Perché Fini sembra di sinistra (anzi, meglio)

Ci sono diversi passaggi, nel discorso di Gianfranco Fini a Mirabello, che starebbero bene in bocca a un leader del centrosinistra. Vecchia storia, quella del «compagno Fini», «l’unico a fare vera opposizione», come ripetono sottovoce i delusi del Pd che, anche se non lo voterebbero mai («un erede di Almirante, come si fa?»), restano ad ascoltarlo rapiti.

I motivi per cui Fini sembra di sinistra sono tanti.

Innanzi tutto, l’atto di plateale insubordinazione a Berlusconi, con tutti i dettagli di rito: dito puntato, muso duro, parole ferme.

E poi i temi. Nel discorso di Mirabello Fini ha parlato, fra l’altro:

(1) di lavoro precario, scuola e disoccupazione;

(2) di necessità di investire sulla cultura e sul welfare, un welfare che non si rivolga solo alle categorie disagiate (ammalati, disabili, anziani), ma sia a sostegno della famiglia (e qui io intendo «lavoro delle donne», ma lui purtroppo ha parlato di «famiglie monoreddito»);

(3) di giovani e fiducia nel futuro.

È chiaro: Fini si ispira alla destra tradizionale che condivide, come tutti sanno, questi temi col socialismo tradizionale.

E tuttavia, tornando all’attualità, il punto non sono i temi, ma il modo in cui vengono comunicati. E cioè: anche i leader del Pd (Bersani, Veltroni, Franceschini) parlano di lavoro precario, scuole, welfare, giovani e compagnia bella.

Ma la retorica del Pd è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, siamo con voi perché siamo come voi». Non credibile, detto da anzianotti (di mente, prima che anagrafe), che guadagnano un sacco di soldi al mese e hanno stili di vita totalmente diversi da quelli della gente a cui pretendono di assimilarsi.

La retorica di Fini invece è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, io sono con voi anche se non sono affatto come voi (per esempio io sto in Parlamento e voi no). Ma vi prometto che mi occuperò di voi come un buon padre di famiglia, perché è giusto farlo e perché sono abbastanza competente e affidabile per farlo».

In altre parole, Fini promette cose, mentre a sinistra si piange e ci si compiange assieme al pubblico. Inoltre, la promessa non suona ipocrita in partenza, perché non si fonda su una falsa assimilazione. Last but not least, è rassicurante, perché è comodo pensare che qualcun altro più capace e potente di noi si occupi di risolvere i nostri problemi. Non male, eh?

Ecco il passaggio «più a sinistra» del discorso di Mirabello:


34 risposte a “Perché Fini sembra di sinistra (anzi, meglio)

  1. Fini è affascinante, non c’è dubbio. E per quanto lui voglia farci dimenticare chi è stato e al fianco di chi ha esposto le proprie idee politiche, io non lo dimentico. La sua dialettica è affascinante: diretto, semplice. È quello che meglio di tutti ha interpretato il sentimento dei delusi del Pd che sono alla costante ricerca di una voce realmente fuori dal coro, di una voce contro.
    Vorrei che Fini non diventasse un compagno, ma un avversario leale con il quale sia possibile dialogare.

  2. In generale, Giovanna, cosa ti è sembrato del discorso? A me è sembrato che Fini abbia saputo tenere in un buon equlibrio ragione e passione (lui che viene sempre accusato di essere un animale a sangue freddo).

    E comunque, sentire uno che parla quasi un’ora e mezzo a braccio e non sbaglia un aggettivo o un condizionale, di questi tempi è sempre un gran piacere.

  3. D’accordo con te, donmo. Con un’accentuazione molto forte sul passionale… pur mai perdendo di lucidità. Nel complesso, è stato davvero bravo. E forse tornerò presto su altri aspetti del luuungo discorso. 🙂

  4. essere confortati nelle proprie impressioni da un’esperta è una soddisfazione 🙂

  5. “Ma come la destra e la sinistra? Ma in che senso scusa? Ma tu credi veramente che esista la destra e la sinistra? Ma non esiste la destra e la sinistra, sono cose che abbiamo inventato per la gente, per farla andare a votare! Ma certo! Perchè se la gente sa che non esiste la destra e non esiste la sinistra, esiste soltanto della gente che cerca di spartirsi il potere non ci va a votare!!! No? Ma che te frega, se gli diciamo questo stanno a casa col televisore a guardarsi la partita, non ci vanno a votare!”

    (cit. Guzzanti)

  6. Cosa vuol dire “essere di sinistra” o di “destra”, Giovanna? Non capisco. Credi forse che gli elettori abbiano un’idea di questa differenza, sempre che non sia solo un retaggio storico?
    Chiunque promette benessere ma nessuno è disposto a dire quale ceto vada spremuto a favore di altri. La politica consiste nel decidere la distribuzione delle risorse tra parti sociali. Oggi è una guerra di clan per il controllo delle risorse ma entrambi gli schieramenti dicono le stesse identiche cose, salvo qualche dettaglio come le coppie di fatto, le quota rosa o il registro più o meno scalmanato delle dichiarazioni. Poi la sinistra protegge gli interessi del proprio bacino elettorale composto in gran parte da dipendenti pubblici, professori, pensionati. La destra fa altrettanto.
    Sono tutti concordi che ci voglia l’aumento della produttività, il taglio degli sprechi, la diminuzione della pressione fiscale, l’aumento dell’occupazione, la modernizzazione delle infrastrutture, lo snellimento della burocrazia, la parità reddittuale femminile, la meritocrazia, la ricerca, etc. etc.
    Perché, Giovanna, non provi a fare un test a doppio cieco e ti prendi le dichiarazioni scritte degli interventi dei politici, ne ometti i nomi e poi indovini se chi parla sia di destra o di sinistra? Scommettiamo che avrai grossi problemi, anche da semiologa quale sei?

  7. Eh no, caro Zinn (e un po’ mi rivolgo anche a Salomanuel, che cita Guzzanti forse alludendo a una posizione analoga a quella di Zinn): a questo giochetto di negare la distinzione fra destra e sinistra non ci sto.

    Mi spiego: in realtà sono d’accordo che dire “destra” e “sinistra” non ha più senso eccetera, nei termini di Zinn. Diciamo che lo davo per scontato: si parla di questo da anni…

    Ma la distinzione appartiene – ancora! – al senso comune e in quanto tale orienta – ancora! – un bel po’ di voti, specie a sinistra. È questo il senso che ha il classico «votare turandosi il naso» di molti elettori del Pd, per esempio. O quello per cui molti delusi da Pd preferiscono astenersi, piuttosto che votare Fini: «uno di destra? maaai».

    Finché i concetti di destra e sinistra faranno parte del senso comune, prescinderne equivale a immaginare che gli elettori ragionino (e votino, o non votino) sulla base di sottili distinzioni storico-politico-economico-comunicative. Cosa che non è, ovviamente.

  8. Pingback: Perché Fini sembra di sinistra (anzi, meglio) « D I S . A M B …

  9. segnalo che stasera Fini sarà ospite di Mentana durante il Tg de La 7

  10. La miglior lettura del discorso di Mirabello letta sin qui. Che aggiungere?

  11. E allora, cara Giovanna, vuol dire che se è vero ciò che dici nessun votante potrà mai cambiare schieramento. Se l’elettore non riesce a distinguere un messaggio di destra da uno di sinistra se non già sapendo che chi parla è alla festa dei Ds o a quella di Futuro e libertà, se proviene dalla fiera dell’est di Rho o dalla diuresi di Fiuggi, allora voterà comunque per ciò che ha già votato e per chi appartiene a quella stessa area politica, pardon, aria di famiglia. Quindi che senso ha interrogarsi sullo stile comunicativo di uno o dell’altro, quando la distribuzione dei voti nell’urna non potrà mai vedere una quantità significativi di elettori di sinistra che voti a destra e viceversa? Chi decide è dunque l’indeciso. Che paradosso.
    Se la distinzione tra sinistra e destra appartiene al senso comune allora è già scritto che almeno per una generazione sarà impossibile che a sinistra si vinca le elezioni senza fare Brancaleone alle crociate, perché in Italia la sinistra non ha mai vinto senza prendere dimora in centro storico. Quindi con quale criterio la sinistra potrà drenare nuovi voti a destra? Forse aspettando la regolarizzazione degli immigrati o creando neo FGCI che li allevino da piccoli, investendo quindi su nuovi elettori che non hanno ancora preso i voti della loro investitura eterna?
    Fini è un politico professionista che, come ricordava Eco in un bell’articolo del Golem, è di destra perché in gioventù ha visto un film invece di un altro. Ma appunto l’argomento che il suo potrebbe essere un discorso di sinistra è la prova che il messaggio politico è diventato farsa perché non è più distingubile il serio dalla sua parodia.
    Al dunque – e lo chiedo a te Giovanna per trovare argomenti contrari ai miei, se ci riesci – votare a destra o a sinistra non incide minimamente sulla realizzabilità di un modello di società rispetto ad uno alternativo ma sancisce solo la preferenza, come detto da Zinn, di un clan rispetto ad un altro. In fondo è più onesto rendere esplicito l’opportunismo del proprio voto, no? Scegli quale clan ti è più vicino per appartenenza e vantaggio sociale e poi dai il tuo voto a chi ne occupa la dirigenza, senza darti pensiero se lo scranno è occupato da quello che fino ad allora era un incompatibile avversario. Vale la logica della tribù che primeggia: il nemico del mio nemico è un mio amico.
    Non è una casualità che l’espressione ” turarsi il naso” non fosse nata a sinistra ma nella mente destra di Montanelli che la propose per arginare la scalata elettorale del PCI di quegli anni. Va di moda l’alzheimer. Destra e sinistra restano comunque i braccioli della stessa sedia. Ma ci si siede al centro.

  12. Dice Ugo: «votare a destra o a sinistra non incide minimamente sulla realizzabilità di un modello di società rispetto ad uno alternativo ma sancisce solo la preferenza, come detto da Zinn, di un clan rispetto ad un altro.»

    Esatto.

    Dice sempre Ugo: «Chi decide è dunque l’indeciso. Che paradosso.»

    Non è un paradosso, ma una realtà. Non si dice solo su questo blog che, nelle democrazie cosiddette “mature” (mica solo in Italia), siano gli indecisi a decidere l’esito delle elezioni. È da quel dì che è così.

    E ancora: «Quindi che senso ha interrogarsi sullo stile comunicativo di uno o dell’altro, quando la distribuzione dei voti nell’urna non potrà mai vedere una quantità significativi di elettori di sinistra che voti a destra e viceversa?»

    Ha senso proprio per guadagnarsi gli indecisi, ohibò. Che non vuol dire che sono scemi: ci sono anche quelli, per carità. Ma ci sono anche tutti i “delusi da” che vanno ricollocati, pena l’astensionismo sempre maggiore. Altro fenomeno tipico delle democrazie “mature”.

    Poi naturalmente ci sono quelli che non li sposti. Specie in un «paese di vecchi», come l’Italia, cioè demograficamente anziano. Ma col Pd che abbiamo – ci scommetto – sono più quelli che fino ad anni fa votavano PdS-Ds e non hanno mai votato Pd, o l’hanno fatto solo una volta per sbaglio e ora sono disposti a muoversi, che quelli disposti a mollare Berlusconi nonostante la questione Noemi/escort/divorzio dalla moglie/tasse mai diminuite. Hanno votato, votano e voteranno Berlusconi anche nelle prossime elezioni. Turandosi il naso, appunto.

    Mentre il Pd – questo è certo – perderà ancora voti. A favore dell’astensionismo, della Lega o di Sinistra Ecologia e Libertà. E forse qualcuno voterà anche Fini, ci scommetto.

  13. Be’, grazie Marco D.

    La mia però non è una lettura del discorso di Mirabello, ma solo di qualche suo aspetto… 🙂

  14. Parole giuste, Giovanna, parole di chi studia la retorica politica e ne insegna i meccanismi. Però ho un’obiezione: se dobbiamo convincere gli indecisi a rientrare nel gioco, e allo stesso tempo vincere, è fondamentale essere Tartufi. Non ci si può entusiasmare per gli stili radicali, che fanno sempre bella figura con la loro coerenza dell’anacoreta. Vox clamantis in deserto. Non si possono nemmeno appoggiare i registri miti da ragioniere, perché non piacciono ad un pubblico che vuole essere affascinato anche dal tabaccaio che gli vidima la schedina del suo Enalotto.
    Se Fini ha sparigliato le carte a sinistra è perché ha fatto suoi temi che riguardano una modernità che non è più di sinistra né di destra ma è solo realtà di tutti i giorni, come le coppie di fatto, la fecondazione assistita o i tempi della cittadinanza e del suo voto. A sinistra si sono visti scippare gli argomenti e i dirigenti sono ancora persi a decifrare le mappe, consegnati alla lettura della bussola di chi ha imparato solo a dire il contrario del Nord dell’avversario, e se la direzione è comune ecco che si smarriscono nel labirinto del loro senso unico.
    Vediamo, chi potrebbe far vincere le elezioni alla sinistra? Chiunque esso sia dovrà mentire parecchio. Ora, l’indeciso è nella migliore delle ipotesi un ignorante, nella peggiore un menefreghista. Un registro che conquisti il suo voto non può che deludere chi dal politico desideri chiarezza e concretezza; guadagni l’indeciso ma ne crei subito dopo un altro che deciso credeva di esserlo e non è facile contare nel pallottolliere quanti ne perdi e quanti ne guadagni. È stata la scommessa (persa) di Veltroni: vai alla conquista del centro e perdi la periferia. Poi provi a riconquistare l’hinterland radicale ma il moderato non ti crede più.
    Se non hai da mettere sul tavolo novità epocali come la pelle di Obama, valori quindi così forti da andare aldilà del proprio calcolo elettorale e capaci di unire, si badi, per una sola volta, elettori di ambo gli schieramenti, a cosa ti appelli? Se un’arringa perfetta fosse messa in bocca a Bersani, sarebbe più appetibile? Non credo. Diremo che l’uomo è già bruciato, anzi, lo è quella classe dirigente.
    Ma Giovanna, la sinistra è costituita prevalentemente da leadership inette? No, la loro totale mancanza di carisma non è che l’onestà di lasciarsi guardare nella loro impotenza, il difetto di far capire all’elettore che quei cambiamenti rivoluzionari, quelle ristrutturazioni efficienti, nessun politico potrà mai metterle in cantiere per mandato elettorale, fuori dalla violenza dei cambiamenti della Storia. Lo loro è l’impotenza del ruolo; poi, ma secondariamente, della persona. Il Fassino che esultava per la speranza di avere una banca per il suo partito faceva tenerezza perché dell’entusiasmo non traspariva la rapacità del potere ma il disagio di anni senza portafoglio, di chi promette all’elettore di giorno sapendo che dovrà chiedere il permesso all’usuraio di notte.
    Fini ha successo perché ha dosato attentamente la sua presenza in tv in questi anni, non si è lasciato trascinare nella cagnara dei Porta a Porta quotidiani, non ha concesso dignità di replica ai tanti argomenti alla Gasparri. Piace perché il suo buon senso è scandito con la fermezza di quell’accento bolognese che si tradisce sulle e vocaliche, e sembra credibile perché è braccato dai suoi stessi sodali, perché se non è Dantès e non fa Rosselli di cognome è comunque stato bersaglio di una congiura. Ha gioco facile a citare Stalin, attacca i comunisti e se ne fa vittima per metodo.

    Vincere le elezioni può essere il traguardo più importante, e scusa se vado off topic, ma perché entusiasmarsi per proposte politiche che in parlamento avrebbero esiti così simili quanto inutili? Se vogliamo giocare al gioco del cinismo meglio aspettare che la situazione degeneri, il conflitto sociale si acuisca, la povertà aumenti. Meglio cavalcare quell’insoddisfazione violenta, attenderla e fomentarla, perchè solo allora il prezzo politico di un ridisegno sociale apparirà se non gradito almeno accettabile. Credo che i problemi delle società contemporanee nascano della mancanza ciclica di guerre al loro interno, da sempre efficienti strumenti per fare restauri e cambiare personale. Certo, si può morire a Sant’Elena senza essere Napoleone, ma non si può essere Napoleone senza la Rivoluzione francese. Come tutti dovrebbero sapere, alle rivoluzioni segue sempre un bonapartismo e infine una restaurazione. Quale ricetta da mulino bianco mi viene proposta per risolvere i problemi della struttura sociale italiana? Io voglio gli argomenti, non lo stile, non il carisma, non la seduzione né il sogno. Sono forse l’unico a non essere scalfibile nelle proprie decisioni da questi parametri? Perché al netto del fascino dell’uno o dell’altro politico, le soluzioni proposte non sono distinguibili da quelle del mio cane.

  15. Si vota per tradizione, per il partito (o partiti suoi discendenti) che si è sempre votato, magari quello che votavano i propri genitori, presumendo che rappresenti i propri valori, quelli della classe o universo socio-culturale in cui ci si riconosce.
    Oppure si vota il partito che si ritiene promuova meglio i propri interessi.
    I due criteri possono combinarsi. Entrambi sono soggetti a errori e inganni.
    In Italia si vota molto per tradizione (risulta da buone ricerche). Si vota PD perché discende dal PCI, quindi è di ‘sinistra’. Si vota Berlusconi perché ce l’ha coi comunisti, quindi è di ‘destra’. Essendoci molti nuovi partiti, si ricostruiscono le genealogie e ci si orienta in base a quelle. ‘Destra’ e ‘sinistra’ sono etichette che alludono a queste genealogie e corrispondono molto vagamente o non corrispondono affatto ai contenuti dei vari partiti attuali.
    Fini fa appello a valori che richiamano un mix di tradizioni e etichette. E’ vago sugli interessi che potrebbe difendere – ma se fossi un dipendente statale improduttivo mi sentirei rassicurato da Fini.
    Degli interessi di medio e lungo periodo, non parla quasi nessuno, fra i leader politici attuali. Fanno un po’ eccezione i ministri seriamente riformisti degli ultimi due governi, ieri Bersani e Visco, oggi Gelmini e Brunetta, nonché i pochi che fanno discorsi precisi sul federalismo fiscale.
    Può emergere in Italia un leader che faccia appello non ad antichi e vaghi aromi (come Fini o Vendola) ma a nuovi contenuti, precisi e di ampio respiro?
    E che stile di comunicazione potrebbe adottare per farcela? Stile Barack Obama o Margaret Thatcher (per chi se la ricorda)?

  16. Devo correggermi su un punto.
    Non credo che si voti Berlusconi principalmente per tradizione anticomunista, come si poteva capire da una mia frase. Forse invece lo si vota principalmente nel proprio (presunto) interesse.
    Il voto per tradizione credo sia soprattutto ‘a sinistra’.

  17. @Fabrizio Bercelli
    L’elettore vota con la testa al portafoglio. L’anticomunismo è un valore dominante nell’elettore berlusconiano, perché il pensiero di sinistra si associa all’idea di controlli fiscali, non graditi da nessuno degli elettori di centrodestra. Sono i giornalisti che dovendo fare articoli e scrivere libri poi ci raccontano che il sorriso di Tizio ha pesato sull’elezioni più della camicia di Caio. Non voglio sembrare provocatorio in un sito che con competenza analizza la comunicazione. Però fossi in Giovanna sottolineerei più spesso che la persuasione non sposta le montagne.
    @Giovanna
    La mia scommessa rimane valida. È sempre possibile indentificare dal testo se chi parla è di sinistra o di destra? Qualora la risposta fosse negativa significa che la comunicazione è diventata un vaniloquio. Un professionista che venga pagato per far vincere le elezioni potrà anche entusiasmarsi nel confezionare un vestito seducente su un corpo fantasmatico ma chi si trova nei panni dell’elettore cosa guadagna a

  18. @Fabrizio Bercelli
    L’elettore vota con la testa al portafoglio. L’anticomunismo è un valore dominante nell’elettore berlusconiano, perché il pensiero di sinistra si associa all’idea di controlli fiscali, non graditi da nessuno degli elettori di centrodestra. Sono i giornalisti che dovendo fare articoli e scrivere libri poi ci raccontano che il sorriso di Tizio ha pesato sull’elezioni più della camicia di Caio. Non voglio sembrare provocatorio in un sito che con competenza analizza la comunicazione. Però fossi in Giovanna sottolineerei più spesso che la persuasione non sposta le montagne.
    @Giovanna
    La mia scommessa rimane valida. È sempre possibile indentificare dal testo se chi parla è di sinistra o di destra? Qualora la risposta fosse negativa significa che la comunicazione è diventata un vaniloquio. Un professionista che venga pagato per far vincere le elezioni potrà anche entusiasmarsi nel confezionare un vestito seducente su un corpo fantasmatico ma chi si trova nei panni dell’elettore cosa guadagna da questo spettacolo non lo so.

  19. Al Tg La 7 di Mentana ha fatto il bis: un mix perfettamente equilibrato di ragione e passione (forse con un quid in più di quest’ultima rispetto a Mirabello). Sarà che ha me è un mix che va particolarmente a genio, ma mi è sembrato particolarmente efficace.

  20. @ zinn.
    Concordo al 60%.
    Il restante 40% (forse in Italia attualmente anche assai di più) è questo: ci sono molte persone indecise, come ricordato da Giovanna, e su queste la persuasione è efficace. Fra gli indecisi, molti sono incerti riguardo a che cosa sia nel loro interesse, sono incerti fra quel che gli conviene nel breve e nel medio periodo, e fra interessi e valori – che sono poi gli interessi nel lunghissimo periodo.
    Perciò la persuasione conta e le analisi di Giovanna sono preziose. 🙂

  21. Siete certi che Fini abbia nel mirino gli indecisi? A me pare abbia gettato le reti nel pescoso mare dell’astensionismo. Non ricordo le esatte percentuali delle ultime elezioni, ma il fronte astensionista risultava essere tra i primi partiti, decisione quella del rifiuto del voto che ha assunto un valore politico poco recepito.
    Il forte accento sulla revisione della spesa pubblica a favore di politiche sociali ed investimenti per i giovani mi pare vadano a cogliere i favori di chi estromesso dal lavoro o impossibilitato ad entrarvi ha espresso la propria incazzatura non dando consenso elettorale a tutta la politica italiana, ma che se ben sollecitato potrebbe essere persuaso a votare prescindendo da valutazioni ideologiche, quindi le analisi di Giovanna sono preziose 🙂

  22. Riporto il parere di un lettore dal blog di Beppe Severgnini (oggi 8 sett. 2010) sul Corriere on line. Mi sembra colga un punto importante a livello di comunicazione.
    “Caro Beppe,
    ci sono e saranno molte reazioni alle parole di Fini, di consenso e dissenso, da ex alleati e dalla opposizione. Non voglio entrare nel merito di cosa abbia detto e non mi interessa aggiungere la mia opinione alle centinaia più autorevoli della mia che leggeremo in questi giorni. Premessa: non ho mai votato per Fini. Tuttavia è evidente quanto Fini abbia il pregio di saper comunicare e di essere chiaro, sappia spiegare le sue posizioni e le sue idee. Altri o non sanno parlare (molti) oppure dicono slogan o si rivolgono agli italiani con poca considerazione e rispetto. Domenica abbiamo sentito un leader parlare da leader e ripeto non è il «mio» leader. Ma saper riconoscere che dopo anni si affaccia all’orizzonte un politico di spessore, mi auguro che abbia l’effetto di elevare i toni della politica e di portare sullo stesso piano dialettico e intellettuale tutti gli schieramenti.
    Andremo a votare o non andremo a votare? Non so, ma mi piacerebbe che il confronto fosse politico e democratico senza la demagogia del berlusconismo e dell’antiberlusconismo. Siamo ostaggio dei Capezzone e dei Di Pietro, dei Feltri e dei Travaglio ma Fini, e spero presto altri, dimostra come ci si possa sottrarre a questa logica. Chiarezza, passione, dialettica, logica, buon senso e senso dello Stato. Non mi sembra troppo, ma il minimo sindacale per far politica.”

  23. @Claudio
    L’astensionismo rappresenta il “partito” con più voti, in ogni sistema democatico occidentale, e basta prendere le percentuali dei votanti rispetto agli aventi diritto per dedurre questo dato. Ma l’astensionista ricade comunque all’interno della categoria dell’indeciso perché se alle urne anche la scheda bianca ha valore politico di protesta non l’ha certo l’astensione, che va invece inquadrata come rigetto delle istituzioni o del dispositivo elettorale, sebbene in molti tendano a interpretare erroneamente la latitanza elettorale come fenomeno di protesta e non di ignavia. Argomento capzioso abusato nei referundum, dove il quorum non raggiunto viene contabilizzato come un no all’abrogazione di legge.
    Che l’indeciso poi finisca per decidere (l’esito elettorale, orientando i messaggi politici al ribasso) resta un gioco di parole che però la dice lunga sulla natura dei sedicenti sistemi democratici, ma tant’è.
    Comunque sia, la lettera a Severgnini riportata da Bercelli ci dice chiaramente che l’elettore non capisce un tubo e si appassiona al personaggio, incapace di sottrarsi ai meccanismi retorici della seduzione e qui gli interventi di Giovanna non fanno una grinza.
    Ci sarà passione e senso dello Stato nel discorso di Fini, ma non c’è molta chiarezza, non c’è dialettica, non c’è logica. Dove lui dice in codice “patto generazionale”, la traduzione è taglio a qualche categoria, ma quale? I padri? I nonni? E con che criterio? Dove lui dice “aiuti alla famiglia” io rispondo, quale? E preferita a chi, che dovrà supplire con le sue risorse all’aiuto dato all’altra? Quando lui dice “flessibilità con buste paghe più pesanti” io mi chiedo: tassando chi? Perchè all’inizio dell’intervento puntella sull’abbassamento generalizzato delle tasse, promesso ma non mantenuto – e denunciato con la verginità di chi fosse all’opposizione, non al governo; perché si pone l’interrogativo se non sia venuto il momento di ripensare il Wellfare tradizionale degli anziani, degli ammalati e dei disabili, a favore di una modernità incentrata sulla famiglia. È un OR o un AND la sua proposta? Perché il Fini ha alluso all’AND ma, conscio dell’inconsistenza della botte piena e della moglie ubriaca, è sembrato prospettare l’OR.
    C’è logica in questo intervento, ma nel senso di giustapposizione di enunciati presi singolarmente. Messi insieme sono contraddittori. Ma l’elettore se ne accorge? O ritiene valido chi gli dice ciò che vuol sentire? Io non discuto l’analisi comunicativa di Giovanna, la prendo invece per quel che è: la denuncia di un elettore tecnicamente stupido.

  24. @ ugo.
    D’accordo, gli accenni di Fini a che cosa debba fare il governo sono vaghi e contraddittori. Secondo me, per quel che vale, vanno quasi tutti nella direzione sbagliata.
    Però molte cose sono dette in modo chiaro e netto, in buon italiano. Mancano insulti e volgarità, anzi i personaggi menzionati (Berlusconi, Bossi) sono trattati con rispetto. Anche questo consente a Fini di rendere credibile una serietà e dignità che riesce a manifestate con buon lessico, buona sintassi, voce ferma e composta, emotività intensa ma ben contenuta.
    E’ quello che troviamo normalmente nei leader politici di altri paesi, raramente in Italia. Per questo dice bene il lettore di Severgnini: è un buon esempio di stile per i politici italiani.
    Certo, si può fare assai meglio. Ma lo stile di Fini è già su standard accettabili, e purtroppo nella sua modestia svetta rispetto a quello di molti altri.

  25. Analisi perfetta, che ha messo in testo quegli aspetti a cui non riuscivo a dare una forma. Complimenti!

    Non trovo invece alcuna modestia nel discorso. Nonostante “l’andazzo generale” tutto appare, e sottolineo appare perché si tratterà di vedere se le proposte saranno poste in essere, politico nel senso buono del termine.

    La “flessibilità con buste paga più pesanti” non dovrebbe essere a carico dei contribuenti ma delle imprese forse.

    Fini raccoglierà un bel po’ di delusi della finta sinistra moderata se proverà col terzo polo.
    Il posizionamento politico è ancora un po’ funambolico ma si riprenderà, probabilmente facendo come Di Pietro alle elezioni. Col pd per provare a vincere. Poi, separati in casa. Per conservare la base dovrebbe stare a destra, ma visto come lo silurano gente come Storace e Santanchè potrebbe anche optare per lo smarcamento.

    Ma per non uscire off-topic forse è meglio ritornare a leggere quello che l’analisi ha mostrato: che un elettore pd non si sente affatto confortato da un partito piagnone che gli dice “sono come te”, fa ridere.

  26. @Fabrizio Bercelli
    Lo stile di Fini? Il migliore a livello italiano, senza dubbio. Il punto è tuttavia se le valutazioni su politiche economiche alternative tra loro, opzioni infrastrutturali, modelli di distribuzione delle risorse, criteri di welfare, debbano accontentarsi di preferire un congiuntivo ben coniugato o la sicurezza dell’eloquio. Si premia l’attore, lo si sa dai tempi di Kennedy o Nixon. Ma non capisco che gioco facciano gli intellettuali d’ogni ordine e grado: da un alto dipingono un elettore in preda a passioni e sentimenti più simili a quelli del fan di qualche cantante famoso, affrescano il rito democratico per il teatrino che è. Poi, se incalzati a prendere atto della infinita pochezza della posta in gioco, della intercambiabilità dei leaders d’opposte fazioni, perché intercambiabili sono i loro programmi, si rifugiano dietro la loro professionalità e si rifiutano di dare dell’imbecille a chi dia il voto seguendo questi parametri emozionali. Salvo poi lagnarsi in altre occasioni. Un po’ come il pubblicitario, che contribuisce a creare la stupidità di cui poi si lamenta nel momento in cui gli è preferito lo spot di un’altra agenzia.
    Non si può richiedere al leader di essere un Marco Antonio e poi amareggiarsi perché la Repubblica è finita. Si può dire che Fini attrae per questa e quell’altra categoria, spiegarne l’efficacia delle figure retoriche e dell’elocutio, ma poi occorre aggiungere “ahimè”, e far sì che la vivisezione del meccanismo di un sentimento suscitato funzioni come antidoto.
    Bersani non è seducente ma siete sicuri che l’alternativa che immagina chi lo critica sia realizzabile e non si risolva nella consolazione di sentir parlar bene un bel tipo per un’intera legislatura? Prodi era un uomo di argomenti chiari, dalla linea precisa, immerso in una negoziazione difficilissima all’interno della sua coalizione. Interpetava nella sostanza il massimo del ruolo a lui concesso. Ma non aveva l’appeal dell’uomo aitante, non proponeva la Parusia, non scaldava l’animo dei delusi. Trovate un uomo che abbia queste caratteristiche: forse vincerà le elezioni ma porterà nuove delusioni date dall’irrealizzabilità dei sogni promessi. Vincere a queste condizioni? A che pro dal punto di vista di un cittadino che non abbia da avere o conservar favori dal clan per cui va a votare?

  27. @ Ugo
    Come ho detto di striscio, disapprovo i contenuti del discorso di Fini. Peraltro ci vedo ben poche differenze rispetto alle proposte del PD. Di ‘sinistra’ o di ‘destra’ che siano, sono sbagliate.
    Non argomento al riguardo perché non mi sembra questa la sede. Ultimo di troppi miei interventi sul tema, che mi appassiona.

  28. Troppa carne sul fuoco…. dov’era G. Fini quando venne approvata la legge Biagi senza che venisse neanche poco poco ritoccato il sistema del Welfare italiano che-più-farraginoso-non-ce-n’è? Dov’era Fini quando veniva approvata la Bossi-Fini? E poi si dice che in Italia gli stranieri servono per l’aumento della produtttività?
    Poi terzo punto, l’analisi di Giovanna Cosenza – impeccabile dal punto di vista degli aspetti comunicativi- va integrata con una seria considerazione storico-sociale della fondamentale lacerazione del Paese tra Nord e Sud: al Sud la criminalità organizzata è integrata alle strutture politiche, al Nord si vota per tradizione e interessi anche solo percepiti.. peccato che il PD sia fatto di D’Alema, Bersani, Cevenini..et cetera…
    Buona serata a tuttI!

  29. Pingback: Il fascino "sinistro" della destra finiana - Pagina 5 - Politica in Rete Forum

  30. Ugo scrive:
    “[…]Fini è un politico professionista che, come ricordava Eco in un bell’articolo del Golem, è di destra perché in gioventù ha visto un film invece di un altro”

    « Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva John Wayne, tutto qui. Arrivato al cinema, beccai spintoni, sputi, calci, strilli perché gli estremisti rossi non volevano farci entrare. E così per reagire a tanta arroganza andai a curiosare nella sede cittadina della Giovane Italia. »

    (Gianfranco Fini, da un’intervista del 9 ottobre 2004, Alessandra Longo, La Repubblica)

    @Giovanna
    Ma alle urne chi voterebbe Fini? I delusi di sinistra no perché come dici tu non darebbero mai il voto a uno di destra anche se li affascina. Non l’estrema destra o la destra tradizionale che si vedono già rappresentate in parlamento da altri partiti. I cattolici che votano PDL neanche, perché Fini è troppo a sinistra con le sue posizioni sull’aborto, il testamento biologico, le coppie di fatto. Nemmeno i conservatori laici più moderati, il vecchio ceto liberale, che non credo gradiscano le aperture politiche agli immigrati. Non il teledipendente filoberlusconiano e non chi è residente al Nord e vuole il federalismo per pagare meno tasse. Avrebbe i voti di una parte del sud per il suo antifederalismo ma con le sue modernità piace a chi non lo voterebbe mai e non piace a chi potrebbe votarlo.
    Fini ha funzionato perché è piaciuto a te, ha detto quello che vorresti sentire in bocca alla dirigenza PD. Ma non vinci neanche così, professoressa Cosenza. Il deluso di sinistra che non sia un ciula non torna alle urne per un tipo che dice le solite promesse e fa il padre paternalista. C’è una classe dirigente che viene valutata non solo il singolo speaker. Altrimenti immagini che questi trucchetti funzionino con tutto l’elettorato, anche quello colto che non vota più e che potrebbe essere l’ago della bilancia. Lo so che tu insegni comunicazione e che questo blog verte su questo ma il PD non ha un problema di comunicazione. Piuttosto ha nulla da comunicare. Io credo che un bravo comunicatore serva a vendere un prodotto che ha qualche pregio mentre vendere quello che non c’è è fraudolento. La penso un po’ come Bercelli e un po’ come Ugo. La sinistra non promette perché non può mantenere nulla di ciò che dice un Vendola, tanto per restare all’attualità. Fini non è credibile, lo sembra solo. Come fai a dire che ha rapito l’elettore di sinistra senza esprimere un discorso molto soggettivo e molto qualitativo che tiene nel mondo giornalistico ma non ha fondamento nemmeno nella realtà dei sondaggi?

  31. Un post e una discussione molto interessanti!
    Vorrei contribuire al dibattito segnalando un’analisi del discorso che contiene anche la ‘tag cloud’ delle parole più usate nel discorso da Fini.

    http://gianlucagiansante.com/2010/09/07/fini-un-linguaggio-politico-dal-tono-esoterico/

    Con il suo discorso Fini ha mostrato da una parte la sua forza (essere l’unico rappresentante credibile di una destra sociale ed europea) dall’altra i suoi limiti (la palese incapacità di porsi come leader che conquista il voto di opinione). In sintesi: un ottimo numero 2, un pessimo numero 1.

  32. Sebbene il post sia dedicato al linguaggio di un Fini che piace a sinistra, vorrei condividere con i lettori del blog qualche corollario sulla comunicazione politica sperando di arrivare a punti fermi. Sono gradite le critiche e gli interventi.
    Nel migliore dei mondi possibili il sistema di votazione e rappresentanza ideale sarebbe il proporzionale perfetto, dispositivo dove ogni ogni proposta politica trova la sua espressione e restituisce una realistica proporzione parlamentare dei suoi cittadini votanti (lungi da noi considerarne qui i problemi reali, la ingovernabilità data dalle infinite alleanze, etc.).
    La comunicazione politica in un sistema proporzionale perfetto avrebbe tutto il vantaggio nel differenziare la propria offerta da quella degli altri partiti. Per differenziare occorre fare distinzioni, specificare. Perciò il registro tenderebbe alla consistenza, che è il contrario della contraddizione. Un sistema del genere non dovrebbe porporsi come risolutore di questioni globali ma solo onesto difensore dei propri specifici elettori e dei loro interessi. Un partito politico diverrebbe perciò l’esplicita espressione numerica di una corporazione. Il parlamento sarebbe la rappresentazione di una proporzione matematica del sistema economico della nazione, l’insieme degli egoismi che motiva i singoli voti avrebbe il vantaggio di portare al governo l’insieme di coorporazioni numericamente più consistenti. Avrebbe il pregio di fare la politica della maggioranza delle persone promuovendo il loro interesse economico. Si otterrebbe quindi una politica di redistribuzione delle risorse a favore della maggioranza, in un equilibrio dinamico tra le coorporazioni dominanti di oggi e quelle di domani. Le minoranze vedrebbero sacrificati i loro vantaggi e la società tenderebbe a una generale uniformità economica di lungo periodo.
    Non è automatico che l’uniformità economica porti ad una infausta uniformità comportamentale ma conosciamo il peso di questa obiezione.
    Cosa è andato storto in questo racconto?
    Per ottenere una simile efficace rappresentatività, il cittadino dovrebbe possedere la capacità di riconoscere il proprio ruolo produttivo all’interno della società votando per la proposta politica che più favorisce il suo ceto. Ma la società si propone come liquida e non fornisce i criteri di riconoscibilità al lavoratore di turno. Nasce il dilemma contemporaneo: dobbiamo votare come il cittadino consumatore che scelga la proposta politica più aderente all’idiosincratico paniere di beni e servizi che predilige; o dobbiamo votare vestendo i panni del produttore e appoggiare la politica che migliori il proprio reddito e il ruolo sociale?
    Deciso quale dei due corni del dilemma rivesta più importanza per noi, ne risulteranno fatalmente scelte in dissonanza cognitiva, perché la complessità ela velocità del sistema è tale da non poter determinare predittivamente se non a grandi linee il paniere di un consumatore in funzione del suo ruolo produttivo. Si può essere grandi viaggiatori, magari usando le low cost, si può comprare una vettura di lusso, sebbene a rate, si può mangiare all’enoteca Pinchiorri, ma non tutti i giorni. Tutte scelte che un economista vecchio stile avrebbe associato al censo superiore unendo con un solo tratto di penna tipo di lavoro, reddito, consumo. Oggi non ci sono più le classi, si è detto. Chiariamolo: non è che non ci siano le classi, è che la dialettica triadica operaio(proletariato)-impiegato(ceto medio)-padrone (ceto borghese) si è ibridata alla funzione di consumo generando un numero inclassificabile di specie, infertili se si tenti di unificarle sotto l’egida di una quantità finita di partiti che le rappresentino.
    I sistemi maggioritari hanno dovuto così riprogettare il concetto di rappresentatività del proporzionale, che poteva scegliere di fondarsi sulle istanze produttive o configurarsi come portatore di quelle consumistiche.
    Nel formulare la propria proposta la comunicazione politica non deve più sottostare a quello che, almeno formalmente, un sistema proporzionale deve e può chiarire (si badi che anche i sistemi tecnicamente proporzionali, francese o tedesco, si comportano comunque come maggioritari nell’organizzare la proposta politica. La cartina di Tornasole di questa interpretazione consiste nel verificare la presenza di un numero limitato di grandi partiti – che poi ovviamente intercettano istanze multiple. A ragione un giurista di sistemi costituzionali non concorderebbe con questa semplificazione ma qui il punto da sottolineare è un altro).
    Il suo portavoce, di qualunque colore politico sia, non dice: “io tutelerò te invece dell’altro”. Non mette in gioco congiunzioni avversative. Non può farlo e proprio perché il maggioritario non demanda al parlamento, dopo il voto, la creazione del governo in base alla vicinanza tra partiti, vicinanza quindi tra interessi e produttività del cittadino. Per controllare la governabilità in caso di vittoria un partito decide di avocare a sé, preventivamente, ciò che sarebbe il risultato delle alleanze politiche dopo il voto. Pertanto la persuasione elettorale non si organizza per favorire esplicitamente qualcuno ma per favorire preferibilmente tutti. Naturalmente non è certo così nei fatti né nelle intenzioni. Ma dovendo attrarre macro porzioni sociali costituite da una miriade di professioni e ruoli sociali i cui interessi contrastano l’un con l’altro si elabora, si perfeziona direi, una retorica persuasiva della giustapposizione e dell’ambiguità. Se si mira a ottenere qualche decina di punti percentuali si dovrà sfumare il discorso di modo che e il precario che ascolta il comizio e l’imprenditore che gli sta accanto non si vedano in contrasto e accettino come credibile la rappresentatività di una persona che alluda al tassare l’investitore per assumere il precario e allo stesso tempo ventili l’abbassamento delle tasse e la flessiblità a favore delle imprese. Di cento frasi che non siano legate da congiunzioni avversative tra loro, ognuno può tenere per sé ciò che gli è piaciuto. Lo stile è assertivo nelle proposte non mutualmente esclusive, dove non si rischia e allusivo nelle oppositive e nelle alternative.
    Idealmente è possibile progettare un discorso persuasivo che sia gradito da tutti, ma occorre che sia logicamente inconsistente. Le proposte dei partiti radicali invece si basano sulla esplicitazione degli enunciati, e spesso seducono per questa ritrovata chiarezza, ma sono condannate a delineare una rappresentatività di interessi e cittadini più precisa e quindi a non sedurre che quelli.
    La differenza tra la retorica dei partiti radicali (d’abitudine proporzionali nel metodo sebbene condannati all’opposizione di chi non riesce anche linguisticamente a parlare la lingua del compromesso delle alleanze) e partiti a vocazione maggioritaria consiste nella natura della loro inconsistenza. Il testo radicale non è obbligatoriamente inconsistente, può avere coerenza interna e non presentare contraddizioni. È intensionalmente un testo credibile. I suoi problemi nascono quando entra in scena la realtà e l’inconsistenza si fa fallacia.
    D’altro canto il partito maggioritario parla già in modo contraddittorio all’interno del proprio testo, senza bisogno di cercare l’estensionalità. Il suo discorso non vuole assolutamente delineare nuovi termini, nuove semantiche per le attuali categorie sociali, perché altrimenti fornirebbe ai cittadini il criterio di riconoscibilità che serve loro per decidere in base ai loro interessi, e si vedrebbe scippato della possibilità di promettere al guerrafondaio le bombe e al pacifista le barelle, sotto lo stesso ombrello.
    Ecco, direi che l’elettore compie l’errore di voler vedere applicata la retorica del primo tipo ai partiti del secondo.

  33. ps Pardon, sistema proporzionale spagnolo. La Francia è maggioritaria a doppio turno.

  34. Il discorso è interessante e come leader è stato molto bravo, ma politicamente non è accettabile… Il fatto che dica tutte queste cose solo adesso dimostra che è stato con Berlusconi per 16 anni per opportunismo votando consapevolmente tutte le leggi-vergogna del mondo!
    Poi a me sa che Fini mira non solo a riprendersi un pò dell’elettorato di AN ma anche a portarne via a sinistra, data la debolezza del PD &Co, visto che come ha detto una volta la Guzzanti imitando la Finocchiaro “Ma di questi tempi anche se dici passami il sale ci puoi portare via dei voti…”

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