Archivi del giorno: lunedì, 29 novembre 2010

WikiLeaks: un mezzo che conta più del messaggio

Oggi – eccezionalmente – l’attualità mi impone due post. 🙂

Sulla questione WikiLeaks, due commenti riassumono la mia posizione (i grassetti sono miei):

«L’obiettivo di Julian Assange non è quello di informare. Non è un giornalista. Non è un paladino dell’informazione. Il contenuto di quei documenti non gli interessa.

Ciò che gli interessa è il numero sempre più alto di violazioni al fortino americano – 92 mila documenti la prima volta, ora 250 mila – non che cosa ci sia scritto dentro quei dispacci.

A fare notizia non è il contenuto, ma il contenitore. Il successo di WikiLeaks si misura sulla bravata internettiana, sull’anonimato ricattatore, sullo sberleffo al potere. Anche perché, a leggerli davvero, i primi brogliacci di WikiLeaks raccontavano che i morti in Iraq erano certamente stati moltissimi, come si sapeva, ma meno di quanto si temeva e, peraltro, a grandissima maggioranza uccisi da terroristi sunniti e milizie sciite.» (da «WikiLeaks mette a nudo la diplomazia Usa: l’Onu spiata, i festini di Berlusconi e le bombe per l’Iran», di Christian Rocca, Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2010).

La novità, inoltre, sta nel modo in cui le testate giornalistiche hanno affrontato l’evento, perché (e ringrazio Manuel per la segnalazione dell’articolo):

«In nessun giornale del mondo si è posta oggi l’annosa questione: “Lo diamo prima sulla carta o sul web?”. Tutti, da Der Spiegel al New York Times, al Pais, a Le Monde, hanno cominciato dal sito, proseguiranno sulla carta e andranno avanti utilizzando i due mezzi come un tutt’uno: un unico medium su piattaforme diverse fatto di approfondimento, di sintesi e attraversato da una serie di questioni qualitative e quantitative che possono davvero portarci a dire che qualcosa di profondamente innovativo è successo.» (da «Il giorno che cambiò l’informazione» di Massimo Razzi, La Repubblica, 28 novembre 2010).

Sulla scarsa novità dei contenuti, molti commentatori si sono già pronunciati (leggi per esempio: «Washington in grande trambusto, ma di nuovo finora c’è ben poco», di Mario Platero, Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2010).

Aggiungo solo, per quanto riguarda Berlusconi, che non c’è nulla di nuovo non solo nel fatto che i diplomatici lo considerino molto vicino a Putin e guardino con perplessità e compassione la decadenza fisica e morale dei suoi festini notturni.

Ma non c’è nulla di nuovo nemmeno nel modo in cui gli italiani prenderanno la notizia su «cosa pensano gli americani di Berlusconi»: quelli che lo votano penseranno che i diplomatici americani (specie la donna) sono esageratamente moralisti (anzi, parlano per invidia), o al massimo penseranno che in effetti Berlusconi di recente ha «esagerato un po’» con le donne, ma-chissenefrega-lui-resta-il-più-figo-di-tutti; quelli che non lo votano penseranno scandalo-vergogna-che-figura-ci-facciamo-di-fronte-al-mondo; gli incerti penseranno che-schifo-la-politica-io-non-voto-più-anzi-no-voto-lega-tiè-chissenefrega.

Bologna fra look anti-velina, nostalgia e flash mob

Ieri su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale sull’immagine dei candidati alle primarie del centrosinistra bolognese:

È interessante osservare i candidati alle primarie del centrosinistra bolognese mentre si scaldano ai blocchi di partenza, perché in questa fase i loro programmi sono in gran parte ancora indefiniti. Focalizzare subito la loro immagine significa allora capire con quale dote iniziale si presentano alla città, quali stereotipi li accompagnano, quali vantaggi e svantaggi comportano. Il che permetterà, poi, di verificare come gestiranno questo capitale di partenza.

Amelia Frascaroli è la novità comunicativa più interessante. Mentre tutti si affannano a togliersi gli anni, lei fa di tutto per apparire più anziana: ostenta rughe e capelli candidi, si veste comoda e gioca con lo stereotipo della nonna, che è buona e cara ma, quando vuole, sferzante. Mentre gli altri urlano e litigano, lei sorride, parla a voce bassa e preferisce i toni dell’understatement e dell’autoironia.

Amelia Frascaroli

Inoltre viene dal mondo dell’accoglienza e della solidarietà sociale, e si è inventata una metafora della sua provenienza accogliendo tutti ogni giorno a casa sua, a farle proposte ed esporle problemi davanti a un tè. Insomma perfino nel nome Amelia fa appello alla nostalgia per la Bologna dei nonni, quella in cui partecipare non era uno slogan, ma una pratica quotidiana nelle piazze e nei quartieri. Date le delusioni della politica odierna, questa nostalgia potrebbe piacere a molti, ed è questa la sua forza maggiore. Viceversa, troppa mitezza potrebbe essere recessiva, potrebbe perdersi nel frastuono che la circonda, ed è questo il suo rischio principale.

In apparenza l’immagine di Virginio Merola è diametralmente opposta, perché pare un ragazzone mai cresciuto. In realtà anche lui fa appello alla nostalgia, ma di un altro tipo: quella del PCI dei tempi andati. Veste un po’ come i compagni di una volta, con il maglioncino a v, la giacca e cravatta rossa e, ora che è inverno, il montgomery d’ordinanza. Lo ricordiamo nelle primarie scorse, quando appariva sempre circondato da giovani, sempre a casa di qualche Stefano, Giuseppe, Claudia, a discutere come fosse un’assemblea anni settanta.

Virginio Merola con ricercatore

E anche oggi, con la proposta di accogliere in consiglio comunale gli studenti medi e universitari, l’attenzione ai giovani è rilanciata. Il che può funzionare, in una città stanca della politica di palazzo. Ma bisognerà poi vedere come Merola ci farà dimenticare la rissosità da cui la sua candidatura è emersa, la vicinanza a un Pd screditato e il passato nella giunta Cofferati, che certo non si distinse per empatia coi cittadini.

Infine c’è Benedetto Zacchiroli, che di nostalgico non ha nulla, anzi: si presenta come un giovane manager rampante e, con la mossa iniziale del «candidato no Cev», ha strizzato l’occhio pure al marketing non convenzionale, quello dei flash mob e dello stupore a tutti i costi. Una volta svelatosi, ha lanciato lo slogan «Sono io che», si è precipitato sul web con un sito e un blog, e si è preso Lucio Dalla come testimonial, applicando altre regole di base.

Benedetto Zacchiroli

Il problema è che il marketing in sé funziona per tutto e niente, dallo yogurt alla politica: per avere successo occorre saperlo adattare al prodotto che si vuole vendere e al contesto in cui lo si vuole vendere. Ma per ora Zacchiroli appare un po’ troppo generico e autoreferenziale («Sono io che»), un po’ troppo lontano da una città che ha fame di attenzione e interlocuzione autentiche. Dovrà infine anche lui – come Merola – farci dimenticare di aver lavorato con Cofferati. Staremo a vedere.