetta in chiave fiction, adoro i film di Tarantino (chissà cosa pensa di Hey Baby) e gli ultimi due (Kill Bill e Bastardi senza gloria )sono bellissime storie di vendetta, ma il cinema è arte, ti spinge (quando è buon cinema) a riflettere criticamente su te stesso e gli altri, ha una funzione catartica. Non vorrei passare per snob ma faccio fatica a considerare gli sparatutto “arte” e ad attribuire loro una funzione catartica. Con questo non voglio dire che chi gioca a questi sparatutto sarà un violento, evitiamo giustamente nessi schematici come anche tu dici nell’intervista. Però a me ‘sti sparatutto continuano a non piacere.

  15. “oltretutto credo che si possa rispondere alla violenza con la violenza solo quando la violenza è fisica”

    Parlo beninteso, delle situazioni di legittima difesa in cui se picchi è per difenderti da chi ti ha picchiato per primo.

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