Il linguaggio oscillatorio di Bersani

Il linguaggio di Pier Luigi Bersani oscilla, a cadenze ormai regolari, fra questi due estremi: il burocratese e il turpiloquio.

Nei primi mesi dopo la nomina a segretario del Pd, si limitava al burocratese. Il che era in curiosa contraddizione col fatto che Bersani fosse stato presidente della Regione Emilia-Romagna proprio negli anni in cui – dal 1993 al 1996 – questa cominciò a sburocratizzare il suo modo di comunicare con i cittadini.

L’avevamo commentato in questo post:

La doppia negazione di Pier Luigi Bersani, 12 gennaio 2010

Da un certo momento in poi, però, Bersani (o chi per lui) deve aver pensato che bisognava avvicinare il suo linguaggio a quello della «gente». Ottima intenzione. Allora deve aver pensato (lui o chi per lui) che introdurre ogni tanto una parolaccia poteva essere un buon modo. Pessima soluzione.

Ricordi quando, il 22 maggio, chiuse l’Assemblea Nazionale del Pd dicendo che Mariastella Gelmini «rompe i coglioni» agli insegnanti? Ne parlammo qui:

Bersani, il turpiloquio e la Gelmini, 24 maggio 2010

Un altro esempio è di pochi giorni fa, il 2 settembre. Nel discorso di inaugurazione della nuova sede fiorentina del Pd regionale, Bersani ha detto che «il berlusconismo fa regredire la politica alla fogna»:

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Il problema, come ho detto in altre occasioni, non è il turpiloquio: le parolacce possono essere usate in politica – anche da chi non ne fa una cifra stilistica – se hanno una funzione e una pregnanza nel contesto in cui sono usate. Se aggiungono impatto emotivo a contenuti precisi.

Ma il turpiloquio di Bersani è una pessima soluzione perché:

(1) Abbassa ulteriormente i toni già infimi della comunicazione politica italiana, che preferisce l’insulto all’argomentazione e alla presentazione pacata di contenuti e programmi.

(2) Non è originale, ma scimmiotta i peggiori trucchetti demagogici di Bossi, Grillo e Di Pietro.

(3) Regala agli avversari più accorti l’opportunità di replicare facendo i signori. Fece un figurone la Gelmini a maggio («Non commento, siamo qui per discutere di cultura e legalità»), e altrettanto hanno fatto qualche giorno fa Bondi («Se un uomo politico come Bersani giunge ad esprimersi con tali sorprendenti parole vuol dire che il Pd ha cessato di esistere politicamente») e Cicchitto («La politica diventa una fogna quando un segretario di partito parla in questo modo»).

(4) Non soppianta, infine, il burocratese ma vi si aggiunge come un corpo estraneo, cioè non trasforma Bersani in un Bossi di sinistra, ma crea un pasticcio comunicativo che disorienta gli elettori.

Non a caso lo stesso Bersani, forse intuendo che qualcosa non va, il giorno dopo l’uscita della «fogna», alla festa nazionale di Alleanza per l’Italia, è tornato indietro: «Ieri forse ho usato una parola un po’ forte, ma si può arrivare a livelli di avvilimento totale». Oscillazione, appunto.

Traduco con parole mie: «Scusate se ogni tanto parlo male, ma sono molto depresso». 😀

7 risposte a “Il linguaggio oscillatorio di Bersani

  1. Totalmente d’accordo. I like this post 🙂

  2. E’ terribilmente impacciato quando prova a fare l’arrabbiato. Per il resto anche quando parla di argomenti “suoi” tipo il lavoro è privo di energia. Non ci crede nemmeno lui. Per esempio il discorso di Fini di ieri era molto più sottile dialetticamente e carico, come un vero comizio dovrebbe essere.

  3. Totalmente d’accordo. La prima impressione è, che in Bersani ci sia l’esigenza testuale di costruire una doppia lettura modello.
    Da un lato, infatti, la retorica bersaniana cerca di blandire l’anima più battagliera e “movimentista” (si fa per dire) del PD, dall’altro rassicurare la parte più conservativa dell’organizzazione, in fin dei conti quella che l’ha portato alla guida del partito. Se vogliamo i due estremi espressivi che individui, “turpiloquio” VS “burocratese”, sono anche il riflesso di due diversi approcci alla realtà, istintivo VS razionale.
    Ciò che mi colpisce, è che in questa oscillazione irrisolta, la comunicazione di Bersani rimanga in entrambi i casi, una comunicazione autoreferenziale, incapace di prefigurare un interlocutore diverso dall’elettore che già vota per il PD.

  4. D’accordo sul burocratese, con qualche precisazione.

    Il burocratese di Bersani stona perché è vago, incerto, indefinito. Non si riesce ad assorbire, da quel linguaggio, nessun messaggio forte. Ma non è tanto per via dell’uso di parole “tecniche”: anche Vendola, come hai già osservato, ricorre spesso al lessico burocratico (peraltro infarcendolo di suffissi improbabili), ma lo mescola con un linguaggio poetico, allegorico, usando tutte le sfumature dell’emozione, ottenendo un linguaggio ibrido, unico e vibrante.

    Non si può pretendere che Bersani faccia lo stesso. Io credo che il linguaggio (uso questo termine in modo informale, non nella sua accezione semiotica pura) sia qualcosa che deve riflettere ciò che siamo, altrimenti suona falso. Bersani non è un profeta, non è un trascinatore di folle, eppure è un politico serio, responsabile, estrememente competente, con una vocazione – e questo è il tratto che preferisco in lui – popolare.

    Purtroppo è proprio questo aspetto popolare ciò che gli manca quando deve esprimersi. Le volgarità di cui dicevi nel post sono la parodia di un linguaggio “popolare”. Non che mi dispiacciano. È che nel contesto di un linguaggio così freddo perdono la loro funzione enfatica. Piuttosto, è sulla nettezza delle esternazioni che poggia un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti.

    Tuttavia dovremmo fare anche una riflessione sui mezzi. Io credo che a Bersani non si addica il formato delle interviste oggi molto in voga nei telegiornali, cioè il collage di dichiarazioni. In uno spazio così breve, in cui peraltro le dichiarazioni dei vari politici sono giustapposte l’una all’altra, spicca la provocazione, la boiata detta dal leghista, la spavalderia. Quando Beresani ha modo di potersi esprimere ragionamenti più lunghi, perfino durante i dibattiti televisivi, le le sue performance sembrano migliorare notevolmente.

  5. Pingback: Pigi-Woodstock ed Enrico la talpa « Sono Storie

  6. Cara Giovanna,
    si trattasse di solo turpiloquio VS burocratese, ce ne faremmo una ragione, magari prendendo piena coscienza della fine della pratica politica strutturata attraverso la mediazione dei partiti…
    Il dramma – e questo è uno sfogo oltre che un offtopicone- è che Bersani trascina questo mostrum orrendo e gigantesco del PD verso il vuoto totale dei contenuti e dei valori. E’ proprio l’Italia dei furbetti che anche Bersani mette in mostra, quelli pronti ad approfittare di giochetti e sotterfugi pur di scalzare il collega, o degli impiegati alle Poste o in banca che lasciano il posto al figlio grazie alle loro “amicizie” : a questo gioco sembra non volersi sottrarre nessuno, nemmeno la Bindi che vorrebbe fare un governo con Di Pietro, Vendola e Fini pur di togliere di mezzo Berlusconi…. Ma che pensava Fini quando annacquava a Fiuggi la sua fascistissima coerenza, che Berlusconi fosse davvero adeguato alla guida del Paese sotto il profilo politico e morale? E negli stessi anni e in quelli immediatamente successivi D’Alema, Bersani, Bindi, Di Pietro….come hanno potuto arrendersi e lasciare che Berlusconi fagocitasse per intero il campo dell’azione politica?
    In questa palude Nichi Vendola sembra una “stella cometa”, sul cui successo nutro purtroppo molti dubbi, anche se non mi spingerei mai – come ha fatto il mio vecchio Prof. di Sociologia Bercelli in un commento al tuo ultimo post proprio su Vendola – a fare nomi di improponibili e improbabili candidature vincenti per il PD tipo quella di Mauro Moretti, AD di Ferrovie dello Stato….
    Intanto lascio il link di un intervento di Vendola su Current che tempo fa ho visto su Sky:
    http://current.com/shows/senza-censura/92581342_nichi-vendola-parla-della-situazione-politica-italiana.htm
    Una buona giornata!

  7. Eh, Giovanni… condivido, ohinoi. Anche se ormai credo che il Pd non sia nemmeno più così “gigante” come lo dipingi…

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