Saviano, gli studenti e la violenza in piazza

Giovedì 16 dicembre Roberto Saviano ha pubblicato su Repubblica una «Lettera ai ragazzi del movimento». Il giorno dopo, sempre su Repubblica, ha risposto ad alcune mail di studenti, che ne rappresentano centinaia di altre, suppongo. Nel frattempo, qualcuno – in rete e sulla carta – non ha perso l’occasione di criticarlo.

Attaccare un personaggio famoso è un vecchio trucco per attirare su di sé l’attenzione dei media. Con Saviano molti ci provano da sempre, con esiti più o meno brillanti. Di solito il giochetto resta una schermaglia fra sostenitori e detrattori dello scrittore: poco male, il mondo va avanti indenne. In questo caso, però, la critica a Saviano non è innocua, perché soffia sul fuoco della violenza in piazza. Per questo ne parlo.

Mi scuso se questo post sarà più lungo del solito, ma la questone è seria: con la violenza non si scherza.

Nella lettera Saviano è stato nettissimo:

«I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. […] Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il “blocco nero” o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.

Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada.»

«Caro Saviano, la tua lettera è ipocrita», ha scritto Stefano Cappellini sul Riformista. Ipocrita perché dipingerebbe il movimento come fosse tutto buono, ma solo inquinato da pochi facinorosi. Inoltre, continua Cappellini,

«Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. […] Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo.»

Perciò Cappellini conclude:

«Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un “scene che non vorremmo mai vedere”, bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione.

Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.»

Analoga la posizione di Alessandro Dal Lago in «Scendere dal pulpito» sul Manifesto:

«Come si è visto dalle straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti, la rocciosa realtà del conflitto ha preso il sopravvento sulla realtà illusoria e distraente delle rappresentazioni mediali e delle “battaglie” parlamentari in cui la sola posta in gioco è quale destra governerà il paese.

Il conflitto, appunto. Deve essere il capo della polizia Manganelli, pensate un po’, a ricordare che la violenza è la manifestazione visibile di un disagio sociale terribile che accomuna studenti, precari e giovani esclusi da qualsiasi speranza. Tutto il polverone sugli infiltrati, i mitici black bloc, gli autonomi redivivi, gli anarchici in trasferta rivela l’incapacità di comprendere che la manifestazione di Roma non è che l’espressione di una turbolenza profonda che non bisognerebbe emulsionare con gli stereotipi più triti. […]

In questo senso la lettera che Saviano ha indirizzato su la Repubblica ai «ragazzi» del movimento è l’esempio perfetto dell’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo – che nella sfera separata dei media ci si vuol fare dei movimenti contemporanei.»

In sintesi, si accusa Saviano di avere una visione edulcorata e buonista di ciò che accade nelle piazze italiane; di non sapere di cosa sta parlando; di parlare da un pulpito paternalistico, senza aver potuto partecipare direttamente alle manifestazioni (per ovvie ragioni, che pure Cappellini dice di rispettare); di non vedere che il conflitto c’è davvero, perché i manifestanti sono arrabbiati e disperati davvero, e per questo molto più inclini ad alimentare la violenza, invece di isolarla.

Ora, a parte alcuni dettagli – che pure mostrano la pretestuosità delle critiche, perché dire ad esempio, come ha fatto Saviano, «il blocco nero o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos» non equivale certo a parlare di black bloc tecnicamente intesi, ma anzi implica prendere le distanze dall’etichetta mediatica – prescindendo da certi dettagli, dicevo, in realtà Saviano ha capito meglio dei suoi critici quanto la rabbia e l’inclinazione al conflitto violento siano diffuse fra coloro che vanno in piazza in questi giorni.

Proprio perché le ha capite bene, ha scritto la lettera in modo netto, semplice, mettendoci il meglio delle capacità divulgative che ha. Senza se e senza ma. Anche a prezzo di alcune semplificazioni, certo.

Perché se ci si rivolge a molti – e soprattutto se questi molti sono arrabbiati – non si possono fare sottili distinguo, ma si deve per forza semplificare, tagliare il mondo a fette grossolane.

Non si può affermare, come fa Cappellini, di non volere «giustificare la violenza», per poi limitarsi a registrarla – in nome della «maggiore comprensione dei fenomeni» – senza spendere una parola in più contro di essa.

Non si può accusare Saviano di «avere un’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo» dei fatti di questi giorni, come fa Dal Lago, e nel contempo parlare di «straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti», perché ciò implica una valorizzazione positiva del conflitto violento.

Insomma criticare Saviano, in questo caso, fa passare l’idea che la violenza in piazza sia inevitabile, se non desiderabile. E che dunque i giovani (e meno giovani) che provano rabbia quando sfilano in corteo possano abbandonarsi anche a qualche azione violenta, se capita, visto che così va il mondo.

Ma la violenza in piazza va condannata con tutta la decisione e la chiarezza che si può, non solo perché va condannata sempre – il che ad alcuni potrebbe sembrare semplicistico, ad altri buonistico – ma perché, proprio come dice Saviano, «se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta».

 

49 risposte a “Saviano, gli studenti e la violenza in piazza

  1. Analisi lucida e precisa, come sempre.

  2. Pingback: Kataweb.it - Blog - Lipperatura di Loredana Lipperini » Blog Archive » MOTIVI DI SCONFORTO

  3. A corredo di quanto ho scritto, anche per mostrare che «stare dalla parte della lettera di Saviano» non vuol dire affatto non vedere la specificità di questo movimento, il suo radicamento nella società civile, la sua originalità… per mostrare che tutto ciò mi è chiaro (come è chiaro allo stesso Saviano, ovviamente), linko la lettera di Paolo La Valle, del collettivo Bartleby di Bologna:

    http://bartleby.info/content/lettera-roberto-saviano

  4. Giovanna c’è qualcosa in questo tuo post con cui non mi sento in sintonia. Preferisco quello parallelo di Loredana e la bellissima lettera che cita. Sento qui una difesa d’ufficio. Io la lettera di Saviano l’ho trovata disturbante, poi se ne facessi un post sul mio blog tu mi verresti a dire che uso Saviano per attirare l’attenzione su di me? Ho notato spesso in rete questo sgradevole stratagemma per liquidare le critiche: quelli che elogiano chi ci piace sono sempre in buona fede, quelli che lo criticano lo fanno per attirare l’attenzione. Mi è capitato diverse volte e l’ho trovato ingiusto – un modo per non confrontarsi con i sentimenti e i pareri dell’altro.
    Io ho la sensazione di trovarmi in un momento di sovrapposizione di ordini etici. Se io manifesto e voglio andare sotto al palazzo – e me le danno – che devo fare? Io trovo la protezione al palazzo qualcosa contro cui mi devo battere – non perchè voglio dargli fuoco, ma perchè è un luogo della mia politica. E io ci devo andare. Mi sembra che il 14 ci sia trovati insomma in una situazione storica peculiare – e si parrà che inneggio alla violenza, e mi rendo conto per prima del carico di quello che dico, sono in conflitto con me stessa, perchè è vero è pericoloso: ma almeno la gente si muove. C’è reazione vera. Ne ho viste tante di proteste pacifiche – non ho mai visto una sola protesta pacifica et gioiosa produrre un minimo risultato politico. Non dico viva la violenza – sarebbe folle. Ma penso. Mi fermo e penso. E trovo la rampogna di Saviano scritta male. Questo – da lui so di potermi aspettare di meglio, come la lettera linkata da Loredana spiega bene.

  5. Siamo arrivati al punto che in questo paese chi non accetta la violenza è un buonista, un sognatore o addirittura un illuso….
    Complimenti per l’analisi.

  6. Zaub, ho appena linkato pure io la lettera linkata da Loredana. Proprio perché immaginavo obiezioni come la tua.

    La mia non è una difesa d’ufficio, no. Ho scritto ciò che ho scritto semplicemente perché non mi convincono le obiezioni che ho riportato. Mi paiono in cattiva fede, perché fanno scema la lettera di Saviano, per sentirsi furbi loro, quando invece la lettera non è affatto scema, ma tocca un punto nevralgico di ciò che le violenze in piazza possono scatenare sia nel movimento che nella cosiddetta opinione pubblica.

    Il mondo non si divide fra buoni e cattivi, credi che Saviano non lo sappia? Ma è questo l’effetto che le violenze in piazza faranno sui media, nella testa della gente a casa, nella testa di tutti gli studenti che, pur condividendo le ragioni del movimento, non vanno in piazza per tante ragioni: perché troppo pressati dalle famiglie, dal senso del dovere, dall’urgenza di dare esami perché sennò finisci fuori corso e i soldi non ce li hai. O perché hanno paura, paura sì: di prendersi manganellate in testa. C’è anche la paura, non trovi?

    Diverso è il caso della lettera di La Valle. È una lettera che fa capire molte cose del movimento attuale, con rispetto e autentica voglia di confronto. Cioè non la trovo necessariamente in contrasto con quanto ha scritto Saviano.

    Credo che la lettera di La Valle dialoghi autenticamente con quella di Saviano, senza strumentalizzare un bel nulla. Non lo fa più scemo di quel che è, né parla da un altro pulpito mediatico: parla dalla piazza. Trovo insomma molta più vicinanza fra la lettera di Saviano e quella di La Valle, che fra la lettera di Saviano e gli articoli di chi lo ha criticato sul Manifesto o sul Riformista.

    Non trovi?

  7. Scusa Giovanna, ma non credi che il governo non abbia vinto lo stesso, violenza o non violenza?

    Voglio dire, Saviano dice che se tutto si riduce a violenza, questo governo ha vinto ancora una volta. E invece se non si riduce a violenza? secondo me vince ancora.

    Io non sono del parere di giustificare la violenza. Quello che è successo martedì non si giustifica, però va capito, e vanno spiegate le ragioni. Il problema è che il governo non ascolta, ed un chiarissimo esempio di questo è il video di La Russa ad Anno Zero. Da una parte uno studente che denuncia, che fa domande, dall’altra il governante che con atteggiamenti fascista dice solo di stare zitto senza ascoltare.

    E allora il governo ha vinto ancora una volta, e l’Italia continua ad andare a rottoli. Credo che Saviano l’abbia capito ma sia più ottimista di me.

    Lo dico da studente universitario e da argentino, che nel 2001 si trovava là e ha visto che quando la gente scende in piazza pacificamente, se al governo non conviene, la violenza la fanno scaturire comunque. Ma perché là il presidente è fuggito in elicottero mentre qui rimarrà ancora la governo per un bel po’? semplicemente perché in piazza erano ancora in pochi.

    Continuo ad aspettare il giorno in cui una grossa fetta della società si sveglierà, studenti, operai, precari ed elettori medi si alzino e vadano a protestare in piazza. Il problema è che se ci penso razionalmente, me ne rendo conto che le probabilità sono poche, dato che la gente continua ad informarsi per televisione.

  8. Santiago, hai centrato il punto!

    Il numero, la quantità… ecco quale sarebbe la vera differenza! Bisognerebbe che la gente che scende in piazza si moltiplicasse, che ci andasse a ripetizione, che ci andassero anche le famiglie con i bambini, come accade in Francia, che quando c’è uno sciopero con le manifestazioni di piazza si blocca il paese intero e la gente a casa a chi dà ragione? Ai manifestanti, dà ragione!

    Questo movimento è a un passo da questo, perché sicuramente più numeroso delle vecchie “Onde” e annessi e connessi. Ma con gli scontri violenti si torna indietro, anche numericamente. Perché non tutti i quindicenni, le famiglie, gli anziani hanno voglia di rischiare le manganellate e… vogliamo dirli codardi per questo?

    Tanti, tantissimi, sempre pacifici e a ripetizione, in tutti gli angoli delle città, con fantasia, con girandole, book block, e chi più ne ha e più ne metta, ma sempre pacifici: questo ci vorrebbe in Italia.

    Questo sì che sarebbe inedito: nessuno potrebbe davvero fare paragoni né col 68, né col 77.

  9. il punto è: ma chi è dal lago? chi è cappellini? frustrati invidiosi che partecipano allo sport nazionale più in voga, “attacca Saviano”. la dimostrazione è che lo steso dal lago ha scritto addirittura un libretto con tesi assurde su Saviano e il suo libro Gomorra. almeno in questo caso (cioè quello di dal lago) sento un po’ puzza di bruciato. siamo alle solite, il classico intellettualoide di sinistra che fa il bastian contrario per partito preso, tanto per far rumore e dimostrare che esiste perché nessuno se lo caga e lo manda in bestia che invece lo si faccia per Saviano. questi qui sono professionisti dell’automarketing, altroché … e poi ci domandiamo se fare le primarie e magari mandare vendola a sfidare berlusconi (che se lo mangia a colazione, infatti ha più volte provato a leggittimarlo come suo avversario prima ancora che o facciano gli elettori di sinistra, tanto con quello va a nozze, vedi anche il “grande” bertinotti). questa gente è lontanissimo dal comune sentire, li qualifica anche solo il fatto di scrivere per certi giornali che, se fosse per loro, pdl a vita al governo così noi possiamo sempre fare la nostra bella opposizione. non è il caso del rirfomista, eh, che è carta igienica della peggiore qualità.

  10. Giovanna,
    scusa se intervengo qui – dopo giorni in cui sul nostro blog se ne discute senza tregua – ma non riesco a non dire una cosa.
    Tu scrivi: “Tanti, tantissimi, sempre pacifici e a ripetizione, in tutti gli angoli delle città, con fantasia, con girandole, book block, e chi più ne ha e più ne metta, ma sempre pacifici: questo ci vorrebbe in Italia.”
    Ci vorrebbe questo sono d’accordo, e anche molto altro. Ma bisogna essere realisti: tu credi che la rabbia, la frustrazione, e finanche la disperazione, possano incanalarsi sempre in maniera così creativa e pacifica? Mentre la politica istituzionale si dimostra e si dichiara sorda e cieca al disastro sociale in corso e anzi lo perpetra senza remore, in quanti riescono a mantenere la calma? Presto finirà anche la cassa integrazione… gli operai alla canna del gas resteranno tutti tranquilli, limitandosi a salire sui tetti delle fabbriche? Avranno voglia di fare caroselli e girandole quando la banca andrà a riscuotere l’ipoteca sulla loro casa?
    Condannare la “violenza” non ha senso nel momento in cui non è altro che una reazione alla violenza subita. Se credi, puoi dire che strategicamente non è una strada che paga in questo momento, ma ridurre – come fa Saviano – lo scoppio di rabbia all’opera premeditata di un pugno di ultras e facinorosi è una stupidaggine e un’evidente falsità. Credo che Saviano lo stia capendo da sé, leggendo le centinaia di lettere che gli arrivano da tutti gli atenei di Italia. Lettere di gente che non ce l’ha con lui per partito preso, anzi, nella maggior parte dei casi il tono è proprio quello di lettori che spiegano a uno scrittore dove e perché ha sbagliato a scrivere certe cose. Questo mi sembra, tra l’altro un dato positivo. E infatti oggi, nel suo audiomessaggio sul sito di Repubblica, Saviano sembra voler correggere il tiro… Insomma, come sempre, nei movimenti le cose sono sempre più complesse di quanto si possa immaginare. E questo è il motivo per cui in questa fase i giudizi o le condanne lasciano il tempo che trovano e serve soprattutto ascolto.

  11. Ho sinceramente trovato la lettera di Saviano priva di spunti originali. Una lettera che probabilmente sarebbe passata inosservata, se non fosse stata firmata da chi, come lui, ci ha abituati ad altre e più coraggiose espressioni.
    Anch’io come La Valle, nella sua lettera ho trovato un analisi di tipo binario, 0 e 1, buono e cattivo del movimento, violento non-violento, bianco e nero.
    Esiste il grigio, anzi esiste tutta una serie di sfumature di questo colore. Sono figlie di esperienze, storie e formazioni diverse. E anche di esasperazioni diverse. Io non mi sono sentito costretto a venti anni a scendere in piazza per rivendicare un futuro. Io avevo una speranza in un futuro migliore del presente che questa generazione non ha.
    Siamo stati incapaci di offrire loro qualcosa di migliore. Almeno non limitiamoci a giudicarli con categorie preconfezionate.
    E se veramente l’obiettivo è quello di costruire una partecipazione, la più ampia possibile, dobbiamo essere capaci di non cadere da un lato nella trappola della criminalizzazione di comportamenti semplicemente antagonisti e dall’altro dobbiamo essere pronti a metterci in gioco insieme ai nostri figli. Sembra finito il tempo delle belle parole. Intorno a noi una babele di voci in greco, inglese francese e ora anche italiano, reclama semplicemente quei diritti di cittadinanza che la Costituzione gli attribuisce.
    E’ la rottura del patto costituzionale da parte di chi governa che comporta l’inevitabile disubbidienza civile.

  12. @zauberei
    tu dici:
    “Ne ho viste tante di proteste pacifiche – non ho mai visto una sola protesta pacifica et gioiosa produrre un minimo risultato politico.”

    Questo, per fortuna, è falso. E’ vero che le proteste pacifiche sono meno *visibili*, sia perché i media hanno poco da rimestare nel torbido, sia perché psicologicamente una protesta pacifica non ci fa alzare il tasso di adrenalina nel sangue (a proposito, le migliaia di persone che nei giorni scorsi hanno manifestato pacificamente nei notiziari dove sono finite?); è vero che le proteste pacifiche abbisognano, forse, di più “massa” per avere un effetto sperato, ma funzionano.

    Non faccio esempi concreti. Penso che su questo tema, la protesta pacifica, Giovanna potrebbe far lavorare molto i suoi studenti. 🙂 In Italia, poi, abbiamo a Pisa il Corso di Laurea in Scienze per la Pace, dove si insegna come risolvere pacificamente i conflitti, senza tirarsi bombe o manganellarsi a vicenda. Solo che questo, necessariamente, ha un prezzo: l’uso intensivo del nostro cervello.

  13. Diciamo Giovanna che mi fa più breccia Santiago e la tua replica, che Saviano e il tuo commento. Mentre sulla lettera di cui sopra da mo’ che mi piaceva.

    Dal Lago, ommarò è lo stesso del libercolo! E il libercolo getta sinistro fango. Ma anche io sento che – per quanto questo possa far correre il rischio di una pericolosa giustificazione – la violenza per strada è correlata al precipizio del paese. Non so neanche se sto tanto blaterato paragone col 77 sia utile e chiarificatore. Non lo credo. In ogni caso – diciamo che la mia critica a Saviano è una critica allo scrittore: alla resa di uno stato mentale:
    brutalmente ai ragazzi – ne sono certa – è arrivata una distanza, una cattedraticità, una mancanza di empatia politica. E’ un problema forse non tanto di contenuti ma di modi con cui sono espressi – questi modi sono stati sporcati del mancato controllo della posizione che Saviano ora ha nel dibattito pubblico – dell’effetto icona. Come se Saviano ci si fosse messo comodo, e non accendesse luci di sorveglianza sul modo di scrivere. Prendila se vuoi come mera critica di stile di comunicazione.
    Cioè Giovanna è semplice: te ce l’hai un fratello maggiore? Nel caso saprai bene che i fratelli maggiori, quando si pongono come tali – hanno sistematicamente torto.

  14. Zaub, certo, ecco l’errore fondamentale di Saviano: dire ciò che ha detto col tono del fratello maggiore. Ovviamente ha dato fastidio ai fratelli minori. Cioè se anche dici la verità col tono del fratello maggiore, i fratelli minori ti danno torto.

    Uno poi potrebbe anche chiedersi: ma se uno è un fratello maggiore, come fa a evitarne il tono? Non sembrerà un fratello maggiore qualunque cosa dica? Eh be’, direi di sì. Questo era il problema “nel manico” della lettera di Saviano. Incluso il fatto che era scritta su Repubblica, che lo pone sul pulpito anche se lui non vuole.

    Il mio commento era fondamentalmente contro gli altri pulpiti, zaub e… sai perché? perché ho cominciato a ricevere mail di studenti che mi proponevano gli interventi di Dal Lago (sì, è lui, quello del libercolo antisavianesco) e di Cappellini come più rappresentativi, più vicini al movimento di Saviano. O di qua o di là, mi spiego? No, dico io: puoi criticare Saviano, ma non puoi farlo come fanno quelli dagli altri pulpiti, che ti mandano allo sbaraglio, ecco dove ti mandano!

  15. Comizietto – l’uso pacifico mi piace moltissimo, ma non passa necessariamente per la protesta. Protesta è una cosa diversa da strategia. Però te dimme n’esempio de protesta pacifica che mi rincuori – ma no Ghandi eh – una cosa nostrana e recente.

  16. Wu Ming 4, grazie per aver voluto contribuire anche qui.

    Ho appena sentito l’audiomessaggio di Saviano che, pur ribadendo la sua contrarietà alla violenza, prende posizione contro le proposte di Gasparri e altri, che soffiano ancor più forte sul fuoco della violenza in piazza.

    Ma perché Gasparri e altri soffiano? Perché aveva ragione Saviano già nella lettera tanto incriminata: la violenza in piazza offusca i contenuti del movimento, ne impoverisce le proposte, impedisce di arricchirle, moltiplicarle. E per giunta rischia di ridurre, in prospettiva, il numero delle persone che scenderanno in piazza. O di ridurne la trasversalità, temo.

    Non è per mancanza di realismo che mi esprimo nettamente contro la violenza, sai: è proprio perché realisticamente so che la rabbia è diffusa, forte e incline a spaccar tutto, ma finirà spaccata, temo.

    Ora, se tutto ciò portasse a una novella Rivoluzione francese nel 2010, potrei essere pure d’accordo nel riconoscere e perfino avallare l’inclinazione a spaccar tutto. Ma, sempre realisticamente parlando, tutto ciò porterà mai a una rivoluzione francese fatta in Italia? La plebe che si moltiplica a dismisura e spacca tutto? Uhm.

    In ogni caso, ecco l’audiomessaggio di Saviano:
    http://tv.repubblica.it/copertina/saviano-dal-governo-follia-autoritaria/58606?video=&ref=HREA-1

    E qui la discussione sul blog dei Wu Ming:
    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2219

  17. @ Giovanna

    Prevedere le rivoluzioni è impossibile, ma personalmente nemmeno io lo ritengo uno scenario realistico.
    Sì, l’aumento del rischio per la propria incolumità riduce la partecipazione di piazza, siamo d’accordo, e per questo non è un’opzione tattica consigliabile in questo momento. Soprattutto non lo è dopo le minacce agli studenti da parte di La Russa e di Gasparri. Quelli sono fascisti e io li ho già visti in azione a Genova nove anni fa (in quel caso era il loro ex-capo Fini a tenere le file). Sappiamo tutti com’è andata a finire.
    Quello che allora tocca a noi “fratelli maggiori” è mettere in guardia rispetto alle minacce in corso; sostenere la necessità che i movimenti adottino pratiche il più possibile inclusive e non escludenti; favorire il dialogo interno al movimento (ma soprattutto – ripeto – ascoltarlo!) e tra il movimento e chi lo osserva o lo appoggia da fuori. La cosa più sbagliata è incitare invece a una spaccatura interna, pretendere dall’esterno una presa di distanza da un evento che ha coinvolto migliaia di persone e al quale noi non eravamo presenti. Come viene fatto notare da zauberei, se interpretiamo in questa chiave la “fratellanza maggiore” otteniamo esattamente l’effetto opposto: essere mandati sacrosantamente a quel paese.
    Chiudo con una nota biografica personale: mia madre, classe 1945, avendo già dato con le cariche della polizia nel ’68, è approdata da tempo al rifiuto della ricerca dello scontro con le forze dell’ordine. Eppure nel luglio del 2001 a Genova era anche lei in via Tolemaide, perché – disse – “Ci sono momenti in cui bisogna stare vicini ai propri figli”. Ecco, credo che questo valga anche per i fratelli minori.

  18. Beh, sono anni che si cerca di terrorizzarci. Anche un naturale evento metereologico viene trasformato in una situazione da incubo. Inculcare e alimentare la paura, anche se può sembrare una mossa strategica, è e continuerà ad essere controproducente. La paura non sempre blocca, anzi forse blocca proprio il cervello facendoci aimé assomigliare troppo agli animali…

  19. Mo’ dopo il bell’intervento di Wumingo4 con la chiusura sulla mitica sua mamma – parrà che dico un’ovvietà: ma dopo tutto credo che sia un’ovvietà in tema con gli argomenti di questo blog. Fermo restando che concordo con Wm4, se Saviano evitava il formato retorico della lettera era molto ma molto meglio. La lettera solidifica le posizioni, le cristallizza in un sopra e un sotto – disperde la vicinanza – anche se dice “ti sono vicino”. Se commenti un fatto invece dicendo – io in questo movimento ci sto, ma mi scazzano le violenze, il discorso diventa una questione di fratelli di diverse età ed esperienze di fronte a un problema condiviso. Da qui sarebbe stato utile anche modificare alcuni modi e cose all’interno dell’articolo.

  20. Se Saviano, e non solo lui, ma anche WuMing4 o altri “personaggi” che godono della stima di un”movimento” (?) o di chi ne fa parte e sopratutto della “presenza mediatica”, anzichè destrutturare ed analizzare esternazioni che, a parer mio, lasciano il tempo che trovano (lo ha capito anche mia nonna dicendo …già in occasione della morte di Taricone “mo, pure su ste cose ha da dire qualche cosa Saviano?”) ….a parte forse diritti d’autore facendo delle marchette da opinionista…dicevo prima di divagare…si facessero portatori delle “proposte” o delle “novità” di questo “movimento”..in modo che abbiano risonanza quelle e non le polemiche o le analisi ….ecco…allora forse i nostri fratelli maggiori ci starebbero più vicino…contribuirebbero ad utilizzare un nuovo linguaggio, sfruttando, magari quello vecchio…Mi riferisco addirittura a Repubblica che, in seguito all’uscita di Gasparri (arresti preventivi), fa seguire un’intervista ad Adriano Sofri. Accidenti, mi dico! Ma questo è legittimare questo modo di pensare!

  21. Cara Giovanna, in queste settimane si incrociano tensioni diverse la cui interazione può dare effetti imprevedibili. Il titolo del tuo post le sintetizza bene. Ma su ognuna avrei qualcosa da ridire.
    SAVIANO. E’ un giovane (in italia sei giovane fino ai 40, sic!), è una star, è un prodotto della violenza. come lui stesso ha dichiarato: la rilevanza pubblica del suo lavoro è legata al fatto di avere suscitato reazioni violente. una condizione di terribile prigionia e rilevanza mediatica allo stesso tempo. Saviano è Saviano perchè protagonista di una narrazione (romanzata ed esistenziale) altamente conflittuale.
    GLI STUDENTI. C’è molto oltre la Gelmini. c’è uno strappo generazionale unico dal dopoguerra ad oggi. i ragazzi sono i primi che non prenderanno la pensione. i primi a stare peggio dei propri genitori. sarebbe bello vederci in piazza tutti insieme, ma vorrei sapere quanti ventenni si sentono sulla stessa barca dei propri genitori. e viceversa.
    LA VIOLENZA. Maroni, Sofri, Alemanno, Corona, La Russa, Saviano, Gasparri, Bossi… e molti altri. che cos’hanno in comune? due cose: un presente di successo e un passato/presente di violenza. esercitata o subita. ai fini del risultato non fa una grossa differenza. e dopo anni di infruttuose proteste pacifiche l’attenzione si sta spostando dai mezzi ai fini. un giorno mordi il polpaccio di un poliziotto e pochi anni dopo diventi capo di quel poliziotto, fantasia? no, Bobo Maroni, ministro degli interni. la violenza è un viatico di crescita. la scorta armata è uno status. significa che sei qualcuno. certo, bella schifezza, ma chi può negarlo?
    LA PIAZZA. L’Italia è il paese più “mediato” d’europa. se negli anni ’70 Baudrillard vedeva le scritte sul muro come il baluardo ultimo della comunicazione “im-mediata”, oggi questo avviene sul web. questo è anche l’unico paese in cui gli investimenti sulla rete sono fermi e la tv spadroneggia ancora. quindi la piazza è ancora cruciale e lo sarà. in particolare in quel di Roma, zona Montecitorio.
    Desiderabile? sicuramente no. inevitabile? non so. Via libera allora alle proposte alternative: quali armi non-violente sono alla portata della Generazione P? boicottaggio dei consumi (eh, gran consumi!)? voto di protesta (a chi?)? flash mob (e daie!) nelle piazze? occupazione della didattica (ma fa bene alla didattica?)? esodo di massa (vediamo se qualcuno se ne accorge)? Ben venga un media brainstorming. Ma, occhio alla deadline.

  22. @zauberei
    Qui si segue molto da vicino il lavoro della Zanardo, il corpo delle donne. E’ una protesta pacifica che ha ottenuto dei risultati, come il ritiro di alcune pubblicità idiote. Inoltre il lavoro di (in)formazione della Zanardo avrà effetti molto più duraturi delle classiche manifestazioni (femministe) anni 70.

  23. Bruno, ti correggo su un punto: i 20 something in Italia NON sono la prima generazione che NON avrà pensione. La prima generazione che NON avrà pensione è quella dei nati negli anni 60, primi 70, quelli del boom demografico, che oggi hanno fra i 35 e 50 anni.

    È questa la fascia generazionale oggi più numerosa in Italia (controllare i dati Istat per credere), è questa che sconterà per prima i malanni del “paese che invecchia”. Altro che ventenni… auspicabilmente, quando gli attuali 40enni saranno in età di pensione, ci saranno ancora 20 anni, a quel punto, per correggere il tiro e fare i modo che gli attuali 20enni prendano la loro, di pensione.
    O abbiano altre alternative che in questo momento non sappiamo.

    Quanto allo stare peggio dei propri genitori: conosco moltissimi quarantenni, oggi, che se non avessero l’aiuto della famiglia d’origine non arriverebbero a fine mese.

    È anche per questo che trovo sempre molto limitativo ragionare in termini generazionali su questi temi: quante generazioni sono coinvolte nella povertà? Molte. Ma ognuno pensa al proprio anno di nascita come fosse il più sfortunato…

  24. @ slegatta

    Tu scrivi: “Se Saviano, e non solo lui, ma anche WuMing4 o altri “personaggi” che godono della stima di un”movimento” (?) o di chi ne fa parte e sopratutto della “presenza mediatica”, anzichè destrutturare ed analizzare esternazioni che, a parer mio, lasciano il tempo che trovano […] si facessero portatori delle “proposte” o delle “novità” di questo “movimento”..in modo che abbiano risonanza quelle e non le polemiche o le analisi ….ecco…allora forse i nostri fratelli maggiori ci starebbero più vicino…contribuirebbero ad utilizzare un nuovo linguaggio, sfruttando, magari quello vecchio…”

    Su questo non concordo. Né Wu Ming né Saviano devono farsi portatori delle proposte di questo movimento studentesco. Il movimento deve parlare con la propria voce e tutt’al più avere un dialogo con i “personaggi” che godono della sua stima. L’altra sera noi siamo stati invitati dal movimento studentesco bolognese a un’assemblea pubblica. Ci siamo andati, abbiamo detto alcune cose, ma soprattutto abbiamo voluto ascoltare. E gli interventi sono stati tanti e variegati. Mica ero d’accordo con tutti, ma prima di lanciarmi in qualsivoglia analisi o critica (ammesso e non concesso che venga richiesta e sia di qualche utilità), devo pretendere da me stesso la pazienza di capire. Io la vedo così.

  25. Giovanna, touchè, la tua risposta non fa una piega. Da 40enne prossimo venturo ti posso confermare come la mia generazione sia rimasta fregata da quell’alone di welfare che nei 90’s ancora aleggiava nell’aria. I ventenni sono i primi ad uscire sulla scena sociale ed economica senza lo straccio di una illusione. E’ quindi un percorso tutto da costruire per il quale non credo che i decenni passati siano un gran riferimento. hanno il nostro esempio davanti e giustamente non credo vogliano fare la fine dei fratelloni. Proprio per questo non credo possiamo stupirci se si allarga il novero delle opzioni.

  26. Scrivo da una tastiera anglofona.

    Ciao Giovanna,
    non pensi che le critiche a Saviano siano legittime? E perche’, accidenti, non danno spazio mediatico anche a persone come Dal Lago? Come al solito sono gli ammiratori di qualcuno ad rispondere alle critiche che gli vengono mosse. Quelle che mi toccano piu’ da vicino e personalmente tendono a classificare i critici come invidiosi, rabbiosi. Qualcuno, qui, in un commento al tuo post ha detto:

    siamo alle solite, il classico intellettualoide di sinistra che fa il bastian contrario per partito preso, tanto per far rumore e dimostrare che esiste perché nessuno se lo caga e lo manda in bestia che invece lo si faccia per Saviano.

    Ben inteso, non e’ tanto quel “ classico intellettualoide di sinistra”, quanto l’esclusione di chi ha un opinione indipendente e diversa.
    Penso che Saviano sia una persona che ama confrontarsi. Le critiche lui le accetta, e sarebbe bello vedere Saviano e i suoi critici in televisione mentre si confrontano. Altro che tifoserie.
    Ci vuole qualcosa che buca lo schermo. Magari l’intellettuale puo’ anche parlare della sua vanita’ intellettuale. Ma voglio poi vedere! Ma guarda, ora non posso fare critiche neanche su temi che sono anche e soprattutto I miei interessi di ricerca?
    Diamo spazio a tutti, ecco. Per me il punto e’ questo: perche’ un centinaio di violenti devono fare notizia, mentre migliaia e migliaia di studenti e non, che hanno le idee chiare sul perche’ sono li’ a manifestare, no?

  27. Francesco, le critiche a Saviano sono legittime, chi ha mai detto il contrario? Quelle che qui ho postato non mi convincono per le ragioni che ho spiegato nel post. Tutto qui.

  28. Apologies, non avevo conluso.
    La violenza non si puo’ certo liquidare cosi’ o con semplici argomenti politico-filosofici.
    Che dire, se dico che le cose non vanno semplificate perche’ sono complesse mi dicono che questa e’ la piu’ sciatta delle semplificazioni.
    Certo che la violenza va condannata! In tutte le sue forme.
    Ma perche’ in tv non dicono: ogni volta le manifestazioni pacifiche si trasformano in scontri di piazza. La violenza mette sempre in secondo piano le ragioni delle proteste. Certe cose non sono prevedibili, ma una dose di violenza durante le proteste si’, quindi teniamone conto. Non sono questi violenti che oragnizzano le manifestazioni, pero’ nessuno puo’ impedir loro di partecipare.
    Ci giriamo sempre intorno al problema.
    Ma il mio, forse, e’ buonismo allo stato puro.
    Ti chiedo scusa se il mio commento ti ha annoiato.

  29. Vediamo se ho capito bene il filo conduttore di tutto il discorso: più siamo in piazza (pacificamente, voglio augurarmi), prima questo governo se ne va a casa. E qui ho un piccolo problemino: che fine fa la volontà politica di chi in piazza non ci va, però è andato alle urne nel 2008 (con le palle gonfie del governo Prodi)? Lo ha spiegato bene il “fascista” La Russa, quando ha detto che “non è vero che le ragioni degli studenti non sono state rappresentate, ma semplicemente che queste ragioni NON sono prevalse (in parlamento ndr)”. Quando la piazza vuole arrogarsi le prerogative che nella ns. democrazia spettano al Parlamento allora ci si incammina verso una china pericolosa. Davvero l’Italia non sopporta più l’attuale governo? Benissimo, dimostriamolo con il voto democratico… La violenza, da qualsiasi parte provenga, non può avere nessun tipo di giustificazione, nemmeno politica.

  30. Tante opinioni e tanta intelligenza in molte risposte, a comiciare dal bel thread in corso a casa Giap. Condivido la cautela di Wu Ming 4, l’epoché sul movimento, l’astensione dal distacco e il pudore di non parlare se non si era in quella piazza e in quegli anni.
    Tuttavia provo a condividere con voi i miei due nichelini.
    Ha sbagliato Saviano? No. Hanno sbagliato coloro che hanno eletto a Vate un giovane uomo coraggioso che ha scritto 4 ottimi capitoli di cronaca vissuta sulla propria pelle e ne hanno fatto un monumento parlante. Saviano è un autore che ha bisogno di crescere, la distanza da una vita normale non lo ha aiutato a evitare parecchi scivoloni, da Gaza al copyright d’agenzia. È un autore più conservatore di quanto a sinistra si sia capito. E non ha ancora la maturità teorica per essere interpellato come l’intellettuale che viene dipinto. Non ha la statura per reggerne il peso. Bravissimo a parlare con gli occhi, ingenuo a parlare con gli occhi altrui. Non ha colpe perciò: andrebbe letto ma non sparato dritto e sempre in prima pagina. È un ottima spezia ma occorrono altri ingredienti perchè il piatto sia digerito.
    È spiegabile la violenza? Sì, lo è nei termini della rabbia di chi non avrà nulla e lo sa. Di chi non ha rappresentatività politica pur votando per quella Sinistra che pretende di tutelarlo, che gli dà del tu senza conoscerlo.
    È comprensibile? Difficile rispondere per chi non veste quei panni. La cultura aiuta l’empatia, invita alle ekfrasi. Ma non fa sentire il freddo e se lo fa sentire è un inganno.
    È giustificabile? Non lo è mai per chi ha un potere da perdere, fosse anche l’ultima delle automobili parcheggiate in quella strada.
    C’è un perché al palestinese che tira la sua pietra? Non si risponde a questa domanda ponendosi se la violenza sia lecita o meno. Facile condannare il sasso tirato alla vetrina in un giorno di festa. Ma qui siamo già al di fuori delle regole, e questo diventa un paradosso: può la democrazia permettere giuridicamente il rovesciamento di se stessa? Come si vede, ogni sistema pone almeno un limite teorico all’esercizio della libertà politica del suo cittadino. È superfluo ricordare che non si fanno le rivoluzioni col permesso dei carabinieri, quindi è inutile chiedere a chi per loro se sono d’accordo.
    Infine, è condivisibile? Strategicamente non sembra. È su questo punto che quasi tutte le critiche si arenano, perché posta la domanda sulla liceità scattano i tic del passato prossimo sulle violenze inutili, anche nostrane.
    Sappiamo tutti come i governi sfruttino la violenza, cossighianamente la preparino addirittura, per poi trovare l’acquiescenza di cittadini impauriti nell’accettare una diminuzione dei loro diritti.
    Ma la violenza di cui si parla – e si parlerà, temo – non è la presa del Palazzo d’Inverno, non è la tattica che contabilizza quanti fucili serviranno. Non è nemmeno la tutto sommato prevedibile quota di vandalismo che è sempre presente in ogni insoddisfatta testa vuota. Non è istituzionalizzata nel movimento. È la violenza disordinata, acefala, più simile agli oggetti della meteorologia, che a volte prevede ma non cura né previene. Una piena è una fatalità. È colpa di tutto, di tanti fattori, e ognuno è innocente di per sé. Se ne prende atto e si allargano le braccia. Puoi incolpare te stesso per gli argini che non hai riparato ma non puoi dir nulla se ciò che li rompe è l’uragano.
    Non sono uno stratega e non mi permetto di dare consigli a chi ne sa più di me. Tuttavia se c’è un aspetto che emerge dalle tante discussioni è la forza persuasiva con cui ci si è convinti che in democrazia sia possibile risolvere conflitti insanabili dall’interno, senza accorgersi consapevolemente cosa ha permesso l’illusione e l’inganno. Si dirà: ma in Francia, sì, che fanno sul serio. Paralizzano i trasporti per un mese di fila a Parigi e non recedono finché il Governo non cede alla trattativa. Vero. Io c’ero. Ma erano altri anni, e c’era ancora il margine di negoziazione politica concessa da un’economia che poteva ancora indebitarsi ulteriormente concedendo, pardon, rimandando la resa dei conti (correnti). Aux armes, citoyens, andate pure a manifestare, ma a questo giro è il Governo che non ha fatto una piega, e ha innalzato comunque l’età pensionabile dei suoi bataillons.
    La domanda, che mi avvelena, è dunque la seguente: è ancora efficace manifestare come strategia politica, sebbene sia consapevole che non rimane altro per costruire una consapevolezza comune? Tu studente manifesti, ma nessuna parte politica ti rappresenterà più di quanto ti abbia rappresentato finora. Non conviene, perché gli studenti hanno un potere ricattuale risibile, alla Camera e ancor a meno al Senato. Soprattutto in tasca, dove al massimo ci trovi i pugni. Perciò la manifestazione violenta è controproducente perché troppi elettori hanno il pensiero all’antifurto che suona, e i più hanno comunque da perderci qualcosa. Riteniamo che una popolazione che fa le rate possa barattare il suo iphone per una libertà diversa? La manifestazione non violenta invece finisce nel dimenticatoio, perché come ogni sciopero contemporaneo danneggia il cittadino più di quanto danneggi un governo. Io ti fermo i treni ma tu mi blocchi le scuole e l’altro poi ci nega altri servizi. Il risultato? Tutti si incazzano con tutti, nessuno trae una consapevolezza politica da questi gesti. Di sicuro non un senso comune d’appartenenza. Manifestare diventa quindi puro flatus vocis, importante come terapia per l’analista che è in noi, sempre che non degeneri nel bisogno estetizzante.

    È finito il credito, che per decenni ha concesso un innalzamento di un benessere che non era sostenibile. Pare finita anche la pretesa di troppi tromboni, made in Usa, che ci hanno ripetuto come mantra l’inscindibile tandem della democrazia e del libero mercato. Era una bella favola da ascoltare. Tutti siamo stati sedotti dal benessere visibile, chi non ha mai dubitato della propria austerità, chi non ha pensato che in fondo avessero ragione gli altri. Venivano giù i muri, molti hanno sepolto frettolosamente il morto con il vivo. La regola era assurta a universale: ognuno avrebbe dovuto solo realizzarsi. Pochi hanno intravisto l’oscenità del termine in sé, l’insieme di valori deviati, la narrazione che implicitava.
    Grande è la confusione sotto il cielo, si usa dire. Roma sta bruciando del fuoco di Atene?

  31. Ho appena finito di leggere la lettera di Saviano. Mi piace, molto diretta.
    @Pierpaolo Meini: condivido pienamente.
    Il fatto è che la piazza rappresenta o dovrebbe rappresentare, in Parlamento
    ( e non: il Parlamento) le ragioni di quelli che manifestano per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee (Saviano, Lettera, Repubblica, 20 Dicembre 2010). Se il conflitto ha davvero preso il sopravvento, e se il Parlamento rappresenta tutti gli italiani, allora il conflitto sembra darsi fra tutti gli italiani e quelli che hanno manifestato perché vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica e nuove idee. Non sono la persona più informata di questo mondo, ma certe cose sembra non funzionino da un punto di vista logico. Non conosco Dal Lago, ma forse vuole dire che bisogna comprendere il conflitto? Mah! Ma perché dovremmo ridurre tutto a conflitto? Ecco, il pensiero della complessità.
    Grazie…
    Scambio significativo.

  32. tante belle considerazioni.. eppure mi pare che in molti parlino di qualcosa che non conoscono…
    basta guardare solo uno dei tanti filmati o delle svariate immagini del 14 per rendersi conto che, “i violenti”, quelli col casco per intenderci, non erano uno sparuto gruppo in mezzo alle migliaia di studenti pacifici… erano migliaia di persone.
    la violenza ha sfumature diverse.. è più violento un ragazzo che assalta una camionetta della polizia (dalla quale per altro stava per essere investito..) o è più violento un governo (di destra o sinistra che sia..) che nega diritti e zittisce la voce fuori dal coro (e neanche tanto fuori, vista la partecipazione..) coi propri cani da guardia imbottiti di anfetamine o travestiti da manifestanti?

    linko un pezzo della lettera di paolo a saviano, perchè dice esattamente quello che ho in mente.. ma lo fa molto meglio di me.

    “Io non sono nessuno per spiegarti cose che sai meglio di me, però guarda le foto: guarda quanta gente c’è in Piazza del Popolo? quanta gente ha resistito agli scontri? E non sotto l’impulso di una rabbia improvvisa, la gente in piazza c’è rimasta per due ore, tutto il tempo per fare sbollire un’emozione e, se voleva, andarsene. Succede che i cortei si distacchino da azioni che non condividono, l’altro giorno non è successo.
    “Non usate i caschi, siate riconoscibili”: belle parole, ma parole d’ordine. Vecchie, stantìe. La gente che in queste settimane è stata denunciata per avere occupato i binari, le strade era riconoscibile. La gente che è venuta a contatto con la polizia perché veniva impedito l’accesso a una zona della città, era riconoscibile. Siamo sempre stati tutti riconoscibili. E siamo stati e saremo denunciati. E siamo stati tutti menati, abbiamo ancora i cerotti. Anche i Book Block, quelli che tu chiami “buoni” hanno i caschi. Caro Roberto, quelli sono manganelli, fanno male. Questo è quello che fa il governo, che fanno le questure. Dici che quando scendiamo in piazza ci troviamo di fronte poliziotti che sono uomini, ebbene perché questo discorso è sempre unilaterale? Anche noi siamo siamo uomini, donne, perché nessuno ci difende?”

    tutti a parlare di violenza, di quanto questa delegittimi un movimento.. quando di fatto fino a una settimana fa in ben pochi discutevano di questa protesta che va avanti da DUE ANNI, e mi riferisco solo a quanto riguarda il ddl gelmini. è andata avanti con cortei colorati, con flash mob… ed è però solo quando il corteo DIFENDE la piazza in cui è sceso, che in quel momento è, dal mio punto di vista, una magnifica espressione di democrazia, che se ne comincia a parlare..
    Non è ridicolo?
    Saviano e tanti altri hanno avuto tanto tempo per esprimere il loro pensiero.. si svegliano tutti quando fa comodo, quando c’ è da giudicare, da fare il fratello maggiore, il maestro che con parole vecchie e stantie SPIEGA ai propri “discepoli” come vanno fatte le cose.
    è più violenta una persona che vede calpestati i propri diritti e la propria dignità, o un governo che, un’ ora prima degli scontri, si guadagna la fiducia comprando 3 parlamentari? è qua che per me tutta la retorica di questi giorni crolla.
    Siamo la generazione a tempo determinato, siamo la generazione che deve pagare migliaia di euro all’ anno di tasse universitarie per avere titoli che valgono quanto un rotolo di carta igienica, siamo la generazione che non avrà MAI una pensione, che vede in parlamento politicanti beceri, senza uno straccio di cultura politica (e spesso anche generale), la generazione che non si può sognare nemmeno di accendere un mutuo… però, dobbiamo esprimere il nostro dissenso pacificamente, possibilmente quando, come e dove ci viene imposto.
    Giovanna ha ragione a dire che questa non è una battaglia generazionale, in quanto riguarda anche persone più grandi.. sarebbe forse ora che queste persone cominciassero a reclamare i propri diritti e a far sentire la propria voce.. anche solo per vedere quale sarebbe la risposta…
    Questo non vuol essere un elogio della violenza.. vuole solo essere una voce che invita a guardare al di la delle apparenze e delle solite e ritrite parole vuote che si spendono ogni volta che in qualche piazza o strada ci sono degli scontri.
    Francesco in un post si chiede come mai non si parli del fatto che la violenza mette sempre in secondo piano le motivazioni di una protesta.. la realtà è diversa.. la realtà è che spesso e volentieri le ragioni non sono ascoltate nemmeno prima (e intendo ascolto e analisi, non un ascolto passivo).
    Lo vedete cosa sta succedendo non solo in Italia, ma all’ estero?
    E’ un momento di rottura che secondo me non può essere analizzato con le solite parole. E’ un momento in cui il casco se lo mette anche chi prima non l’ aveva mai fatto. Chiunque continui a parlarne come di pochi violenti non ha capito nulla di ciò che sta succedendo.

    mi rendo conto che queste mie parole saranno probabilmente piene di rabbia, ma in questo momento mi risulta non solo difficile lasciare da parte le emozioni, ma estremamente stupido. In quanto essere umano ho idee e ho sentimenti.. questi ultimi non possono essere messi da parte.. è il cervello che ti porta a un’ idea, ma è la passione che ti fa lottare per questa.
    Non posso quindi scusarmi se queste mie parole offenderanno o scioccheranno qualcuno, al limite ne posso essere fiero.

  33. Caro bryan, nessuno shock, figurati, anzi: molte delle cose che dici sono già state dette qui, sia da me, sia da altri commentatori di questo blog. Dunque non colgo bene a cosa e a chi ti stai contrapponendo, in questo contesto.

    La lettera di Paolo La Valle è splendida: l’avevo io stessa linkata in uno dei primi commenti, torna su e la trovi.

    Dici: “E’ un momento di rottura che secondo me non può essere analizzato con le solite parole. E’ un momento in cui il casco se lo mette anche chi prima non l’ aveva mai fatto. Chiunque continui a parlarne come di pochi violenti non ha capito nulla di ciò che sta succedendo.”

    Non ho mai parlato di “pochi violenti”. Semplicemente sostengo che la lettura critica che è stata fatta di Saviano – con cui non sono sempre d’accordo, anzi – lo fa più scemo di quanto non sia. Credo sappia benissimo anche lui ciò che dici tu e ciò che si dice in questo come in altri blog. Come lo so io, e come lo sanno tutti coloro che hanno commentato fin qui.

    Ti stralcio un pezzo del monologo di Marco Travaglio – che pure dissente dalla lettera di Saviano per i toni paternalistici – tratto dal blog di Beppe Grillo:

    «Casini che non è scemo, non va a sostenere Berlusconi nel momento di maggiore debolezza, ma potrebbe esservi indotto in una situazione di emergenza, quando c’è una situazione di emergenza da Torri Gemelle, si fa fronte comune, perché è importante innanzitutto il paese, la stabilità, la governabilità, l’attacco della speculazione finanziaria, ci stanno prospettando scenari da incubo perché?

    Perché hanno bisogno di uno scenario da incubo, per costringere o per convincere Casini a sostituire i finiani e consentire a Berlusconi di mantenere poltrona e immunità, perché poi questa è l’unica cosa che gli interessa.

    Ecco perché stanno puntando tutto su mercoledì, ecco perché stanno eccitando gli animi, stanno provocando apertamente i manifestanti e di qui a mercoledì di provocazioni arriveranno altre, quindi chi manifesta mercoledì e mi auguro che siano tanti, tantissimi ancora più di quelli che hanno manifestato il 14, deve sapere quello che il governo si aspetta da loro, se loro vogliono contestare il governo della precarietà eterna, della non riforma Gelmini, dei tagli Tremonti, del disastro dappertutto perché poi ci sono sempre quelli de L’Aquila, quelli di Terzigno, i poliziotti che a loro volta protestano… chi contesta il governo deve sapere quello che da lui si aspetta il governo mercoledì e cioè si aspetta casino, sprangate, sampietrini, devastazioni, feriti, possibilmente feriti, meglio ancora se succede ancora di più grave, questa è l’aspettativa di questo governo.»

    Lo sa anche il governo, sai, ciò che hai detto tu, caro Bryan, sa che sono in gioco passioni, più che ragionamenti lucidi, ed è proprio per questo che sta soffiando da giorni sul fuoco degli scontri in piazza. È tatticamente sbagliato, da parte del movimento, confermare le aspettative di questo governo, che per mercoledì si aspetta esattamente sampietrini, mazze, fuoco e manganellate.

  34. la mia critica non era rivolta alle tue parole, era forse più uno sfogo per la miriade di commenti ipocriti che ho sentito in questi, come in tanti altri momenti.
    non mi sto contrapponendo a nessuno in questo contesto, se non a qualche stralcio di discorso…
    comunque non credo, e non ho mai detto, che siano in gioco più passioni che logica.. dico solo che esistono entrambi gli aspetti e di entrambi si deve tenere conto.
    forse il mio tono era rabbioso perchè, come ho detto nel post precedente, non posso che essere colpita da “ira funesta” quando, dopo mesi di mobilitazione pacifica, colorata e creativa (il cui massimo picco di considerazione è stata qualche grassa risata in faccia dal mondo politico e qualche paternalistica pacca sulla spalla) l’ unica cosa di cui si parla è sempre e solo quella… in questa fase, come in altre, sembra di vedere morti viventi risorgere dalle proprie tombe solo per poter sproloquiare, consigliare, giudicare… ma gli studenti sono attivi già da un po’…
    parlavo dando del voi per essere generico, proprio perchè non consideravo VOI in quanto frequentatori del blog.. era un voi impersonale… ne parlavo qua in questa maniera così come ne parlo in altri ambiti. non era un attacco, voleva solo essere una posizione netta e, come già detto, uno sfogo.
    per il discorso dei “pochi” non mi riferivo alle tue parole, quanto a quelle di Saviano e di altri. L’ unico riferimento a te nel mio post è quando si parla di “battaglia generazionale”, in cui per altro ti do ragione.
    per mercoledì, beh.. mi trovi abbastanza d’ accordo sulla possibilità di strumentalizzazione di eventuali scontri.. non credo nemmeno io sarebbe una buona mossa scendere in piazza come il 14.. non mi pare infatti di averlo detto da nessuna parte…
    per quanto riguarda le provocazioni.. beh, quelle arrivano già da tanto.. negli ultimi tempi sono solo aumentate. non è di certo un meccanismo nuovo instillare rabbia e risentimento all’ avvicinarsi di una data importante.. anche tu non mi stai dicendo nulla di nuovo. infatti preferisco scrivere un post confuso e dettato in buona parte dalla “passione” piuttosto che portare in toto questi sentimenti in altri contesti, proprio per evitare che i miei gesti possano essere utilizzati contro di me.. e parlo al singolare, qua, perchè non ho nè la pretesa nè l’ arroganza di rappresentare un pensiero comune.
    so che la lettera di Paolo l’ hai linkata tu.. è da li che ho copiato il pezzo nel mio post e certamente ho ripetuto anche cose già dette, sentivo forse il bisogno di unirle in un unico scritto…
    ne parlavo in questa maniera perchè qua mi sentivo libero di esprimermi fuori dalle righe, in maniera anche provocatoria. non auspico fuoco e fiamme, al limite un futuro.. anzi un presente, perchè è qua che viviamo noi ed è da questo che dobbiamo partire. voleva essere uno spunto per riflettere sulla violenza in senso lato e sulle varie sfumature che la compongono.. discorsi come “la violenza è da condannare sempre e comunque” sono, dal mio punto di vista, sterili e ipocriti. sterili perchè non analizzano minimante ciò che è accaduto, politicamente e storicamente. ipocriti perchè, mi ripeto, la violenza ha tanti livelli, tanti strati. la violenza psicologica crea molti più danni di pugni o manganellate ( dalle quali penso sia comunque il caso di proteggersi). questo è un discorso in generale, non in contrapposizione alle tue parole, ma a quelle che leggo negli articoli di tanti giornali e sento uscire dalla bocca di tante persone.

  35. Bryan, grazie per il tuo contributo. E per lo sfogo. Con tutto il cuore.

  36. Concordo in sostanza con la titolare del blog, per cui non voglio aggiungere altre parole, solo una proposta relativa a simboli non verbali. Per la cronaca, premetto che ero alla manifestazione del 30 novembre, prima degli incidenti di quel giorno, ed ho rilevato soltanto studenti tutt’altro che violenti, anche se determinati e arrabbiati: sia quando il corteo si è trovata sbarrata via del Corso e via del Plebiscito, sia quando è stato bloccato prima di piazza Montecitorio. Della manifestazione del 14 so qualcosa da chi, anche come studente, era presente alle prime fasi: se mi dicono di aver notato presenze che non gli tornavano con gli studenti che si aspettavano, presenze che non erano né gli aquilani, né gli operai, io devo credergli, nonostante io non creda nell’entità metafisica black-blok. La sera del 14 parlavamo della giornata, ed i miei (molto più giovani) amici mi dicevano che gli studenti delle prima file, quelle che si riparavano dietro i libri-scudo, indossavano i caschi da moto, evidentemente per non rischiare le conseguenze delle manganellate, che sarebbero potute sempre arrivare. Ma quei libri-scudo non erano in contrasto simbolico con i caschi da teppista? (uso provocatoriamente questo aggettivo). E non sarebbe molto più utile (uso intenzionalmente questo aggettivo, che esclude l’opposizione buoni/cattivi) proteggersi con qualcosa che ripari la testa dai colpi, ma che lasci scoperto il viso? Ci è venuto in mente il casco antinfortunistico, quello indossato sui cantieri: la valenza simbolica sarebbe doppia, da una parte un accessorio soltanto difensivo, che lascia scoperto il volto e rende riconoscibili, dall’altra l’identificazione: studente/categoria produttiva (di sapere, nel caso). Temo che la proposta sia finita con la nostra cena. Domani vorrei poter vedere, anche per poco, come andranno le cose, se piove mi armerò di ombrello.

  37. Paola: d’accordo sui simboli, ma ti segnalo che i caschi antinfortunistici dei cantieri furono già usati dalle Tute Bianche di Luca Casarini nei primi anni 2000. Inoltre, i simboli da soli non bastano, ma vanno affiancati a pratiche coerenti. Ripeto: COERENTI.

    Mi spiego: Casarini e i suoi, a Genova nel 2001 come in altre manifestazioni di quegli anni, indossavano tute bianche e caschi infortunistici, e si trinceravano dietro protezioni di gommapiuma, tutto a significare non-violenza e creatività. Benissimo i simboli.

    Tuttavia, il 26 maggio 2001, da Palazzo Ducale di Genova, Casarini in persona dichiarò formalmente «guerra» (sic!) allo stato italiano, contribuendo ad alimentare un fuoco che portò distruzione, 560 feriti, 301 arrestati o fermati e un morto, Carlo Giuliani.

    Qui una foto delle Tute Bianche da cui si vedono abbastanza bene i caschi infortunistici:
    http://www.midiaindependente.org/en/red/2001/07/3539.shtml

  38. Mi colpisce, fra tanti commenti appassionati e intelligenti, la mancanza di riferimenti anche minimi ai contenuti concreti della protesta.
    La riforma Gelmini può essere contestata da posizioni molto diverse, anche opposte. O perché è inadeguata rispetto ai giusti scopi che si propone, oppure perché i suoi scopi sono sbagliati. O altro ancora.
    Dalle voci della protesta, e anche dai 38 commenti precedenti, non si capisce quali siano le proposte alternative alla riforma, o più in generale quali provvedimenti di governo si vogliano per affrontare la precaria situazione attuale dei giovani e dei meno giovani.
    Una linea alternativa e concreta dovrebbe essere proposta dall’opposizione, in primo luogo dal PD. Sarebbe il compito di un partito serio quello di dare contenuti concreti a una protesta che in sostanza dice che la situazione è intollerabile. Ma il pochissimo che esce dal PD (nonché da Vendola, Casini e Fini) sembra più che altro difesa dello status quo. Cioè niente di utile.

    Forse allora, in assenza di indicazioni provenienti da dove dovrebbero arrivare, qualcuno dovrebbe provare a dire qualcosa di concreto.
    Ci provo, per dare l’esempio.

    In Italia uno studente universitario costa mediamente ogni anno allo Stato (mi riferisco alle Università statali) circa 7.000 euro, con grandi variazioni a seconda dell’Università e del corso di laurea. Le tasse sono mediamente sui 1.500 euro l’anno. Le borse di studio sono poche e di modesta entità.

    Si potrebbero raddoppiare le tasse e destinare l’intero aumento a borse di studio per i più meritevoli, che dichiarino redditi medio bassi e si dichiarino anche disposti a subire un accertamento fiscale, come condizione per avere la borsa.
    In questo modo, basta fare due conti, un quarto degli studenti universitari in corso (circa 300.000) avrebbero una borsa annua di 6.000 euro. Sputaci sopra.

    Questo naturalmente potrebbe essere solo un tassello di un cambiamento molto più ampio. Ripeto, è solo un esempio, un esempio di cosa concreta.
    Ma mi chiedo quanti, fra chi protesta, sarebbero favorevoli e quanti contrari.
    Forse la protesta di chi sarebbe favorevole è molto diversa dalla protesta di chi sarebbe contrario.

  39. Scusate, sebbene il conto sia semplice, ho sbagliato. Uno studente su quattro avrebbe come borsa il sovrappiù di tasse pagate dagli altri tre, cioè 1.500 x 3 = 4.500, non 6.000.
    Naturalmente si potrebbero fare borse più ricche per i più bravi e poveri e meno ricche per i meno bravi e poveri — diciamo borse che vadano dai 2.000 ai 7.000 euro.
    Uno su quattro non è poco. Ma teniamo conto che gli altri tre sono più abbienti e per lo più meno bravi.

  40. Ultima precisazione. Tutto questo, beninteso, in aggiunta alle borse di studio che ci sono già.
    Senza nessun aggravio per i conti dello Stato. Com’è opportuno in una situazione di crisi economica e finanziaria come l’attuale. Altrimenti bisognerebbe dire, conti alla mano, a chi si toglie ciò che si spende in più.

  41. Per la mia esperienza di eterna “idonea ma non beneficiaria” propongo borse di studio non in denaro, ma in servizi.
    Esse possono essere tarate a seconda delle facoltà (i libri di medicina/veterinaria o il materiale per architettura costano molto più di un manuale di filosofia; a Cagliari in genere i costi sostenuti da uno studente sono diversi da Bologna, etc.).
    Quali servizi?
    Modesta proposta per i fuorisede: buono libri (500-2000 €), alloggio universitario o accordo con privati per un anno di affitto (2500-3500€/studente) in regola e in appartamenti sicuri, mensa studentesca.
    Niente più denaro a pioggia che poi finisce nelle mani dei soliti figli di evasori o in tasca a persone che dichiarano il falso e acquistano tutto fuochè libri.
    Last but not least: le borse dovrebbero andare ai “capaci E meritevoli”, NON poveri (chissà) e mediocri, inoltre reddito familiare da verificare molto molto puntigliosamente senza autocertificazioni ridicole (vi garantisco, ho visto di tutto).

  42. Ho lasciato implicito un punto che forse merita di essere esplicitato.
    La differenza fra i 7.000 euro che uno studente universitario costa allo Stato e i 1.500 euro che paga di tasse universitaria, la paga l’intera cittadinanza con le tasse generali (Irpef ecc.).
    Perciò, molti cittadini meno abbienti, i cui figli non accedono all’Università o non si laureano, finanziano con le loro imposte i 5.500 euro, non coperti dalle tasse universitario, che costa ogni studente universitario, anche di famiglia più abbiente.

    Se le tasse universitarie sono inferiori al costo effettivo dell’Università, i meno ricchi finanziano i più ricchi. Aumentare le tasse universitarie, destinando l’aumento a borse di studio per gli studenti meritevoli e meno ricchi, è quindi socialmente giusto. In generale, tasse universitarie che coprano l’intero costo dell’Università e borse di studio abbondanti, è “di sinistra”.

    E’ legittimo essere contrari a questa linea, dato che è sostenibile che chi è più ricco se lo sia meritato e che i suoi figli possano trarne vantaggio. Legittimo, e “di destra”.

  43. @Ben
    Posso farti garbatamente un paio di critiche? 🙂
    I) Dire che la spesa annua allocata per studente dallo Stato, nelle sue Università, è di 7000 euro a fronte di un pagamento medio della imposta è di 1500 è fuorviante. Il calcolo di quei 7000 euro infatti viene ottenuto come il conto della serva che divide il totale stanziato per numero di studenti. Così facendo il risultato dà la sensazione che lo studente riceva 7000 euro di servizi mentre invece quella cifra non esprime il costo studente ma il costo sistema, con tutti i suoi eventuali deliri, dalle infrastrutture alle docenze. Non dice nulla dell’efficienza né di quanta parte arrivi alla preparazione finale dello studente senza essere dispersa a monte. Sarebbe ad esempio come valutare l’utilità di un ente comunale (inutile) dividendo le sue entrate per il numero di cittadini di quel comune, deducendone che i servizi erogati a ciascuno ammontano al risultato della divisione, sebbene nulla indichi QUANTO di quello stanziamento giunga all’utente finale e non alimenti se stesso.
    Invece 1500 euro è una cifra tangibile che viene contabilizzata a passivo in modo molto chiaro da chi la paga direttamente. In questo caso qualunque iscritto ha tutto il beneficio a pagare magari di più la sua retta ma con un accountability più trasparente.
    II) Considerato che lei ha dimostrato in più interventi una propensione al realismo dovrebbe immaginare da sé i criteri applicati all’allocazione dell’introito derivante da un raddoppio delle tasse universitarie, no? Posta la difficiltà estrema di giustificare, a colui che paga, un raddoppio delle tasse universitarie con la motivazione suicida delle borse di Studio (anche perché a quel punto la domanda sarebbe: per quale motivo io che pago già tasse dirette e indirette dovrei esplicitamente pagare la borsa a qualcuno che non sono io? Non è forse un compito delle tasse indirette e dirette e non di quelle specifiche per il servizio che acquisto?) è evidente che un’entrata da 1,8 miliardi di euro verrebbe impiegata secondo un ordine di priorità che come minimo implicherebbe la copertura delle urgenze più stringenti. Anche l’Unicef, che formalmente non adora Mammona, impiega oltre la metà del suo budget (i più velenosi malignano i due terzi) per gli stipendi dei propri dipendenti.
    III) Lei afferma che “se le tasse universitarie sono inferiori al costo effettivo dell’Università, i meno ricchi finanziano i più ricchi”. Qui commette un errore di pregiudizio: l’evasione certa da parte del ricco che manda il figlio all’Università. Aldilà di questo argomento, è chiaro che a livello generale i più ricchi pagano comunque più tasse dirette. Inoltre i più poveri pagano meno tasse dirette, hanno esenzioni su quelle universitarie e accedono a borse che al ricco non sono concesse, relegandolo comunque a un dare più che a un avere. Quindi sono i ricchi a pagare comunque il differenziale tra la tua cifra, che abbiamo visto essere sviante per un’analisi seria, e ciò che versano direttamente sotto forma di iscrizione annua. La propria e parte di quella altrui.
    E tutto è maledettamente più complesso di come l’abbia vista tu e pure di come la stia inquadrando io 🙂

  44. Ok Ugo, quando lei sarà ministro dell’istruzione e io tuo vice (imito il suo grazioso oscillare fra lei e tu :-)), definiremo meglio gli aspetti che metti in questione.
    Il mio punto era che anche di cose di questo genere bisognerebbe discutere, come hai fatto, oltre che di filosofia della protesta.

  45. ancora @Ugo.
    Non resisto alla tentazione di ribattere a un punto dell’obiezione III).
    Una parte notevole di cittadini, i cui figli non accedono all’Università, contribuiscono con le loro tasse generali, dirette e indirette, a finanziare i costi dell’Università, coperti solo in piccola parte dalle tasse universitarie di chi, mediamente più abbiente, fruisce dell’Università.
    In questo senso, i primi finanziano i secondi.

    Questo argomento non vale per la scuola dell’obbligo, se è frequentata da tutti, come in Italia sostanzialmente avviene.
    Vale per l’Università perché solo una parte della popolazione la frequenta, ed è la parte mediamente più agiata. Ma i costi dell’Università li paga anche chi non ci va, finché le tasse universitarie sono inferiori ai costi del servizio (sprechi inclusi).

  46. @Ben
    Giusta obiezione che rischia tuttavia di essere un argomento boomerang qualora lo si volesse usare a fini persuasivi: infatti ti potrebbero replicare, giustamente, che ogni contribuente paga per servizi di cui non necessariamente tra vantaggio. Come contribuente pago la tassa per il mezzogiorno, i terremotati dell’Aquila, la costruzione della TAV, il salvataggoo Alitalia, l’Expo di Milano, le cliniche fantasma, lo stipendio di Berlusconi…
    Il caso limite lo si ha con l’artigiano o il commerciante che pagano tasse per servizi che non riceverebbero comunque, da una pensione decente, agli infortuni sul lavoro, dalla gravidanza alla tredicesima, dalla liquidazione, alle ferie, fino alla malattia…
    Tutto questo per suggerirti di riflettere sul fatto che ogni categoria ha da reclamare a ragione e alla stesso tempo contribuisce suo malgrado al danno di qualche altra.

  47. Si può ragionevolmente far valere un principio generale: tutti pagano con la fiscalità generali i servizi universali, come la sanità, la scuola dell’obbligo, la magistratura, la polizia, l’esercito, la protezione civile, ecc.. Con contributi progressivamente maggiori dei più ricchi.
    I servizi non universali, invece, li pagano gli utenti.

    Principio di massima, cioè orientativo, applicabile con flessibile buon senso. Ad esempio, l’Università ha anche una funzione di ricerca di base, che è di interesse universale. Quindi può avere senso che sia in parte finanziata anche con la fiscalità generale. In parte, ma non all’80% come adesso.

    Un vantaggio importante: gli utenti, se pagano per intero il servizio di cui loro soltanto fruiscono, hanno un maggiore interesse a controllare che funzioni bene.

  48. Pingback: Violenza e proteste, senti cosa c’è di nuovo… | Sconfinare.net

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.