Archivi del mese: ottobre 2010

La delusione di una Giovane Democratica

Francesca è laureanda magistrale in Semiotica. Ma è anche delegata all’Assemblea Nazionale dei Giovani Democratici (è stata eletta durante le primarie del 2008). Voleva fare una certa tesi, che combinasse due delle sue attuali passioni: per gli studi e la politica.

Ha dovuto cambiare idea. Sul Pd, non sugli studi.

Per «togliersi un peso» – come ha detto – Francesca mi ha scritto la sua esperienza. Per condividere la rabbia e la tristezza che provo assieme a lei, le ho chiesto l’autorizzazione a pubblicarla.

Fra l’altro, il backstage che emerge dalle sue parole spiega molto bene da dove vengono i continui errori di comunicazione del Pd, che su questo blog abbiamo spesso rilevato:

«Era il gennaio 2010. Uscita dal ricevimento della prof.ssa Cosenza, ero raggiante perché avevo un argomento per la mia tesi magistrale: “La comunicazione del Pd dalla sua nascita a oggi. Un’analisi retorico-semiotica dei dispositivi visivi, verbali e audiovisivi”.

Non vedevo l’ora di mettermi al lavoro. Mi precipitai in biblioteca a prendere quanti più libri della bibliografia indicatami potevo e, tornando a casa, fantasticavo sull’occasione di cimentarmi in un lavoro che fondeva le mie due grandi passioni: la comunicazione e la politica.

Mi restava ancora qualche esame da dare, ma mi sarei messa subito al lavoro per trovare il materiale. Avevo bisogno di un archivio, cartaceo o multimediale, che raccogliesse tutte le produzioni del Pd.

Lavorai su due fronti: trascorsi giornate intere al pc scandagliando tutti i siti del Pd (non voglio entrare nel merito della loro usabilità…), i canali YouTube di tutti i circoli territoriali, le pagine del partito sui social network, ecc.; e nell stesso tempo contattai i circoli del mio territorio, due segretari provinciali, il responsabile regionale della comunicazione della sezione giovani, il responsabile nazionale della comunicazione della medesima sezione, vari “responsabili” nazionali della comunicazione della sezione senior, e molti molti altri ancora.

Purtroppo tutto si rivelò un buco nell’acqua. In un gioco di rimbalzi del tipo “prova a chiedere a Tizio”, “magari è meglio se senti Caio”, “ti conviene mandare una mail a Sempronio”, mi sono ritrovata a settembre senza niente in mano.

La triste verità è quello che cercavo non esiste.

Per capire la gravità della situazione comunicativa del Pd basti pensare che, alla mia richiesta di un archivio che raccogliesse tutte le produzioni del partito, uno dei responsabili nazionali (!) della comunicazione ha risposto, disarmandomi: “Be’, ci stiamo lavorando, ma un archivio simile non esiste… prova a guardare sulla mia pagina Facebook: tra le foto in cui sono taggato sicuramente c’è anche qualche manifesto del Pd”.

Parole che si commentano da sole.

Cosa ancor più grave è che non solo non esiste un archivio, ma non esiste nemmeno un’unica struttura che si occupi stabilmente di tutta la comunicazione del Pd, sia su scala locale che nazionale. La tendenza generale è quella di affidare la stesura di documenti informativi e il concepimento delle campagne ai militanti che sappiano usare un programmino di grafica. Molto raramente ci si affida a professionisti e, anche quando si fa, si incarica l’agenzia x per una campagna e l’agenzia y per quella successiva.

Il tentativo è forse democraticamente apprezzabile, ma con evidenti scarsi risultati sul piano della coerenza e, di conseguenza, dell’efficacia della comunicazione stessa.

Mi chiedo: possibile che l’attenzione del Pd alla comunicazione sia questa? Possibile che nessun suo esponente si (pre)occupi della gravità della situazione?

Infinitamente delusa dal partito a cui mi ero iscritta credendolo portatore di nuove logiche e grandi ideali, a settembre ho deciso di dare un taglio netto: cambio tesi. A volte si deve avere il coraggio di dichiarare il fallimento. Forse dovrebbe farlo anche il Pd.»

La parità di Ikea

La rappresentazione paritaria dei generi sessuali che Ikea mette in scena nelle sue campagne pubblicitarie in giro per l’Europa – e che ha raggiunto persino l’Italia, come notavo in Una cucina paritaria – trova un ulteriore buon esempio nell’ultimo spot di Ikea Austria (settembre 2010).

In rete qualche commentatore si è lamentato del fatto che lo spot cede comunque a un cliché: quello per cui una sessualità «non straight» si debba necessariamente accompagnare alla promiscuità.

Sono d’accordo: nella vita le persone omosessuali e bisessuali non saltano necessariamente da un tradimento all’altro, e non sarebbe male che la pubblicità ce le mostrasse anche capaci di fedeltà coniugale.

Però lo spot non è male (grazie a Nicola per la segnalazione). E in Italia sarebbe considerato troppo «trasgressivo», dunque improponibile.

Dimenticavo: c’è anche una pagina Facebook.

L’opposizione con la Fiom a Roma: c’era e non c’era

Sabato scorso, alla manifestazione della Fiom in piazza San Giovanni a Roma il Pd c’era. Ma anche no. Non c’era. Ma anche sì.

Pier Luigi Bersani non c’era, però in serata ha detto: «L’unità del mondo del lavoro è un’energia indispensabile per costruire un’alternativa di governo che davvero metta al centro delle politiche economiche l’occupazione. (Tira il fiato e rileggi, altrimenti non sai più cos’ha detto.) La piazza pacifica di San Giovanni va ascoltata».

(È noto che le piazze si ascoltano.)

Rosy Bindi non c’era, ma ha rincalzato: «Costruire un’alternativa a Berlusconi senza questa piazza è illusorio».

(Dunque non c’era, ma avrebbe voluto?)

L’ex leader della CGIL Sergio Cofferati, invece, c’era. E si è offeso moltissimo quando Francesco Boccia, democratico vicino a Enrico Letta (nessuno dei due c’era), ha detto: «Sono nauseato dalle finzioni, il corteo è pieno di intellettuali milionari, ex deputati con vitalizio e politici che, dopo la passerella davanti alla tv, tornano a casa in auto blu. Una manifestazione va ascoltata, non utilizzata».

(Eccolo di nuovo, l’ascolto.)

Al che Cofferati ha risposto: «Non è accettabile, Boccia non insulti chi manifesta».

(Tiè.)

Ignazio Marino c’era. E ha dichiarato: «Mi chiedo perché il Pd non è in piazza».

(Se lo chiede.)

Usciamo allora dal Pd e vediamo chi altro c’era. Antonio Di Pietro in piazza ci va sempre, infatti c’era. E ha detto: «Con i lavoratori “senza se e senza ma”. Delinquente è chi non ascolta la piazza».

(Fortuna che Bersani ha detto che ascolta.) 🙂

E poi c’era Nichi Vendola, osannato e abbracciato dai manifestanti: «Qui, oggi, si è aperto il cantiere dell’antiberlusconismo. Il lavoro sia il tema centrale della politica. Il centrosinistra, per costruire una svolta, non può che confrontarsi con questa piazza».

Cioè Vendola in piazza c’era, ma ha detto un po’ le cose di Bersani e un po’ quelle di Rosy Bindi. Che però non c’erano. Forse perché Vendola vuole candidarsi a leader dell’opposizione. Chissà.

 

Chatroulette arriva in tv

In febbraio avevo scritto un articolo su Chatroulette per la rubrica Chips&Salsa del supplemento settimanale «Alias» del Manifesto («La tristezza del mondo vista da una chat») e alcuni giorni fa ho avuto uno scambio di mail con Stefano, studente magistrale in Scienze Filosofiche a Bologna, che sta preparando una tesi sul Web 2.0.

Nel frattempo, nella puntata delle Iene di mercoledì scorso, due vistose ex partecipanti al Grande Fratello, Francesca Fioretti e Melita Toniolo, hanno usato Chatroulette in trasmissione, facendo un gioco chiamato «Su le mani»: vinceva chi delle due fosse riuscita a far desistere gli ometti dall’altra parte della webcam dal fare ciò che la maggior parte dei frequentatori della videochat fa senza tregua, masturbarsi. (Chiarissima e banale la ragione di audience per cui «Su le mani» è stato proposto dalle Iene.)

Avevo già chiesto a Stefano il permesso di pubblicare il nostro scambio. Mi pare a maggior ragione utile farlo ora, data la visibilità che Chatroulette ha ottenuto su Mediaset.

Scriveva Stefano il 28 settembre:

Gentile professoressa, ho letto quel che ha scritto su Chatroulette e apprezzo molto il modo in cui analizza il fenomeno senza demonizzarlo. Tuttavia, pur essendo d’accordo sul non demonizzare la rete, vorrei suggerirle un’analisi un po’ diversa.

Lei scrive che “come ogni altro ambiente in rete” esso “non fa che rispecchiare il mondo”, ma la mia visione è un po’ diversa.

Il web rende possibili atti che non sarebbero possibili nella vita reale: in particolare, Chatroulette è una chat “random”, nella quale l’incontro di sconosciuti è casuale e virtuale (ovvero essi sono lontani da noi, uniti a noi solo da un algoritmo random) e ciò rende possibile un oltrepassamento istantaneo della morale.

È quindi anche una fenditura della morale interpersonale. O meglio: nessuno può identificarti, ritrovarti ecc., se tu non lo vuoi, per cui ogni responsabilità connessa al timore di queste conseguenze scompare. Certo, sempre che non si vogliano prolungare i rapporti, ma su Chatroulette è complesso (più che sui forum/social network).

Vorrei sottolineare che non vi è alcun giudizio negativo in questa analisi: vorrei solo farle notare che senza questo sito, ciò non sarebbe possibile.

Lei scrive: “Tutto ciò equivale a dire che nessun mezzo – nemmeno Chatroulette – determina i suoi usi in modo lineare e univoco”. In effetti non determina, ma inclina. Pierre Lévy diceva che l’imperativo del web era “Bisogna vedere tutto”, ma ora questa visione converge in una autospettacolarizzazione degli utenti stessi, che diventa un voyeurismo virtuale: nel caso di Chatroulette, molto spesso ci si masturba guardando chi ci sta guardando virtualmente.

Forse osservare compulsivamente il numero di visite del proprio account (o i “mi piace” sulle proprie foto) è un processo assai simile al masturbarsi su Chatroulette.

Chatroulette non è tanto/solo “uno strumento portentoso di verità e conoscenza”, ma soprattutto “uno strumento portentoso di verità e conoscenza su ciò che accade di fronte a una fenditura della morale”.

Ritengo che questa analisi possa esser utile: dopo aver pensato a tutto ciò, ad esempio, ho diminuito il numero di volte in cui guardo chi mi guarda sui miei account.

Grazie in anticipo, anche solo se ha letto fin qua. Stefano»

Così ho risposto a Stefano:

Caro Stefano,
sono d’accordo con te. “Non determina ma inclina”, è vero. Come ogni tecnologia, d’altra parte: dal telefono alla lavatrice.
Ho sostenuto una tesi nettamente antideterministica, in quell’articolo sul supplemento del Manifesto, solo perché volevo contrappormi all’onda mediatica sul tema: l’ennesima “chat” che uccide i bambini.
So bene, però, che l’antideterminismo radicale è altrettanto sciocco del determinismo radicale.
Dunque, lungi da me sostenere una posizione illusoriamente antideterministica! Un abbraccio

Aggiungo ora che apprezzo molto l’accostamento proposto da Stefano fra «osservare compulsivamente il numero di visite del proprio account (o i “mi piace” sulle proprie foto)» e masturbarsi su Chatroulette.

È un po’ una provocazione, ma a pensarci bene è densa di spunti.

Quando l’aspirante insegnante alza la testa

Mi scrive Giulia:

«Gentile professoressa Cosenza,
mi chiamo Giulia XY e mi sono laureata in Lingue e Letteratura Straniere all’Università di Bologna. Ho avuto il piacere di ascoltarla alla presentazione del libro di Peppino Ortoleva Il secolo dei media e di lì in poi ho sempre seguito il suo blog.

Le scrivo perché voglio raccontare la mia esperienza sul lavoro non retribuito.

Qualche settimana fa, sono stata contattata da una scuola privata parificata della mia zona, che mi ha proposto di insegnare Lingua e Letteratura Inglese presso il loro Liceo Scientifico. Il “colloquio” si è svolto con la preside che, in presenza di due insegnanti di quella scuola, mi ha testualmente detto che la loro “filosofia” è quella di non pagare nessuno, e che io avrei dovuto insegnare in 5 classi per un totale di 18 ore settimanali.

Poi niente di libri di testo perché “sa come sono ‘sti ragazzi, non è che puoi pretendere chissà cosa; poi ti organizzi tu, ti scarichi i programmi, cerchi libri e a loro distribuisci delle fotocopie”. La sola cosa che “non mi avrebbe tolto nessuno” erano i famigerati 12 punti validi per il punteggio che devono accumulare gli insegnanti.

Io al momento sono rimasta senza parole; o meglio, le parole le avevo, però ho preferito non dire nulla, e spiegarmi poi via mail e al telefono, quando mi hanno richiamato. Non mai pensato di accettare una simile proposta, mai, e credo che non ci sia bisogno di spiegare perché.

Sono, invece, molto orgogliosa di aver rifiutato. Eppure, quando racconto questo episodio, mi sento sempre domandare come mai non ho accettato e vengo anche rimproverata, perché “almeno poi lo potevi scrivere sul cv” e “eh, c’è gente che non riesce a insegnare e paga per farsi dare 12 punti, e tu…”.

Sono anche stata dal sindacato (CGIL) che mi ha confermato che quei docenti vivono in uno stato di “terrore” e non denunciano mai nulla. Non alzano la testa da anni.

Io sono avvilita, amareggiata e indignata, perché credo fermamente che, se la scuola non avesse trovato insegnanti disposti a farsi ricattare con 12 punti, questa situazione non esisterebbe e gli insegnanti sarebbero giustamente pagati.

Dimenticavo di dirle che, naturalmente, pur non percependo un euro, bisogna anche firmare qualcosa tipo una busta paga, ora non so esattamente.

Le chiedo scusa per essermi dilungata. Le auguro una buona domenica e un buon lavoro, e grazie per il blog e per aver letto l’e-mail.

Cordialmente, Giulia»

Mi piacerebbe che qualcuno degli insegnanti di quella scuola avesse prima o poi il coraggio di denunciarla, adducendo prove circostanziate.

Non credo ci sia altro da aggiungere. Ragazzi, fate come Giulia!

Perché la campagna «Rimbocchiamoci le maniche» non funziona

Da quando la campagna del Partito Democratico «Rimbocchiamoci le maniche» è uscita (a quanto pare è di Aldo Biasi Comunicazione), le battute si sprecano.

Alla Festa Democratica Nazionale (Torino, 28 agosto – 12 settembre 2010) lo slogan era completato dalla frase «Cominciamo a sognare». E tutti a domandarsi quando mai la gente si rimbocca la maniche per sognare (clic per ingrandire).

Rimbocchiamoci le maniche. Cominciamo a sognare

Allora hanno messo «Per giorni migliori», ottenendo qualche settimana di decoroso silenzio.

Ora però sono apparse in tutta Italia queste affissioni, e tutti sono di nuovo scatenati: «che c’entrano i giorni migliori con quella faccia incazzata?», «che fa Bersani in quella posa da cowboy?», «e dopo che te le sei rimboccate, che fai?» (clic per ingrandire):

Per giorni migliori. Rimbocchiamoci le maniche Le Tasse sono aumentate e la pazienza è finita

I soldi per l'istruzione sono diminuiti e la pazienza è finita La disoccupazione è aumentata e la pazienza è finita

A parte la lunghezza e l’insensata organizzazione visiva della headline (sono in corpo maggiore e balzano all’occhio parole a caso come «Le maniche», «E la pazienza è finita», «Sono diminuiti», «È aumentata»), il problema fondamentale è l’immagine di Bersani.

È stata scelta, infatti, quella che io chiamo «estetica del corpo isolato su sfondo bianco» per rappresentare un leader politico che – date le maniche rimboccate – si vorrebbe proporre come un leader del fare, competente e combattivo.

Che cos’è l’estetica del corpo isolato su sfondo bianco? Quella che per esempio i marchi di moda usano per pubblicizzare profumi o intimo. Vedi D&G (clic per ingrandire):

D&G David Gandy per D&G

Chiaro che un’organizzazione visiva del genere serve a concentrare l’attenzione sul corpo – inevitabilmente bello – del soggetto umano fotografato, non certo a magnificarne le doti di pragmatismo. Ma concentrare l’attenzione sul corpo di Bersani finisce per sottoporlo a battutacce sulla pelata e le sopracciglia aggrottate.

Inoltre, imitare lo stile visivo dei marchi di moda per pubblicizzare un partito conferisce alla campagna un che di patinato, artificioso, e trasforma il partito in una confezione vuota.

Come non bastasse, è uscito anche lo spot. Che dall’estetica del corpo isolato è passato all’estetica del gesto: quello di rimboccarsi le maniche, appunto. Senza (neanche stavolta) proporre contenuti, perché Bersani non dice nulla e alla fine se ne va. Col risultato che in questi giorni molti blogger si sono effettivamente concentrati sul gesto – come lo spot induceva a fare – ma l’hanno associato a ben altra pratica: quella di iniettarsi eroina in vena. Vedi cosa ne hanno detto Mattina, Gilioli, Sofri.

Beautiful Lab

Mi segnala Nicola un esperimento avviato da Sky.it, in collaborazione con due piccole imprese nate da poco, effecinque di Genova e Tiwi di Reggio Emilia: una serie per il web intitolata Beautiful Lab (come laboratorio, ma anche labirinto).

Il primo episodio racconta vent’anni di Beautiful, la celebre soap opera, in circa 6 minuti.

Ieri hanno lanciato la seconda puntata, focalizzata invece sull’attualità politica: diciassette anni di relazione, ora felice ora tormentata, fino alla separazione degli ultimi mesi, tra Fini e Berlusconi. Tutto in 4 minuti.

Trovo i due episodi deliziosi. Non a caso sono il risultato di competenze interdisciplinari – giornalistiche, mediatiche, narratologico-semiotiche – e includono anche una buona consapevolezza di come ci si muove e si fa buzzing sul web. È solo così che il cosiddetto «storytelling» – di cui tutti oggi si riempiono la bocca spesso a vuoto – prende sostanza.

Aggiungo, pro domo mea, che fra gli autori ci sono giovani che hanno studiato semiotica a Bologna, come – oltre al primo Nicola anche un secondo Nicola che sta fra i fondatori di Tiwi.

🙂

Tutto Beautiful in 6 minuti

Fini vs. Berlusconi