Stagisti pagati, rimborsati o sfruttati?

Dopo il post di ieri, in cui ho pubblicato un’offerta di stage da parte di Spreaker, ho avuto uno scambio di mail con Giulia, una lettrice di questo blog (non una mia studentessa) che ha lasciato l’Italia. Ho già toccato diverse volte questo tema, ma tornarci non guasta. Anzi, non basta.

Tu che ne pensi? Leggi qua:

Cara Giovanna, sono una ricercatrice in fisica. Mi interessa la comunicazione – della scienza, in particolare – e seguo il tuo blog da Helsinki, dove lavoro. Ti scrivo a proposito del tuo ultimo post su Spreaker, che credo meriti qualche riflessione. Non conosco Spreaker e ti prego di interpretare quel che segue in senso più generale.

Un tirocinio da 8 ore al giorno pagato (o rimborsato, se preferiamo) 200 euro al mese, per uno studente iscritto a un corso di laurea e tanto più per un laureato, fa parte della categoria delle proposte inaccettabili. Addestramento e sfruttamento non sono sinonimi.

Questo non è un tirocinio: è volontariato, e chi il volontariato lo fa davvero sa che difficilmente ci si può permettere di farlo a tempo pieno.

Qui in Finlandia gli studenti dei corsi di laurea in fisica – bachelor o master – sono abituati a lavorare in un gruppo di ricerca 3 mesi all’anno a tempo pieno, e per il resto dell’anno qualche ora a settimana. Il loro stipendio nei mesi estivi è come quello di un ricercatore universitario italiano appena assunto: 1300 euro netti. Il loro potrebbe tranquillamente essere definito un tirocinio: non hanno alcuna esperienza di ricerca, ma sono inseriti in un gruppo in cui prendono contatto, per la prima volta, con questo lavoro. Al loro contributo, tuttavia, è dato il giusto valore, e questo cresce di pari passo con le loro responsabilità.

L’Italia non è la Finlandia, e si va ripetendo che non abbiamo scelta. Ma sia l’Italia che il mondo sono grandi, e la scelta spesso c’è. Non si può lavorare a tutte le condizioni, è svilente e controproducente. Il che vale per tutti – datore di lavoro compreso, vedi il tuo post Precari e microimprese: guerra fra poveri?, dove pure le cifre in ballo erano diverse. Se una piccola impresa non può sopravvivere senza ragazzi che lavorano gratis 8 ore al giorno, be’, dovrebbe chiudere.

Dietro alla mia durezza ci sono scelte dolorose, come quella di lasciare il mio paese. E di non sapere, ancora, se mai mi rivorrà. Ma dire di no alle proposte indecenti, questo i ragazzi italiani lo devono imparare: 200 euro o niente, al mese, non faranno la differenza. E occasioni di formazione ce ne saranno altre.

Dove sbaglio? Mentre scrivo mi sento troppo severa, ma non trovo altre vie d’uscita. Grazie e a presto, Giulia»

Così le ho risposto:

Cara Giulia, grazie per la tua mail. Hai toccato un punto nevralgico, su cui combatto tutti i giorni.

Ero incerta se pubblicare l’annuncio di Spreaker, sai, perché immaginavo che mi sarebbero arrivate mail come la tua. Non tante, pensavo, ma forse qualcuno dirà qualcosa sul rimborso basso.

Faccio parte della commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna e come tale firmo tirocini quasi tutti i giorni. Mi sgolo nel ripetere ai ragazzi che devono chiedere un rimborso spese, ma – ti garantisco – la maggior parte di loro (cioè quasi il 100%) non solo non chiedono ma danno per scontato che sia normale e giusto accettare tirocini gratuiti.

Sul blog pubblico solo annunci che prevedano un rimborso spese. E ogni volta che entro in contatto con qualche impresa, piccola o grande che sia, rompo le scatole dicendo loro che devono dare un rimborso spese. L’ideale sarebbe che la mia università non convenzionasse aziende che non danno rimborsi, ma la legge italiana non prevede l’obbligo del rimborso spese, e dunque per un’università è difficile mettersi in questa posizione.

Ebbene, lo so: 200 euro non sono decorose, però almeno ci sono. Inoltre so che Spreaker è una realtà in crescita, in cui la stagista imparerà davvero cose interessanti sui social media: su questa base, ho deciso di pubblicare.

E l’ho fatto, in cuor mio, anche per vedere se ci sarebbero state mail come la tua. Per vedere se ci sarebbe stata discussione.

Finora la tua mail è l’unica. Perché vedi, cara Giulia, io immagino benissimo cosa ha pensato la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze che hanno letto l’annuncio: «Che figata! Peccato che non so bene l’inglese…».

Per questo tacciono, sai. Non per altro. Cioè da Spreaker andrebbero anche gratis, mi spiego? Ma non sanno l’inglese, mi spiego? Poiché segui il blog, conosci di sicuro la battaglia che sto facendo assieme a Eleonora Voltolina, la giornalista che gestisce La Repubblica degli Stagisti.

È una battaglia che va proprio nella direzione che dici tu, ma qui in Italia è dura. Ti mando un po’ di link – nel caso ti fossero sfuggiti – giusto per ricordarti che la penso come te. Ma è il mercato che detta le regole. E io da sola, assieme a poche altre persone, facciamo ancora fatica a cambiarlo. 🙂 Ma non molliamo, fidati. Ciao! E grazie ancora, Giovanna.

Ecco i link:

La Repubblica degli Stagisti

Non tutti gli stage vengono per nuocere

Quando l’aspirante stagista alza la testa

Quando l’aspirante insegnante alza la testa

Precari e microimprese: guerra fra poveri?

58 risposte a “Stagisti pagati, rimborsati o sfruttati?

  1. Io da Spreaker ci sono andata, per una posizione che prevedeva un contratto a progetto di un anno però, con uno stipendio dignitoso. Si sono fatti attendere parecchio, e poi mi hanno detto che non mi avevano scelta. Non vorrei che avessero pensato che, tutto sommato, potevano trovare una stagista che faceva lo stesso lavoro a meno. Non nascondo che, in questi tempi di vacche magre e di grande depressione, ho pensato di ricontattarli per fare questo stage. Ma non lo farò, non è giusto, nè per me nè per il mercato del lavoro, che, proprio perché c’è chi accetta questi stage, è diventato quel che è diventato. E non perché gli studenti non sanno l’inglese.

  2. Il tuo atteggiamento mi sembra l’unico che, nella mia ormai lunga storia di impegno politico e di riflessione sui fatti del mondo, ritengo utile e condivisibile: impegnarsi per cambiare gli aspetti del mondo che non ci piacciono, ma, nel frattempo, fare di tutto per rendere l’esistente il più sopportabile possibile. Rinunciare a uno stage da 200 euro al mese per il nulla, solo perché 200 euro al mese sono iniqui, mi sembra un pessimo modo per entrare nella vita. Rinunciare a uno stage da 200 euro per un corso di inglese intensivo di quattro mesi seguito da un trasferimento all’estero (so, per esperienza, che un’ottima infarinatura è più che sufficiente per sopravvivere e lavorare in nazioni non anglofone) mi sembra, invece, un’ottima e condivisibile idea.
    Purtroppo nelle neodemocrazie ci sono solo due modi per votare davvero: con i soldi e con i piedi.

  3. (“Il tuo atteggiamento” si riferisce al post di Giovanna, naturalmente, non al commento di Rossella, che non avevo letto prima di cominciare a rispondere).

  4. Sono contenta che Giulia abbia scritto quello che volevo scriverti anche io e che non ho fatto per mancanza di tempo.
    Mi dispiace invece che Giulia sia all’estero, non per lei, ci mancherebbe, ma perché queste voci arrivano quasi sempre dall’estero.

    Condivido ogni parola che hai scritto tu Giovanna, ma sono un pò più ottimista 🙂

    Con altri ragazzi abbiamo creato il Manifesto degli Stagisti: pochi punti, per lo più ripresi da Repubblica degli Stagisti e lentamente si vede un minimo di partecipazione… lentamente…

    Ti lascio il link nel caso volessi dare un’occhiata e invito tutti gli interessati ad aderire, anche solo con un “mi piace”, meglio ancora con delle proposte concrete!

    http://www.facebook.com/#!/manifestodellostagista

    grazie!

  5. @vittorio, se ho capito bene non sono d’accordo:
    “Rinunciare a uno stage da 200 euro al mese per il nulla, solo perché 200 euro al mese sono iniqui, mi sembra un pessimo modo per entrare nella vita.” Solo rinunciando ad offerte come queste (e agli stage gratuiti) ci si dà l’opportunità di trovare qualcosa di meglio 😉

  6. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. 🙂
    Ieri, leggendo il post per lo stage e vedendo i 200 euro mensili, sono sobbalzato. Ma come?! Giovanna pubblicizza uno stage con 200 euro di “paga”?

    Però non ho detto nulla, in parte per pigrizia, è vero (e qui sta la mia colpa), ma anche perché so che sei attenta a queste cose e quindi se avevi messo l’appello voleva dire che il vantaggio stava altrove (mi autoassolvo, come vedi 🙂 ).

    Sottoscrivo Giulia quando dice che se una realtà imprenditoriale sopravvive con gente che lavora (quasi) gratis è meglio che chiuda.

  7. Come darti torto Giulia? Quello che dici è giustissimo, tanto più se si considera il tuo sacrificio per trasferirti all’estero pur di vedere il tuo merito riconosciuto giustamente. E quindi anche dal punto di vista economico.
    Credo però, e parlo per esperienza personale, che accettare uno stage a 200 euro mensili non sia così male qui in Italia. Credo che vada inserito in un progetto più ampio.
    Mi spiego: io accetterei uno stage da 200 euro mensili se è il primo, se lo giudico determinante per il mio curriculum, se non dura più di 3 mesi. Questo perché al secondo (e ultimo) stage che farai o al rinnovo del primo, potrai avanzare una richiesta di un maggiore rimborso. A me è successo e ha funzionato. Da rimborso nullo, mi hanno proposto 500 euro perché “avevo più esperienza”.
    Vista la situazione in Italia, penso che noi laureandi/neo-laureati dobbiamo pensare fin dai primi anni di università a una piccola scalata verso un impiego, dandoci un tempo massimo. Il che può prevedere, come punto di partenza, uno stage pagato 200 euro.
    Ciao!

  8. avete perfettamente ragione, dovremmo rifiutare queste offerte di “volontariato”. il problema è che una volta laureati non c’è altra scelta, l’unico modo di fare un pò di esperienza è tramite lo stage (nessuna azienda assume un neolaureato senza esperienza!) e quindi si accetta di farlo anche gratis purché sia formativo. se rifiuti tutte le offerte di stage (visto che il 90% sono gratuite) poi che fai? rimani a casa aspettando che qualche azienda bussi alla porta?
    la verità è che c’è una grossa falla legislativa..è lì che bisognerebbe intervenire.

  9. La cosa buffa è che da un lato lo Stato vampirizza le imprese con tasse elevatissime, dall’altro legalizza “contratti” di lavoro come apprendistato, co.co.co., a progetto e, appunto, stagista.

    Noialtri dobbiamo combattere affinché la politica cambi queste norme e renda il diritto del lavoro, come è giusto che sia, equo sia per i lavoratori che per i datori.

  10. Cara Giovanna,

    Leggere le parole di Giulia mi ha fatto molto piacere. Anch’io ho da poco lasciato l’Italia e Bologna in particolare. Durante gli anni della Specialistica ho avuto modo di osservare dall’interno la politica di diverse ‘piccole imprese’ del territorio bolognese (mi riferisco ai settori della cultura e della comunicazione), sia per quanto riguarda gli stage che le assunzioni a progetto. Penso, come Giulia, che se non puoi stare sul mercato a certe condizioni (rimborsare in modo decoroso gli stagisti, e pagare in modo altrettanto decente i tuoi collaboratori) allora devi chiudere. La cosa che meno tollero di queste realtà è la retorica del “se sei in gamba ce la farai”, che implica un secondo livello di significato: “se sopporti e ‘sputi sangue’, vuol dire che sei in gamba” (che è poi lo stesso tipo di ideologia che legittima tutta una serie di forme di sfruttamento all’interno dell’università). Mi rendo conto che l’amarezza mi ha reso poco costruttivo, ma personalmente non potrei più ‘mediare’ con certa gente. Quando ti rendi conto che altre pratiche sono possibili ti passa la voglia (e forse aumenta la rabbia nel risentire queste storie).

  11. Concordo con stemas:
    nell’attuale momento di terrore lavorativo, la situazione è questa:
    nessuna azienda assume un neo-laureato senza esperienza, o chi come nel mio caso l’esperienza l’ha fatta solo attraverso realtà statali (dopo la demonizzazione dei fannulloni, le entità statali, para-statali e affini sembrano luoghi di sollazzo e non di lavoro), quindi mettere un piede in azienda sembra già un gran risultato..

    A dire il vedo un pensierino l’avevo fatto anche io (e per fortuna so l’inglese piuttosto decentemente), ma (sempre per fortuna) posso ancora permettermi di scegliere, fino a settembre, e cercare qualcosa di più concreto, anche se poi rischierò di essere troppo vecchia per un mondo del lavoro che predilige i diplomati da far crescere.

  12. Secondo me qui il punto non è nemmeno che il “90% degli stage sia gratuito” (che poi non corrisponde nemmeno alla verità) ma è piuttosto che tanti ragazzi giustifichino questa situazione con la scusa che l’esperienza biosgnerà pur cominciare a farla da qualche parte. Come se prima dell’invenzione dello stage tutti i laureati fossero prontissimi ad entrare in azienda.

    Lo stage in fondo è un’ottima opportunità, ma a certe condizioni. E visto che il parlamento italiano ha sempre altre priorità credo che le condizioni dovremmo provare a dettarle noi, stagisti o aspiranti tali…

    Sarò stata fortunata (e anche un pò brava, consentitemelo) ma io dopo 3 mesi di stage a 750 euro al mese ho ricevuto un’offerta a tempo indeterminato. E vorrei sottolineare che ho passato mesi estremamente frustranti a rifiutare continuamente offerte del genere di spreaker (che poi non bisogna nemmeno stigmatizzare l’offerta di Spreaker: potrebbe essere estremamente interessante per una laureanda o una studentessa…)

  13. @Elisa

    Infatti, io ho detto che rinunciare a un’esperienza da 200 euro al mese ha senso solo se al posto dello stage ci si dà da fare per trovare di meglio, sia formandosi di più, sia cercandolo attivamente e costruttivamente.

    Se, invece, l’alternativa è starsene a casa a piangere il proprio destino rìo e della Nazione, rinunciare a un’opportunità così non mi pare una buona idea.

    Poi, nessuno al mondo, se ha un minimo di senno, si lascia sfuggire volentieri una persona brava e impegnata, per cui, una volta data prova di sé e presa un po’ di confidenza con l’ambiente, sta a sé contrattare per il meglio, o dare aut-aut legati al cambiamento delle proprie condizioni di impiego.

    E, comunque sia, ho appena avuto a che fare, nel mio lavoro, con una ragazza molto giovane, brillante e mostruosamente attiva, ma certo non straordinaria che lavora nell’ufficio relazioni istituzionali di una grande multinazionale, nella quale è entrata con uno stage gratuito, che ora penso guadagni tre o quattro volte quello che guadagno io, come minimo. Questo Paese offre certo poche opportunità, ma quelle poche (è il succo del ragionamento di Giovanna, mi pare) non dobbiamo lasciarcele sfuggire per partito preso, o si fa veramente il gioco dei raccomandati.

  14. Condivido l’email di Giulia così come la risposta che segue. Quello che penso è che la questione vada presa ancora più alla radice, almeno per quanto riguarda il ruolo dell’università nel meccanismo degli stage.

    Da tutor, il mio suggerimento ai ragazzi più giovani di me è il seguente:
    con le difficoltà del contesto italiano, volenti o nolenti, bisogna farci i conti. Quindi, se da una parte è sacrosanto tenere a mente il diverso trattamento degli stagisti all’estero e battere il chiodo, è anche necessario fare valutazioni realistiche. Le differenze fra un paese scandinavo e l’italia vanno attualmente ben oltre i tirocini, ed è un fatto.
    Il realismo che consiglio a ciascuno è tagliato, in linea generale, su valutazioni solide sul proprio grado di professionalità, che devono tenere al centro alcuni criteri.
    E’ tollerabile, e a mio parere auspicabile, che durante gli studi si preveda un periodo (limitato!!!) di “apprendistato”, in cui la priorità è l’imparare e non il guadagnare. In questa fase, che ripeto, dovrebbe essere affrontata PRIMA della laurea, il sacrificio materiale deve però essere bilanciato da una particolare cura degli addetti ai lavori nella formazione del tirocinante. Al tempo che il ragazzo investe nell’attività, quindi, deve equivalere egual tempo investito dall’azienda per il suo training, e in questo l’università deve assumersi l’onere di monitorare la situazione, anche a costo di essere pedante. Laddove salta questa garanzia, non farsi remore: abbandonare il tirocinio, segnalare la struttura in tutti i modi disponibili e in tutte le sedi competenti. Tutor dei corsi di laurea compresi. Gli enti convenzionati PER questa fase dovrebbero essere segnalati in apposita sezione (tirocini curriculari, o tirocini “prelaurea”), tanto per chiarire alle aziende che l’università non offre manodopera a costo zero, tiene la questione sott’occhio e provvede a divulgare le informazioni in entrata sul grado di affidabilità delle aziende. I meccanismi di feedback devono sicuramente essere migliorati.

    In una fase formativa più avanzata, e in particolare DOPO la laurea, cambiano le carte in tavola, e forse dovrebbe cambiare anche la fisionomia della convenzione stipulata dagli atenei. Bisogna evitare di alimentare l’asta al ribasso, essere molto fermi nel pretendere un rimborso che come minimo garantisca il sostentamento. Il che fa da commento alla rilevanza di un contributo da 200 euro, che sembra uno specchietto delle allodole. Anche qui…l’università dovrebbe chiarire che siamo sotto la soglia ritenuta accettabile, esplicita ammonizione.

    Problema centrale: come arrivano i ragazzi al momento della laurea? E come valutano le offerte di tirocinio in base al proprio curriculum vitae? Di fronte a certe risposte, è chiaro, le aziende trovano ottimo terreno di coltura per negare le retribuzioni, e la questione si fa confusa.

    Warning: bisogna EVITARE di arrivare all’indomani della laurea privi di esperienze professionali. Anticipate i tempi del primo stage, cogliete le occasioni. Questo vi dà la bussola per orientarvi successivamente entro i giusti paletti e con le giuste pretese.
    Detto questo:
    – NON dare per scontata la difficoltà delle aziende: a tirare l’acqua al loro mulino ci penseranno già da sole.
    – NON accettare come giustificazione di una mancata retribuzione la garanzia di visibilità: sono sciocchezze, è un argomento tampone ad altissimo rischio di truffa.

    A mio parere, il ragazzo deve essere innanzi tutto essere messo in grado di negoziare il giusto punto di equilibrio fra competenze acquisite, tornaconto economico e andamento generale del meccanismo, con una stretta poderosa dopo gli studi. Da quel punto in poi deve saper ragionare nell’ottica della prestazione: a prestazione offerta equivale vantaggio (anche in quanto a prestigio) per l’azienda? Sì/no. Se la risposta è sì tendere la mano, grazie. Cosa indicativa anche del grado di maturità e di compiutezza della persona.

    Ritengo che chi affianca i ragazzi in queste decisioni, che sono difficili e impastoiate in malcostumi generalizzati, abbia la responsabilità di instillare questo tipo di consapevolezza e se vogliamo di coraggio…lavorare nell’educazione è anche questo, limitarsi all’iniziativa di pochi professori particolarmente illuminati è un sassolino nell’oceano atlantico. Meglio di niente, ma bisogna essere ancora più fermi e articolati. Queste devono essere regole, ed entrare prioritariamente nelle mansioni di tutti gli addetti, nella loro cultura. Nei ragazzi c’è una tendenza pervasiva a sottovalutarsi, ad arrendersi al “così è”, a non riconoscersi titolo ad interloquire. Vanno innanzi tutto scrollati. L’università ha il dovere di rompere questa dinamica psicologica, che si installa su delle empasse furbette e contribuisce a riprodurle ad libitum.

    La difficoltà principale è aiutare i ragazzi a valutare razionalmente le tempistiche della loro formazione e la differenza fra “tempo formativo” e “tempo lavorativo”. Ecco il criterio cardine. All’interno degli stage esiste questo discrimine, a dispetto delle apparenze.
    Spetta anche a noi chiarire il punto essenziale, che può suonare brutale: se sei inerme e nudo di esperienze il giorno della laurea ci rendi difficile la battaglia per il tuo (il nostro) futuro, e i tuoi trenta e lode non ci aiuteranno.

  15. Quando mi iscrissi a Scienze della Comunicazione nel ’98 non avevo mai sentito parlare di tirocinio, l’università era effettivamente molto molto diversa…
    Adesso , a 31 anni, senza laurea e con due lavori che non mi piacciono, credo che se fossi laureando o laureato accetterei un stage che mi offre una vera opportunità di crescita culturale e professionale, anche per 200 € al mese.

  16. Cara Giovanna,
    sono stata ad aspettare prima di dire anche io la mia, ma adesso credo sia arrivato il momento opportuno! 🙂
    Mi presento agli altri: sono Tonia Maffeo la Community Manager di Spreaker e sono io la “responsabile” dell’annuncio di ricerca di una stagista presso di noi.
    Con questo direi che ho già risposto a Rossella che si era presentata per la posizione che ho poi personalmente ricoperto.
    Non cerchiamo una stagista per sfruttarla nè tanto meno per farle ricoprire una posizione come la mia ad un costo minore, quello che vorremmo è dare, ad una studentessa o una neo laureata, la possibilità di mettere in pratica alcune delle conoscenze acquisite nel percorso di studi e, perchè no, capire se il settore al quale sta puntando è quello giusto.
    Perchè studiare e lavorare sono due cose ben diverse e se è vero che in Italia la situazione non è delle migliori è pur vero che negli Stati Uniti tantissimi studenti fanno stage gratuiti durante il percorso didattico, uscendo così dall’Università con un bagaglio minimo di esperienza!
    Di stage credo di averne fatti tanti (forse anche troppi) e sono stata anche io all’estero ad assaporare una situazione decisamente migliore dell’Italia, quindi capisco la lettera di Giulia, ma qui siamo in Italia e la situazione è palesemente ben diversa rispetto alla Finlandia. Come dice Giovanna: è dura!
    Concordo con chi sostiene che il 30 e lode non aiuta, aiuta invece scendere in campo, tirare fuori i denti, capire in che direzione muoversi e come, e questo lo si può fare solo acquisendo un minimo di esperienza.
    Ripeto non vogliamo una persona già formata bensì una studentessa o una ragazza neo laureata ed il compenso, malgrado possa essere giudicato misero, è quello che al momento riusciamo a dare.
    Tre mesi per portarsi a casa un’esperienza che sicuramente sarà costruttiva comunque vadano le cose!
    Credo di aver detto più o meno tutte le cose che volevo e spero di aver chiarito la nostra posizione rispetto all’idea che abbiamo di stage.
    Un saluto a tutti e un grazie a te Giovanna per averci dato la possibilità di pubblicare la nostra offerta.

  17. Vorrebbe dire che non hai il problema della spesa, caro Giovanni.

  18. Concordo Giovanna, in pieno! Mi avevano chiesto di far uno stage di 8 ore gratuito alla Virtus…certo, come no! Anche se l’inglese lo so!!
    Giulia

  19. Aura, ho detto che se oggi fossi un neolaureato, forse potrei sopportare di prendere 200 € al mese per qualche mese, con la prospettiva di una crescita professionale. Ho “rinunciato” ( mi trascino in una carriera universitaria ormai decennale) agli studi tanti anni fa per fare dei lavori che non mi gratificano, non mi appartengono. Non guadagno abbastanza per realizzare i miei progetti futuri. Un terribile limbo.
    Come hai detto tu, una fase di crescita e acquisizione di competenze è naturale alla fine ( o durante, e sarebbe decisamente meglio) del percorso universitario. Di certo non si fa la spesa con 200 €, ma mettere a frutto i propri sforzi formativi, nella prospettiva di “toccare con mano” quale potrebbe essere il proprio futuro professionale, beh, questa è una possibilità che fino a sette – otto anni fa non esisteva….
    La mia compagna si è laureata in Astronomia, voto di laurea basso, esclusa dal dottorato. Ora vende prodotti di telefonia per H3G: a cosa le è servito studiare?
    Una buona serata, a tutti!

  20. Forse non sono la persona giusta e la domanda può sembrare cinica: ma se le università avessero fatto selezione non sarebbe stato meglio per gli studenti? Meno laureati. Quelli che non lo erano avrebbero capito prima che certe strade erano precluse e avrebbero cercato lavori proporzionati alle loro aspettative e capacità. In Italia non manca il lavoro in generale ma quello che ognuno ritiene di voler fare. Comprendo che scegliere di fare l’idraulico, la commessa, la cameriera a 30 anni, dopo anni di studi, possa essere visto come un fallimento esistenziale. Ma quale criterio ha motivato lo studente che si è iscritto a corsi di laurea per i quali il mercato della domanda professionale era asfittico? Erano le università che avrebbero dovuto controllare con numeri chiusi davvero selettivi il numero futuro di laureati da immettere sul mercato. O mi sbaglio?
    La laurea non doveva essere come è ora, facilissima. Doveva stroncare e selezionare. Ne sarebbero usciti meno ma avrebbero inflazionato meno il mercato, sarebbero stati più preparati, avrebbero equilibrato le pretese di tutti gli altri in età ancora giovani da evitare i traumi che emergono da molti studi a riguardo. Invece mi sembra che la conclusione abbia giovato, ma solo per qualche anno, ai tanti atenei e ai tanti professori che hanno trovato un lavoro, comunque precario visti i tempi che corrono.
    Siamo franchi, colleghi: il punto non è il confronto con la Svezia ma la triste verità che non c’è lavoro; e le qualifiche acquisite valgono il prezzo che il mercato dà loro. Quindi l’indignazione non serve a nulla, lo studente rimane una vacca grassa, paga le tasse, paga gli affitti, paga i consumi della città in cui studia. Raccontiamoci pure che per preparare uno studente servono tutte le qualifiche pleonastiche che ci siamo inventati, decenni di studi. Sono tutte conseguenze di un mercato del lavoro che non ce la fa ad assumere, altriementi si farebbe come 40 anni fa, nessun master, nessun dottorato, né post, né amenità varie. 4-5 di studi seri, con carichi di lavoro che non permettono ai concorsi per magistrato (MAGISTRATO NON NETTURBINO) di vergognarsi per gli errori di ortografia da scuola dell’obbligo.

  21. Rispondo solo per precisare, primo, che sono contenta che la posizione per la quale mi ero candidata sia andata effettivamente ad una persona alla quale viene riconosciuto il proprio impegno, e non sia invece stata sostituita da questo misero stage; secondo, che mi sembra molto difficile che quella proposta possa essere una esperienza molto formativa, per un neolaureato, dal punto di vista tecnico. Io, durante la triennale, ho fatto uno stage CURRICULARE (cioè, dovevo farlo per forza per avere dei crediti formativi – valeva come un esame insomma) che non era retribuito, ma mi ha insegnato un sacco di cose: come si intervista, come si usa una videocamera, come si digitalizzano i video e come si fanno i montaggi con Adobe Premiere, come si comprimono i video per inserirli in un sito web (in epoca pre-Youtube). E’ durato poco (250 ore) e mi ha anche fruttato un breve contratto come conduttrice radiofonica, esperienza che si è conclusa quando mi hanno fatto capire che avrebbero voluto che facessi la stessa cosa gratis.
    Questo/a stagista, invece, che dovrà impegnarsi, durante gli studi o dopo, per otto ore al giorno come un qualsiasi lavoratore, e non so se con un obbligo formativo curriculare, cosa imparerà davvero? Non è chiaro. E in ogni caso, non è necessario per forza lavorare gratis per imparare. Io mi sono laureata in Scienze della comunicazione e Discipline semiotiche, non certo due lauree che danno una esperienza professionale spendibile in maniera immediata, eppure non ho mai fatto stage e sono sempre riuscita a cavarmela in qualche modo. Il segreto per riuscirci è la fame, e una forte motivazione a non accettare di lavorare gratis, sfruttando il tempo, piuttosto, per stare a casa e studiare le nozioni tecniche che servono per fare il lavoro desiderato.

  22. E’ vero è considerato normale, ma se la legge italiana non obbliga le aziende convenzionate con le università che forniscono la possibilità di effettuare lo stage, noi come potremmo pretendere una qualsiasi retribuzione o rimborso? Anche dopo l’università è quasi impossibile, per esempio nel campo del giornalismo, trovare qualcuno che accetta subito di retribuirti anche se sei meritevole. Il mio stage è stato sfruttamento puro (nessun rimborso neppure per gli spostamenti continui che mi richiedevano, otto ma anche dieci ore di fila a lavorare) ma è stata una condizione necessaria per imparare a fare qualcosa; oggi penso che quello stage mi è servito parecchio. Purtroppo quando esci dall’università ti ritrovi a combattere per avere una briciola. Come ha detto Rossella è la fame la motivazione in più a non accettare lavoro gratis, ma la non retribuzione è ancora troppo diffusa sia dalla parte di chi offre sia dalla parte di chi accetta.

  23. Condivido in pieno i contenuti dell’email di Giulia e mi sento di doverla ringraziare per aver sollevato il problema. Ho letto velocemente l’interessante dibattito che ne è seguito e sono d’accordo con molte cose già dette (a partire dalla risposta misurata di Giovanna) per cui non mi sembra il caso di dilungarmi.
    Solo una cosa mi sento di aggiungere, che è più che altro un auspicio: che l’università sia più oculata, in futuro, nel valutare i contributi formativi (in primis) e i trattamenti retributivi e contrattuali di ogni singolo tirocinio. Spesso ciò non avviene e non è avvenuto (non mi riferisco ovviamente a Giovanna), e l’impressione è che l’università abbia spesso silenziosamente legittimato e avallato un sistema (e il suo implicito modello) produttivo/lavorativo che si fonda su quei meccanismi che definirei ricattatori che Giulia e Giovanna, da prospettive diverse, descrivono molto bene.

  24. Sono contenta che ne sia nata questa bella discussione, grazie a tutti voi. Come avete detto in tanti a partire da Giovanna, l’università dovrebbe essere responsabile di controllare la qualità della formazione ricevuta durante il tirocinio, e stipulare convenzioni con le aziende che offrono almeno un rimborso spese. I consigli di Aura li appendiamo in bacheca, ché dovrebbero leggerli tutti!

  25. Io se non faccio il tirocinio A GRATIS non ho l’abilitazione.
    Terzium non datur.
    Non sono previsti per gli psicoterapeuti tirocini rimborsati anche der caffè.
    Cioè dovrei lasciare il paese.

  26. Sono contenta che ci sia stata la mail di Giulia e,lo ammetto,sono anche un po’ vigliacca perchè non ho osato dire la mia fin da subito.
    Quando ho letto il post ho sentito lo stomaco contrarsi arrivata al punto in cui si parlava del “rimborso spese”: la faccenda è molto semplice,con 200 euro al mese non si vive,se uno se lo può permettere può anche seguire il tirocinio perchè l’abiente è bello eccetra,se uno deve lavorare per mantenersi agli studi con uno stipendio del genere va avanti a pane e cipolle dormendo sotto un ponte.
    Io,lo ammetto,sono PARECCHIO amareggiata dalla situazione italiana,per cui che le aziende vengano a pianger miseria per via della crisi mi tocca relativamente:la crisi c’è stata,ma se si deve tagliare da qualche parte siam proprio sicuri che gli stipendi dei tirocinanti siano la prima cosa da tranciare?Che da nessun’altra parte ci siano sprechi e che proprio la paga di un possibile futuro dipendente sia il surplus da eliminare?Con che faccia si pretende che una studentessa(esplicitamente richiesta femmina) possa farsi il mazzo quadro per tutto quel che è richiesto di fare in quel tirocinio e poi pagarla 1.25 euro all’ora?
    Se era una reazione che voleva,Giovanna,beh in me l’ha scatenata.Sarebbe interessante conoscere il punto di vista dell’azienda,mi piacerebbe sapere perchè non ritengono meritevoli i tirocinanti di uno stipendio degno di chiamarsi tale.
    Con tutta la mia stima,
    Martina

  27. Martina, volevo una reazione sì: ieri tutto taceva… 😦
    E per fortuna almeno Giulia mi ha scritto. Sennò avrei preso l’iniziativa di farci un altro post da sola. Notate, fra l’altro, che ora c’è un altro spunto di polemica in corso, su quella scelta di prediligere la stagista donna… se andate nei commenti al post di ieri, c’è qualcuno che non si è fatto scappare l’occasione.
    😉

    La risposta dell’azienda c’è stata, guarda/guardate più su nei commenti: Tonia Maffeo ha parlato per Spreaker.

  28. Grazie di avermelo fatto notare,ho scritto subito dopo aver letto il post senza aver scorso tutti i commenti. =)
    Resto convinta del fatto che,per un impegno full time senza alcuna certezza di assunzione,la paga minima dovrebbe ALMENO raggiungere i 500 euro,non dico esser proporzionata alle ore di lavoro,ma far finta di riconoscere il fatto di star impegnando una persona per dei mesi..
    Per quanto riguarda la polemica sul sesso del candidato,ho specificato ragazzA solo perchè stavo parlando dell’annuncio di Spreaker nello specifico,in cui chiedevano una donna,non voglio addentrarmi nei meandri delle ragioni che li hanno spinti a scartare stagisti maschi. =)
    Vorrei fosse chiaro che non ce l’ho con Spreaker in particolare, è l’intero sistema degli stages che non mi va giù,per me questo è sfruttamento a costo quasi nullo,mi amareggia che la legge lo permetta.
    Grazie,Giovanna,per aver sollevato la questione. =)
    Martina

  29. Ragazzi, in un paese capitalistico le paghe non le stabilisce per legge lo Stato. Le stabilisce il mercato mediante la contrattazione individuale e collettiva.
    Fa parte del mercato anche spostarsi e cercare il lavoro dove le condizioni sono migliori, come ha fatto Giulia. O farsi valere e contrattare, come suggerisce Aura.

    Le leggi possono intervenire con correzioni marginali. Non possono contrastare più di tanto ciò che viene stabilito dal mercato e dalla contrattazione, a un livello che è sempre più transnazionale, Polonia, India e Cina incluse.

    Le paghe stabilite per legge c’erano solo nei paesi socialisti, che negli ultimi vent’anni sono quasi tutti scomparsi.
    Si può anche proporsi di andare controcorrente rispetto al resto del pianeta, ma l’Italia forse non è il posto più adatto per una simile titanica impresa. :-))

  30. Giovanni:
    chiedo scusa, non avevo capito bene la tua particolare situazione. Le variabili soggettive spostano (ma non in modo sostanziale) i contorni del discorso. Capisci che un non laureato di 31 anni con due lavori insoddisfacenti, magari in pieno burn out, sarà portato ad adottare un’ottica di emergenza rispetto alle buone occasioni formative. Qui però si sta parlando di criteri generali, e di come evitare che non esista alternativa al fatidico “se non vuoi accettare le condizioni che io azienda pongo quella è la porta”. Laddove per condizione si intende lavoro effettivo a retribuzione zero o quasi.

    Ben:
    non credo che nessun commento abbia nemmeno lontanamente sfiorato l’idea di mettere in piedi un nuovo laboratorio di socialismo reale. Quello che dici sulle leggi è ampiamente discutibile nonchè preoccupante: la gerarchia fra regole di mercato e giurisprudenza c’è eccome, diciamo pure che è alla base del nostro ordinamento. Se ci sono abbondanti eccezioni, per cortesia, cerchiamo di parlare di difetti consolidati e di derive da contrastare, nonchè di mal-costumi (quindi comportamenti devianti su larga scala) da ridisciplinare. Non trasformiamo in sentenze, in descrizioni rabberciate o in “funziona così” ciò che nasce come un’evasione della regola.
    Se la mia “legge di mercato” mi suggerisce di spremerti come un limone, massimizzando il mio personale profitto a scapito dei tuoi diritti di base, siamo certamente in una fattispecie irregolare. Il punto non è il prendere atto che “lo fanno tutti”, per confermare che si può agilmente continuare così. Il punto è capire cosa succede, valutarne la portata, confrontare i fatti con alcuni diritti fondamentali, e decidere se sono necessarie forme di intervento e di controllo A TUTELA, come da regola generale. E’ chiaro questo?

  31. Aura, sui commenti che invocano interventi legislativi, che pure qui ci sono, posso avere interpretato male.
    Mi riferivo, in particolare, a Martina quando scrive “per un impegno full time senza alcuna certezza di assunzione, la paga minima dovrebbe ALMENO raggiungere i 500 euro”. Quel “dovrebbe” può essere inteso in tanti modi.

    Sono d’accordo sull’opportunità di leggi che regolino il mercato del lavoro. Una regolazione di questo genere, per quanto marginali siano i suoi effetti, è importante.
    Però, per funzionare, le leggi devono adattarsi alla situazione reale, che in buona sostanza è il rapporto fra domanda e offerta.
    Come diceva Marx, che su questo ha ancora ragione, è la sovrastruttura (la legislazione) che si adegua alla struttura (l’economia). Non viceversa.

  32. Mi devi scusare, ben. Ma per formazione ed educazione ho una visione del diritto più fiduciosa. Non so cosa voglia dire la locuzione “adattarsi alla situazione reale”, specie se parliamo del rapporto fra leggi e mercato. Il diritto non si adatta, ma orienta, disciplina, pone limiti. Se proprio vogliamo essere realisti, come saggiamente diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti” e possiamo risparmiarci fatiche ed elucubrazioni, abbandonarsi al così si fa e vedere chi la spunta. Personalmente navigo verso tutt’altra sponda.

  33. Io ho un problema nella risposta dell’azienda da parte di Tonia Maffeo, perchè nella maggioranza del commento porta un parere da tutti condiviso – posto che la differenza tra lavoro e studio in questi contesti è tutt’altro che rigida – sia riguardo a cosa si debba fare in uno stage o tirocinio che riguardo la differenza con l’estero. Poi alla questione 200 eurucci – dice semplicemente: eh di più noi non possiamo.
    E tante care cose.
    Io non conosco il bilancio dell’azienda – e non posso quindi direttamente rivolgermi a Maffeo – constato che la liquidazione della risposta e il tenore della risposta è un grandissimo classico che si sentono tutti ripetere in diverse circostanze e occasioni professionali – e dunque sono poco propensa a prenderla sul serio. Allo stesso tempo so che quella risposta è correlata a un problema ideologico – e questo problema Maffeo: lo pagano le aziende per prime.
    Il problema è correlato alla nuova legislazione sul lavoro e alla nuova natura contrattuale dei rapporti di lavoro. Quando non è tirocinio a gratis, è contratto a progetto da fame. L’ideologia dietro è che con il panico da fine pagnotta la gente lavori meglio, nonchè che la gente investa per conto suo in una professionalizzazione da vendersi qua e la. Ma l’esito – è un disinvestimento sul personale, un scarso impegno alla professionalizzazione. Volete il massimo e date il minimo. Volete l’attaccamento alla maglia ma chiedete il distaccamento dalla maglia. Volete alta competitività sul mercato con persone che pur di mangiare sei mesi lavorano qui, due anni la, un po’ di esperienza laggiù. Create una generazione di lavoratori abili, discreti, adattabili, disincantati, superiori alla sufficienza. Ma l’eccellenza scordatevela. L’eccellenza non avrà strumenti per costruirsi, e da questa generazione non uscirà nessuno che tiri fuori il mercato dalla crisi, perchè il mercato produce competenze che possono iscriversi solo all’interno di essa.

  34. @Aura Tiralongo
    “Il diritto non si adatta, ma orienta, disciplina, pone limiti”
    Il Diritto forse. Ma non la Legge.
    Navighi pure su altre sponde ma attenzione a non affondare sullo scoglio di Marx.

  35. Aura, certo che il diritto orienta, disciplina e pone limiti. Ma lo fa adattandosi storicamente, con adattamenti continui, alla realtà economica e sociale. E’ un condizionamento reciproco in cui, in buona sostanza, è la realtà a “dettar legge”.
    Pensa al divorzio. E’ stata la legge sul divorzio a cambiare l’istituzione del matrimonio in Italia? In parte sì, ma in parte ben maggiore è stato il cambiamento dei costumi sociali, determinato da cambiamenti economici e da movimenti come il femminismo, a “dettare” leggere.
    Questo non annulla affatto l’importanza dell’attività legislativa. Ma, in sintesi, la realtà economico-sociale determina le leggi più di quanto le leggi non determinino la realtà. Oltre a Marx, l’ha detto bene anche Alessandro Manzoni parlando delle ‘grida’ nei Promessi

  36. tranquilli, non ho avuto un infarto, è solo scivolato il dito su invia. 😉

    Naturalmente volevo dire: “dettare” legge. Non “dettare” leggere.

  37. Ancora per Aura.
    Riconoscere che l’attività legislativa ha un potere limitato, talvolta limitatissimo, non significa rinunciare a darsi da fare per cambiare il mondo.
    Legiferare, ed eleggere chi farà le leggi, non è il solo modo per cambiare il mondo. E neanche il più importante.

  38. Ben: non posso fare a meno di pensare alla mia povera mamma che insegna diritto da trent’anni nelle scuole superiori. Mani nei capelli per lei, e per me, anche. Quanta confusione.

  39. @Aura Tiralongo
    Novelle Antigoni, lei e sua madre. Mi compiaccio. Tuttavia è Creonte che sempre governa. E mal duole alla Città.

  40. (ugo…sullo scoglio di marx più che affondare mi ci aggrapperei, se potessi scegliere).
    Il discorso del rapporto fra leggi e costumi non è così semplice: esempio. In spagna un fenomeno sociale pervasivo come le violenze sulle donne è stato dal 2004 disciplinato e inquadrato da apposite leggi di contrasto, che hanno a loro volta contribuito a “fermare” agli occhi dell’opinione pubblica il concetto che la discriminazione sessuale (psicologica, simbolica, fisica, economica) è da stigmatizzare senza se e senza ma. Il movimento di contenuti fra contesto giuridico e società civile è di andata e ritorno. Esiste ovviamente uno scarto fra diritti formali e fatti, ma attenzione. E’ uno scarto che va attenuato confermando e ribadendo il valore della regola, non certo traendo conclusioni/sconclusionate sulla sua “naturale” inefficacia.

  41. ….cosa ci sarebbe di male nell’imporre per legge che i cosiddetti STAGES o tirocini esterni,se richiedono un impegno full time,DEBBANO esser pagati almeno ENNE euro al mese?Ci sono regolamentazioni per ogni tipo di lavoro,perchè per lo stages le aziende si possono permettere di non pagare gli apprendisti?Perchè a loro deve essere offerta la possibilità di marciarci sopra non pagando per nulla i lavoratori,mentre gli studenti che devono impegnarsi per mesi full time devono essere insultati con un “rimborso spese” ridicolo,senza possibilità di far valere i propri diritti?
    La questione è molto semplice:dato che non avverrà mai che tutti gli studenti incrocino le braccia di fronte a uno stage non pagato,l’unica azione auspicabile sarebbe quella del governo di garantire un riconoscimento minimo per il lavoro svolto.
    A proposito di protesta,sarebbe il caso di cominciare a far nomi e cognomi delle aziende che non pagano gli stages.
    =)

  42. Beh, corro il rischio di annoiare tutti, però vorrei lanciare un altro sassolino nello stagno. Beh, ecco la storia.
    Otto anni fa comincio a lavorare come ‘maschera’ all’ex GAM di Bologna, adesso diventata MamBo. La coop che gestisce il servizio in appalto dal Comune di Bologna, vince anche l’appalto per il presidio e assistenza tecnica di aule, laboratori, sale studio dell’Unibo. Man mano molti dei lavoratori assunti dalla coop, passano a ricoprire le ‘postazioni’ liberatisi all’università. L’appalto, e sono dati facilmente reperibili in rete, ha un valore che si aggira attorno ai 4 mln di € per tre anni, complessivamente 240000 ore di lavoro, all’incirca 14 €/h. Ovviamente il socio-lavoratore ( dipendente a tempo indeterminato dela coop, che viene però collocato ” a zero ore” nei periodi di inattività, ad esempio durante il blocco della didattica) ne percepisce meno della metà, al netto circa 5€/h. Cercando il costo orario per un dipendente strutturato con la medesima qualifica, è facile notare come tale costo diminuisca di almeno 1,5 €/h. Beh, come non chiedersi il motivo per cui -nonostante gli obblighi di legge ( i famigerati concorsi), il blocco del turn over per la PA, la riduzione progressiva del FFO degli Atenei e tutto er cucuzzaro- l’università di Bologna, che ha un codice etico che si scortica in paroloni altisonanti a tutela dei diritti di lavoratori non sia mai interessata realmente alle persone, che oramai da anni lavorano al suo interno. A cosa serve la tanto decantata autonomia universitaria, a lasciare sempre le cose al proprio posto, a soggiogarsi ad una logica dell’emergenza, tale per cui, non potendo assumere, si accetta sempre e comunque che gli enti pubblici siano sempre e comunque considerati come granaio per rimpinguare le tasche di privati che sfruttano l’inadeguatezza legislativa, nonché i loro influenti rapporti con la politica? Sì, purtroppo, come diceva la mia straordinaria nonnina, ” a lingua batti, aundi u denti doli”, e torniamo sempre lì, all’intreccio politica – imprenditoria. Qualcuno di voi, ha mai visto un ospedale, comune, o ente pubblico che cerca di arginare le esternalizzazioni? No, io non l’ho visto. Tutti i dirigenti, direttori, rettori, sembrano arresi, incapaci di affrontare la situazione, vittime di un sistema di corruttela generale…perché in realtà di questo si tratta. I lavoratori, anch’essi coartati nel tritacarne infernale della collusione tra politica e imprenditoria, restano sullo sfondo, muti e sbiaditi. Temono di perdere il lavoro ( del resto anche CGIL ci disse anni fa che dovevamo essere pronti a tutto..), sperano nella chimera del “lavoro pubblico”, ma nulla cambia , eccetto piccole regalie concesse dall’alto. Le coop, bianche o rosse che siano, dominano terziario e servizi nel privato ( ho un secondo lavoro con una coop che lavora per un impresa di telefonia coreana) e nel pubblico, sono le organizzazioni con il più basso indice di trasparenza, di tutela dei diritti del lavoro, ma con tasso più alto di connivenza e corruzione politica. Nessuno ne parla, come sempre in questo Paese si parla del sintomo e non della malattia. Ci ha provato Report con gli infermieri esternalizzati all’ASL di Roma, ma il fenomeno è ben più ampio. Molto del cosiddetto precariato comincia coll’esternalizzazione e con le coop.
    Sicuramente sarete annoiatissimi….attendo i vostri commenti..

  43. @Aura Tiralongo
    Ci si leghi a quello scoglio, così sarà un poco più arduo cedere alle lusinghe delle sue sirene.
    Forse lei crede che siano le Costituzioni a fungere da specchio di un popolo, o almeno a farci capire quale sia il traguardo tra Essere e dover Essere.
    Tuttavia non credo che lei abbia capito bene la lezione marxiana.
    Il suo esempio spagnolo fa acqua da tutte le parti perché non solo non nega ciò che dice Marx (e, mutatis mutandis, Ben e il sottoscritto) ma lo conferma.
    Il Diritto regola l’esistente, non indica il futuro, non lo prescrive, non lo prepara, non è profeta e non è sciamano.
    Lei vede un successo nell’iniziativa spagnola di porre sanzioni che da un lato puniscono e prevengono e dall’altro educano e riaffermano.
    Non ha compreso che il rapporto tra leggi e costumi è l’ultima ruota del carro sulla via del progresso sociale.
    La sensibilità di un popolo verso un reato non riguarda la cultura. Triste a dirsi, ma statisticamente parlando non è dai libri che si evita di commettere violenza sulla donna, non è dalle codificiche legislative che nasce la virtù. Non è dalla repressione che si rimuove il reato.
    Non la Costituzione occorre guardare – che illusione! – ma la pancia, e se è piena o vuota. Solo se una società ha raggiunto un benessere economico generalizzato e una tecnologia specifica può consegnare alla Legge il compito di servire il dessert della normativa. Il controllo delle pulsioni non è redento dalla cultura ma è reso innocuo dai succedanei forniti dalla modernità. La convivenza è possibile non perché il diritto vi giochi un ruolo fondamentale bensì perché è possibile pacificare quei bisogni individualistici in una logica economica, nel senso proprio del termine. Ti pago perché mi conviene, questa è la filosofia. E mi conviene perché gli altri che vengono pagati garantiscono la mia prebenda. Sempre che l’Economia lo permetta, poiché il diritto è ancella dei processi economici, non guida. Almeno nella nostra società, che si illude di conservare la botte piena (del proprio reddito) e la moglie ubriaca (di socialismo).
    Altrimenti si passa a Marx anche nell’attuazione della politica, non solo nella ricostruzione storica della genesi del capitale e funzione del diritto.
    Levate agli uomini i loro agi, le lavatrici che smacchiano per noi, le lavastoviglie che non abbrutiscono gli acquai, il frigorifero che regola il duodeno, la pompa idraulica che amplifica le forze, i media oppiacei, la pornografia che sfiata i maniaci, gli antidepressivi che sedano, l’adulterio succedaneo della poligamia, insomma, tutte quelle innumerevoli invenzioni della tecnica e cosa avreste? Non certo un uomo che si premuri dall’alzare le mani su una donna fisicamente più debole di lui perché il diritto che tutela quella donna sarebbe scomparso assieme alle tecnologie che ci sollevano dal dover sfruttare il prossimo per i nostri bisogni o capricci, lusingandoci che il nostro sia il convinto proposito ideologico di colui che ha sconfitto la barbarie con la cultura, anche giuridica.
    Piuttosto quell’uomo sarebbe nel migliore dei casi un Jefferson che verga con afflato retorico la Dichiarazione di indipendenza ove tutti gli uomini sono creati uguali, posseggono inalienabili diritti, quello alla vita, alla libertà, alla felicità. Nello specifico, il diritto degli uomini era purtroppo in contrasto con il diritto dell’Uomo in questione, che non si sognò minimamente di rendere liberi i suoi negri, né le negre con cui non si negava il piacere del corpo. Lì vigeva il diritto asimmetrico del padrone, e chi comanda ha sempre diritti che il sottoposto non ha. Non solo non li trattò da dipendenti, ma nemmeno da dipendenti. Solo da schiavi. Eppure il Diritto con la capital D era lì, l’aveva scritto lui. Il negro non rientrava per un cavillo nella definizione di essere umano.
    Chiamare scarto la distanza che esiste tra diritti formali e fatti è un eufemismo che rasenterebbe il comico, se non conoscessi il suo rosso impegno e la sua buona fede.
    Molto peggio constatare che basta la distanza tra Diritti formali e leggi a marcare l’abisso tra i principi progresssiti della Costituzione e la violenza del classismo conservatore.
    Socialismo (giuridico) o efferatezza (economica). Nessun altra uscita, nessun altro alibi. Mi dispiace per i precari ma anche la filosofia di un articolo 18 è stata fatto a pezzi, a dimostrazione infausta che la legge è la voce di chi la può fare.

  44. Ho l’impressione che l’università italiana soffra di alcuni tenebrosi luoghi comuni:
    1. L’Università attuale non forma:
    dipende dal come e dal chi, perché se vogliamo dirla tutta gli ultimi disastri strutturali (viabilità errata, ospedali decadenti, costruzioni poco sicure) non sono certo state frutto dell’impegno dei neolaureati dell’ultima ora. Quindi qualche pecca o qualche universitario sfuggito alla mannaia della bocciatura c’è sempre stato. E l’ultima declamata riforma universitaria ha dato la botta finale, necessaria per salvare dal baratro queste facoltà di nullafacenti.
    2. Si laureano tutti:
    tra i miei conoscenti i laureati si contano sulle dita di una mano, forse la differenza rispetto al passato è che oggi i genitori possono permettersi in un maggior numero di mantenere i propri figli agli studi, ma quanti finiscono? E perché se più gente ha l’occasione di studiare, vuol dire che il livello di istruzione si è abbassato? Non è logica la correlazione più gente istruita = più gente meno istruita.

    Ma alla fine a noi neolaureati in materie non produttive (non siamo ingegneri né medici, per intenderci) che rimane? Scegliere lo stage sottopagato o promuovere la nostra piccola rivoluzione personale mentre alle spalle neolaureati senza (i nostri) scrupoli ci fanno le scarpe?

  45. Ugo: ossantocielo.

    In effetti non ho capito una serie di cose.

  46. Fabiana scrive che
    Infatti la logica ci dice che è giusta la correlazione: più gente laureata = meno posti per la stessa professione=più concorrenza (che avrebbe potuto essere svolta all’interno dell’Università e non lasciata solo al Mercato).
    Più laureati a parità di risorse impiegate=laureati meno preparati. Un’altra legge ferrea.

  47. X Zinn
    Dipende dalla quantità delle risorse: i medici o i chimici disoccupati non credo siano una percentuale rilevante, in ambito umanistico forse le risorse non sono poi così fondamentali per arrivare a una buona preparazione (usiamo libri e lezioni in aule molto capienti, non strumentazioni necessariamente individuali).

    Meno posti per la stessa professione: perché siamo un paese statico, fatto di posizioni statiche (quelle fisse) e passaggi variabili (i precari). La pecca dell’università è quella di non preparare al mondo del lavoro, ma tanto diciamoci la verità, non credo che il mondo del lavoro non sia appagato dal poter usare la manodopera a basso prezzo di laureati ufficialmente (ormai è diventato dato di fatto) incapaci.
    Tanto per dire, uno degli ultimi lavori che ho incontrato mi aveva proposto un contratto di formazione 3+2 (che non credo neanche esista), a conti fatti una seconda università, il tutto per prepararmi ma soprattutto per risparmiare.

    E noi figli di questa iper-universitalizzazione, che facciamo?
    Ma siamo davvero così tanti laureati, anche rispetto al resto d’Europa? (chiedo a chi ha più sapienza di me)

  48. “laureati ufficialmente (ormai è diventato dato di fatto) incapaci.”
    mi hai fatto venire in mente un commento a un post di qualche tempo fa che diceva:

    “oddio! ma i laureati di sistemi operativi conoscono solo windows xp!”

    siamo (be’, io tanto neolaureato non sono più, a dire il vero) ignoranti e impreparati per definizione, l’importante pagarci poco 😀

  49. @Ben “Ragazzi, in un paese capitalistico le paghe non le stabilisce per legge lo Stato. Le stabilisce il mercato mediante la contrattazione individuale e collettiva.

    Le leggi possono intervenire con correzioni marginali. Non possono contrastare più di tanto ciò che viene stabilito dal mercato e dalla contrattazione, a un livello che è sempre più transnazionale, Polonia, India e Cina incluse.

    Le paghe stabilite per legge c’erano solo nei paesi socialisti, che negli ultimi vent’anni sono quasi tutti scomparsi.”

    il tuo post ignora anni e anni di progresso sociale 😦
    fammi capire una cosa: il Regno Unito e gli Usa (che hanno una minimum wage, cioè una soglia di paga minima oraria) per te quindi non sono Stati capitalisti?? Sono Stati maoisti?? 🙂

  50. Hamlet, la paga minima rientra nelle “correzioni marginali” per legge cui ho solo accennato.

    La paga minima c’è dove è (ritenuta dal governo e dal parlamento) compatibile con la situazione economica. C’è, come dici giustamente tu, in USA e UK, e anche in Francia. Non c’è in Germania, Svezia, Danimarca. In UK la minimum wage non vale per gli apprendisti nel loro primo anno (non so se vi rientrerebbero i nostri tirocinanti laureati). E non vale per gli studenti che facciano tirocinio.
    Vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Minimum_wage

    Un’alternativa importante alla minimum wage è il reddito minimo garantito. Ma sempre di correzioni marginali si tratta. Se sono o diventano incompatibili con la situazione economica, non vengono istituite, o il loro livello si abbassa (come in USA negli ultimi 30 anni), o vengono abolite.
    E’ comunque opinione largamente diffusa fra gli economisti, in USA e UK, che la minimum wage riduca l’occupazione, specialmente giovanile. Se la disoccupazione giovanile superasse certi limiti, che fine farebbe la minimum wage?

    Teniamo poi presente che l’economia in USA e UK non ha le palle al piede che ha qui: legislazione e burocrazia elefantiache e paralizzanti, tasse enormi con evasione selvaggia e quindi concorrenza sleale quasi universale, giustizia praticamente inapplicabile per la sua fantastica lentezza, taglieggiamento mafioso al Sud. Per questo praticamente nessuna azienda straniera investe in Italia.
    Forse, prima di pensare in Italia a una problematica minimum wage , o reddito minimo garantito, conviene cominciare a liberarsi di questi terribili handicap.

    Il mio punto, in sostanza, è il seguente.
    Metti che si faccia la legge che stabilisce in Italia una paga minima di 500 euro al mese per qualsiasi lavoro a tempo pieno, come vorrebbe Martina.
    Chiedo: su 100 aziende che attualmente impiegano persone con paga o rimborso fra 0 e 500 euro, quante alzerebbero la paga a 500 euro? Quante lascerebbero a casa le persone sottopagate e rinuncerebbero ad assumere? Quante chiuderebbero? Quante offrirebbero la stessa paga di prima, in barba alla legge, solo a chi garantisse di non denunciare l’azienda? E chi, come, in quanto tempo e con quali costi scoprirebbe e punirebbe le aziende inadempienti?
    Dopo avere risposto realisticamente a queste domande, si può benissimo decidere riguardo a una minimum wage. Non dico che sia inopportuna, dipende dalle risposte alle domande precedenti e dal come andrebbe fatta.
    Sarebbe comunque una correzione marginale di ciò che stabiliscono mercato e contrattazione, e potrebbe scostarsi di poco dai loro dettami.

  51. Io posso solo metterci la mia di esperienza. Nella mia facoltà (Informatica) le richieste di tirocinio arrivano a pioggia. Alcune sono migliori di altre, non tanto per i soldi che ti danno (che sono sempre pochi) ma per l’opportuinità che ti offrono mettendoti magari in contatto con persone di grande esperienza.
    Da noi (come penso nella maggior parte delle facoltà) il tirocinio è obbligatorio (nel senso che conta dei crediti formativi obbligatori per il conseguimento della laurea), ma c’è anche un’altra possibilità ossia, invece di andare a lavorare in azienda, vai e lavori per l’università in un settore che ti interessa e che può dare i punti di partenza per la tua futura tesi. Questa seconda opzione si chiama “internato” e l’internato si fa totalmente gratis.
    Io per scelta non ho mai fatto un tirocinio in azienda ma ho sempre preferito l’internato (per due volte visto che ora sono alla magistrale) perchè preferisco laurearmi in fretta e l’internato ti permette di portarti avanti col lavoro della tesi.
    Quando da noi uno studente finisce l’università magistrale si trova poi davanti a due opzioni: tirocinio in azienda e poi assunzione (o magari già assunzione se ha precedentemente fatto il tirocinio in quella azienda) (contratti a progetto eh, mica niente di speciale come per tutti del resto) oppure tenta la carta del dottorato cercando di aggiudicarsi una borsa di studio. Qui in questa provincia siamo fortunati, perchè se riesci ad aggiudicarti una borsa di studio, la provincia ci mette sopra altri 250€ e quindi il povero dottorato riesce a farsi i suoi 1000€ al mese.

  52. @Martina: “A proposito di protesta,sarebbe il caso di cominciare a far nomi e cognomi delle aziende che non pagano gli stages. =)”
    Ti segnalo il sito La Repubblica degli Stagisti, è una fantastica iniziativa di monitoraggio della situazione dello stage in Italia, guidata da Eleonora Voltolina:
    http://www.repubblicadeglistagisti.it/

  53. Mi pare che stiate facendo un guazzabuglio di teorie economiche…non capisco ma state giustificando uno stato di fatto distorto (quale è quello del nostro paese)? La questione è che la legge italiana è limitata in tutti i campi; se non si agisce per legge non vedo cosa potrebbe intervenire al suo posto…il buon senso delle aziende? andiamo….

  54. @Ben “La paga minima c’è dove è (ritenuta dal governo e dal parlamento) compatibile con la situazione economica.”

    hai ragione perfettamente. Se il governo ritenesse incompatibile, potrebbe eliminare la paga minima; forse in futuro il governo potrebbe dire “Vista la situazione economica, siamo costretti a eliminare la paga minima, la libertà di sciopero, la libertà di manifestare e anche la libertà di espressione” Che bello! Ben, mi sembra il profeta del Brave New World!

  55. @Hamlet

    Per “paga minima” intendevo ovviamente “legge sulla paga minima”. Anche se la legge non c’è, le paghe ci sono . E in ogni settore hanno, DI FATTO anche se non DI DIRITTO, un minimo, un valore medio e un massimo. Tutti e tre largamente indipendenti (non dico totalmente indipendenti) da qualsivoglia legge statale.

    Tu e altri sembrata avere un’idea magica dell’efficacia degli iunterventi di legge sull’economia. Magari si potesse stabilire per legge ciò che si ritiene giusto!
    Una legge, invece, può avere effetti minori, diversi e addirittura opposti a quelli desiderati.
    C’era una volta in Italia la “scala mobile”, fissata per legge, che adeguava automaticamente le paghe all’aumento del costo della vita. Ottima cosa, no?
    Ma gli economisti concordarono nel ritenere che avesse effetti nefasti sull’economia italiana. Fu ‘tagliata’ dal governo Craxi nel 1984 e abolita dal governo Amato nel 1992, entrambi governi di centro-sinistra. Oggi nessuno, neanche a sinistra, la rimpiange e propone di reintrodurla.

    Gli effetti reali di una legge che intervenga sull’economia possono essere molto controintuitivi. Vanno previsti sulla base del complesso funzionamento dell’economia mondiale, da cui tali effetti sempre più dipendono. Come per le previsioni meteo, servono conoscenze tecniche sofisticate e una rete mondiale di rilevazione di dati, elaborate da centri studi come quelli della Banca d’Italia o delle principali agenzie economiche internazionali.
    Delle previsioni meteo ci fidiamo tutti, del parere di questi centri studi e dei consulenti tecnici dei governi molto meno, e non senza ragione!!!
    Perciò la nostra discussione resterà inevitabilmente aperta.

    Tieni anche conto, Hamlet, che l’economia occidentale è cresciuta a forte velocità per due secoli – ottocento e novecento – nonostante le sue cicliche crisi, e ciò ha consentito, grazie anche alle lotte dei lavoratori e ai movimenti politici progressisti, “anni e anni di progresso sociale”, come giustamente dici.
    Ma negli scorsi vent’anni e nei prossimi dec enni la crescita travolgente di Cina, India, Brasile e altri paesi POTREBBE comportare un lungo e grave declino economico dei paesi occidentali, con un conseguente regresso sociale. Non sarà certo a colpi di leggi su paga minima, o simili, che si riuscirà ad impedirlo!
    (Modi più efficaci sono possibili, ma non è detto che basteranno.)

    Non bello, certo, per Europa occidentale e Nord-America. Non male, però, per il resto del mondo!

  56. @Ben “Tu e altri sembrata avere un’idea magica dell’efficacia degli iunterventi di legge sull’economia. Magari si potesse stabilire per legge ciò che si ritiene giusto!”

    “la paga minima rientra nelle “correzioni marginali” per legge cui ho solo accennato.”

    In quello che tu chiami “correzioni marginali” in realtà ci sono LE VITE di molte persone! Nel 1999 è stata introdotta una paga minima nel Regno Unito e si stima che 1,9 milioni di persone abbiano avuto un aumento salariale: vallo a dire a loro che si tratta solo di “correzione marginale”!! Evidentemente tu sei miliardario e non hai questi problemi!!!!! Se io posso essere accusato di poter avere un’idea magica dell’efficacia della legge sull’economia, forse qualcun altro può essere accusato di amare ed elogiare lo sfruttamento delle persone senza fine; sinceramente preferisco essere accusato della prima accusa! 🙂

  57. @Hamlet
    Ho detto e ripetuto che regolazioni e correzioni legislative, per quanto limitati siano i loro effetti, sono importanti. Perché, come dici, possono modificare la vita delle persone in modo significativo, anche se limitato.
    Io chiuderei qui, il pilota del mio jet privato mi aspetta. 🙂

  58. Ho lasciato troppo implicito il lato costruttivo dei miei interventi.
    Capire che gli interventi legislativi hanno un’utilità limitata può indurre a cercare e trovare altre vie più efficaci.
    Ad esempio, associarsi per fare valere collettivamente i propri interessi.
    Un esempio, da cui trarre qualche spunto utile: http://www.actainrete.it/

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