Precari e microimprese: guerra fra poveri?

Per lavoro entro in contatto con moltissimi studenti. E con molte aziende, il che vuol dire – poiché siamo in Italia – piccole (sotto i 50 dipendenti) e microimprese (sotto i 10 dipendenti). Mi capita insomma di sentire le due campane.

I giovani si lamentano soprattutto per due cose: il precariato (sono soprattutto contratti a progetto) e lo stipendio basso (da 700 a 1000 euro netti al mese, 1200 se va grassa).

I microimprenditori, d’altro canto, si lamentano perché:

  1. i ragazzi non si rendono conto di quanto sia difficile gestire una microimpresa in Italia, specie in tempo di crisi: fatturato in calo, debiti enormi con le banche, responsabilità a non finire, preoccupazioni notte e giorno;
  2. i ragazzi vivono in modo antagonista e rivendicativo il rapporto “col capo”: non capiscono che lavorare in una piccola impresa non è come essere assunti dallo stato, che non possono pensare solo a “timbrare il cartellino” (che peraltro non c’è) e fuggire a casa;
  3. i ragazzi sono troppo passivi, poco autonomi, poco inclini a proporre idee e inventare soluzioni;
  4. i ragazzi non si rendono conto che l’imprenditore li premierebbe mettendoli “alla pari”, e cioè facendoli pure entrare in società, se solo non avessero questi atteggiamenti.

In questa duplice prospettiva ho letto la mail di Anna (nome fittizio). Si è laureata con me un paio di anni fa ed è subito entrata con stage extracurricolare in una microimpresa che fa comunicazione e new media. Dopo quasi un anno trascorso con entusiasmo e molte aspettative, le offrono un contratto a progetto: 700 euro nette al mese. Sperava di più, ovviamente. Da allora qualcosa si è spezzato nel rapporto fra Anna e i “capi”.

Ecco cosa mi scrive:

«Ciao Giovanna, come stai? È da un po’ che ti penso, senza trovare il tempo per scriverti. Leggo sempre il tuo blog e oggi mi sono imbattuta nella storia di Giulia, la ragazza laureata in lingue a cui una scuola privata proponeva di insegnare gratis per 12 punti. Approfitto di oggi che sono a casa con l’influenza per raccontarti come sono messa.

Io continuo a lavorare in XYZ (penso ancora per poco, sinceramente, ma non ho ancora comunicato nulla). Lavoro tanto, soprattutto in quest’ultimo periodo in cui un progetto per un grosso cliente sta andando male. Lavoriamo da più di due mesi a questo progetto e nonostante i nostri continui avvertimenti (miei e dei miei colleghi che lavoriamo sul progetto) sulla necessità di “cambiare direzione, fare qualcosa” perché i risultati non erano quelli che speravamo, la situazione è rimasta in stallo fino a 15 giorni fa.

Fino a quando, cioè, i “capi”, dovendo andare a parlare col cliente, non avrebbero saputo cosa inventarsi: qualsiasi dato sarebbe stato deludente.

Questa cosa ha mandato tutti e tutto in tilt. Hanno cominciato a fare pretese assurde cercando qualsiasi stratagemma per recuperare le sorti del progetto (e in questi casi tutto è lecito!). Come sai, ho un contratto a progetto (pagato 700 euro al mese) e per contratto potrei benissimo lavorare da casa. Invece sto in ufficio dalle 9 alle 18 e spesso anche oltre.

Proprio ieri sera è accaduto un episodio che mi ha lasciata senza parole. Stavo per andare via dall’ufficio (ore 18:30) e mi hanno trattenuta dicendomi che avevano bisogno che entrassi anch’io 5 minuti in una riunione (alle 18:30???!). Vabbe’, entro e alla fine esco dall’ufficio alle 19:10. Torno a casa esausta come puoi immaginare, faccio le mie cose… esco per un aperitivo con amici, mi ritrovo sul cellulare chiamate e messaggio di uno dei “capi” che mi diceva di aver bisogno un secondo, se potevo richiamarlo. Ultima chiamata alle ore 21:10.

Ora mi chiedo: “Di cosa poteva aver bisogno di tanto urgente per chiamarmi alle 9 di sera passate?”. Non lavoro in un pronto soccorso, non faccio il pompiere né la guardia giurata, dal lavoro che faccio non dipende la vita di nessuno: cosa poteva mai esserci di tanto urgente che non potesse essere rimandato al giorno dopo??? Non ho risposto alle chiamate e ancora non so di cosa avesse bisogno perchè, come ti dicevo, sto poco bene e sono a casa.

[Mah?! Quando mi hanno rinnovato il contratto dicevano che potevano benissimo fare a meno di me (quasi quasi mi fanno un favore a tenermi!??!) e poi mi chiamano alle 21?]

Mi sembra quasi di dover chiedere come un favore ciò che mi spetta di diritto… una vita, la mia vita!

Avrei molte altre cose da raccontarti, ma già mi sono dilungata troppo. Magari a voce? Un abbraccio, Anna»

30 risposte a “Precari e microimprese: guerra fra poveri?

  1. …terribile!
    Povera “Anna”, vittima dell’ipocrisia dei “capi”.
    A me è successa una cosa simile durante il periodo del tirocinio curriculare che ho fatto alla triennale,
    ma almeno sapevo che potevo andarmene quando volevo.

  2. Io capisco la doppia prospettiva di cui parli tu Giovanna – e la concordo in pieno: però trovo che come dimostra la mail, il punto uno e due della piccola imprenditoria creano un insanabile conflitto di interessi – se mi assumi giustifigando una paga ai minimi termini con la mia sostituibilità è difficile poi che io abbia sto grande attaccamento alla maglia ecco. Io non so se sia legittimo generalizzare su come il privato tratti le nuove leve – io più che mai non ho la tua esperienza ecco e quindi non posso: ma la sensazione è proprio quella di un contesto che non ha strategie per incentivare i contributi creativi, che non sa premiare anche in modi diversi dai soldi, ma solo appellarsi al senso del dovere, all’attaccamento alla maglia, alla retorica del ragazzo devi farti le ossa: ma nei contesti dinamici le ossa uno se le fa perchè si trova sempre il modo di gratificare gli sforzi. Non so se sia un problema contestuale o delle singole aziende – fatto sta che questa mail è molto vicina a quelle che potrebbero scrivere tante persone che conosco.

  3. zauberei: è ben per questo che l’ho pubblicata… 😉

    Mi piacerebbe che intervenisse (o almeno leggesse) anche qualche piccolo o microimprenditore, ma mi sa che non hanno tempo (o testa?) per seguire i blog. 😦

  4. Una cosa che vale senz’altro la pena di sottolineare è che un dipendente pagato 1200 euro al mese costa all’azienda quasi 2500 euro. Se i clienti non ci sono o non sono stabili è semplicemente impossibile tenere dipendenti senza sottopagarli. Inoltre mente posso scaricare il 100% del costo di un computer, di un mobile e persino di un bello quanto inutile SUV, una parte dei costi da lavoro dipendente non è detraibile e anzi viene tassata “extra” con l’IRAP.
    Insomma, da una parte l’Italia disincentiva le aziende ad assumere, dall’altra prende talmente tanti soldi dalle buste paga che nelle statistiche Eurostat siamo tra i primi paesi come costo del lavoro e tra gli ultimi come retribuzioni medie pro-capite. Su questo aspetto non possono fare praticamente nulla sia le aziende che i dipendenti (a parte emigrare, ovviamente…)

    L’altro problema evidenziato dalla lettera di Anna è che moltissime aziende o più generalmente organizzazioni italiane, grandi o piccole che siano, non sanno nemmeno come si scrive “gestione di progetto”.
    Forse pongono degli obiettivi, ma controlli per validare come questi obiettivi sono stati posti, analisi quantitative e qualitative sull’andamento del progetto, pianificazione per gli imprevisti semplicemente NON esistono.
    Allora i progetti vanno male, la gente va nel pallone e tutti vengono sommersi di richieste anche assurde o inutili in nome dell’emergenza e del “dobbiamo fare qualcosa”… quando in realtà “qualcosa” doveva essere fatto all’inizio.

    Personalmente sono emigrato ad Abu Dhabi… ma purtroppo lavoro per una azienda italiana e potete immaginare facilmente come stanno andando le cose.

    Roberto

  5. Buongiorno Giovanna, io microimprenditrice non sono, ma libera professionista sì (una terza campana?), e vivo un’esperienza diversa da quella di “Anna”.
    Lavorando quasi sempre per lo stesso committente (un service di traduzioni, adattamenti e sottotitolazioni per film e serie d’animazione), per me è prassi sentirmi con la titolare del service qualsiasi giorno e a qualsiasi ora. Se mi chiama dopo cena e mi trova a casa, mi metto al computer appena possibile (solitamente verso le nove e mezza o anche dieci, dopo aver messo a letto la bambina) e provvedo immediatamente a ciò di cui c’è bisogno: qualche dettaglio da limare, una pronuncia su cui urge un controllo, cose del genere. Se invece mi trova fuori casa, cerchiamo un compromesso a seconda di orari ed esigenze: di solito la conclusione è “ci guardo appena torno a casa, domattina trovi tutto in email”. Ormai sono abituata a considerare tutto ciò assolutamente normale, non mi verrebbe mai in mente di dirle che sono fuori orario, o di non richiamarla se trovo un suo messaggio sul cellulare mentre sono a cena da amici. Non dico che sia giusto o sbagliato, dico che nel mio caso l’abitudine è questa.
    Tutto ciò comunque si basa su un rapporto di trasparente e assoluta fiducia: so che, se la titolare del service mi chiama dopo cena o di domenica, vuol dire che non aveva alternative, ormai la conosco da tanto tempo. Nel caso di “Anna”, mi pare che siano appunto chiarezza e trasparenza che sono venute a mancare, viste anche le traversie con quel progetto che stava andando male. Nel momento in cui la paga è miserella, serve qualche altro tipo di gratificazione, fosse pure un semplice sentimento di stima per le persone con cui si lavora. Io finora l’ho sempre vissuta così.
    Ah… in compenso ho un’amica parrucchiera che, dopo anni passati a cercare un’apprendista che avesse davvero passione e interesse per il mestiere, oltre che per la paga, ha cambiato strategia e ha trovato una socia. Un po’ le dispiace perché possedere il 100% dell’attività le faceva piacere e la metteva al riparo da certi possibili inconvenienti, ma almeno non deve più spronare le apprendiste in continuazione; può contare sul fatto che la socia abbia interesse quanto lei al buon andamento dell’attività. Mi sembra che questo collimi con le posizioni dei microimprenditori riportate all’inizio del post.

  6. Per quella che è la mia lunga esperienza da precaria, i nuovi contratti hanno eliminato completamente la responsabilità dell’imprenditore nei confronti dei dipendenti e quindi anche lo stimolo e la necessità di trarre il meglio dal personale, formandolo e facendo il possibile per non lasciarlo scappare. Agli imprenditori non è più chiesto di ragionare sul medio e lungo termine. Hanno loro stessi una mentalità precaria, non sono veri imprenditori ma semplicemente titolari di partita iva. L’unica cosa che gli preme è pagarti poco e sapere che se le cose non vanno bene possono lasciarti a casa un giorno per l’altro senza grane. Il capitano non va più a fondo con la nave ma pensa come prima cosa a che zavorre buttare per salvarsi. Come si può pretendere l’attaccamento alla maglia se ti viene chiaramente fatto capire che tu o un altro è lo stesso? A che maglia bisogna essere attaccati se non esiste neppure la squadra? Il precariato e la mancanza di responsabilità fanno male a tutti, ai precari e al paese intero, perché causano l’abbassamento della qualità del capitale umano in generale sia in termini di competenze dei dipendenti che in termini di qualità della classe imprenditoriale.

  7. Vi sono alcune proposte di legge, sul così detto “contratto unico”, che cercano di affrontano il problema alla radice.
    L’idea, in estrema sintesi, è di consentire e facilitare la flessibilità all’inizio della carriera lavorativa, ma di istituire dispositivi e regole che diano ai giovani precari serie possibilità di passare progressivamente, in tempi ragionevoli, ad impieghi a tempo indeterminato.
    Uno dei principali sostenitori di questa linea è Pietro Ichino (PD), le cui proposte hanno però ricevuto critiche sia da sinistra sia da destra.

    Il tema più generale è quello della riforma dello Statuto dei lavoratori, proposta ora dal ministro Sacconi.
    Per orientarsi, vedi il sito di Pietro Ichino, che documenta le posizioni altrui e proprie su questi problemi, che sono complessi e hanno risvolti tecnici non facili da capire: http://www.pietroichino.it/?cat=9

  8. Più che guerra fra poveri, io lo definirei dialogo fra sordi. Da me quello che conta sono le ore che lavoro sul cliente. Se lavoro sul pc del capo risparmiandogli inutili perdite di tempo o sull’infrastruttura interna che permette a *tutti* di lavorare sono inproduttivo (!). Il problema (mio) è: come far capire che il lavoro interno vale soldi? Che se non succede nulla non è un caso?

    E soprattutto: dall’altra parte c’è voglia di ascoltare?

    (Aneddoto:
    Capo: C’è questo cliente importante (vero), che imparerai a fare cose importanti (vero), esperienze rivendibili sul mercato (vero), che bisognerà, a volte, lavorare di notte. Ma ti metterai d’accordo tu col cliente. Il lavoro è per 18 mesi. Sarai affiancato da un senior del ramo. Ci saranno corsi di aggiornamento. (Premi di produzione? Aumenti? Nisba, e pazienza, pensavo. Per ora do la mia disponibilità, poi vedremo.)

    La realtà: Corsi di aggiornamento non ci sono stati, anzi, sono stato mandato a lavorare di notte, da solo, con pochissima esperienza. Ho fatto presente la cosa, mi è stato detto che ero bravo “e pazienza, vai lo stesso”. Il lavoro di notte non era negoziabile, anche se devo dire ben pagato: 8 ore al posto delle 4-6 effettive. Quando ho detto che da casa mia al lavoro e ritorno, coi mezzi impiegavo 4 ore mi è stato detto che il problema era mio. Con l’auto impiegavo 30 minuti, ma per avere un minimo (1/4 del dovuto) di rimborso per l’uso dell’auto ho dovuto chiedere, se non chiedevo ciccia. Per il cellulare ho dovuto dire che non l’avevo, altrimenti avrei dovuto usare il mio. Improvvisamente è spuntato dal nulla un telefonino da 30 euro con abbonamento aziendale. Il lavoro non era per 18 mesi, ma per 9 e il capo lo sapeva da subito. Al nono mese mi ha detto che, se avessi voluto continuare l’esperienza formativa (?) e di carriera (?), avrei dovuto iniziare a girare per l’italia, di quando in quando. Ho preso 4 mesi di congedo parentale e quell’esperienza che sembrava essere il futuro dell’azienda si è sciolta come neve al sole.

  9. Ok Ok ammetto che avendo tempo per i blog quello che mi manca è la testa.
    In primis sottolineo che noi piccoli imprenditori abbiamo la tendenza a trasformarci in stronzi colossali nei confronti degli assunti a tempo indeterminato. Poi però credetemi che è veramente difficile trovare feeling sotto il profilo della condivisione di passione lavorativa con i giovani, questo sia ben chiaro, indipendentemente dall’aspetto retributivo, l’esperienze più deludenti le ho avute da chi percepiva tra i 1.800 e i 2.200 che con i tempi che corrono è tanto!!! Sono convinto che vada rivisto l’aspetto contrattuale che oggi è troppo favorevole al datore di lavoro e genera un rapporto da un lato basato sul ricatto, dall’altro crea sfiducia nel dipendente che non da il massimo nella convinzione di eseere lasciato a casa a breve.
    P.S. Vedere giovani laureati con master alla Bocconi venire accompagnati dalla MAMMA che gli spazzola pure la giacca prima del colloquio fa male al cuore

  10. Ciao Giovanna,
    molto bello questo post, hai riassunto benissimo il mio pensiero ciò che ho provato quando sono passata da “dipendente a progetto” a “libera professionista”.

    Proveniendo da una famiglia “di sinistra”, ho sempre dato più peso ai diritti del lavoratore che non alle esigenze dell’imprenditore: anni fa avevo un contratto a progetto da 1000€ al mese e mi lamentavo, perché dovevo stare in ufficio anche se in teoria non ero tenuta per legge a farlo e perché pensavo che il mio lavoro valesse molto di più. Mi sentivo sfruttata e sfogavo il mio risentimento dando il minimo sul posto di lavoro.

    Oggi ho 25 anni, ho fondato una piccola srl, siamo due soci che si occpano di SEO e web design e che si avvalgono occasionalmente di collaboratori esterni.

    Passando da quest’altra parte della barricata mi sono resa conto di quanto sia difficilissimo essere un imprenditore o un libero professionista in Italia oggi.
    Le ansie e le preoccupazioni non finiscono alle 18.
    Le responsabilità sono infinite, non c’è nessun capo che risponde per te.
    Non ci sono giorni festivi, ponti, giorni di malattia, ferie.
    Non c’è la sicurezza dello stipendio a fine mese.
    Le tasse ti tolgono, alla fine, quasi il 50% del guadagno.
    I clienti non pagano, pagano con molto ritardo, non hanno mai soldi, hanno sempre molte pretese.
    Spesso non ci dormo la notte.

    A volte ci avvaliamo di collaboratori esterni, sempre a progetto.
    Perché effettivamente il contratto a progetto ci garantisce che il lavoro sia consegnato nella data stabilita.
    Un nostro caro amico ha una grande azienda di software (+150 dipendenti) ed è “schiavo” di alcuni dipendenti a tempo indeterminato che non rispettano mai le tempistiche, si impegnano poco e sono spesso in malattia.
    Non può fare niente per licenziarli e ciò oltre a rappresentare un danno economico ingente gli causa stress incredibili.

    Fondamentalmente il problema è questo: se l’azienda è tua, dai tutto per farla andare bene.
    Se ti senti solo un dipendente e pensi solo a uscire alle 18 precise o a quando chiedere le prossime ferie, siccome le aziende in Italia sono tutte medio/piccole ti stai scavando la fossa da solo.
    Lo facevo anche io ma non mi rendevo conto. I giovani come me – ma non solo – non se ne rendono conto.
    I nostri genitori ci hanno cresciuto nel mito del posto fisso ma viviamo in un’epoca dove il posto fisso non esiste più ed anzi è una prospettiva per certi versi deleteria.
    I media non fanno che parlare dei diritti dei lavoratori, ma non parlano mai delle enormi difficoltà degli imprenditori.
    Io oggi trovassi un ragazzo/a veramente motivato non esiterei a farlo socio, ma per ora non ho avuto la fortuna di incontrarlo.

    Avrei molto altro da dire, ma ho già preso troppo spazio e soprattutto non ho più tempo per scrivere…..la mia pausa pranzo di 7 minuti davanti al pc è già finita 🙂
    Grazie per tutto quello che fai e buona giornata.

  11. Ok Giovanna, ho tempo per i blog, possibile che non abbia testa…
    Concordo che diventi sempre più una guerra tra poveri, il tutto a scapito della azienda sia micro piccola o media. C’è qualcosa di dannoso nel rapporto malato che si crea tra imprenditore e giovane assunto a tempo determinato, da un lato la convinzione da parte del capo di poter facilmente sostituire il lavoratore che è deprivato di know how dall’altro poca autostima e consapevolezza di stare come sugli alberi le foglie. Se poi consideriamo quello che ben evidenzi nel trhead cioè un contesto stereotipato con un soggetto culturalmente arretrato (il piccolo imprenditore) e un lazzarone (il giovane) è ovvio che la guerra tra poveri sia destinata a durare a lungo.

  12. Credo che ulteriori fattori su cui riflettere siano:

    – LO STATO NON AIUTA: le tasse sono oggettivamente elevate, il 43% chiamatelo come vi pare ma è un furto. Non ci sono sanzioni per i clienti che non pagano le fatture alla loro scadenza. L’amministrazione pubblica è ancora più lenta delle aziende a pagare. Il costo del lavoro è imbarazzante e l’accesso al credito è molto difficile, e con tassi insostenibili.

    – L’UNIVERSITA’ NON AIUTA: sforna laureati poco preparati al mondo del lavoro, a una solida formazione teorica corrisponde spesso un’elevata incapacità pratica.
    Non solo relativa al lavoro in sé, ma anche dall’organizzazione del lavoro, del lavoro di squadra e della comunicazione.
    I ragazzi che vengono da me a fare i colloqui all’università hanno usato sistemi operativi e software obsoleti (windows XP a photoshop CS, ad esempio).
    Sono appena entrati nel mondo del lavoro e sono già fuori dal mercato.
    Alle imprese come la mia serve uno sforzo di almeno un paio d’anni per rendere il neoassunto veramente produttivo, senza contare che magari dopo due anni che investo per formarlo lui prende e se ne va………e chi se lo può permettere così tanto tempo?
    E poi: tanti ragazzi italiani non sono fluenti in inglese (cosa che nel mio settore, il web, è terribile).

    In questo panorama, i micro e medi imprenditori sono “attaccati” su tutti i fronti: stato, clienti e dipendenti.
    E dopo aver lavorato 18 ore al giorno finisce pure che non hanno “la testa” per leggere un blog…vergognoso 🙂

    Scherzi a parte, forse una soluzione ci sarebbe.
    Come avveniva anticamente per il Carnevale, in cui ricchi e poveri per un giorno di scambiavano i ruoli, sarebbe bello che i giovani precari diventassero imprenditori per un giorno o una settimana.
    Non credo sia fattibile per tanti motivi soprattutto pratici, però sicuramente qualcosa di simile farebbe capire che anche dalla nostra parte della barricata non è che ce la passiamo benissimo.

  13. bum.
    il microimprenditore (agricolo) batte un colpo (calamitata dall’elenco destra/sinistra, molto carino).
    direi che il mio primo pensiero in merito alla lettera di Anna è stato: non c’è dialogo.
    Prima di essere imprenditrice, ero dipendente (in altro campo), e i miei tre capi, un padre e due figli, ci hanno messo nove anni per capire che potevano anche mettermi a parte delle loro strategie, e non farmi solo tradurre lettere. Troppo tardi, non ce la facevo più e me ne sono andata (e non era un problema di stipendio).
    Memore di ciò, io con i miei due dipendenti ci parlo, li rendo partecipi delle decisioni, chiedo consiglio. Non è un atteggiamento forzato, il mio: semplicemente mi sembra una cosa normale, sono due persone che mi hanno dimostrato passione nel loro lavoro e competenza.
    Generalizzare mi sembra fuori luogo, visto che, fortunatamente, ognuno di noi incoscienti microimprenditori è diverso, e questi tempacci da lupi non aiutano, ma il dialogo mi sembra un buon ingrediente.

  14. Molti interventi mi hanno fatto venire in mente quella che secondo me è un’altra conseguenza di precariato e “imprenditori zucconi”: la produttività individuale che crolla.

    Quella italiana è sempre stata sotto la media europea, probabilmente grazie anche alla disorganizzazione e non-organizzazione tipiche, che portano all’incapacità a misurare la vera produttività.
    Ma ricordo di aver letto che dal 2000 al 2005 la produttività tedesca è aumentata di 11 punti percentuali mentre quella italiana è calata di 8.
    E le cose sono peggiorate ancora, stando a questi dati più aggiornati http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2010/09/26/GO_07_SPAL.html che riportano un quasi fantascientifico 43% di minor produttività per un dipendente del terziario italiano rispetto ai suoi colleghi tedeschi. Non so voi, ma sono sicuro che non dipenda solo da aspettative troppo alte e mammoneria degli italiani.

  15. OGGI.
    I giovani lavoratori non si impegnano abbastanza o si lamentano. Per 900 euro al mese e contratti precari? Strano!
    I microimprenditori sono sommersi dalle tasse e cercano di far fruttare al massimo le risorse disponibili. Magari potessero assumere altra gente!

    DOMANI.
    Mi taccerete di semplicioneria: la politica vara un nuovo contratto unico (vedi Ichino) e abbassa le tasse alle microimprese, tanto nero verrà fuori a vantaggio dello Stato e nuove persone potranno essere assunte.

    PERÒ.
    C’è un però: ma non è che la situazione attuale faccia comodo a qualcuno? Voglio dire, oggi siamo tutti schiavi, dipendenti e imprenditori.
    Il lavoro è diventato (talvolta) una tortura.
    Sicuri che debba essere così?

  16. Buonasera prof,
    il problema è complesso: in un colloquio di lavoro un gentile imprenditore mi ha spiegato che per lavorare in un’azienda di grafica pubblicitaria come la sua avrei avuto bisogno di studiare il pacchetto Adobe per 6 anni e ripresentarmi allora, che loro stavano allevando un giovane cadetto ma solo dopo due anni aveva cominciato a rendersi vagamente utile, che piuttosto fregavano gli attempati lavoratori d’esperienza consolidata alla concorrenza.
    E in più questa proclamatissima crisi.
    Risultato: non mi ha dato una minima possibilità.

    Eppure non soffro della convinzione che, timbrato il cartellino, il lavoro rimanga chiuso in ufficio, di sapere tutto e di dover essere strapagata per questo, di non poter iniziare col fare fotocopie o imbustare lettere (cosa che negli ultimi cinque anni ho fatto benissimo). Anzi, soffro di inguaribile romantico stacanovismo.
    Ma come scegliere me tra la sfilza di giovani/meno giovani e non un altro?
    Ma alla fine l’impegno paga. Dev’essere così.

  17. Ciao, sono “Anna”, quella “Anna”. Rispondo al punto 3 di Giovanna, secondo me lo spirito propositivo dei giovani dopo un po’ muore, spietatamente stroncato da un ambiente non troppo incline ad ascoltare. Le decisioni si prendono dopo chissà quanto tempo e dopo esser passate per chissà quante approvazioni (nel frattempo le mille idee e cose dette sono finite nel dimenticatoio).
    Sicuramente gratificazioni poche, è vero che dove i soldi sono pochi bisognerebbe trovare altri modi per gratificare una persona.
    Altro punto è che ci si dimentica spesso – almeno nel mio caso – che siamo delle persone. Lavoro, lavoro, lavoro e solo lavoro. E il tempo per andare a fare un paio di commissioni, per fare la spesa o semplicemente prendere un caffè con un’ amica?? Il mio contratto è un costo ma il mio tempo??? E le mie gratificazioni??
    “Le aziende non ragionano così” mi son sentita dire spesso. Ma io non sono un macchinario e la catena di montaggio è stata rimpiazzata da macchine, un lavoro “intellettuale” non sta dento i paramentri di una catena di montaggio. Pena l’automatismo e la morte della creatività (e siamo dinuovo al punto 3).

    Per il resto riconosco che gli imprenditori hanno mille grattacapi ma probabilmente avete ragione voi quando dite che manca il dialogo o che comunque è un dialogo tra sordi.

  18. Tanto per ribadire i concetti di Eleonora, che mi trovano d’accordo al 100%…
    Oggi, verso le 18.00, ripeto verso le 18.00, telefonata della “mia titolare”, che infila un paio di sciocchezze (lavorative) una dietro l’altra.
    Io: “Ma che hai, un calo di zuccheri?”
    Lei: “Eh, scusa, dev’essere che non ho ancora avuto il tempo di pranzare”.
    Signore e signori, vi abbiamo presentato la microimprenditoria. 🙂

  19. Otto anni fa, quando ho cominciato a lavorare per una coop che appalta per l’Università di Bologna ( appalto il cui costo triennale per l’UniBo si aggira sui 4 milioni di €, con un costo medio per addetto di circa 16€ per ora lavorata) ho come instillato inconsapevolmente in me l’abitudine al compromesso, alla sopportazione di qualsiasi richiesta…. mi dicevo… “dai alla fine lavori per l’Università!”. Capita ( di rado) ad esempio di dover “coprire” cioè presidiare due “postazioni” il che vuol dire due aule diverse di dipartimenti attigui, la malattia ovviamente ti viene pagata solo dopo il terzo giorno, per cui se ti prendi un raffreddore con febbre per due, tre giorni, stai a casa, ovviamente qualcuno ti sostituisce ma non vieni pagato; poi su di noi pesa la formula magica del nostro contratto di lavoro, quell’infida formuletta in base alla quale, per noi soci lavoratori è previsto il “collocamento a zero ore”, il che significa che nei periodi “morti” durante l’interruzione di lezioni e attività laboratoriali, noi non serviamo più e quindi restiamo a casa ( in genere dai due ai quattro mesi l’anno), ovviamente siamo giuridicamente “occupati” in quanto soci della coop, e tra l’altro anche dipendenti a “tempo indeterminato”, quindi niente indennità di disoccupazione o incentivi per frequenza di corsi o altro. Il che comporta che nei mesi per così dire “vuoti” ognuno si arrangia come può, o trovando un altro lavoro, ovviamente a termine, oppure facendo di tutto per lavorare nelle sostituzioni o malattie…Si innesca così una dinamica conflittuale tra i lavoratori della coop, perché chi riesce ad ottenere una “postazione” con più ore o con maggiore continuità in termini di richiesta da parte del committente UniBo, viene di certo considerato privilegiato…. Io personalmente mi ritrovo ora a lavorare adesso 10 ore al giorno, poi a gennaio verro collocato zero ore al mattino e lavorerò solo il pomeriggio. Esistono di certo situazioni lavorative più difficili della mia, però quello che vorrei riuscire a trasmettere è quanto sia frustrante lavorare in un contesto in cui si percepisce chiaramente come in realtà il proprio impegno, la propria creatività e voglia di fare non servano a nulla: nel pubblico impiego ( e così mi sento anche se “esternalizzato”) non c’è cosa più sgradita dell’eccesso di zelo o di una forma mentis protesa all’innovazione. Se ad esempio si suggerisce ad un tecnico amministrativo di consigliare al prof di non fare 5 copie fronte retro ( oppure 150-200 cd masterizzati con file da 300 KB! …”perché si sa, farne qualcuno in più è sempre meglio!”) , poi moltiplicate per 150 studenti, di un opuscolo con informazioni su corsi o programmi facilmente reperibili sul sito unibo, o facilmente allegabili sulla pagina web docente, beh in genere la risposta è ” eh, ma caro mio, noi col Prof facciamo così da vent’anni e Lui non vuole cambiamenti….” senza nemmeno tentare di innovare, cambiare nel piccolo e quotidiano. Ecco il punto cui volevo arrivare, che tanti problemi del lavoro e sul lavoro nascono dalla concezione statica e servilistica della gerarchia. A ciò si aggiunge l’esiguità delle risorse generali, l’assoluta mancanza di progettazione complessiva di un piano di lavoro, e soprattutto di formazione dei lavoratori, che spesso non hanno idea di come funzioni minimamente il web, ma si limitano solo a “fare cartelli” con word.
    Mi sono eccessivamente dilungato, ma vorrei concludere con una nota per così dire emotiva: la mia rabbia di lavoratore precario a “tempo indeterminato” ora si divide su due fronti. Da un lato, come cittadino, non sopporto più di pagare il 33% di tasse sul reddito, e sapere che queste servano a perpetuare questa concezione della cosa pubblica come risorsa, “granaio” dell’impresa privata, che grazie a rapporti politici privilegiati può sfruttare quelle stesse risorse pubbliche attraverso lo strumento diabolico dell’appalto, e ovviamente e soprattutto i lavoratori. Dall’altro sono arrabbiato con l’Unibo, che si è spellata le mani nel parlare di innovazione, codice etico, che ha fattivamente realizzato delle ottime infrastrutture informatiche per la gestione dell’Ateneo lasciando poi però che sia la volontà del singolo docente o tecnico amministrativo a far sì che ciò si tramuti in risparmio effettivo di capitale umano e finanziario, nonché in spinta concreta all’innovazione. Innovazione che avrebbe potuto significare ad esempio, cercare di assorbire i tanti precari esternalizzati, o quanto meno di garantire maggiori strumenti di tutela… però in Italia si sa, siamo sempre in attesa che “il legislatore” si muova….e intanto.. beh, “ci arrangiamo, no?”
    A tutti buona giornata…. e buon lavoro! 😀

  20. Ciao a tutti, leggo questo blog da tanto ma questo è forse il primo commento che faccio… forse perché mi sento chiamata in causa, in quanto precaria. Riconosco i problemi e le difficoltà delle piccole aziende. Il problema è che anche nelle grandi funziona così. Anche le aziende grandi, che magari avrebbero le possibilità di investire nelle persone, ti propongono reiterati contratti a progetto (fasulli, perché poi mica si lavora davvero a progetto) con prospettive zero, pretendono un lavoro buono e rispetto per le scadenze, e danno… cosa? Stipendio misero, telefonate a casa quando serve, lavoro in vacanza (non pagato) quando serve. E i risultati raggiunti non vengono premiati mai. Ho seguito un progetto europeo di una certa importanza, riuscendo (anche con la collaborazione del team internazionale, ovviamente) a conseguire un buon risultato. Gratificazione? Un “brava” detto di sfuggita. E il solito contratto di 4 mesi a mille euro. Spero di non essere troppo polemica, ma l’impressione è che manchi proprio il rispetto per la professionalità altrui.

  21. L’obiettivo delle aziende è massima resa-minima spesa.
    Con questi contratti e con i bravi neo-laureati è possibile.

    Occorre:
    1) riscoprire l’importanza del sindacato, farsi rispettare
    2) che la politica riformi il diritto del lavoro (da ricordare quando si va a votare)

  22. Io ci devo entrare nel mondo del lavoro e sono sempre più terrorizzato. Leggendo l’immensa e utilissima quantità di informazioni che si ricava dai vostri interventi, l’idea migliore che mi viene è entrare in società con un giovane imprenditore come Eleonora. Sembra davvero che il lavoro stipendiato soffra di problemi comunicativi gravi.
    Grazie a tutti perché spesso prima di entrare in azienda noi laureandi siamo parecchio sognatori e ci aspettiamo un’accoglienza molto festosa. Conoscere la realtà può servire a evitare delusioni.

  23. Caro Antonio, e ti dirò di più: io mi sto quasi convincendo che a livello lavorativo sarebbe stato molto più utile cercare dopo il diploma. Oggi nessuno mi vorrebbe come ragioniera, né come tornitrice, anche se io sarei prontissima a imparare. Ma è questo il problema: finita l’Università da un lato si è considerati troppo vecchi per imparare, dall’altro tutte le aziende sembrano dover per forza insegnarti qualcosa di nuovo e che non hai mai fatto, quindi ti propongono contratti di formazione lavoro di anni e anni.
    Io ho lavorato per 6 anni in un Comune ( a progetto.. un progetto lunghissimo) e naturalmente so fare quello che facevo là. Eppure ogni azienda ti guarda con sospetto
    1. perché sei laureato (è vero: la laurea genera dubbi sulle capacità)
    2. perché hai lavorato nella pubblica amministrazione (quindi doppia incapacità e poltroneria)
    3. perché nell’attuale sistema politico stanno degradando l’Università in modi mai fatti prima, parlando di favoritismi, incapacità, spinte, proprio quei politici che di merito non ne hanno neanche un po’, e così ci degradano tutti.

  24. @serveuntavolo
    Come esternalizzati dell’Unibo, siamo stati contattati da Cgil anni fa. Ma le intenzioni dei sindacalisti sembravano più rivolte ad ottenere uno “smacco” in termini politici e d’immagine nei confronti di una coop “non allineata ” politicamente piuttosto che mediare per maggiori garanzie per i lavoratori. Successivamente, con altri precari del settore cultura del comune di Bologna, i bibliotecari di Sala Borsa, abbiamo ( più che altro io personalmente ho..) intrapreso un percorso per far emergere la realtà del lavoro esternalizzato…tutto caduto del vuoto, nel dimenticatoio di uno spettacolo teatrale con pochi astanti….. 😦

  25. @giovanni
    concordo con te, i sindacati spesso diventano corresponsabili della situazione attuale, pensando più a tutelare chi i diritti li ha già, piuttosto che i più deboli. Ma se tante persone cominciano ad unirsi, anche sindacalmente, la loro voce sarà sempre più forte.

  26. Mi spiace tanto sentire di queste situazioni.
    Io ho l’occasione di vedere da molto vicino la situazione in una microimpresa, se si può chiamare così, e devo dire che la situazione è un po’ differente. Anzitutto, benchè siano stati definiti dei ruoli contrattuali tra i partecipanti, vengono trattati tutti allo stesso modo, nel senso che dal punto di vista contrattuale c’è un capo, ma poi, quando si deve prendere una decisione, si ascolta il parere di tutti.
    Anche questa impresa soffre molto la crisi economica, tanto che, a causa di clienti non paganti, possono anche esserci mesi in cui non arriva lo stipendio per nessuno, e sono tutte persone con una famiglia da mantenere. Quello che però mi piace è che malgrado tutto restano assieme, soffrono assieme, affrontano i problemi assieme e combattono per far uscire l’azienda da questa crisi.
    Io credo, senza voler dare lezioni a nessuno sia chiaro, che l’Italia abbia tanto bisogno di persone con questa determinazione e che sia tanto tanto difficile trovare nei giovani questo spirito. Questo perchè pure io, giovane, avrei difficoltà a restare in una azienda che non mi assicura una stipendio ma capisco che se tutti ragionano come me, se non ci si decide a stringere i denti, non si arriverà proprio da nessuna parte.

  27. Credo che la storia dell’imprenditore cattivo che vuole solo sfruttare e sottopagare i giovani per puro gusto personale sia da lasciare ad alcune teorie dei primi del 900…sicuramente qualche forma evoluta di questo tipo di personaggi esiste ancora ma non credo che farne un esempio assoluto sia utile ai fini del discorso. Credo piuttosto che oggi viviamo in un periodo estremamente complesso per tutti e che a pagare siano soprattutto i giovani, ma non solo loro. Se è possibile in queste condizioni parlare di soluzioni, penso che quella che si avvicini maggiormente alla realtà sia come al solito nel mezzo. Molte aziende, anche le più volenterose e aperte faticano ad assumere neolaureati senza esperienze nel mondo del lavoro, sia da un punto di vista economico che formativo. Sono un costo enorme per le aziende che li devono formare spesso facendo un buco nell’acqua. Dall’altra parte, noi studenti (mi ci metto dentro anch’io) siamo figli di un’ideologia vecchiotta, che apparteneva ai nostri genitori o alle generazioni che ci hanno preceduto. Siamo ancora convinti che una volta laureati il mondo del lavoro si prostrerà ai nostri piedi in quanto Dottori. Purtroppo non è più così. Se mai lo è stato veramente. Le cause di questa situazione possono essere infinite, dalle varie riforme, all’aumento della scolarizzazione alla crisi fino ad arrivare ai problemi tipici del nostro Paese, ma quel che è sicuro è che chi come me si sta laureando o si è già laureato se non assume un atteggiamento il più elastico possibile e aperto difficilmente riuscirà a raggiungere il minimo obiettivo prefissato. Per un neolaureato essere assunto per un anno in un’azienda più o meno inerente con il settore a cui si è interessati, con uno stipendio di 700 euro (seppur io sia la prima a dire che è una miseria) è già una grande vittoria da non sottovalutare neanche minimamente. Chi accusa gli imprenditori per questo, temo che non abbia capito veramente come stiano le cose oggi, anche per le aziende. Credo inoltre che le università pubbliche, se non vogliono essere sorpassate del tutto da quelle private, devono organizzarsi per fornire strumenti UTILI e PRATICI per il mondo del lavoro. Se questo può essere prematuro in una triennale, lo deve però essere in una magistrale. Non si può pensare di cominciare ad avere quest’approccio solo in eventuali master dai costi peraltro altissimi. Detto questo, se le soluzioni imminenti sono un miraggio oltre che un’utopia l’unica cosa che mi sembra utile fare al momento è tirarsi su le maniche andando avanti per la propria strada cercando di avere una mente il più duttile possibile.

  28. se la prospettiva è dover essere felici con un contratto da 700€ io a un giovane neolaureato che ha delle ambizioni e non ha i genitori che lo possono mantenere tutta la vita mi sento di dare un solo consiglio. vai via dall’Italia, subito, prima che ti venga in mente di accettare queste condizioni.

  29. Ciao Eleonora. Volevo dirti che se cerchi una ragazza veramente volenterosa nel settore del web design e della grafica, e non l’hai ancora trovata, non hai ancora parlato con me! 😀
    Il punto è che, però, nonostante io pensi che il lavoro non finisce alle 18 spaccate neanche per il dipendente, ho moltissima difficoltà a trovare lavoro. Questo perché i pochi lavori che posso presentare sono pochissimi e fatti anche qualche tempo fa, quando non avevo le esperienze che avevo adesso. Poi, ognuno ha delle esigenze molto specifiche in fatto di esperienze/conocenze pregresse, e anche se ho una esperienza certificata nella suite grafica adobe cs4 e nell’uso di html, xhtml, css etc, c’è sempre qualcosa che vorrebbero che sapessi, e che non si possono permettere di perdere tempo ad insegnarmi, giammai!
    Tu parli di due anni per rendere operativo un neolaureato. Due anni???!! Se ne aggiungi uno, io ci prendo una laurea in informatica, in tutto questo tempo! Se invece hai bisogno che impari un linguaggio specifico, ci metto meno, molto meno. L’Aldini Valeriani a Bologna insegna tutto il flash in due giorni lavorativi completi, e ci sono anche corsi finanziati interamente dalla provincia per formare i dipendenti di aziende a costo zero (per i disoccupati, invece, niente). Mi pare, insomma, che guardiate, spesso, troppo ai titoli e poco al valore della persona, quando dovete valutarla.

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