Perché non parlo di Ruby

In questi giorni diversi amici, studenti e colleghi mi hanno chiesto perché non ho ancora detto nulla sul caso Ruby. Come in questa mail:

«Mi aspettavo che disambiguassi i messaggi su Ruby. C’è tutto: donna oggetto, machismo da serial, gioventù, immigrazione, politica, potere vero e presunto, obbedienza, rispetto (?) delle regole formali dei procedimenti di polizia. Invece, a molti giorni dalla vicenda, mi taci, perché?»

Ecco una manciata di perché:

(1) Non considero il caso Ruby molto diverso dagli altri scandali escort: è solo un accumulo quantitativo, ma i temi sono sempre quelli (inclusa la minore età, già vista con Noemi).

(2) Trovo controproducente parlare della questione femminile in relazione a Berlusconi, perché contribuisce a diffondere l’idea che il machismo stia solo nel centrodestra o nel cosiddetto berlusconismo. Ma la discriminazione nei confronti delle donne, in Italia, è del tutto trasversale rispetto a partiti, classi sociali, livelli di cultura. Detto più crudamente: il machismo c’è in università come in fabbrica, in città come in provincia, nel Pd come nel PdL e in Fli. (Lo so che il Pd si ribella se gli dico che sono machisti come a destra, ma non sono i sottili distinguo che fanno la differenza, e nemmeno una piccola differenza nel numero di deputati: 30% di parlamentari donne nel Pd, 20% di donne nel parlamento complessivo. Ci vuole il 50% per sentirsi diversi, ci vogliono donne nei gruppi dirigenti, ci vogliono comportamenti di rispetto quotidiano e continuo, incluse le sfumature.)

(3) Parlare di Ruby e le altre stimola sempre qualcuno a metterci la foto. O ad andarsela a guardare. E questa foto sarà – ovviamente – scosciata, ammiccante, tettuta. Sono stanca di queste immagini sulle prime pagine di Repubblica e Corriere (in questo identiche alle testate di gossip), stanca di vederle moltiplicate e integrate con video pruriginosi sui loro siti, stanca di vederle rimbalzare nei blog e su Facebook. Le donne italiane non fanno tutte di mestiere la escort, né l’accompagnatrice o la ragazza immagine.

(4) Parlare di Ruby e le altre significa per l’ennesima volta parlare di Berlusconi: il solito gigantesco elefante in mezzo all’arena. Con l’aggiunta delle tette (vedi anche Gad Lerner, Berlusconi e le donne).

(5) Parlare di Ruby e le altre in un’Italia machista significa alimentare tutti gli uomini che – più o meno esplicitamente – vorrebbero essere «pieni di belle ragazze» come Berlusconi.

(6) Parlare di Ruby e le altre non induce Berlusconi a dimettersi: la crisi in cui ora versa il governo viene da Fli, non dalle escort.

(7) Della discriminazione delle donne, in Italia, non frega niente a nessuno. Cioè frega ai giornali solo per mettere in prima pagina un po’ di ragazze scosciate, e a qualche talk show per dimostrarsi «politicamente corretto» mettendo in prima fila qualche donna a parlare di donne. Ma importa davvero solo a un sottoinsieme di donne – inclusa me – che negli ultimi due anni, poiché esasperate, hanno messo il dito sulla piaga. Col rischio di finire etichettate come «quelle che parlano sempre di donne», come è accaduto alle femministe dopo gli anni ’70. Rischio che io non voglio correre.

Un’ultima precisazione: non vale commentare che, dicendo di non parlare di Ruby, alla fine ne ho parlato. Se avessi continuato a non parlarne, potevo apparire colpevole di «qualunquismo di fronte alla gravità della situazione».

E poi c’è modo e modo. 🙂

24 risposte a “Perché non parlo di Ruby

  1. Anche noi siamo stanche di queste immagini sulle prime pagine dei quotidiani e sulle altre testate, che sono ipocritamente lievitate a seguito della vicenda Ruby.
    Per questo, abbiamo scritto questa lettera aperta ai media italiani che chiunque può firmare:
    http://www.donnepensanti.net/2010/11/io-non-ci-sto-basta-con-il-voyeurismo-mediatico-sui-corpi-delle-donne-firma-e-passaparola/.

    Colgo l’occasione di ringraziare Giovanna per averla sottoscritta!

  2. Un “Perché no” era più che sufficiente. 🙂

  3. Eheheh… In effetti è una preterizione bella e buona!

  4. Yahis, non ho messo l’etichetta retorica a bella posta… e la metti tu?! 😉

  5. giustamente non parliamo di Ruby, come fanno bavosamente tutti i media. parliamo della condizione mediatica e mediana (vedi Infedele, riserva indiana di Lerner) della donna in Italia. Sono d’accordo quasi su tutto. Ma non sul fatto che una soluzione possa venire dai numeri. Avere il 50% femminile in parlamento o nelle aziende cosa risolve se ti trovi personaggi come la Santanchè? Ho visto agenzie di comunicazione con il 60, 70% di donne. Ma alcune di loro erano le prime nemiche di se stesse, fedeli all’archetipo: Donna = “tette e culo”. una volta ho prestato la mia felpa ad una manager (s)vestita da cubista, perché aveva un principio di assideramento.
    Per fortuna il mondo (anche quello della cultura popolare) è molto più complesso, ci sono identità di genere di ogni… genere. Tanti modi di essere donna, uomo, diversamente uomo, stra-ordinariamente donna. Forse si tratta di far entrare le sfumature del mondo all’interno della rappresentazione dei media. non facile

  6. bruno: sono d’accordo con te, il 50% non risolve la questione.

    Una volta ero nettamente contraria alle quote rosa, per le stesse ragioni che indichi tu. Ora penso che in un paese arretrato come il nostro siano “un male necessario”.

    Vedi in proposito cosa è successo in Norvegia negli ultimi anni: da quando hanno imposto le quote rosa in azienda e nelle istituzioni pubbliche, un po’ alla volta qualcosa è cambiato.

    Ne ha parlato la splendida inchiesta «Senzadonne» di presa diretta:

    http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-97cbc237-7305-4d48-90de-5bcab4ef39f4.html

  7. A Giorgia Vezzoli: colgo l’occasione per farvi un appunto. Togliete il frammento dell’immagine di Ruby, per favore, per coerenza con la vostra contestazione.

    Ho firmato la vostra petizione chiudendo un occhio su alcune incongruenze, così come ho scritto questo post concedendo a me stessa una preterizione (dire di non voler dire qualcosa, dicendola) solo perché spero, così facendo, di contribuire a fare un minimo di chiarezza anche sul paradosso di usare immagini per contestare immagini… Paradosso in cui cadono anche le persone animate dalle migliori intenzioni. Mi spiego? Un abbraccio

  8. Un mio amico blogger (“bostoniano” – non a caso – sta in USA) sulle quote mi disse efficacemente: le quote si mettono nel momento in cui una democrazia ammette il suo fallimento. La democrazia non ce la fa da sola ad essere tale perciò si istituiscono dei dispositivi. Anche io ho fatto il tuo stesso passaggio da contro a triste pro.
    Sul post. Constato questa questione: le donne di sinistra – forse di più le più giovani – riconosco per bene il sessismo di sinistra. A chiare lettere. Lo riconoscono anche nei contesti professionali di sinistra: tipo lo saprai meglio di me quante caporedattrici ci sono nelle riviste colte ficherrime, e che razza di simpatiche barzellette girino tra i maschi accademici. Però almeno che so, le mie amiche di sinistra se ne accorgono tutte – senza eccezione.
    Ce ne siamo accorte anche quando Prodi alla composizione del governo diede alle donne che so, il ministero dei cessi gialli, e quello delle porte di servizio. Mentre Sarkò si rivelò dopo un illuminato.
    Tuttavia il quiz è: come mai quelle di destra no? Come mai non sono scosse? Perchè una cosa va detta Giovanna: il sessismo è uguale, ma il potere della destra lo usa per diramare il suo esercizio, ne fa una semantica, un orgoglio una rivendicazione. Le sinistre hanno il merito dell’ipocrisia. Dove merito tutto sommato, non è a caso: il sessismo di sinistra è cioè qualcosa di dissimulato, di cui ci si vergogna.

  9. Spero di non essere frainteso.

    La mania dei maschi per tette e culi giovanili è un fatto di cattiva cultura e cattiva educazione, ma ha anche una potente base istintiva.
    Istinti non da sopprimere, nessuno/a credo voglia questo, ma da disciplinare severamente, in tutti i modi che giustamente “il sottoinsieme di donne esasperate” (Cosenza) pretende.

    E allora? Allora, conviene rendersi conto che questo problema, in un modo o nell’altro, gli umani ce l’avranno sempre, almeno fino a che l’evoluzione biologica, non solo quella culturale, non cambi la loro natura, non prima forse di molte decine di migliaia di anni, se mai.

    Certo, ci sono società molto più avanti e altre molto più indietro, al riguardo. Ma il problema permane e permarrà in tutte.
    Naturalmente, non è il problema della parità di diritti e opportunità. Però interferisce maledettamente anche con la parità.

    E allora? Allora niente. Solo forse un cambio di prospettiva utile per prendere le misure del problema: accettare che non si può risolvere alla radice. Disporsi a una vigilanza interminabile. Che palle.
    Come per furto, sfruttamento, omicidio, odio etnico.

    Ha straragione Giovanna. Non è il berlusconismo. Magari.

  10. Ben, è vero che l’uomo (inteso come maschio) ha una sua animalità a qualunque latitudine. Vero che la colpa non è di Berlusconi.
    E’ vero anche ciò che hanno sottolineato un paio di ottimi documentari come Videocracy e Il corpo delle donne: per un insieme di cause storiche, religiose, culturali, mediatiche sembra veramente che in Italia tiri “di più un pelo di f. che un carro di buoi”. Questa è la prima frase che ho sentito, il primo giorno di lavoro, nella mia prima agenzia di pubblicità.
    Ma nel nordeuropa ad esempio, non è così. Forse è quella costante azione di vigilanza di cui tu parli. Ma io non credo. Semplicemente è una cultura diversa e la cultura vince quasi sempre sulla natura. la cultura ridisegna i corpi , non viceversa. in olanda passo spesso attraverso i quartieri a luci rosse, certo non è il massimo della condizione femminile, ma si respira meno morbosità di quella che emana da un primo piano dal basso sulle cosce dell’ospite femminile di un programma tv italiano in primetime. E’ l’inquadratura, il frame che fa il significato.

  11. Ben come se dice a Roma: ahò nun te se po’ nasconne gniente!
    Ossia, ciclicamente arriva il maschio illuminato e anche un tantino paternalista che va da delle donne fatte e finite – a spiegare loro che tòh agli uomini piacciono le tette! Offro una nuova prospettiva! Eppure ehm, le donne le tette le hanno Ben e di questo bislacco fenomeno se ne sono accorte e oh spesso hanno anche gradito. Il discorso non è il sesso e la passione per il sesso e andiamo! Proprio perchè il sesso tira a tutte le latitudini – grazie a Dio aggiungerei – ma da tutte le latitudini vengono in Italia e ci guardano come marziani, come marziani poveracci e provinciali per la nostra triviale incapacità di scorporare il sesso in contesti in cui è fuori luogo.

  12. zauberei, d’accordissimo con te sull’ipocrisia di uomini e donne di (ex-) (centro-) (qualsivoglia-) sinistra in materia di questione femminile. 🙂

    E d’accordo pure con la tua replica a Ben. E con quella di bruno.

  13. a zauberei

    che scrive di me: “ahò nun te se po’ nasconne gniente!”

    Colpito e affondato 😦

  14. @giovanna: abbiamo deciso di mettere quell’immagine per far capire esattamente ed immediatamente il contesto di cronaca cui la lettera faceva riferimento, cercando di prendere pezzi di immagine (solo un dettaglio del viso) in modo da non risultare volgare e facendo ben attenzione al fatto che risultasse chiaro che si trattasse di una *denuncia*.
    Purtroppo non è sempre facile far capire a tutt* che cosa si contesta e a volte è necessario renderlo palese, ovviamente limitandolo e contestualizzandolo.
    Tengo comunque a precisare che l’immagine ufficiale della campagna IO NON CI STO agli stereotipi non è quella, ma il banner a sfondo nero con una semplice scritta.
    Ti ringrazio comunque per la critica. Rileveremo di certo il tuo appunto per le future iniziative, per fare sempre meglio.

  15. Sono completamente d’accordo con lei prof. Mi scusi l’azzardo ma sulla questione donne mi sembra oltremodo oltraggiosa anche tutta la “serie” che si sta sviluppando dal “caso” Scazzi. Senza voler entrare nel merito dell’efferatezza del crimine, lo stesso non mi sembra molto dissimile da tanti altri. Ogni giorno, donne muoiono perché i loro partner, ex, mariti, fratelli, amici ecc. si sentono legittimati dalla gelosia o altri mille pretesti ad ammazzarle. In questi casi però il tam tam mediatico sonnecchia e se ne frega bellamente. Se la confessione di Misseri non avesse avuto alcuna falla e non ci fosse stata alcuna ombra di dubbio sulla sua colpevolezza, questo delitto sarebbe già andato nel dormitorio delle statistiche.

  16. Sono del tutto d’accordo: spengiamoli, spengiamoli tutti. Smettiamo di parlare di loro, non per stare zitti, ma per parlare di altro, di tutto quello che ancora c’è da fare per diventare un paese civile, laico, moderno. Una lunga strada.

  17. La storia di Ruby riconferma il vecchio schema che mischia
    – un uomo (con un po’ di confusione in testa) vittima della patonza power (di Massimo Fini)
    – una ragazza giovanissima (complice la danza del ventre), ma già fin troppo consapevole di avere un corpo
    – una vagonata di media che intessono una storia di sessualità (in realtà mai completamente consumata, dalle dichiarazioni di Ruby)
    E allora, chi ci rimette? L’uomo vittima e incastrato nell’ennesimo abuso di potere? La giovane che arriva in un’ovazione al suo compleanno e che ora ha ingaggi danarosi?
    No, a rimetterci è il restante genere femminile, che se si mette gonna e scollatura viene accusato di essere solo tette e culi (sig. Bruno, se lei si mette una camicia a maniche corte non penso sia per mostrarmi i bicipiti, o è così?E allora perché se mi metto una gonna è per mostrare le cosce??Sapesse quanto è difficile dover vestirsi la mattina col pensiero di cosa lei penserà di me), che deve lottare quotidianamente con un concetto sessuale che la imprigiona e la marchia anche in quelle situazioni in cui il sesso non c’entra nulla.

  18. Ci riprovo. Da un punto di vista dichiaratamente maschile.

    Premessa. I maschi umani hanno una predisposizione geneticamente determinata a eccitarsi, alla vista di certi tratti femminili, più di quanto succeda alle femmine alla vista di certi tratti maschili – per cui un uomo in maniche corte generalmente fa meno effetto di una giovane donna con una gonna corta (Fabiana).
    Questa premessa è accettata da molti, maschi e femmine, e negata da altri. E’ una questione di fatto, non di principio.
    Chi la ritiene falsa, può darmi torto su questo e non leggere oltre.

    Poiché in molte situazioni “il sesso non c’entra nulla” (Fabiana), in quelle situazioni i maschi devono imparare a inibirsi, di più di quanto non debbano fare le donne.
    Forse non serve che inibiscano del tutto emozioni e pensieri. Ma devono inibire anche quei comportamenti minimi da cui trapelino emozioni e pensieri inappropriati alla situazione.

    Inibirsi in questo senso, è possibile. Ci vuole una cultura e un’educazione come c’è già in molti paesi civili, citati da Bruno. In questo in Italia siamo messi male (zauberei e Bruno).

    Dove la cultura e l’educazione ci sono, inibirsi è abbastanza facile per i maschi che hanno una buona vita sessuale. Anche l’inibizione eccessiva, da puritani, funziona, ma crea problemi di altro genere.
    Un problema grosso sono i maschi sessualmente più o meno infelici, che non mancano. A questi serve un’autodisciplina davvero dura e una disapprovazione sociale forte e diffusa. Rimedi efficaci, anche se non risolutivi.

  19. Ben due questioni.
    Le cose che dici tu, o Fabiana con tanto rispetto non hanno nessun fondamento scientifico. In neuroscienze si sta studiando da qualche tempo questa differenza di cui parli ma il dibattito è articolato le differenze sono molto più sottili di quanto appaia. Ho la sensazione che tu abbia un’idea di queste cose piuttosto rudimentale – a prescindere dalla disinvoltura con cui usi “geneticamente” il che fa capire che per te il genoma è una roba immutabile e che codifica cose immutabili. Che è semplicemente falso. I geni mutano – è uno dei motivi per cui ci prendiamo certe malattie, e le loro codifiche sono soggette a mutazioni – concetto che va sotto il nome di plasticità neurale – responsabile del nostro apprendimento, che ha appunto tracce biologiche. Sto dicendo delle cose in maniera riduttiva e grossolana, ma insomma.
    Ora tutto questo è secondario, perchè la questione qui non è il tasso di bava dello spettatore – apparte che ahò ma che amici ci hai? PPP – ma l’induzione di bava da parte del produttore. Guarda che il produttore – a discapito di tutte i clichet di cui sopra, sono secoli che fa quatrini sull’eccitazione femminile, sull’erotismo da muscolo pompato. Due terzi dei cantanti masculi per dire, sbarca il lunario così. In Italia tutto è ipersessuato, tutto è spostato sul tasto del sesso, nel momento della produzione, che induce la reazione. Non è che qui gli uomini (salvo me sa l’amici tua) sono più inibiti che in nord america, sono invece più strumentalizzati, sono presi per le palle. In america non esiste che un giornale di economia mostri un culo su un grafico a torte, è questa la questione. E non è inibizione ma vitalità di un contesto culturale e centralità rispetto al potere. Un contesto culturale vivo, sente la necessità di scappare dalla scorciatoia del sesso quando si tratta di creare, perchè passare solo dal sesso è trash. Un contesto culturale pieno di soldi e di potere, e avanti come dire, teme il sessismo non solo per principio ma perchè puzza di vecchio, di povero, di periferico, di terzo mondo.

  20. scusa zauberei:
    produttore (da secoli) de che?

  21. Ben hai ragione secoli sono troppi – o magari no, ma diciamo che posso parlare con certezza di un secolo. Diciamo per le donne – decenni.
    Allora ci sono dei produttori dei prodotti e dei fruitori. I prodotti sono accompagnati da messaggi. Il sesso è un ingrediente di moltissimi messaggi da molto tempo – anche l’eccitazione sessuale delle donne. Hollywood ha cominciato a marciarci dall’età del muto. Per gli uomini vale lo stesso: il sesso è un ingrediente molto usato per persuadere i maschi all’acquisto. Ma questo ingrediente sul mercato pubblicitario televisivo mediatico estero è più basso rispetto a qui. Si è abbassato mentre qui è costante. Non sono gli uomini a essere inibiti o educati diversamente. Trombano tutti! Solo che li il linguaggio a essere più ricco e l’occasione non si pone, o si pone di meno

  22. Gent.ma Fabiana, spero vivamente non si preoccupi di me al mattino prima di vestirsi, perché se proprio dovessi darle un consiglio le consiglierei di mettere del viola se fa l’attrice o di non mettere nulla se fa la suora. Mi piace pensare che possiamo usare l’abbigliamento per sovvertire le regole. Ma anche no. in ogni caso, una minigonna o la canottiera di per se non significano nulla. L’abbigliamento di una persona, come la postura, la prossemica, e’ un linguaggio con tanto di grammatiche, sintassi, testi e soprattutto contesti.

  23. Zauberei ha colto nel segno quello che intendevo: sarebbe ora di rompere il meccanismo del gonna=gambe=sesso (soprattutto prima che si declini completamente al femminile: canotta=muscolo=sesso).
    Ben, ti sto dando torto sulla tua affermazione (due belle braccia maschili fanno piacere a tutte, te l’assicuro). Se l’uomo non è il primo a ribellarsi, ma si crogiola nell’essere trattato e nel sentirsi macchina del sesso, allora non si va da nessuna parte.

    La situazione è pesante: uomini frustrati nella loro sessualità perché iper-bombardati da messaggi sessuali e corpi perfetti, donne che (nel continuo leit motiv di donna in purezza) cercano orgasmi nel cibo (non nell’uomo perbacco!), e intanto continua questo linguaggio sesso-centrico di cui si è veramente stanchi.

  24. 7 ragioni per non parlare del caso Ruby. Si possono scrivere delle ragioni per cui si può (e si deve) parlare del caso Ruby??

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