Come si smonta una finta campagna sociale: «No Anorexia»

«Nel settembre del 2007 uscì la campagna Nolita contro l’anoressia, firmata da Oliviero Toscani. Il fashion brand del gruppo Flash&Partners di Tombolo (Pd) decise di scuotere le coscienze sul tema dei disturbi alimentari, mostrando il corpo nudo e emaciato della modella francese Isabelle Caro, che allora pesava 31 Kg.

No Anorexia

La campagna fece parlare molto di Nolita e ancor più di Toscani, ma nonostante il benestare dell’allora ministro della Salute Livia Turco, il Giurì della pubblicità ne dispose la cessazione. A seguito di una richiesta presentata da Fabiola De Clercq, presidentessa dell’ABA, e dall’assessore allo Sport e Tempo Libero del comune di Milano Giovanni Terzi, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria sentenziò che la campagna non era conforme agli articoli 1 e 10 del codice di autodisciplina pubblicitaria.

Questi articoli tutelano la dignità umana, impedendo che le pubblicità diventino terreno fertile per provocazioni e strumentalizzazioni, in questo caso ai danni della persona malata.

Proprio il commento di Fabiola De Clercq mi ha spinta a interessarmi di queste pubblicità: “L’utilizzo di questa immagine è suscettibile di indurre fenomeni di emulazione e non aiuta certo i diretti interessati né le loro famiglie”. Com’è possibile che un corpo così repellente induca fenomeni di emulazione? Mi sono chiesta.

A questo punto ho deciso di iniziare a conoscere l’anoressia, poi pian piano a identificare i punti deboli della campagna. È importante sottolineare che Oliviero Toscani e Nolita presentarono questa iniziativa come sociale. Non era così. Di sicuro però lo scopo commerciale è stato ottenuto.»

Comincia così la tesina che Elisa Gasparri – studentessa al primo anno della laurea magistrale in Semiotica – mi ha consegnato un paio di settimane fa per l’esame di Semiotica dei consumi. Ho deciso di condividere il suo lavoro (dopo averle chiesto l’autorizzazione), perché è un esempio eccellente di come si possano usare concetti semiotici per analizzare una campagna, combinandoli in modo equilibrato con uno sguardo interdisciplinare (soprattutto psicologico) e una notevole sensibilità sociale. Il tutto con una scrittura semplice, che non eccede in tecnicismi.

Credo che con questo lavoro, nel suo piccolo, Elisa abbia detto l’ultima parola – e definitiva – contro «No Anorexia». Facendo insomma qualcosa di utile.

Ecco la tesina «Pubblicità all’anoressia» di Elisa Gasparri. Buona lettura.

21 risposte a “Come si smonta una finta campagna sociale: «No Anorexia»

  1. Proprio un bel lavoro, e soprattutto assai utile. Complimenti!

  2. Interessante. A mio parere, per altro non richiesto, dovrebbe però approfondire meglio il punto in cui si collega il contesto sociale e disturbi dell’alimentazione. Se non si tratta di “patologie da imitazione” come sostiene la dott.ssa Aliprandi, perché quindi una campagna isolata dovrebbe diventare così importante e nociva?
    La dottoressa afferma che una “buona e etica comunicazione non sia in discussione”, considerazione che chiama in causa un sistema di valori che travalica la logica pubblicitaria. La pubblicità ha lo scopo di vendere un prodotto quindi si nega automaticamente come possibilità di pubblicità sociale. Certi messaggi, e il lavoro di Toscani è in Italia l’esempio più noto, giocano su valori assodati e stratificati, e ovviamente ne veicolano degli altri, nella maggioranza dei casi deteriorati, ma sono sempre spot che interrompono un ‘film per tutti’. Il film che viene accettato. La brutta campagna Nolita non è più nociva della famiglia Mulino Bianco o della chiacchierata modella credo di Intimissimi, per dirne due..
    Ovviamente a una tesina non è richiesto di trattare lo scibile, ma avrei apprezzato il tentativo di allargare l’analisi verso una direzione in cui si pone la questione della dinamica dell’accettazione e della “fame d’amore” di una maggioranza di ‘noi’ che non sbaglia mai, perché sono sempre gli altri.
    Se è una “fame d’amore” il problema è nelle relazioni, relazioni già compresse dal contesto famigliare. Il problema è l’happy end dei film per famiglie.

  3. Caro Guido, innanzi tutto ti ringrazio di esserti interressato al mio lavoro. Il motivo per cui non ho approfondito quel legame tra il contesto sociale e i disturbi alimentari è essenzialmente tecnico: dovevo rimanere entro certi limiti di spazio.
    Comunque, come ho potuto apprendere dalle psicologhe dell’ospedale di Montecatone è il contesto familiare quello che ha il maggiore impatto sulla formazione psicologica dell’individuo. Il contesto sociale traccia solo la via con cui il disturbo può manifestarsi.
    Io sono molto lontana da essere una esperta in materia, ma ciò che ho conosciuto mi ha fatto capire che sono le immagini come quelle che incentivano le persone malate a perseguire il fine della magrezza esagerata.
    Il lavoro che devono fare le famiglie della persona malata è pari a quello che deve fare il soggetto stesso.
    Tutto è fittizio nel mondo pubblicitario. Come hai detto tu la famiglia della Mulino Bianco propone dei valori che l’uomo non può perseguire per imperfezione. Ma ciò che veramente nuoce a chi soffre di disturbi almentari è vedere che la magrezza fa raggiungere il successo, ti fa andare in pubblicità.
    La fame d’amore deve essere risolta con la terapia, introducendo la famiglia nel processo di guarigione.
    Trattare di questi “noi” e della nostra fame d’amore avrebbe richiesto pagine e pagine che, purtroppo, per una tesina d’esame non avevo.
    L’accettazione di noi stessi, della nostra famiglia, del nostro corpo o del partner è sempre messa in discussione da modelli assurdi proposti da reclame che lavorano per non farci sentire a posto (ma se compriamo quel prodotto potremmo poi risolverlo quel disappunto che proviamo guardando la perfezione).
    Non sono sicura di aver risposto al tuo commento.
    Comunque mi piacerebbe continaure nella discussione.

  4. Cara Giovanna, grazie. Non riesco a leggere ancora la tesina di Elisa per questioni tecniche ma il tuo scrupolo riapre un discorso dolorosamente attuale per me e le persone sofferenti che l’ABA accoglie e tratta.
    L’anoressia e la bulimia non sono malattie dell’appetito, voglio dirlo ancora.
    Sono tante cose insieme, ma il punto ora non è questo. Quello che mi sembra ti ha giustamente interrogata, è la stessa cosa che incontriamo tutti i giorni. Si potrebbe dire che l’anoressia e la bulimia siano la malattia del paradosso. Se le persone anoressiche soffrono di “dispercezione dell’immagine corporea” come cita per esempio il DSM IV manuale internazionale di psichiatra, e questo è certo, vedere un manifesto che per noi offende la donna e tanto altro, accende in chi si vede sempre troppo grassa una ulteriore sfida. Questo è ciò che Toscani avrebbe dovuto sapere.
    Non è pensabile che una persona che scivoli nell’anoressia mantenga un senso critico. Neanche la prospettiva di rischiare di morire riesce a farla desistere. E’ questa la questione che tanto spaventa chi si trova a doversi confrontare con l’anoressia e la bulimia. E’ solo quando la persona guarirà che riuscirà a ‘vedersi’ per esempio guardando una fotografia di quando era uno scheletro.
    Non sono completamente d’accordo con chi sostiene, che il pessimo messaggio di Toscani sia dannoso quanto gli annosi spot del Mulino Bianco che ingannano certamente ma non spingono alla morte. Questo senza alcuna polemica. Domani spero riuscire a leggere la tesina di Elisa!

  5. Gasparri, ma hai fatto proprio un lavoro di ricerca sul campo? O hai parlato con le psicologhe al di fuori del loro posto di lavoro?

  6. Caro Armando, sono andata dalle psicologhe prorpio all’ospedale di Montecatone!
    Mi hanno spiegato soprattutto il problema dal punto di vista dei pazienti che hanno avuto gravi lesioni cerebrali e/o spinali.

  7. Mi scuso innanzitutto di non aver letto i commenti per mancanza di tempo….
    Volevo solo segnalrvi le immagini, dal mio punto di vista scioccanti, tratte delle passerelle milanesi in questi giorni..
    Vi invio il link alla gallery di seidimoda….
    http://seidimoda.repubblica.it/fotovideo/home/26329937?ref=HRESS-13

  8. Onestamente non sono d’accordo. Ho letto la tesi ed i parametri per cui il lavoro di Toscani viene considerato in maniera negativa sono gli stessi per cui io considero il suo lavoro positivo e utile. Probabilmente non aderisce ai parametri di “pubblicità sociale” ma a fine sociale credo che abbia fatto molto di più (involontariamente) questa comunicazione che non tante altre campagne pseudoinutili che sono circolate negli anni sul problema dell’Anoressia e dei Disturbi Alimentari. Credo che proprio lo choc che ha creato abbia portato a riflettere molte persone, pazienti comprese. In questo mi trovo in totale disaccordo con Fabiola De Clercq e con altre teorie prese in esame nella tesi di Elisa.

    In particolare il fatto che venga considerata una campagna disforica per me è un punto di forza. Poiché è la malattia stessa disforica. Sono molto più preoccupanti e dannose le sfilate di moda indicate nel link quì da giovanni ed i modelli di donna che vengono propagandati oggi in pubblicità e nei media. Quell’ideale pre-pubere, scarno, diafano, malaticcio ma mai completamente
    femmineo che va’ tanto di moda. Questo è posto in accezione euforica quando non lo è e dunque il rischio è di una progressiva inversione delle due tendenze, di un ribaltamento vero e proprio.

    Quì l’anoressica è anoressica. Ed anoressia non è bello diamine! Il punto debole se vogliamo è stato quello di Nolita che non ha fatto corrispondere un impegno parallelo nelle passerelle, proponendo modelli NORMALI di donna. E quì è cascato l’asino.

    Fabiola insiste nel dire che una paziente anoressica non si rende conto di quello che vede. Ma anche no. Non per tutte le pazienti anoressiche è così standardizzata l’incapacità di rendersi conto dell’aspetto fisico di un’altra persona e/o di se stesse. Anche perché conta molto l’accezione con cui viene usata l’immagine. In certi momenti può essere più efficace vedersela davanti in accezione negativa mentre si sta male un’immagine simile e l’immagine di Toscani non è certo positiva. Ma pensando invece all’obiettivo di sensibilizzazione: l’immagine è negativamente choccante. E rimane impressa alle persone. Le porta a riflettere sull’argomento. “Con l’anoressia si può arrivare a questo” dunque è quacosa di Reale. E non come ho letto nella tesina una rimozione di questa immagine troppo forte e nessun pensiero costruttivo parallelo. Tra l’altro con scarsissima fiducia nel lettore/pubblico.

    Altro “slogan” col quale non sono d’accordo è “la fame d’amore”. Non se ne può davvero più. Anche quì viene tirata in ballo la famiglia (anche questo passato dalla terapia al luogo comune). E se non la si può avere la famiglia? E se questa “fame d’amore” non può essere colmata da coloro che ci dovrebbero amare? Sarà ben ora che si lavori su se stessi e sull’imparare a volersi bene!

    Parlo da persona ma soprattutto da paziente, motivo per il quale mi sento chiamata in causa a dire come la penso.

    Ho trovato invece molto interessante il paragrafo sulla dispercezione corporea, aiuta ad avvicinare molto questo sintomo alla realtà anche per le persone che non ne soffrono.

  9. Non si possono valutare gli effetti della pubblicità di Toscani sulle persone che soffrono o sono a rischio di anoressia senza conoscere i meccanismi che attivano e alimentano il disturbo. Al riguardo gli esperti hanno idee contrastanti, in assenza di dati risolutivi.
    L’errore principale della tesina è prendere per buono il parere di qualche psicoterapeuta probabilmente incauto e di sedicenti esperti. Una valutazione del genere è troppo complessa e difficile per potere essere affrontata seriamente in una tesina (o anche in una tesi) di comunicazione.

    Forse la pubblicità di Toscani ha qualche effetto positivo, forse ha qualche effetto negativo, forse l’uno e l’altro. Forse nessun effetto. Se non si sa, meglio non dire. E magari, riguardo a Toscani, non fare.

  10. Ringrazio Elisa e Giovanna per la realizzazione e la pubblicazione di questa tesi.

    Elisa, hai detto in parole forbite ciò che molti di noi avevano pensato vedendo la campagna pubblicitaria. Con parole decisamente triviali. 🙂

    L’unico appunto che posso farti è l’eccessivo uso dell’aggetivo “disforico”. (Già che ci sono vado a consultare un vocabolario.) 🙂

  11. Non sono d’accordo nell’etichettare come “psicoterapeuta probabilmente incauto” e “sedicenti esperti” le persone che Elisa ha intervistato, caro Fabrizio. Sono persone che con i disturbi alimentari lavorano tutti i giorni, persone che molto spesso aiutano chi è affetto da gravissime forme di anoressia a uscirne o almeno a lenire la propria sofferenza e non morirne: credo che meritino il nostro rispetto. Sono persone che a volte sbagliano, cioè non sempre – magari – riescono a “guarire” (se vogliamo usare questa parola semplicistica) disturbi complessi come quelli alimentari. Ma anche nei casi in cui sbagliano – e non “guariscono” – non mi pare il caso di etichettarli come “incauti” o “sedicenti”.

    In ogni caso, anche se l’effetto dell’immagine di Toscani fosse così controverso come tu dici, nella comunità di operatori che si occupano di disturbi alimentari – cosa che invece, a quanto so, non è – la mia posizione è questa: con le malattie delle persone, con la pelle delle persone (perché di anoressia si muore!), nessuno – e men che meno un fotografo che vuole attirare l’attenzione su un marchio e su se stesso – ha il diritto di giocare.

    Se quell’immagine ha fatto del male anche una sola persona – dico UNA sola – per pubblicizzare un marchio di moda… be’, dico: quell’immagine NON aveva il diritto di essere pubblicata.

    Scusa se ti rispondo con una certa durezza, ma quando c’è di mezzo la sofferenza di qualcuno, credo non ci sia spazio per le sfumature, per i se e per i ma.

    Con la pelle delle persone NON SI GIOCA. Punto.

  12. Cara Giovanna, al di là del nostro possibile disaccordo, il mio intervento ha lo stesso senso del tuo.
    Su cose serie come l’anoressia è meglio astenersi da interventi dilettantistici (com’è probabilmente quello di Toscani) e da generalizzazioni non confortate da ricerche empiriche accreditate dalla comunità scientifica.
    Gli psicoterapeuti, in mancanza di meglio, devono ricorrere a idee azzardate (applicandole sperabilmente con estrema cautela), ma non dovrebbero proporle come conoscenze acquisite. Sono artigiani, non scienziati, e non hanno ancora il sostegno scientifico che hanno i medici.
    Interventi e generalizzazioni incauti possono entrambi fare danni.

  13. Ora provo a rispondere ai commenti della Signora in giallo e di Fabrizio Bercelli.
    Prima di tutto vorrei sottolineare il fatto che non essendo un esperta in materia di disturbi alimentari mi sono rivolta ai professionisti. Se non ci fidiamo nemmeno di ciò che loro sostengono nei riguardi delle malattie di ordine psicologico, allora come si può affrontare nel profondo un problema del genere?
    Io, oltre ad aver letto le dispense messe a disposizione dall’ABA, ho parlato con le dottoresse dell’Ospedale di Montecatone, che se qualcuno sa che genere di pazienti curano, sa anche che i problemi che si trovano ad affrontare non sono certo alla portata di psicoterapeuti incauti o di sedicenti esperti. Inoltre ho consultato il Manuale diagnostico psicodinamico, in cui si spiega il problema della distorsione percettiva. Se la persona anoressica non può vedere in che stato è il suo corpo, come è possibile che riesca a vedere l’emaciatezza della modella Isabelle Caro. Avete mai visitato siti pro-ana?
    Le modelle prese come thinspiration sono uguali alla modella di Toscani.
    Se qualcuno ha letto “Tutto il pane del mondo”, di Fabiola de Clercq, si renderà conto quanto conta la famiglia nella formazione dell’individuo, e quanto conta l’abbandono o la violenza sull’insorgere delle malattie alimentari.
    Non voglio generalizzare, non tutti coloro che hanno avuto problemi familiari diventano anoressici o bulimici, questo è evidente. Per questo si chiama fame d’amore, perchè si desidera essere accettati.
    Tutte le opinioni devono essere rispettate, ma come avete potuto leggere nella mia tesina, non posso accettare i vostri punti di vista.
    In conclusione vorrei sottolineare che la campagna è stata rimossa dal Gran Giurì della pubblicità, perchè ledeva la dignità della persona malata.
    La mancata fiducia nel pubblico si comunica prorpio con immagini del genere. Non credo che il bisogno di far riflettere le persone debba andare di pari passo con l’uso dello shock.

  14. ll lavoro di Elisa mi sembra impeccabile. Si tratta come lei stessa ricorda, di una tesina. Ha fatto le sue ricerche, qualcuno invece, anni fa, non si è affaticato e ha pensato di contribuire alla vendita di jeans usando le immagini di una donna morente.
    Nello stesso tempo ha cercato di farne una Campagna sociale appoggiato dall’allora Ministro della salute, probabilmente superficiale quanto lui, Toscani.
    Non capisco come questi elementi scatenino l’aggressività che ho trovato in alcune risposte qui. Se non pensando che le immagini volute da Toscani siano loro stesse intrise di aggressività. Mostrare il corpo cachettico di una povera ragazza certamente incapace di pensare (altrimenti non si sarebbe prestata a un gioco simile) è segno per me di disprezzo e cinismo.
    Il mio pensiero è probabilmente influenzato dalle parole di Toscani che ha giudicato stupide ”le anoressiche”.
    Come mai non ha cercato di fare intuire la gravità dell’anoressia coprendone il corpo? Il viso della Carò non era sufficente? Il suo sguardo non dice abbastanza della disperazione di chi scivola nell’anoressia e bulimia?
    Anni fa, mi sono chiesta come non ci fosse una rivolta delle donne di fronte a tanto cinismo e strumentalizzazione del corpo della donna. Toscani ha infranto anche il pudore di chi spesso sceglie la devastazione dell’anoressia per rispondere a traumi anche sessuali.
    Non c’è bisogno di Freud per capire che queste immagini siano state a dir poco inopportune. Dopo si può anche discutere sulle cause e le cure peraltro soggettive, di questo grave disagio.

  15. @Elisa: in linea generale la penso come Fabrizio:

    “Non si possono valutare gli effetti della pubblicità di Toscani sulle persone che soffrono o sono a rischio di anoressia senza conoscere i meccanismi che attivano e alimentano il disturbo. Al riguardo gli esperti hanno idee contrastanti, in assenza di dati risolutivi.
    L’errore principale della tesina è prendere per buono il parere di qualche psicoterapeuta probabilmente incauto e di sedicenti esperti. Una valutazione del genere è troppo complessa e difficile per potere essere affrontata seriamente in una tesina (o anche
    in una tesi) di comunicazione.”

    Non è in discussione la tua buona fede, ma la complessità della questione che nella tua tesi viene per forza di cose ridotta.

    Mentre alle tue domande: “Se la persona anoressica non può vedere in che stato è il suo corpo, come è possibile che riesca a vedere l’emaciatezza della modella Isabelle Caro. Avete mai visitato siti pro-ana? Le modelle prese come thinspiration sono uguali alla modella di Toscani.”

    rispondo:
    La persona anoressica non è decerebrata, provata dalla mancanza di cibo e non lucidissima ma non certo incapace di intendere e volere. In questo senso molto gioca il contesto e l’accezione in cui si colloca il modello di donna iper-magra, nella percezione della ragazza malata. E anche il momento della malattia che sta attraversando. Ti dirò di più, la dispercezione -almeno nella mia
    esperienza sia personale che di persone con disturbi alimentari- è riferita a SE STESSE non al mondo intero. Non per niente per recuperare la giusta percezione corporea si fanno esercizi davanti allo specchio con la psicologa o altri tipi di terapia che aiutano a riappropriarsi della percezione corretta del PROPRIO corpo per quello che è.
    Se conosco i siti pro-ana? Assai! Sono quanto di più deleterio possa esistere.. ma mica solo per le immagini che montano! A questo proposito, tu mi dici che i modelli sono uguali alla Caro…mmmm non condivido. Ci sono principalmente tre tipi di immagini nei siti pro-ana: 1-quelle di ragazze malate che filmano, fotografano se stesse ecc. e si uploadano e condividono. 2-quelle di
    modelle che sfilano coperte ma visibilmente a livelli di magrezza paurosi 3-modelli di persone dello spettacolo (una su tutte Victoria Beckham) anoressiche dichiarate o presunte tali. Escludendo il punto 1, i gruppi 2 e 3 riguardano donne enfatizzate e collocate in un contesto socialmente approvato. Ovvero sono famose, sono ricche, sono compagne/mogli/figlie di qualcuno di
    importante/noto, oppure sfilano per il marchio “xyz” che conoferisce loro un ruolo e una notorietà. Insomma sono vincenti. Per lo meno in apparenza. La Caro da quando in quà ha un ruolo analogo a questi personaggi, sia come storia, ruolo che come rappresentazione?

    @Fabiola invece dico questo: comprendo l’intenzione di far passare il contenuto oltre che la forma dell’anoressia. Ma veramente Lei crede che il pubblico riesca a comprendere o a empatizzare la profonda e intima complessità di questo disturbo in maniera così astratta? Io la trovo una ulteriore distanziazione dall’essenza della faccenda (per altro comprensibile veramente a pochi) e della
    gravità e pericolisità di questa malattia. La trovo riduttiva ecco. Per come la vedo io (e per l’esperienza diretta che ne ho) spiegata come la spiega Lei -con tutto il rispetto- ma corre il rischio di venire interpretata come una sorta di capriccio soprattutto da chi non ci è passato vivendolo in prima persona. L’esatto contrario di cui c’è bisogno. Parlo di “concretezza” non di martirizzare il corpo di chichessia e farlo diventare uno sponsor o un idolo, no. Se questa capacità di comprensione fosse già presente nelle persone, probabilmente il mondo sarebbe migliore di quello che è. E poi, la scelta di non usare un corpo non la condivido (non a prescindere), prima di tutto perché nell’anoressia soffre anche il corpo, perché oltretutto di anoressia si muore, e poi perché è l’esatto opposto dello scegliere di non usarlo: un tutto o nulla. Comunque la si pensi sulla strategia terapeutica, un tutto o nulla che cerca di risolvere un altro tutto o nulla, è un rischioso controsenso. Usando la flessibilità, che permette di annullarlo il tutto o nulla, sarebbe una guerra davvero ad armi pari, per non dire vincente. Per quanto riguarda invece la violazione -se ho ben capito- che Lei intende con riferimento alla sessualità. Il corpo della signorina Caro, quale sessualità mai può
    comunicare? Una non-sessualità, una sessualità morta. Allora dovremo censurare tutti i corpi nudi di donne, adolescenti affamati per ben altri motivi in Africa solo perché nudi? Perché non parlare invece anche di questo? Anche una anoressica ha un corpo ed ha una sessualità, ma quanto mal vissuta può essere in questo stato? Mi pongo queste domande e credo potrebbe ragionevolmente porsele una persona che non abbia sofferto di DCA davanti ad un cartellone pubblicitario come questo. Persone che non possono sapere come si sente una anoressica, ma che possono riflettere sul come possa stare una persona in quello stato e magari chiedersi anche il come ed il perché una persona decida di ridursi così. Credo che se qualcuno ha riflettuto davanti a questo cartellone di Nolita, non sia grazie alle intenzioni o alle considerazioni (belle o brutte) di Toscani o di Nolita, ma grazie a quello che quel corpo comunica in quel cartellone comunica.

  16. L’energia formidabile della ”la signora in giallo” ormai ben nota in ABA, questa volta non mi permette di capire una riga di quello che tenta di dire.
    Penso sia l’effetto inevitabile di un unico triste, per me, desiderio di demolire, di opporsi comunque. Come fanno gli adolescenti che cercano una loro identità. Naturalmente è un esempio!

  17. Ah sono diventata pure “famosa” perbacco! Ad ogni modo la mia è una critica da persona che conosce il problema in maniera diretta e la pensa diversamente da Lei. Non è indispensabile essere d’accordo. Se non capisce qualcosa posso sempre rispiegargliela, non c’è problema (per me).

  18. odio l’anoressia e odio le anoressiche, la mia ex ragazza mi ha rovinato la vita, e anche se molti hanno dato la colpa alla malattia, non riesco a pensarla diversamente, non sono più riuscito a uscire di casa da quanto male mi ha fatto questa persona, queste malate non sono bugiarde solo per il cibo, ma anche per tutto il resto…
    il problema è che queste persone poi vengono aiutate da tutti, mentre per chi rimane sotto questa gente come è successo a me, non c’è nessuno, anzi se dici qualcosa passi anche per cattivo….

  19. Isabelle Caro dopo quella pubblicità vide le sue foto e si rese conto di quanto era brutta, decidendo così di mangiare di più. Questo le fece riacquistare un po’ di peso. Quindi questa pubblicità è servita almeno a lei.

  20. Francesca: Isabello Caro è morta di anoressia. Non c’è stato nessuno “aiuto” da parte di questa pubblicità a lei. Anzi.

  21. Non so chi possa dire una cosa così insensata. Sembra quasi una provocazione! Nessuna persona malata come questa povera ragazza che non era solo terribilmente magra ma era psicotica, può avere una percezione della realtà.

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