La rarità dell’ascolto

Quando Marina Mizzau e Luisa Lugli mi hanno detto che stavano preparando un libro sull’ascolto – ascolto della parola altrui, non quello musicale – mi sono detta: «Ce ne vorrebbero dieci, cento, mille, non uno solo».

Intere sezioni di librerie e biblioteche dedicate alla scrittura. Poca roba sulla lettura. Intere pareti tappezzate di volumi sulla parola in pubblico. Quasi niente sull’ascolto. Finalmente qualcuno che ci abbia pensato, allora, in questo mondo in cui tutti parlano e scrivono e nessuno più legge né ascolta.

Quando poi Marina e Luisa mi hanno chiesto di contribuire all’impresa, sono stata a maggior ragione felice. E onorata di partecipare alla rarità.

Il libro è uscito da poco, con Il Mulino. Lo puoi comprare QUI.

L'ascolto, Il Mulino

Indice: Introduzione, di M. Mizzau e L. Lugli.

Parte prima: Teorie e metodi. – I. Come l’ascoltatore interagisce col parlante, di L. Lugli. – II. Il dialogo faccia a faccia, di J. Beavin Bavelas e J. Gerwing. – III. La distribuzione dell’ascolto, di M. Mizzau.

Parte seconda: Attività di ascolto. – IV. L’ascolto nel counselling amicale, di A. Zuczkowski e I. Riccioni. – V. Ascolto attivo in psicoterapia, di F. Bercelli. – VI. L’ascolto nella didattica universitaria, di G. Cosenza. – VII. Il giudice in ascolto, di R. Galatolo. – VIII. Ascoltare il silenzio, di L. Lugli.

Conclusioni. – Appendice. Convenzioni di trascrizione. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.

Come vedi dall’indice, ho scritto un capitolo sull’ascolto nella didattica universitaria. Però succede che, quando lo dico in giro, quasi tutti reagiscono così: «Eh, già. Gli studenti non ascoltano…». Al che mi tocca precisare: «Nooo, non ho parlato dell’ascolto che gli studenti devono rivolgere ai docenti, ma di quello che i docenti devono dedicare ai ragazzi.»

Perché è solo dando ascolto che si può sperare di riceverlo. Il che vale per tutti. Anche per i docenti. :-D

17 risposte a “La rarità dell’ascolto

  1. tratta anche dell’evoluzione (o involuzione) del fenomeno?

    io da quando passo molto tempo sull’internet faccio fatica ad ascoltare la gente, non riesco a leggere un giornale e in generale applico ovunque la regola del too long: didn’t read

    in compenso passo svariate ore su wikipedia leggendo cose strane
    ma se non è trasmesso in maniera CONCISA ormai faccio fatica a recepirlo

  2. Solomanuel, no mi spiace, non c’è questa prospettiva diacronica, anche perché piuttosto difficile da verificare scientificamente con i dati attuali.
    E poi il tuo punto riguarda più il processo di lettura che quello dell’ascolto nelle interazioni faccia a faccia. Ciao!

  3. Una domanda e un ricordo.

    La domanda: se è vero che tutti parlano troppo e/o scrivono troppo… allora forse poteva avere un po’ di ragione anche Calzedonia, con le sue donne che “non hanno bisogno di parole”? ;-)

    Il ricordo: leggerò senz’altro il libro (lo metto subito nella wish-list natalizia!) proprio in virtù di quella precisazione docenti/studenti. La docente che a Bologna mi aveva più seguita, anni fa, nei riguardi degli studenti aveva una capacità di ascolto fuori dal comune. Ora quella persona non c’è più, ma a volte un buon ascolto ti rimane accanto per la vita. Sì sì, penso che sarà un bel libro.

  4. Anche l’insegnamento dellelingue straniere dovrebbe focalizzarsi tantissimo sull’ascolto. Per quanto mi riguarda è il mio problema principale: non riesco ad ascoltare, forse per lo stesso motivo per cui anche quando parlo la mia lingua, con parlanti la mia lingua, non so ascoltare. O perché certe argomentazioni e certi discorsi li trovo poco interessanti o per altri motivi che di solitoservono solo ad autogiustificare loa mancanza di predisposizione ad ascoltare gli altri.
    Non sappiamo ascoltare, io in primis. E questo mi fa male perché è essenziale per me e per il mestiere che voglio fare. Spero davvero che anche l’insegnamento delle lingue trarrà beneficio da questo settori settori di studi, ammesso che si possa definire tale.

    Cordialmente

  5. Leggendo questo post mi sono apparsi davanti agli occhi tutti i miei incubi legati alla parola “ascolto” :D
    Faccio sempre una grandissima fatica ad ascoltare, ho sempre la mente che vaga altrove, che si perde, anche quando sono interessata all’argomento (o alla persona che sta parlando).
    Preferisco di gran lunga leggere. A volte vorrei che tutti coloro che hanno qualcosa da raccontarmi mi scrivessero una lettera o un’email.
    Ascolto veramente bene solo quando posso prendere appunti, quando posso fissare delle idee su un foglio. Ma la voce.. appena una voce umana mi parla per più di 3-4 minuti di fila devo fare degli sforzi terribili per mantenermi concentrata.

    L’indice di questo libro mi attira moltissimo… quasi quasi :)

  6. Ma guarda un po’, la Mizzau ascolta e legge. Chi l’avrebbe detto? Eppure ai miei tempi universitari in aula era di un menefreghismo stratosferico, arrivava in ritardo, monologava e se ne andava in anticipo, con la platea che rimaneva tra il basito e l’attonito, perfino troppo educata per indignarsi. Probabilmente era solo un periodo no, la testa rivolta al suo prossimo libro sull’ascolto. La pratica peccava per rincorrere la purezza della teoria. E certo la penitenza è il digestivo della colpa. A ogni modo ricordo la Mizzau come la peggiore esperienza d’esame della mia vita: scritto a tesi da svolgere, mi erano piaciuti i suoi libri sull’ironia, i suoi gusti letterari non banali. La pensavo una vegliarda all’Ivy Compton Burnett. Così mi scateno e dico: il tema mi piace, parte da Shakespeare. Sviluppiamolo, fuoco alle micce. Lampadina alogena, nessun risparmio energetico. Esco dall’esame, fiero come non mai, soddisfatto di un lavoro onesto che mi ha entusiasmato. Mi dico curioso di vedere cosa dirà la Tom Waits della psicologia della narratività.
    Giunge il giorno della verbalizzazione, oltre 100 studenti in attesa fuori dalla porta divisi in due turni. Ascoltare il responso e verbalizzarlo. Tra una verbalizzazione e un’altra la porta rimane semiaperta e si possono vedere le pile di foglio protocollo a destra, la mano che ne prende meccanicamente uno, scorsa veloce, lo rigira a vedere se è scritto anche dietro. Poi la testa si gira a sinistra, e il busto segue con la penna a scrivere qualcosa. Indi la chiamata del presunto autografo del foglio, qualcuno socchiude la porta dietro sé, qualcuno no. Libretto, silenzio. Avanti un altro.
    Ho la ventura di sedere vicino alla porta: puntuale come sempre tendo sempre alla odiata prima fila. Ora è il mio turno, indovino il doppio protocollo a colpo d’occhio. Stessi gesti nella catena di montaggio che osservo da quasi un’ora. Mi insospettisco, perché non può avere letto 7 facciate in un minuto. Mi chiama, mi siedo. Mi guarda con l’occhio glauco, mi dà del lei, le do quasi del voi. Prende lo specimen, se lo rigira tra le mani con aria schifata Lei è andato a ruota libera no no no, non va bene lei non ha neanche letto il libro Scusi? Questa è una presa in giro. Sospiro, cerco le bisettrici del suo viso ma la messa a fuoco è al cielo dietro la sua finestra. Tento l’inutile replica Non solo ho letto quello, ma li ho LETTI tutti, tutti quelli che ha scritto e altri, ben oltre il programma, ma lei non ha neanche LETTO il mio compito e io l’ho vista. mi dica cosa c’è scritto No no, lei è andato a ruota libera lei rifà l’esame.
    Oltre cento persone, unico bocciato. Scendo le scale, mi rigiro e rigiro nel patio del dipartimento. La Mizzau, l’ascoltatrice-lettrice, scende e va a prendersi un caffé, come uno studente. Non c’è nessuno nella saletta e io decido di darle una chance, di vedere se fuori dalla transumanza burocratica delle verbalizzazioni, esaurita la mandria indistinta, c’è spazio per l’ascolto. E con tono amareggiato mi avvicino e le dico Lei non lo ha letto, lo ammetta No No l’ho letto ma non va bene. C’è imbarazzo però, i suoi gesti cercano un appiglio, ruota il capo, non mi guarda negli occhi. Mi basta come ammissione e declino l’offerta di “risalire per guardarlo, se vuole” perché l’avrei umiliata inchiodandola alla sua sorda cecità. Ma il viso già anziano mi ha vinto perché era più buono della sua voce burbera. Se il Jack Daniel’s parlasse avrebbe la voce della Mizzau.
    La volta dopo, esame volutamente attico, sforzo stitico per raggiungere il mio limite nella mediocrità.
    30.
    Avrà imparato la Mizzau a leggere i propri libri?

  7. M’ispirano il capitolo di Marina Mizzau, La distribuzione dell’ascolto, e quello di Luisa Lugli, Ascoltare il silenzio. Sì, ci credo, possono salvarmi la vita :-)

  8. Caro Ugo,
    da vecchio docente ti dico come probabilmente è andata.
    La Mizzau ha letto tutti i compiti prima dell’esame. Tutti i docenti seri lo fanno.
    Prima di chiamarti ha scorso il tuo, guardando le sue annotazioni, per ricordarselo.
    Se il tuo scritto era come i tuoi post, che talvolta in effetti sono un po’ a ruota libera, per quanto brillanti, può non averlo apprezzato.
    Sei sicuro di avere tu *ascoltato* il suo giudizio? ;-)

  9. Mi scuso, ma trovo che questo giudizio del Prof.Bercelli, sicuramente dettato dalla stima per la sua collega, sia un tipico esempio di non-ascolto.

    Ugo ha raccontato che la Prof.Mizzau lo ha accusato di non aver letto il libro di testo. Credo che un docente con una certa esperienza riesca a distinguere la prova scritta di uno studente preparato ma dallo stile un po’ nevrotico, da quella di uno che “ci prova” pur non avendo letto niente.

    Affermare che “Se il tuo scritto era come i tuoi post, che talvolta in effetti sono un po’ a ruota libera, per quanto brillanti, può non averlo apprezzato” a mio parere significa non avere inteso il punto della questione. Ricordo che Ugo è stato bocciato.

    Mi chiedo se il Prof.Bercelli, dai soli post pubblicati qui, sia anche riuscito a determinare se Ugo fosse o meno uno studente che legge i testi prima di presentarsi all’esame…

    Per quanto mi riguarda, anche se sono stata promossa, non ho avuto un’esperienza molto migliore con la Prof.Mizzau. Secondo me sarebbe bene accettare con serenità la possibilità che un professore dalla mente brillante, autore di meravigliosi testi, possa (per tante ragioni) non essere un insegnante che instaura un buon rapporto con i suoi studenti.

  10. A Giulia (Giap)

    Scrivendo “probabilmente”, “se… può…” e “Sei sicuro…?” intendevo davvero “probabilmente”, “se…può…” e “Sei sicuro…?”.

    Per ascoltare davvero l’altro bisogna non trarre conclusioni (negative) da un’interpretazione soggettiva di ciò che ha detto.
    Mi pareva invece, dal suo racconto, che Ugo avesse tratto alcune conclusioni negative sulla base di inferenze azzardate. Ad esempio, che la docente non avesse letto il suo (di Ugo) scritto.
    Nonostante l’implausibilità della cosa e nonostante la smentita dell’interessata:
    “le dico Lei [Mizzau] non lo ha letto, lo ammetta No No l’ho letto ma non va bene. C’è imbarazzo però, i suoi gesti cercano un appiglio, ruota il capo, non mi guarda negli occhi. Mi basta come ammissione e declino l’offerta di “risalire per guardarlo, se vuole” perché l’avrei umiliata inchiodandola alla sua sorda cecità.”
    Sono le persone troppo intelligenti come Ugo che possono permettersi di prendere una smentita per un’ammissione, attribuendo all’altro una “sorda cecità” che POTREBBE essere invece la propria.
    Caro Ugo, non solo intelligente, anche generoso: declini l’offerta per non umiliare, per non inchiodare. Bah.

    Ascoltare va poco d’accordo con l’eccesso d’intelligenza, la facilità d’interpretare gli altri e la sicurezza riguardo alle proprie interpretazioni.

    Certo, forse Ugo aveva scritto un’ottima cosa e la Mizzau valutò male. Forse. Ho solo suggerito a Ugo di prendere in considerazione l’altra possibilità, come allora non fece (“declino l’offerta di “risalire per guardarlo, se vuole” “).

  11. Ugo, Giulia,
    (ma anche qualcun altro nei commenti),
    avete in parte sovrapposto la questione della lettura a quella dell’ascolto, me ne rammarico e faccio ammenda: è colpa mia, che ho impostato la faccenda in questo modo, sperando desse adito a più sottili distinzioni e invece non è andata così. Mi dispiace.

    Il punto comune a lettura e ascolto è, se vogliamo, l’attenzione al destinatario, all’altra persona nello scambio comunicativo.

    Ma l’ascolto è sempre – letteraralmente e direttamente – relazionale. La lettura no, o meglio è relazionale solo nella misura in cui chi legge si immagina – ma solo se la immagina, mica accade – una relazione con chi ha scritto il testo che legge. Nel caso dell’ascolto, invece, la relazione è in atto, anzi di piu: deve esserci per forza nel momento in cui si ascolta, altrimenti l’ascolto fallisce.

    Era quello cui alludevo quando ho detto che, per ricevere ascolto, è necessario innanzi tutto offrirlo.

    È proprio questa relazione che è mancata nell’esame fallito di Ugo. Per cui è vero sia quello che ha detto Ugo, sia ciò che gli ha rimbalzato Fabrizio: né Marina né Ugo hanno prestato ascolto l’uno all’altra. E tuttavia avevano letto i testi l’uno dell’altra: Ugo perché lo ha dichiarato e dice il vero; Marina perché effettivamente fa come fanno tutti i docenti seri e come ha precisato Fabrizio: si legge i compiti a casa e, nei pochi minuti prima dell’orale, va a riguardarseli per ricordare cosa aveva letto e pensato per aver dato una certa valutazione.

    Che sia fallita la relazione dell’ascolto è ancor più chiaro per la passione che Ugo mette nel ricordare il lontano episodio: non è la bocciatura che ancora gli fa male, ma la mancata relazione con una persona che stimava per averne letto i libri. E che i due mondi – lettura e ascolto – possano dolorosamente rimanere separati è ulteriormente confermato dal commento di Giulia, che sottolinea come si possa essere brillanti scrittori e studiosi senza riuscire a stabilire una relazione di ascolto efficace nei confronti dei propri studenti. Che finiranno a loro volta – inevitabilmente e dolorosamente – per rifiutare il docente da cui non si sono sentiti ascoltati, innescando un circolo vizioso da cui di solito è molto difficile uscire, purtroppo.

    Vi sfugge un punto importante però, caro Ugo e cara Giulia: che la vostra relazione di ascolto reciproco con la prof. Mizzau sia fallita non implica che sia accaduto o accada altrettanto con altri studenti. In moltissimi altri casi – la maggioranza, per fortuna – Marina Mizzau è stata ed è una docente che ascolta e viene ascoltata.

    Da pochi casi particolari non si inferisce mai una regola generale e voi lo sapete benissimo, caro Ugo e cara Giulia. Tuttavia, il dispiacere per la mancata relazione con una persona di cui comunque apprezzate i libri vi ha indotto a dimenticarlo, perlomeno nello spazio e nel tempo di un commento su questo blog.

    Come si esce dal circolo vizioso della relazione di ascolto mancata? Facendo il primo passo, se si è interessati a farlo.

    Se io fossi in Ugo, per esempio, dopo aver constatato che il ricordo della relazione mancata ancora brucia un po’, scriverei una bella mail alla professoressa, raccontandole la cosa e invitandola a prendere un aperitivo – magari un Margarita: potreste parlare di ironia, letteratura, impliciti e moltissime altre cose. Potreste – finalmente – ascoltarvi davvero.
    :-D

  12. Ricordo ancora quel giorno, Ugo in bici al mio fianco risalendo da Azzo Gardino. Era molto rammaricato, non l’avevo mai visto così, nulla poté consolarlo. Non era di certo la la bocciatura, bensì la rassegnazione. L’episodio con la Mizzau era solo uno dei tanti e posso confermare che non fu certo un bel periodo per rapportarsi a dei docenti che sembravano dei muri di gomma chiusi nelle loro torri d’avorio ma che forse eran solo di cartone. Ugo, come me e come tanti altri avevamo iniziato quel corso di laurea in Comunicazione, con speranze diverse, buoni propositi ma niente si realizzò. Ci sembrò di schiantare contro un muro. Sarà che le aspettative erano troppo alte, ma c’è il fatto che ora a distanza di 8 anni, i nomi dei docenti che ricordo con piacere e gratitudine sono veramente pochi. Due. Giovanna (e non per ruffianeria, altrimenti non seguirei da tempo il blog) e la Sassatelli. Per il resto è stata davvero un’esperienza deludente. Meglio non citare altri docenti, sarebbe un’inutile lista e non riporterebbe indietro il tempo perso dietro a discipline inesistenti e docenti poco disposti al dialogo. Il mio come quello di altri può sembrare uno sfogo estemporaneo, fuori tempo massimo, ma vista l’occasione, ho ritenuto opportuno liberarmi da quell’ovo sodo che mi preseguita da 5 anni. L’opinione era condivisa dai più, e la diaspora che ha seguito il nostro corso triennale ne è la dimostrazione. Alcuni a Roma, altri nei dintorni emiliani, taluni allo Iulm e qualcuno come me ha ricominciato un corso di laurea da zero. Ricorderò per sempre il periodo bolognese come il periodo della formazione (e della disillusione), e posso ringraziare dsc non per gli insegnamenti ricevuti, ma sicuramente per i colleghi che ho potuto conoscere, persone piene d’interesse, persone eclettiche, persone speciali, persone come Ugo.

  13. Al di là di tutto comunque, l’ascolto è l’implicito di ogni libro e di ogni comunicazione. Tanti libri, sulla scrittura e su ogni altro argomento possibile, presuppongono lettori che li ascoltano. Non è forse questa la logica dell’enunciazione? Scrivere sull’ascolto è di nuovo la volontà di farsi ascoltare. E scrivere non è ascoltare.

    Spero sia un buon invito all’ascolto, come diceva Montale: Ascolta, i poeti laureati…

    E, wittgensteinianamente, del silenzio di chi ascolta, per esempio un libro leggendolo, nulla si è ancora detto e scritto. Forse perché sul vero ascoltare, al di là delle tecniche possibili, nulla si può dire e perciò si deve tacere. A buon ascoltator poche parole…L’unica cosa che davvero si ascolta è il silenzio…

    tra le righe, tra le parole
    :)

  14. Buongiorno,
    anch’io desidero portare la mia esperienza, perché credo che quello dell’ascolto in ambito universitario sia un tema spinoso per molto studenti, come abbiamo potuto vedere dai commenti fin qui.
    Un problema sostanziale di Bologna credo che sia il numero di studenti. Sono 3 anni che ho finito la triennale, ma mi ricordo code interminabili ai ricevimenti, alle verbalizzazioni, agli esami scritti in quegli stanzoni da concorso. Questo può portare ad uno scarso ascolto, che talvolta può generare frustrazione in generale.
    Anche per me credo che le 2 persone “migliori” che ho incontrato a Bologna siano state Giovanna, Roberta Sassatelli e Daniele Donati, eppure per le prime 7 volte che sono andata a parlare con Giovanna della tesi mi sono dovuta ripresentare, “Buongiorno prof., sono la ragazza toscana che fa la tesi sui rubinetti”. Ma non gliene faccio una colpa, ero ogni volta almeno la 25esima di un ricevimento che prevedeva un max di 20 persone.
    Una situazione affollata e caotica può sicuramente aumentare l’incidenza di incomprensioni e ingiustizie anche tra persone volenterose, poi però c’è il carattere personale, che delle volte non ammette non l’ascolto, ma l’interazione in sé, tipo: “Salve prof., questo è il foglio per convalidare gli esami fatto in erasmus” “non va bene” “Ma ci eravamo accordati per email, mi aveva dato l’ok” “non è possibile” “ho qui l’email stampata” “Ah sì? Allora 25” “Ma io in Danimarca ho preso il massimo” “E’ uguale”. Cioè, qui si rasenta l’autismo. O il delirio di onnipotenza, a scelta.
    Anche io ho cambiato, sono andata a Siena per la Specialistica e lì ho trovato un altro ambiente da questo punto di vista. Con il prof. Giovanetti Manetti (ordinario e presidente del corso di laurea), che passando per i corridoi vede un gruppo di ragazzi intorno al tavolo e chiede: “Che fate ragazzi?” e noi, velocemente, senza stare a specificare, abbiamo dato una risposta che poteva suonare sciocca “un film!” “ Ah! Un film addirittura, bravi, bravi!”. Io ero appena arrivata da Bologna e ve lo devo dire, mi sono commossa per quel gesto di considerazione.
    Spero che anche da voi a Bologna, una volta ridimensionati i numeri alle lauree specialistiche, la cosa cambi. Almeno per chi tra i prof. è ben disposto.

  15. bello! non ne sapevo niente, devo assolutamente leggerlo.

  16. Cara professoressa Cosenza,

    desidero riportare anche io la mia esperienza.
    sono un pò stupita dal rancore e dalla delusione che traspaiono dalle parole di questi ragazzi (da notare che qualcuno parla di cose successe 8 anni fa!).
    sembra quasi che questo post abbia riaperto vecchie ferite.

    detto questo, vorrei chiederle come mai secondo lei le iscrizioni alle lauree specialistiche di dsc sono diminuite così tanto negli ultimi anni.
    quali fattori hanno influito? e come?
    oltre al diverso – e incomprensibile, aggiungerei- prestigio sociale di cui godono le varie facoltà.
    oltre alla crisi che ti costringe a risparmiare anche sui sogni e ti spinge a investire su qualcosa di più “concreto” (!!!).

    qualche settimana fa una docente ci ha chiesto se anche negli altri corsi (quasi tutti a scelta) c’era così poca gente come al suo. una ragazza ha subito risposto che era così anche per gli altri tranne che per quello di comunicazione politica. e in effetti per essere un corso della specialistica è davvero molto affollato!
    la professoressa ha subito abbozzato un sorrisetto.
    ecco – ho pensato- ci risiamo!
    e infatti la sua collega iniziò a dirci che era normale. la parola “comunicazione”, a suo avviso, fa sempre gola e stuzzica la curiosità degli studenti. il che è evidente dal boom di iscrizioni che c’è stato per le facoltà di comunicazione e che adesso invece…..
    insomma, una moda passeggera.
    niente di serio.

    credo che uno dei problemi principali di dsc sia proprio questo. il basso prestigio sociale di cui gode sembra riflettersi inevitabilmente sugli studenti, sulle loro ambizioni e passioni.
    ho notato che sia io che altri colleghi siamo arrivati alla fine del percorso disillusi e delusi.
    dopo aver passato 3 anni a spiegare alla gente che non ci eravamo iscritti a dsc per fare i giornalisti e tanto meno perchè era “più facile” di qualche altra facoltà e dopo aver visto l’offerta formativa della compass molti di noi hanno cambiato città e/o facoltà. altri non hanno continuato proprio.
    io poi sono scappata ancor prima della discussione della tesina.
    ma torno sempre.

    a un anno di distanza continuo a interessarmi e a leggere di comunicazione praticamente tutti i giorni.
    con la stessa passione di sempre, ma in un’ottica diversa.
    ho un ottimo ricordo degli insegnanti di dsc. certo, le eccezioni ci sono state ma hanno solo confermato la regola.
    sono stati anni di formazione in tutti i sensi. sono cresciuta. e l’ho fatto soprattutto grazie ad alcuni esami che non sono andati proprio come desideravo.
    il suo, ad esempio, è stato uno di questi.
    la prima volta mi ha bocciata allo scritto e amen.
    la seconda volta invece è stato più divertente.
    22 allo scritto
    24 all’orale
    insisto per alzare il voto con qualche altra domanda
    26 voto finale
    insisto ancora
    “di più non posso. le ho già alzato il voto di 4 punti…si vede che ha studiato. forse dovrebbe cercare di capire perchè non riesce a esprimere nello scritto quello che invece dimostra di sapere all’orale. però se vuole fare la tesi con me l’anno prossimo…non mi interessa se prende 30 all’esame. mi interessano persone sveglie e col senso critico”.

    forse il problema di noi studenti è che spesso non riusciamo a dare il giusto peso e valore alle cose.

    sa, neanche con quella che poi è stata la mia relatrice ho preso 30. ma per me quel corso e poi quel percorso fatto con lei fino alla laurea hanno avuto un valore che è andato ben oltre il voto sul libretto.

    è vero: prima di pretendere di essere ascoltati, bisogna imparare ad ascoltare.

    ps
    a volte sono proprio gli off topic che ci segnalano che dall’altra parte c’è una richiesta d’ascolto

  17. Lo compro subito Gio. Grazie per la segnalazione!
    Baci tua Mariella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...