Archivi del mese: dicembre 2010

It’s better to dance

Passa il tempo, un altro anno finisce.

Ti faccio gli auguri con un brano di Rita Marcotulli e Gianmaria Testa, tratto dall’album Koiné di Rita Marcotulli, uscito nel 2002.

Si intitola «Numeri», le parole sono di Gianmaria Testa e dicono:

Numeri numeri
Che si confondono
Numero numeri
Passano e contano
E quando passano/ non ci ritornano più

Tempo/ e tutti i numeri che il tempo dà
La piega di una mano,/ e il conto delle possibilità

A tempo/ sul tempo dispari delle città
O al passo lento di un ritorno
Da chi non si ripartirà

E poi si fermano sull’anima le ore
Senza tempo e il tempo se ne va
Mais il vaut mieux danser
It’s better to dance

In tempo/ appena in tempo per fermarsi e già
Dell’altro tempo passa accanto
E forse non aspetterà

A tempo/ a tutto il tempo che non ci sarà
A quella parte di racconto
Che qualcun altro leggerà

E poi si fermano sull’anima le ore
Senza tempo e il tempo se ne va
Mais il vaut mieux danser
Il vaut mieux danser
It’s better to dance

Buon anno e felice danza a tutti! 😀

«Numeri» (Gianmaria Testa, voce e chitarra; Rita Marcotulli, piano e armonium):

Intervallo

In questi giorni sto girovagando. Lunedì e martedì ero a Andria, in Puglia, per raccontare cosa funziona e cosa non funziona nel linguaggio di Nichi Vendola, anche a confronto con quello di Pier Luigi Bersani. Questa era l’iniziativa: «Racconti per un’Andria Migliore».

Oggi vado a Ferrara, a vedere Chardin.

Credevo di fare in tempo a postare, invece no: scappo.

Ne approfitto per ricordarti di scrivere una storia per «Se una notte d’inverno un narratore».

A domani! 😀

C’è un’Italia migliore

Mi ha scritto Nicola, che si è laureato con me nel marzo del 2007 con una tesi sull’immagine di Nichi Vendola nelle regionali del 2005, e oggi lavora con lui. Ho deciso di pubblicare la mail di Nicola – con il suo consenso – perché descrive com’è nata una campagna on line e come lui vi ha contribuito applicando, oltre alla sua pratica e passione politica attuale, alcune competenze di semiotica e narratologia acquisite in università:

C'è un'Italia migliore

«Come staff di Nichi abbiamo lanciato una campagna on line che considero molto bella e unica nel suo genere, dal titolo “C’è un’Italia migliore”: www.ceunitaliamigliore.it.

La campagna è pensata e realizzata in questo modo: abbiamo inizialmente preso 5 temi, per noi fondamentali per costruire l’Italia migliore (cultura, formazione, lavoro, beni comuni, ambiente), e per ognuno abbiamo costruito delle frasi (es. “C’è un’Italia fondata sul lavoro e affondata dal precariato”).

Abbiamo poi creato una veste grafica che richiama a livello visivo dei pezzi di stoffa. La sensazione della stoffa si ottiene anche dagli elementi grafici del singolo “manifesto”, che ricordano delle cuciture. Ogni piccolo pezzo di stoffa è suggellato dalla scritta “C’è un’Italia migliore”, posta in basso come fosse una firma. Questi piccoli pezzi, posizionati uno di fianco all’altro e realizzati in grandezze e colori differenti, costruiscono una sorta di coperta, un enorme patchwork, che esprime simbolicamente la necessità di ricucire un tessuto sociale fatto a pezzi dalle politiche del governo.

La parte più interessante, però, è che chiediamo agli utenti di intervenire direttamente e di raccontare la loro Italia migliore. Ognuno può creare il suo pezzo di stoffa, portando la sua issue e il suo contributo, per ricucire la società e costruire l’Italia migliore a cui aspira.

Il meccanismo è molto semplice e intuitivo. Ed è anche divertente, perché ognuno può scegliere il colore che preferisce, l’icona da mettere sul manifesto, e può allegare contenuti diversi (video, foto, slide, o altro) per meglio spiegare la propria frase.

Di solito la comunicazione politica, e l’attività politica tout court, sono condotte secondo il principio del top down. Per dirla con Berlusconi: “ghe pensi mi”. Da qui la diffusa tentazione alla delega, l’idea che un “One man band” possa risolvere tutti i problemi del paese.

Noi pensiamo, invece, che è proprio a causa di questa tentazione che il paese arranca, che al contrario c’è bisogno di uno sforzo collettivo e che la narrazione dell’Italia migliore non può essere messa nelle mani di uno solo, fosse anche Vendola. La narrazione è qualcosa di collettivo, come ci insegnarono i greci che riuscirono a tramandarsi oralmente l’Iliade e l’Odissea.

Abbiamo quindi bisogno di costruire storie diverse, che esprimano la collettività, i sogni e le paure di intere generazioni; abbiamo bisogno di costruire una narrazione collettiva che non sia quella propinata dalle televisioni e dai circuiti mainstream, in cui la voce dei singoli non può arrivare, e che propongono sogni e incubi privati, dal diventare miliardari fino alla paura del diverso, del migrante, del proprio vicino di casa. Perciò offriamo un’opportunità.

Ritengo che la campagna sia interessante soprattutto perché è fortemente partecipativa e richiede lo sforzo interpretativo (ma anche generativo) di tutti; si tratta, credo, del primo esperimento italiano di comunicazione politica partecipata, condivisa. Inoltre, la possibilità di pubblicare il proprio manifesto non solo sul sito, ma anche sui social network, conferisce alla campagna quel pizzico di viralità che in rete può determinare – speriamo – il suo successo.

Ci tenevo a segnalarle questo lavoro. Se vuole possiamo continuare a parlarne.»

Certo che mi piacerebbe continuare a parlarne, Nicola, anche assieme ai lettori di questo blog, che spero vadano subito a studiarsi www.ceunitaliamigliore.it e poi tornino numerosi a dirci cosa ne pensano. 😀

La donna banner

Mi segnala Eugenia, che ringrazio, l’ultimo spot delle assicurazioni Linear, creato dall’agenzia Republic, e accompagnato da questo comunicato stampa:

«Quando l’utente non passa con il puntatore sul banner, la donna banner inizierà ad attendere, per poi, alla fine, annoiarsi e andarsene. […] Una volta che la donna banner si sarà annoiata a tal punto da andarsene, comparirà un invito a formulare un preventivo o addirittura ad adottarla. Se la scelta cadrà sull’adozione, la donna banner continuerà a vivere in un’altra scheda del browser, durante tutta la durata della navigazione.»

Sto per denunciare lo spot all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), perché non mi pare che rispetti «la dignità della persona», come l’art. 10 del Codice di autodisciplina pubblicitaria vuole.

Parlo di «dignità della persona» e non di discriminazione di genere, perché lo spot sarebbe stupidamente offensivo anche se ci fosse un uomo invece della donna. E se ci fosse un cane, insorgerebbero le associazioni in difesa degli animali.

Se sei d’accordo, fallo anche tu (più siamo, meglio è), seguendo la procedura che ho illustrato in Se una pubblicità è volgare o offensiva, ecco cosa puoi fare.

Vedremo cosa risponderà lo Iap.

Direzione creativa: Dario De Mitry e Silvano Cattaneo
Account executive: Alessandra Meli
Sviluppo strategico: Massimiliano Cremonini.

Il salto di Barbie

Eleonora mi segnala l’ultimo spot di Barbie, che Mattel sta mandando in onda per le feste natalizie.

È chiaro il tentativo di Mattel di riposizionare Barbie, offrendone un’immagine meno tradizionale per riguadagnare terreno nei confronti delle Winx, che da anni l’hanno superata fra le preferenze delle bambine. È chiaro però che Mattel deve mediare con l’immaginario rosa a cui è associata la bambola: vestiti, trucco, principesse, ballerine, e così via.

Perciò tutte le più svariate professioni che la bambina può sognare (oltre 125, dice il payoff) sono mediate dal volteggio in tutù. E tutto finisce nel salto di Barbie, grazie al quale la bimba ballerina diventa tutt’uno con lei.

Un momento di passaggio, dunque. Che non sarà mai completo finché il corpo di Barbie resta identico.

Buon Natale! 😀

 

 

Se una notte d’inverno un narratore

In vista delle vacanze di Natale, Annamaria Testa e io rilanciamo il tema di un mese fa: «Destra e sinistra: scriviamo noi la lista?», facendo un passo avanti.

In questo mese, Annamaria e il suo staff di Progetti Nuovi hanno raccolto, riordinato, editato tutte le liste e i commenti che sono arrivati su questo blog, su Nuovo e utile e sui blog che hanno rilanciato l’iniziativa. Hanno inoltre costruito due tag cloud, uno per la destra e uno per la sinistra. Trovi QUI la raccolta degli interventi e i tag cloud (se per caso è sfuggito qualcosa, segnalacelo!).

Dopo di che, Annamaria e io abbiamo scritto una nota, per dare qualche chiave di lettura sul lavoro fin qui svolto e su come vorremmo proseguire. Si intitola Se una notte d’inverno un narratore: il narratore sei tu, l’inverno – letterale e/o metaforico, come preferisci – è la stagione che stiamo attraversando.

Ecco infatti la novità: ti chiediamo di postare, da oggi al 12 gennaio – su questo blog o su Nuovo e utile, decidi tu – un racconto breve (max 3000 caratteri) scritto a partire da una parola chiave della destra o della sinistra. Scegli quella che più ti ispira nei tag cloud. Idealmente, ci piacerebbe avere un racconto per ogni parola, ma sarà interessante anche vedere quali saranno le parole più gettonate.

Alla fine raccoglieremo tutto, mediteremo, scriveremo ancora. L’idea è farne un libro, che valorizzi i contributi di tutti.

Ti va? 😀

Poliziotti amici o nemici?

Qualche giorno fa mi scrive Giulia, mia ex studentessa di disegno industriale, chiedendomi di dire qualcosa sul calendario 2011 della Polizia di Stato, perché lo trova «scandaloso» e «agghiacciante».

Vado a studiarmi il calendario e scopro che è curato dall’Ufficio Relazioni Esterne e Cerimoniale della Polizia di Stato, ma è realizzato dagli studenti di fotografia della quarta e quinta classe dell’Istituto professionale di Stato per la Cinematografia e la Televisione “Roberto Rossellini” di Roma, con il coordinamento didattico e tecnico dei professori Maria Teresa Marano, Riccardo Pieroni, Antonio Fiorenza e Stefania Paniccia.

Osservo le immagini: l’intenzione è chiaramente quella di umanizzare la Polizia, mostrandola in situazioni di aiuto, conforto, solidarietà coi cittadini, oltre che di scontro e intervento. Gli uomini e donne della Polizia sono fotografati sorridenti accanto a giovani, bambini, donne, a loro volta sorridenti e amichevoli nei loro confronti.

Anche le parole confermano questa lettura: il payoff del calendario è «Insieme è meglio», a febbraio un poliziotto con la bambina è commentato da «Fuori in divisa, dentro papà», a marzo il salvataggio di una ragazza aggredita si conclude con «Grazie: avevo bisogno di te», a novembre un poliziotto prende il caffè insieme a un gruppo di giovani all’insegna di «Un break in amicizia». E così via.

Allora chiedo a Giulia di spiegarmi meglio cosa la disturba. La sua risposta è interessante, perché sintomatica della tensione che stiamo vivendo. Ma anche della capacità di superarla in modo intelligente e civile. Giulia parla per sé, ma esprime i pensieri e le emozioni di molti. Giovani e meno giovani, studenti e non, perché il precariato e il malessere – lo ricordo una volta di più – non riguarda solo i ventenni, ma i trenta, quaranta e cinquantenni. Che oggi siano a casa a studiare, al lavoro (precario), o a Roma a manifestare, credo che in molti si ritrovino nelle parole di Giulia:

«Probabilmente la rabbia del momento mi ha suggerito un atteggiamento duro ed eccessivo, forse l’intento con cui sono stati fatti quegli scatti era davvero buono, ma il mio atteggiamento disilluso e ipercritico è frutto di mesi di disagi e frustranti compromessi sia nell’ambito universitario che rispetto alla condizione stessa di cittadina. Mi spiego.

A distanza di qualche settimana dagli scontri tra studenti e Ministro Gelmini, e contestualmente al voto alla “s”fiducia del Governo, il calendario mi è sembrata l’ennesima mossa politica tesa a ghettizzare i giovani ed etichettarli, offrendo giudizi di valore approssimativi a coloro i quali non hanno mezzi culturali né critici per giudicare obiettivamente la realtà.

La foto di gennaio (la scelta del primo mese non è casuale) oltre a essere violenta, non lascia spazio all’interpretazione: i giovani sono una minaccia per la sicurezza pubblica. Non credo sia solo una mia impressione, ma ricorda tanto le propagande fasciste che oggi non sembrano poi così lontane!

Credevo che le forze dell’ordine servissero a garantirci sicurezza e rispetto delle “leggi”, ma nella foto non fanno altro che condannare un ragazzo solo perchè è tale.

Parlo da studentessa che NON è scesa in strada a protestare (per una legge che non è nemmeno riuscita a leggere integralmente), né ha fermato i treni sui binari o le macchine al casello; parlo da cittadina che sarebbe voluta andare a votare; da figlia di poliziotto… parlo da persona che crede che l’unica verità che esiste è quella che ci fanno vedere.

Piuttosto che continuare ad accettare l’atrofia intellettuale che dilaga, inizio dalle piccole cose, da ciò che mi circonda, dalle persone che conosco. Non posso fare altro, perché non voglio andare via senza aver prima messo in discussione tutto ciò che mi violenta come studentessa, cittadina, donna, e in primis persona pensante.

Volevo solo avere un confronto con lei perché mi interessa il suo parere, non volevo essere aggressiva né pretestuosa. Spero comunque ci saranno altre occasioni di discussione, su questi e altri temi. Grazie a presto. Buone feste!»

Non sei stata né aggressiva né pretestuosa, cara Giulia, ma anzi hai offerto un’occasione a tutti per riflettere. Grazie. Le immagini violente ci sono, ma si poteva evitarle senza essere accusati di ipocrisia? E le altre?

Ecco l’immagine di gennaio (clic per ingrandire):

Calendario Polizia 2011 Gennaio

Ecco una sinossi del calendario (clic per ingrandire):

Calendario Polizia 2011 Sinossi

Da QUI puoi scaricare l’intero calendario (occhio, che è un po’ pesante!).