Archivi del giorno: martedì, 2 novembre 2010

I paradossi di Bologna dopo Maurizio Cevenini

Nelle scorse settimane le vicende politiche di Bologna hanno guadagnato di nuovo l’attenzione nazionale. Breve riassunto per chi non sta a Bologna: dopo le dimissioni di Delbono il 25 gennaio (vedi anche Flavio Delbono: l’epilogo), la città è tuttora commissariata e, in vista delle amministrative nel 2011, a sinistra come a destra si fa molta fatica a trovare un candidato.

In settembre la candidatura di Maurizio Cevenini alle primarie del Pd aveva ridato speranza al centrosinistra locale. Vale la pena ripercorrere questa vicenda perché ben rappresenta anche la situazione nazionale, pur con altre persone e altri obiettivi.

Cevenini scaldava i cuori perché – dopo la freddezza di Sergio Cofferati e le ombre di Flavio Delbono – era un candidato di centrosinistra finalmente, realmente, e aggiungerei quasi fisicamente, popolare: uno che chiunque può fermare per strada, abbracciare, toccare, uno che si fa fotografare in tuta e sorride alle persone, non alla macchina fotografica.

Atteggiamenti e modi che ai bolognesi che votano (o vorrebbero votare) a sinistra piacciono da sempre, ma che negli ultimi dieci anni abbiamo potuto apprezzare solo in Giorgio Guazzaloca, sindaco dal 1999 al 2004 che però «sta dall’altra parte»: fu infatti il primo, dal dopoguerra, a portare una coalizione di centrodestra alla guida di Bologna.

Purtroppo il 18 ottobre Cevenini è stato colto da un malore. Per fortuna non era nulla di grave (ischemie transitorie) e Cevenini si è ripreso in fretta, ma dopo una settimana di incertezze, ha annunciato di non potere né più volere sottoporsi allo stress di una candidatura, prima, e di un’eventuale (molto probabile) elezione a sindaco, poi. Dunque si è ritirato dalla corsa, gettando nello sconforto i vertici locali del Pd, a questo punto privi di candidato.

Il problema è che quegli stessi vertici ora sconfortati avevano tentennato a lungo prima di appoggiare Cevenini, rendendo la sua strada verso le primarie molto faticosa. Non solo faticosa, direi addirittura paradossale: Cevenini era infatti un candidato Pd, ma il Pd lo teneva a distanza perché lui aveva poco da spartire con le pastoie del partito. Il che per i bolognesi era una forza, ma per il partito evidentemente no.

Insomma Cevenini era un candidato del Pd, ma anche no: ecco il paradosso. Non a caso i media lo definivano un «quasi civico». Solo alla fine, in mancanza di altri candidati che avessero la men che minima speranza di vincere, il Pd locale ha finito per «quasi appoggiarlo» nella corsa alle primarie.

Gettandolo, con questa mossa, in un secondo paradosso. Lui che dalle primarie del Pd era sempre uscito vincitore morale, perché arrivava sempre secondo prendendo un sacco di voti «nonostante» il partito, rischiava ora di finire in una vittoria inquinata dallo stesso «quasi appoggio» che il partito gli dava.

Se avesse vinto le primarie infatti (e le avrebbe vinte), tutti avrebbero parlato di ennesima vittoria annunciata: «Pure lui come Delbono e gli altri», avrebbero detto avversari e non. Cevenini insomma sarebbe stato un vincitore per modo di dire, un vincitore e non: altro paradosso.

Un buon modo di risolvere i paradossi è uscirne. A fare uscire Cevenini ci ha pensato la malattia che, costringendolo a fermarsi, gli ha indicato la strada. Saggezza del corpo.

Un’altra soluzione è non entrarci. Non a caso, negli ultimi giorni tutti i candidati civici interpellati dal Pd – e persino supplicati, come hanno fatto con Romano Prodi – hanno finora rifiutato: nessuno vuole diventare un «quasi civico». Come dargli torto: i paradossi sono ancora tutti qui. Pronti ad attanagliare il prossimo candidato di centrosinistra.