Il linguaggio di Vendola (4)

Lunedì sera ho sentito su Radio 24 un’intervista a Vendola condotta in tandem da Giuseppe Cruciani e Luca Telese durante la trasmissione «La zanzara», che includeva un botta e risposta con le Iene.

Devo dire che la forma breve a Vendola giova, lo aiuta cioè a eliminare un po’ delle circonlocuzioni e espressioni dotte a cui è abituato. Il che è un bene, se lo immaginiamo come un possibile candidato per il centrosinistra nazionale, visto che dovrà scontrarsi con l’estrema semplificazione linguistica a cui da anni ci ha abituati il centrodestra (ne avevamo parlato in Il linguaggio di Vendola (1) e Il linguaggio di Vendola (2)).

Ciò nonostante, bisogna fare ancora pulizia. Pesco qua e là nei circa 15 minuti di conversazione.

Definisce il machismo come «l’elaborazione dell’angoscia dell’impotenza che il genere maschile si porta dalla notte dei tempi». Io capisco cosa vuol dire (e ci sorrido pure). Molti lettori di questo blog sicuramente fanno lo stesso, ma quanti altri? Poi parla di «famiglia sacralizzata con tutti gli ingredienti necessari e ostaggio di dinamiche di violenza», di necessità di «stigmatizzare la violenza» e di «strumentalizzazione consumistica»: parole ricercate (sacralizzata, stigmatizzare) o troppo astratte (strumentalizzazione consumistica).

A un certo punto entra in questioni tecniche sull’ambiente, gli viene concesso qualche minuto in più e allora si scatena: «mi pareva che il sole e il vento fossero ingredienti centrali della letteratura ambientalista» (= il sole e il vento sono fondamentali per l’ambiente); «abbiamo determinato un incremento occupazionale notevole in questo settore» (= abbiamo aumentato i posti di lavoro); «quella che io chiamo autoproduzione per l’autoconsumo di energia» (no comment).

È vero che, come dice lui, le «questioni di grande complessità richiedono conoscenza, attenzione e non un dibattito sterotipato e a volte violento», ma la quadratura del cerchio che spetta a un politico colto e intelligente – che per giunta si vuole di sinistra – è proprio spiegare la complessità in parole elementari, che anche le persone meno alfabetizzate possano capire al volo e ricordare facilmente.

Bene invece il suo continuo appello alle emozioni, a ciò che lui sente in prima persona, anche con riferimenti all’infanzia («quand’ero bambino»). Ne avevo già parlato in «Il linguaggio di Vendola (3)».

Perché qualcuno non lo aiuta a ripulire la lingua che usa, pur conservandone l’indubbio potere evocativo?

Perché nessuno gli spiega che, se non lo fa, rischia di prendere solo i voti di una manciata di intellettuali delusi dal Pd?

Ecco la mia registrazione dell’intervista (dura 14′ e qualcosa):

Per il podcast dell’intera puntata de «La zanzara» del 20 settembre 2010, clicca QUI.


9 risposte a “Il linguaggio di Vendola (4)

  1. ho visto l’intervista alle Iene, non ancora ascoltato quella a “La Zanzara”, invece. Nella prima ho notato una cosa, ma non so se è una mia impressione: un aumento, rispetto ad altre interviste, del *ma anche* di uolteriana memoria. Ovviamente, da oratore attento com’è, non usa mai il *ma anche* direttamente, ma il senso è quello. Chissà se altri hanno avuto la stessa impressione?

  2. Cara Giovanna, l’analisi effettuata è giusta e corretta, sono però in disaccordo con le conclusioni. Paradossalmente, e te lo dico da testimone visto che sono pugliese, Vendola ha riscosso consensi proprio per la bellezza della sua retorica anche se fine a se stessa. La sua strategia comunicativa è stata vincente in Puglia per ben due volte proprio perché la maggior parte delle persone non capiva niente, ma in compenso proprio per questo, appariva a tutti colto e capace di agire differenziandosi perciò dai politici che fino a quel momento avevano calcato la scena pugliese.
    Il problema adesso è un altro, nella remota ipotesi che sia il candidato nazionale della sinistra, non so come andrebbero le cose. Magari nel sud si ricreerebbe lo stesso effetto, ma non so quanto possa funzionare nel centro e nord Italia.

  3. In linea di principio lei ha ragione e certo vorrei anche io che Vendola facesse il possibile e l’impossibile per guadagnare il consenso nel paese. Però, da laureata in lettere, posso dire una cosa che suonerà utopica e impopolare? Perché dobbiamo sempre rinunciare alle parole difficili e altisonanti? Perché invece non si può sognare di INSEGNARE quelle parole a chi – spesso non per colpa sua – non le sa? Perché un buon leader democratico non dovrebbe portare al popolo anche la cultura della retorica ben praticata (e non, come fa Bersani, il burocratese alla don Abbondio)? A volte mi sembra davvero che si stia sottovalutando la gente comune e abbassando sempre più il livello della comunicazione in un rischioso gioco al ribasso con i toni della Lega. Dalle mie parti organizzano da molti anni ormai sia un bel Festival della Filosofia sia un interessante Festival della Poesia: e la gente comune, quella della strada e dei cortili, va a sentire recital di Leopardi o discussioni filosofiche! Se si offrono le occasioni, la gente le sa cogliere! Facciamo così anche con le discussioni politiche!

  4. p.s. sono molto daccordo con l’intervento di Califfo marinese, che non avevo letto prima di postare il mio perché non compariva ancora…

  5. Credo che sia Giovanna che Tinni (anch’io laureata in lettere!) abbiano ragione. Il principio di realtà ci suggerisce un deciso abbassamento di registro se non vogliamo, come scrive Giovanna, che Vendola prenda solo “i voti di una manciata di intellettuali delusi dal PD.”
    D’altra parte il rischio del “gioco al ribasso”, come scrive Tinni, è dietro l’angolo e se è vero che “i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo” la questione è politicamente centrale.
    Servirebbe forse, al buon Vendola, un pizzico di leggerezza in più, quel che basta per evitare alcune espressioni eccessivamente e non necessariamente dotte.
    In ogni caso, trovo apprezzabile il suo tentativo, magari imperfetto, di ridar corpo e senso alla parola.

  6. Pingback: Word Power « V(ale)ntinamente

  7. Il politichese corrente e la lingua dotta , tendenzialmente rapsodica, di Vendola sono entrambi difficilmente comprensibili per molti cittadini . Ma io credo che la maggior parte dei fruitori, benchè oscuramente, percepiscano dietro il linguaggio di Vendola qualcosa di arcano,ma profondo e pulito, mentre percepiscano per l’indistruttibile politichese, la vecchia e sempre nuova presa per i fondelli…

  8. Pingback: Sentimento politico « Sono Storie

  9. @ califfo : da pugliese come lo sono anch’io ti dico che Vendola ha vinto per ben due volte grazie a quello che ha fatto per la regione e per i suoi cittadini. Ci sono stati centinaia di giovani che sono partiti da tutt’Italia per recarsi alle urne. Credi davvero che erano tutti ipnotizzati dalla sua favella da incantatore populista? La sua facondia, piuttosto che da sminuire, dovrebbe essere apprezzata perché dimostra rispetto per l’interlocutore e lo eleva intellettualmente. Chi fa demagogia e populismo, vedi il linguaggio della destra berlusconiana e leghista, si serve di codici elementari e slogan che fanno presa sulla gente con bassa cultura. Ti dice niente Il partito dell’amore?

    @ giovanna cosenza: è palese che Vendola non riceve solo i voti di intellettuali ma raccoglie intere generazioni di elettori di varie estrazioni culturali. Ho l’impressione che nelle critiche alla figura di Vendola si dia troppa importanza al suo codice comunicativo, troppo colto (…che orrore…) per non parlare delle cose che fa.

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