I paradossi di Bologna dopo Maurizio Cevenini

Nelle scorse settimane le vicende politiche di Bologna hanno guadagnato di nuovo l’attenzione nazionale. Breve riassunto per chi non sta a Bologna: dopo le dimissioni di Delbono il 25 gennaio (vedi anche Flavio Delbono: l’epilogo), la città è tuttora commissariata e, in vista delle amministrative nel 2011, a sinistra come a destra si fa molta fatica a trovare un candidato.

In settembre la candidatura di Maurizio Cevenini alle primarie del Pd aveva ridato speranza al centrosinistra locale. Vale la pena ripercorrere questa vicenda perché ben rappresenta anche la situazione nazionale, pur con altre persone e altri obiettivi.

Cevenini scaldava i cuori perché – dopo la freddezza di Sergio Cofferati e le ombre di Flavio Delbono – era un candidato di centrosinistra finalmente, realmente, e aggiungerei quasi fisicamente, popolare: uno che chiunque può fermare per strada, abbracciare, toccare, uno che si fa fotografare in tuta e sorride alle persone, non alla macchina fotografica.

Atteggiamenti e modi che ai bolognesi che votano (o vorrebbero votare) a sinistra piacciono da sempre, ma che negli ultimi dieci anni abbiamo potuto apprezzare solo in Giorgio Guazzaloca, sindaco dal 1999 al 2004 che però «sta dall’altra parte»: fu infatti il primo, dal dopoguerra, a portare una coalizione di centrodestra alla guida di Bologna.

Purtroppo il 18 ottobre Cevenini è stato colto da un malore. Per fortuna non era nulla di grave (ischemie transitorie) e Cevenini si è ripreso in fretta, ma dopo una settimana di incertezze, ha annunciato di non potere né più volere sottoporsi allo stress di una candidatura, prima, e di un’eventuale (molto probabile) elezione a sindaco, poi. Dunque si è ritirato dalla corsa, gettando nello sconforto i vertici locali del Pd, a questo punto privi di candidato.

Il problema è che quegli stessi vertici ora sconfortati avevano tentennato a lungo prima di appoggiare Cevenini, rendendo la sua strada verso le primarie molto faticosa. Non solo faticosa, direi addirittura paradossale: Cevenini era infatti un candidato Pd, ma il Pd lo teneva a distanza perché lui aveva poco da spartire con le pastoie del partito. Il che per i bolognesi era una forza, ma per il partito evidentemente no.

Insomma Cevenini era un candidato del Pd, ma anche no: ecco il paradosso. Non a caso i media lo definivano un «quasi civico». Solo alla fine, in mancanza di altri candidati che avessero la men che minima speranza di vincere, il Pd locale ha finito per «quasi appoggiarlo» nella corsa alle primarie.

Gettandolo, con questa mossa, in un secondo paradosso. Lui che dalle primarie del Pd era sempre uscito vincitore morale, perché arrivava sempre secondo prendendo un sacco di voti «nonostante» il partito, rischiava ora di finire in una vittoria inquinata dallo stesso «quasi appoggio» che il partito gli dava.

Se avesse vinto le primarie infatti (e le avrebbe vinte), tutti avrebbero parlato di ennesima vittoria annunciata: «Pure lui come Delbono e gli altri», avrebbero detto avversari e non. Cevenini insomma sarebbe stato un vincitore per modo di dire, un vincitore e non: altro paradosso.

Un buon modo di risolvere i paradossi è uscirne. A fare uscire Cevenini ci ha pensato la malattia che, costringendolo a fermarsi, gli ha indicato la strada. Saggezza del corpo.

Un’altra soluzione è non entrarci. Non a caso, negli ultimi giorni tutti i candidati civici interpellati dal Pd – e persino supplicati, come hanno fatto con Romano Prodi – hanno finora rifiutato: nessuno vuole diventare un «quasi civico». Come dargli torto: i paradossi sono ancora tutti qui. Pronti ad attanagliare il prossimo candidato di centrosinistra.

10 risposte a “I paradossi di Bologna dopo Maurizio Cevenini

  1. Se non mi sbaglio, gli altri candidati alle primarie erano Amelia Frascaroli (indipendente appoggiata dalla sinistra) e un altro di cui non ricordo il nome.
    In linea teorica, se il candidato del PD si è ritirato dalle primarie, le stesse dovrebbero tenersi comunque con i candidati rimasti (e eventualmente un nuovo nome proposto dal partito, ma in tempi brevi), per una questione di correttezza. Avverrà?

  2. L’altro attualmente è Benedetto Zacchiroli.

    secondo il sito del pd bolognese:

    “Al fine di ispirare e stimolare la disponibilità di eventuali nuovi candidati e di garantire a tutti pari condizioni ed opportunità di partecipazione, la coalizione ha deciso di riaprire un ulteriore periodo per la raccolta delle firme, da venerdì 19 novembre a venerdì 10 dicembre 2010. La nuova data di consegna delle 1500 firme di cittadini di Bologna elettori di centro sinistra è fissata, pertanto, per sabato 11 dicembre 2010, con le modalità previste nel regolamento precedentemente approvato.

    Le elezioni primarie si terranno domenica 23 gennaio 2011, dalle ore 8.00 alle ore 22.00.”

    http://www.pdbologna.org/Coordinamento-PD-Bologna/Editoriali/Primarie-il-23-gennaio.html

  3. Un aspetto del problema è che le primarie del PD sono inevitabilmente fasulle, per una ragione che pochi hanno indicato.
    Le vere primarie, quelle americane, sono lunghi percorsi a tappe. Sono una serie di prove elettorali. Competendo fra loro ripetutamente, in diverse aree territoriali e per mesi, i candidati rivelano capacità organizzative e politiche, qualità e difetti personali. Sottoposti per mesi al vaglio dei mass media.

    Primarie di questo genere si potrebbero fare anche per il sindaco di Bologna. Una primaria al mese, ogni mese un quartiere (o ogni due settimane). E poi una primaria cittadina fra i primi due. O qualcosa del genere.

    Invece, scegliere in un sol giorno fra una lista di nomi e facce, selezionati dal partito che generalmente sostiene e finanzia la corsa di uno solo, senza nessun confronto serio, è quasi una presa in giro.

    E’ vero che in condizioni particolari le primarie possono consentire di sovvertire le priorità del partito (Vendola, Renzi). Ma è raro che ci siano le condizioni perché questo sia realisticamente possibile.
    Mentre con primarie a tappe, all’americana, lo sarebbe assai di più.

  4. Poteri forti. Il problema è che a Bologna, come altrove, esistono centri di potere che influenzano pesantemente le politiche cittadine. Il problema è che a Bologna la politica (il Pd) ha cessato da tempo di essere un potere forte. Chiunque sarà sindaco dovrà fare i conti con questi poteri. E nel massacro mediatico di Delbono, e nel ritiro di Cevenini, come non pensare che…

    P.S. In una situazione grottesca come quella bolognese, fare le primarie è perfettamente inutile, mancano tutte le condizioni di base.

  5. Che tristezza! Amare questa città e vederla essere succube di questa ansia da spartizione eppure sapere che i progetti sono mille. Un esempio:
    http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cultura/2010/1-novembre-2010/mio-progetto-piano-auditorium-embassy–1804069457328.shtml
    Altri esempi si possono avere parlando con la gente che ha tanta voglia di fare in questa città in cui però la questione si risolve solo a se uno è o no appoggiato dal pd.
    Le primarie all’americana di cui parla Ben secondo me sarebbero davvero un motore nuovo e forte per la città. Speriamo che il prossimo sindaco se ne occupi.

  6. @falcon82: grazie per la citazione, ora ho le idee più chiare 🙂
    @Ben: non è proprio così. Innanzitutto, le primarie a tappe avvengono, negli USA, per le elezioni presidenziali, ma a quanto mi risulta le primarie per le candidature al Congresso o per le cariche locali (governatore, sindaco) si tengono in un solo giorno. Inoltre, anche nelle primarie a tappe è raro che outsider vincano a dispetto della volontà della burocrazia di partito (quelle del 2008 sono state l’eccezione, non certo la regola, in una situazione poi rarissima: né il presidente né il vice uscenti si candidavano, e il partito d’opposizione aveva più di un nome forte). Del resto, il sistema a tappe è considerato necessario in relazione alla vastità e alla natura federale del territorio statunitense, ma non è certo il sistema migliore per favorire gli outsider che non abbiano una forte capacità economica.
    Passando alla situazione italiana, non mi sembra che i candidati alle primarie siano “selezionati dal partito”. Nelle primarie di partito, come quelle vinte da Del Bono, i candidati erano sì tutti del PD, anche perché gli altri partiti della coalizione avevano riconosciuto da subito il diritto del partito a esprimere il candidato sindaco, ma gli sfidanti di Del Bono si erano presentati spontaneamente. Cosa che vale ancora di più per le primarie di coalizione, come quelle che dovrebbero esserci ora, o quelle di Milano, della Puglia, di varie altre città. Per presentarsi basta rispettare le regole scelte dagli organizzatori, regole che nelle primarie di coalizione quasi sempre sono condivise appunto per evitare fratture e contestazioni.
    La capacità di superare la forza del partito di maggioranza (il PD) non dipende solo dall’organizzazione delle primarie, ma dalla capacità dei partiti più piccoli di presentare candidature efficaci. La sinistra radicale nel 2006 ha candidato Dario Fo alle primarie milanesi, e nel 2007 Sanguineti a quelle genovesi, entrambe candidature di pura testimonianza che sono partite sconfitte. Quest’anno a Milano candidano Pisapia, e se la stanno giocando.

  7. Secondo me però è il concetto di partecipazione più frequente che gioca un ruolo di cambiamento verso i programmi, lontano dalle facce e dagli slogan.

  8. Skeight 1985 mi corregge e ha in buona parte ragione. Grazie.

    Resto però dell’idea che l’utilità delle primarie dipenderà dalla forma che gradualmente assumeranno, se vivranno.
    Per farle diventare utili, bisogna inventare e sperimentare percorsi procedurali – le primarie a tappe sono una possibilità – che costringano i candidati a dimostrare operativamente le loro capacità agli elettori.
    E costringano i partiti a selezionare candidati adatti a superare un vaglio severo e prolungato di cittadini, associazioni, gruppi di interesse e mass media.

    Cevenini, ad esempio, non credo avrebbe superato un vaglio come quello che sto cercando di suggerire.
    Ma le primarie attuali le avrebbe vinte in carrozza.

  9. L’idea delle primarie a tappe è stata fatta propria da Arturo Parisi (La Repubblica di oggi 3 novembre). Lo stesso che qualche anno fa importò le primarie in Italia dagli USA.

    Parisi cita una proposta dell’Istituto De Gasperi di Bologna, che non conoscevo. Per l’elezione del sindaco di Bologna propongono anche loro primarie a tappe, quartiere per quartiere: http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf-mail/60-18-5-2010a2.pdf

  10. Buonasera.
    Il pensiero che ho notato essere diffuso tra i bolognesi è quello che la situazione evolutiva della città aimè bloccata da anni possa cambiare semplicemente andando alle urne.
    Il punto di vista che voglio esprimere è quello di uno che non è nato a bologna che la conosce bene, ho moltissimi amici, che vive da 20 anni tra parigi, londra e stati uniti per lavoro.
    La situazione “vista da fuori” denuncia una forte “arroganza” di pensiero che non sfocia mai in reali soluzioni in sostanza si ascoltano tutti e solo tutti come se si fosse arrivati ora dal passato senza sapere cosa sia una città moderna.
    Io ho un concetto delle città moderne normale ad esempio è penoso a dir poco che a bologna non vi sia la metropolitana, conosco molto bene le motivazioni false addotte per anni dei canali sottostanti alla citta per non fare questa opera, senza fare nomi la più grande impresa italiana unica in grado di fare questa opera che hanno valutato e da loro valutata di media difficoltà.
    Tutte le città portano i flussi sotto per rendere più vivibile la parte in superficie, forse sbagliano tutti.
    Vivo anche a Milano e trovo che bologna sia una delle città meno meritocratiche del nord italia, questo mi rammarica molto.
    Questi esempi per dire che io non penso vi sia nessuno ne a bologna ne a roma in parlamento che mi rappresenta ma che però i bolognesi devono aprire gli occhi di fronte al fatto che per troppi anni la politica locale che è vecchia vecchia rispetto anche a altre città della regione, non ha tenuto il passo con l’evoluzione che stava avvenendo la fiera è un palese esempio.
    Deve cambiare la mentalità dei bolognesi.
    Saluti.

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