Se una notte d’inverno un narratore

In vista delle vacanze di Natale, Annamaria Testa e io rilanciamo il tema di un mese fa: «Destra e sinistra: scriviamo noi la lista?», facendo un passo avanti.

In questo mese, Annamaria e il suo staff di Progetti Nuovi hanno raccolto, riordinato, editato tutte le liste e i commenti che sono arrivati su questo blog, su Nuovo e utile e sui blog che hanno rilanciato l’iniziativa. Hanno inoltre costruito due tag cloud, uno per la destra e uno per la sinistra. Trovi QUI la raccolta degli interventi e i tag cloud (se per caso è sfuggito qualcosa, segnalacelo!).

Dopo di che, Annamaria e io abbiamo scritto una nota, per dare qualche chiave di lettura sul lavoro fin qui svolto e su come vorremmo proseguire. Si intitola Se una notte d’inverno un narratore: il narratore sei tu, l’inverno – letterale e/o metaforico, come preferisci – è la stagione che stiamo attraversando.

Ecco infatti la novità: ti chiediamo di postare, da oggi al 12 gennaio – su questo blog o su Nuovo e utile, decidi tu – un racconto breve (max 3000 caratteri) scritto a partire da una parola chiave della destra o della sinistra. Scegli quella che più ti ispira nei tag cloud. Idealmente, ci piacerebbe avere un racconto per ogni parola, ma sarà interessante anche vedere quali saranno le parole più gettonate.

Alla fine raccoglieremo tutto, mediteremo, scriveremo ancora. L’idea è farne un libro, che valorizzi i contributi di tutti.

Ti va? 😀

17 risposte a “Se una notte d’inverno un narratore

  1. bello, bello, mi piace, mi entusiasma!
    e per fortuna adesso c’è il periodo di ferie, così ne approfitto per leggere i diversi contributi-elenco che vi sono giunti 🙂

  2. L’idea è molto bella e parteciperò sicuramente. Tuttavia, noto nella cloud una grande assente. A sinistra non trovo quell’anacronistica parola che si scrive
    r i v o l u z i o n e. Sul tema ho un racconto incompleto. Se non dovesse rientrare tra le priorità… gli cambio titolo…

  3. Se posso fare una proposta da valutare come integratore del vostro ottimo lavoro, sarebbe interessante poter ricevere anche parole e contenuti fra i 50 tag clou di destra che in realtà piacerebbe fossero inseriti nella lista della sinistra e viceversa. Si potrebbe così anche sviluppare una possibile ri-costruzione di significato di questi due termini.

  4. Possibile

    “Un altro mondo è possibile”, recitava lo slogan di quella manifestazione di piazza, come di tante altre simili. Mi trovavo a Roma, arrivato in pullman da Piacenza, era una manifestazione o uno sciopero generale, ora non ricordo, nello stile del famoso sciopero generale guidato da Sergio Cofferati che portò in piazza circa cinque milioni di persone.

    A me però, che ho formazione filosofica, mentre leggevo quello slogan, veniva da chiosare e contrabattere. E così pensavo tra me e me, mentre leggevo, nel mio personale stream of consciousness, mentre fuori i corpi manifestavano: “un altro mondo è possibile certo, ma, come diceva Leibniz, uno solo è quello reale. Infiniti sono i mondi possibili e ce ne sono anche di incompossibili, ma dio, diceva ancora leibniz, nel momento della creazione, ha scelto uno solo tra gli infiniti mondi possibili, il mondo più vario, in cui potessero coesistere il maggior numero di possibilità tra loro compossibili”.

    E, ora penso, non è forse questo il mondo nel quale viviamo? Il mondo dell’informatica, di internet, del web 2.0, di facebook…E allora perchè volere un altro mondo possibile se già il nostro mondo reale è fatto del maggior numero di possibilità possibili, se il nostro mondo reale, il mondo della tecnica, non è che la realizzazione dei più arditi e folli sogni leibniziani?

    Forse vogliamo un mondo alternativo, un altro mondo possibile, perchè abbiamo l’esigenza di una storia alternativa, di un nuovo racconto del mondo. Ora, si sappia almeno, con consapevolezza storico-filosofica che questo racconto, che parte idealmente con Adamo ed Eva o, se preferiamo, con il Big Bang e le teorie evoluzioniste, non può che essere l’esplicazione di un racconto già da tempo immemore incominciato. Sta a noi però sottolinearne le nuove soglie, le nuove possibilità, gli snodi, le occasioni. Un altro mondo è possibile, perchè il mondo nel quale viviamo è possibilità, potenza, e il reale non è che l’attualizzazione del possibile, ma non il suo esaurimento, piuttosto un rilancio di nuove possibilità possibili. Proprio come voleva Leibniz. Era egli dunque di sinistra? Ma questa domanda ha poi senso? Essere di sinistra vuole per forza dire volere un altro mondo possibile?

    “Cambiare il mondo”, ecco un altro slogan. Si, ma il mondo cambia già da sè senza il nostro personale e intenzionale intervento. Non sono dunque di sinistra? Credo una cosa soltanto. Che pensare non è nè di destra nè di sinistra. La possibilità e la libertà di pensare e di esprimere liberamente il proprio pensiero invece si. Che è allora possibilità? Essere liberi di scegliere, e questo è un valore fondante, certamente di sinistra.

    Marco Meneghelli

  5. Marco Meneghelli scrive “Essere liberi di scegliere, e questo è un valore fondante, certamente di sinistra.” Sì, è certamente di sinistra. E’ certamente anche di destra. 🙂

    Anche la vita, la felicità, il piacere, il benessere, la sicurezza, la bellezza, e tanti altri valori, sono sia di sinistra che di destra. O, se si preferisce, né di sinistra né di destra.
    A meno di credere – atteggiamento forse non raro – che i valori siano di sinistra e il loro contrario, i disvalori, di destra. (O viceversa.)

  6. Erano tempi difficili in tutta la nazione. Il popolo era diviso, nettamente, a metà. I buoni dalla mia parte, i cattivi dalla tua. Sandro era un ingenuo della domenica. Il suo lavoro era tagliare la legna da ardere. Sua moglie Chiara, semplice come lui, faceva l’estetista. In città non si sentiva molto il tumulto che pervadeva la nazione. La crisi economica però sì. Il commercio di Sandro soffriva la concorrenza delle imprese più grosse, che godevano di una tassazione più morbida. Guadagnava circa 16mila euro netti all’anno.

    Chiara torna a casa martedì sera e dice:
    «Sandro, ho fatto il test di gravidanza, sono incinta.»
    «Ah. Dici davvero?»
    «Che risposta è? Sei contento o no?»
    «Sì, sì. Certo.»

    L’abbraccia, forte ma incerto. Le sue mani non cercano i fianchi di lei, ma sono pugni che carezzano la schiena. Lei se ne accorge fino a un certo punto.
    Domenica vanno a farsi il solito giro in centro. Parcheggio e passeggiata in zona Duomo. Un ragazzo gli prende la mano, rubandolo a Chiara. Non sa perché ma corre insieme a lui. Girano insieme a destra con Chiara che li segue urlando, stranamente poco preoccupata. (Era successo quasi naturalmente, lei e Sandro non correvano da almeno tre anni, si ricordò poi.)

    Si fermano in una bottega all’inizio di via Meravigli, dove un tempo c’era una banca, distrutta dagli attacchi di una banda di commercianti che avevano abbandonato il loro lavoro, con il solo scopo di capire cosa davvero amavano.

    La bottega esibisce un’insegna con scritto: “Recupero Dispersi”. Lì conoscono Guido, un ex idraulico che non volendo rinunciare né a prendere soldi in nero né a volersi sentire italiano, aveva cominciato a suonare la chitarra in Galleria Vittorio Emanuele II. Guido racconta che un giorno Ettore gli chiese di seguirlo in un posto. Lui aveva accettato. Non lavorare gli aveva anche fatto sparire una malattia che aveva da qualche anno alle mani: gli si spellavano senza un motivo. Da quando si lavava meno e non aveva più il problema di come frodare lo “stato di merda”, era guarito e amava ogni volto che incrociava, persino chi lo guardava con sdegno.

    Non producevano ricchezza alla “Bottega Recupero Dispersi”, erano tutti soltanto artigiani, piccoli imprenditori falliti che volevano riprendersi la loro vita. Sapevano che i bisogni fisiologici che il corpo chiede per vivere bene sono abbastanza limitati: mangiare, bere, accoppiarsi, coprirsi, dormire, ridere, divertirsi. Il loro “Progetto Naufragio” consisteva appunto nel «rapire» passanti e tenerli con sé, per trovare più persone possibili in grado di coltivare un qualcosa.

    Sandro e Chiara restano e corrono a «rapire» qualcun altro. Lui lavora per procurare calore alla “Bottega Recupero Dispersi”. Lei sta cercando di imparare a fare graffiti, vuole esprimere le proprie idee sui muri della città e sugli spazi della piccola Officina.

    Il figlio di Chiara e Sandro nascerà proprio lì in via Meravigli. Pensano di chiamarlo Ettore in nome del fondatore di quello sghembo progetto.

  7. Il titolo è, indifferentemente: Rivoluzione o Solidarietà

  8. Quando eri di sinistra

    Sei in un talk show, quello che conta. Quando il purulento conduttore ti presenta dice “onorevole e candidato all’europarlamento, capolista in tre collegi” e tu gongoli, incredulo. Faccio fatica a crederlo anch’io. La tua povera madre, giù in purgatorio, ha preso a calci chi gliel’ha raccontato, fino a mandarlo all’inferno, girone “quelli che pigliano per il culo le vecchie”. Ma tu ce l’hai fatta, davvero. Tu e gli altri, e ci metto anche i tuoi avversari: miracolati non è la parola giusta, ma è la prima che viene in mente.

    Te ne stai lì col vestito scuro, la cravatta a pallini minuscoli e le scarpe che hai visto su “Class”, ma io ti conosco. Tu hai la tessera omaggio del Circolo e, quando ci vai, pisci sotto la doccia. Quando vai nel salotto della contessa, poi vai anche nel suo bagno e la fai nel lavandino. Il pakistano in livrea ti tiene d’occhio, aspetta con la bottiglia di varechina nell’ombra, il clandestino. Dai la mano al nuovo ospite, speriamo che poi se la lavi, non come fai tu. Ma tu puoi permettertelo. E, ehi!, hai anche l’amante.
    Ventitré anni. L’hai notata in tv, ballava sullo sfondo. Le hai fatto dare uno spazio nel contenitore del mattino. Legge la posta. E ti è stata grata. Ventitré anni. Quelle come lei, all’università non te le sei mai fatte. Non in loro presenza almeno. Le hai affittato un monolocale carino a due passi da Piazza di Spagna. La vedrai dopo la trasmissione. The full monty. Fosse per te, non resisteresti. Ma devi dire due sciocchezze. E, fidati, ci riesci. Ventitré anni. La prima sera nella nuova cuccia. Ti sarà grata, molto. Fidati. Non resisti, eh? Lo vedo da come accavalli e scavalli le gambe. Hai un’erezione, non che i sismografi ne prendano nota, ma è un fatto. Non resisti. Cos’è che ha detto quel comunista? Vergogna. Non ci stai: se qui si può offendere la storia, la memoria, la tua boria, ti alzi e te ne vai. Domani i giornali ne parleranno. Sdegno, diranno. Giustificando o ironizzando, dipende.

    Sei fuori. L’autista è lì che guarda la trasmissione sul televisorino della macchina. Dice che hai fatto bene, il servo.
    Vedi anche: ruffiano
    Vedi anche: farà carriera
    Gli dai l’indirizzo. Lui sorride, complice, ma al punto giusto. Partite. Telefoni. Cellulare staccato. Segreteria telefonica: fai la vocina dello “scoiattolo”. Cip & Ciop. Quello del Sismi, quando ti intercetta, ha un prolasso. Per strada fai fermare l’auto. Hai visto una bancarella di fiori. Li vende un moro. Ti chiedi: sarà il numero 356 di Al Qaeda? E’ del Bangladesh, manco musulmano e porta una maglietta con il 10 di Totti. Fai scendere l’autista. Non è le rose che vuoi, lui lo sa. Un peluche, bello grande. Stasera il coniglione, eh? Te lo metti in grembo e lo accarezzi. Vedi di darti una calmata, anche se ci sono i vetri scuri. Ritelefoni. Ancora la segreteria. Stavolta ti esce la voce stridula di quando sei nervoso. Sarà in giro, la zoccola: ti crede in tv. Tu la volevi già pronta, nella cuccia. Scoiattolo. Con il tuo coniglione. Bella coppia, anche voi due. Mi sa che vi preferisco. Arrivate. Sali in ascensore con una vecchia che ti guarda strano. Ti ha riconosciuto, ma preferirebbe di no. E’ la democrazia, bellezza: paghi per farti governare da pupazzi così. Trovi le chiavi. Apri la porta. Entri. E’ buio. Ma, quando ci hai fatto l’abitudine, vedi. Ecco quel che vedi: due chiappe scure scure ballare la rumba su e giù. Sotto c’è la tua protetta. Te l’aveva detto di metterci un televisore, nella vostra cuccia. Si sarebbe regolata. Hai voluto risparmiare? Comprati la macchina del tempo, adesso, per non essere lì, in piedi, con le scarpe di “Class” e il coniglione, a guardare il moro che si volta, lei che affiora sfatta e tu che, se t’incazzi e ti esce quella voce molesta, le prendi anche. Consolati: voteranno per te. Fidati.
    “Cinquanta in macchina” dice Lara infilando la testa nel finestrino dell’auto blu.
    “Andiamo” risponde il cliente.
    Lara apre lo sportello e insinua le gambe a spillo, il seno a balconcino, la chioma rifatta nell’abitacolo buio. Guarda l’uomo e sussulta.

    PUBBLICITA’ PROGRESSO: Uno dovrebbe dimettersi, mica perché va a trans, ma perché prima cena al Bolognese. Noi avevamo diritto a una classe dirigente politica alternativa, non attovagliata davanti alla stessa minestra, con la stessa fame.

    “Problemi?” chiede lui, mettendo in moto.
    La voce, le mani, il profilo. Gli abiti, perfino.
    “Ci siamo già visti, caro?” domanda Lara.
    “No” risponde lui, sicuro.
    Amche Lara è sicura. Del contrario. Non ricorda però dove e quando. Come può? E’ il più bel trans della zona, ha almeno dodici clienti per notte. Ma questo qui le sembra di averlo conosciuto più a lungo del solito quarto d’ora. Quando si abbassa i pantaloni anche le parti intime le sembrano familiari. Fanno in fretta. Dieci minuti e l’auto blu è di ritorno nel punto da cui sono partiti.

    “Spero di rivederti” dice Lara con una gamba già fuori dall’auto a richiamare nuovi passaggi.
    “Oh no – dice l’uomo – Non mi vedrai più, nessuno mi vedrà più. Ero io che volevo vedere te, per capire che cosa sono diventato”.

    Ferma sul marciapiede, spalle alle auto in coda, Lara lo guarda allontanarsi. Vede che la targa dell’auto blu è la stessa del suo scooter di dodici anni fa. E scompare verso il quartiere dove è nato e cresciuto con quell’altra voce, quelle mani, quel profilo.

  9. Errata corrige. La storica manifestazione di piazza di Roma del 23 marzo 2002 al Circo Massimo guidata da Sergio Cofferati, riunì 3 e non 5 milioni di persone (dati cgil)

  10. Concordo con te Ben. La libertà di espressione, in quanto valore fondante non è né di destra né di sinistra. E’ semplicemente uno dei fondamenti del gioco democratico. In effetti questo era il senso del mio discorso 🙂 Grazie per la precisazione

  11. MONDO. Da sinistra

    Bologna, 24 dicembre 2010.
    Ceno in un ristorante cinese. Il titolare è un giovane sveglio, cresciuto in Italia, fiero del suo paese di origine, dove torna periodicamente.
    Parliamo e simpatizziamo. Siamo d’accordo su tutto, ridiamo dei luoghi comuni occidentali sulla Cina.
    Mi chiede: sei contento che un miliardo e mezzo di cinesi, e un miliardo di indiani, stanno galoppando verso il benessere? Anche se questo comporta un abbassamento del livello di vita tuo e dei tuoi figli?
    Rispondo: non preoccuparti. Io no, ma i miei figli sono pronti a sbarcare a Shangai e fare fortuna lì, come hai fatto tu qui.
    Ride. Beviamo grappa di riso. Sentiamo tutti e due che un vecchio sogno (“…l’Internazionale, futura umanità”) ha cambiato strada, ma si è avverato. Siamo due cittadini globali felici.

    (già inviato a NeU come Anonimo 4)

  12. LIBERTA’, RESPONSABILITA’ (abolizione del valore legale del titolo di studio). Da destra.

    Residenza per anziani Alzheimer, provincia di Ferrara, novembre 2010 – storia vera, anche se (mediocremente) romanzata.

    dott.ssa Flavia (responsabile settore residenze): Il Comune impone condizioni sempre più restrittive, dobbiamo ridurre i costi.

    dott. Andrea (responsabile amministrativo della residenza Regina Coeli): Un abbassamento della qualità del servizio è inammissibile!

    Carla (operatrice): Lo sapete che volendo possiamo risparmiare 650 euro al mese, quasi 8.000 l’anno. Basta sostituire, per il pranzo degli operatori, i piatti di plastica con quelli di ceramica, se ognuno si lava il suo. Fra l’altro, il pranzo per gli operatori non è previsto dal contratto, lo facciamo di straforo.

    dott.ssa Flavia: 8.000 euro l’anno, sei sicura?

    Carla: Certo. E ci sono decine di altri risparmi del genere possibili, se solo ci si guarda bene.

    dott. Andrea: Qui si sta mettendo in dubbio la mia competenza di responsabile della struttura!!! (se ne va sbattendo la porta)

    dott.ssa Flavia: Carla, se solo potessi nominare te responsabile, al posto di quel trombone di Andrea.

    Carla: Flavia, lo sai, io ho solo la terza media.

    dott.ssa Flavia. Eh già, è vietato per legge. Peccato.

  13. La libertà o la forza

    Rodolfo cerca rifugio dalla pioggia battente. Mentre cammina rapido sulla piazza scoperta maledicendo il clima italiano attraversa la strada senza guardare. Lo specchietto del motorino gli rade i lardelli ricoperti di cachemire. Mette l’apostrofo fra le parole puttana e mamma. Si ripara al McDonald pensando, ma guarda questo che rischiava di farmi secco!
    Rodolfo è orgoglioso ma buono, come un artista alle prime armi. È semplice solo perché la complessità richiede troppo tempo e attenzione ma, all’occorrenza, sa trafficarci, col difficile. Ha accumulato parecchio negli anni, un vero selfmademan. Morto il padre, la tassa di successione e tanti debiti, più che benefici. E poi tutti i problemi quotidiani di chi, i binari – nella vita professionale –, proprio non li vuole.

    Lui vuole bene al suo Paese, pensa che tutte le contraddizioni italiane siano una vera e propria palestra tonificante. Lui sa che all’estero manco gli arabi sarebbero capaci di farlo fesso. L’unica cosa che gli dava noia della «Patria della Transizione» era la morsa giuridica. Gli darei io un po’ di sprone a quei vagabondi dei giudici, pubblici ministeri, avvocati, notai!
    La libertà è libertà di scelta, di andare di qua o di là; di fare o non fare. Di essere lasciati in pace.

    Mangia l’hamburger e torna a casa da Beatrice, chiaramente stanco, ma sotto un cielo che il vento ha spazzato.
    La sua vita si racconta da sola, ma è la sua nobiltà d’animo quella che va raccontata, da chi, come me, non l’ha mai ammirato prima.

    Il giorno seguente la sua Audi percorre lentamente la via che porta alla Tangenziale, come di norma. Vede uno scippo. Un impulso imprevisto gli solleva le chiappe flosce dalla poltrona regolabile e lo precipita ad afferrare il gozzo del vigliacco fuggitivo. Prende anche due schiaffi, ma il suo gesto salva le finanze di qualcuno che forse avrebbe dovuto indebitarsi a causa di quella sciocchezza che, in fondo, non era affar suo. Non ci si può voltare di fronte alla vergogna!

    La complessità dell’evento affiora qualche giorno dopo. Il suo gesto non era stato né evidente né eroico, ma normale. Aveva solo scelto che toccava a lui proteggere. Poi è andato al lavoro e, qualche giorno dopo, in vacanza con la sua Beatrice.

  14. Senza
    (SINISTRA)

    Una donna viaggia in treno. D’improvviso il vagone ha un sussulto e la donna perde uno dei sandali, che rimbalza fuori. D’impulso si china a sfilare l’altro e lo getta subito via.
    Allo sconosciuto che le siede appresso, l’interrogativo volto disorientato dal suo gesto, risponde: “Un solo sandalo non mi serve a niente. E se qualcuna si imbatte in quello che ho perduto, non se ne farà granché. Molto meglio se trova l’uno e l’altro.”

  15. Sinistra- sinistra, gli altri

    Prima Felicia, poi Marta. Le ricordava eccome, quelle due faccine così diverse
    eppure uguali. Anche se il mostro gliele aveva portate via anni fa. Ma poco
    importa. Ora c’è Piero e soprattutto Elena ed Enrico, loro sì che sono uguali
    uguali: sono davvero due gemelli. Ma il mostro arrivava, di giorno, di notte,
    appena chiudeva gli occhi era lì. Lo vedeva con quelle mani enormi, magre e
    viscide come serpenti. Si avvicinava, spariva e poi tornava. L’abbracciava
    forte forte e le diceva di non avere paura, che con lui sarebbe stato tutto
    diverso.
    Non vedi che vita combini? Anche quest’Aldo, è un fallito, che lavoro fa? E
    quell’altro prima, Moustaf, ah, e Rocco che delinquente! E casa non ce l’hai
    vero? Fammi vedere la tua casa. Io casa ce l’ho, via delle Oche. Me lo ricordo.
    Solo che non ci posso vivere bene, perché ci vive anche Assad o come si chiama, con quei quattro soldi che mi da compro il latte per Enrico ed Elena. Vedi che bei bambini? Signora si sente bene? Ecco gli altri! Eccoli! Ma cosa vogliono tutti da lei? Perché la signora con quel cappottone vuole sapere se ha una casa? E quello lì con quegli occhialini sul naso cosa ha da dire?
    -Sto bene, grazie. Davvero. No non voglio aiuto, non vedete? Lo faccio per
    Elena Enrico, gli piace così tanto questo posto. Le luci i colori, tanta gente
    che passa. E poi fa caldo, si sta bene. Questa sera torno a casa. Sì in via
    delle Oche.
    Era stato bello l’ultimo dell’anno. Una grande tavola, quante persone diverse!
    E poi il cibo era proprio buono, sembrava quando era piccola e tutti
    aspettavano l’anno nuovo attorno al grande tavolo di legno della vecchia
    masserizia, su negli appennini. Ma poi anche quella sera. Di nuovo il mostro. E gli altri? Stai bene? Dove vai a dormire stanotte? Era così stanca. Perché non la lasciavano in pace? Tutti che parlano parlano. Solo domande le sanno fare. Ma non vedono le sue gioie? Sono così piccoli, ma hanno quel sorriso…a volte quando si addormentava nella nebbia ghiacciata di quella piccola piazza che tutti vedevano maggiore correva a piedi nudi con loro e Felicia e Marta e Piero. Tutti insieme, erano una famiglia felice. Lei voleva solo una famiglia felice. Ma il mostro era arrivato anche quella mattina, velocissimo, come un fulmine. E s’era preso Enrico. O forse è stato il latte, che non andava giù, ma no il freddo, fa freddo a gennaio a Bologna. Il mostro non c’è più oggi. Non c’è più nemmeno Enrico. Anche Elena e Piero non ci sono più. Come Felicia e Marta. Era rimasta sola Giovanna, mamma di 5 figli. E con lei tutti gli altri che l’avevano vista incontrata guardata parlata. È rimasto il mostro. C’è il sole oggi in piazza Maggiore. A Bologna, 2011.


  16. (DESTRA)

    Nel mare ci sono le onde. Non hanno vita propria, le animano i venti e i loro umori. Ogni chimico conosce la costituzione forte e il carattere frivolo della loro natura. Nessuno ha ancora capito i luoghi e le ragioni dove le molecole si alleano nel maroso o divorziano nel flutto. A chi ascoltasse attento il pulsare magmatico delle loro relazioni sarebbe difficile distinguere l’incontro dallo scontro. In mare aperto sembra vincere l’indeterminazione dello scopo, ma basta solo che l’occhio di chi le guarda intraveda una terraferma e subito scatta la sfida. La rincorsa a chi arriva prima.
    Possono conoscere la forza della bonaccia, l’ozio che imparenta onde e marinai. Se invece i venti non sbadigliano e fanno a loro dovere i capricciosi ecco che le onde ripartono di slancio, alzano la cresta equina, giochi di bighe l’una contro l’altra. La raffica improvvisa aumenta l’andatura, poi uno scarto, l’onda che segue supera per un attimo in altezza la rivale e misura d’istinto la distanza dalla meta. S’illude del sorpasso. Non sa che il vento è equanime nel suo concedersi all’aiuto e i giochi sono decisi in partenza, quando le onde hanno principiato la loro corsa. Il mare come allora è ancora indifferente alle proprie superfici. La profondità non conosce l’effimero dei suoi tumulti.
    Migliaia i chilometri percorsi per raggiungere chi precede, una condanna all’equidistanza perfetta.
    Ma d’improvviso qualcosa cambia. L’avversaria si gonfia, prende la rincorsa e rallenta tutt’a un tratto. Ecco l’occasione, mi raggomitolo, trattengo il fiato, esplodo nel balzo in avanti, mi avvolgo, mi inarco, mi allungo, l’afferro. La prendo. Forse la supero.
    E mi fermo. È un abbraccio quello che resta mentre arretro assieme a lei.

  17. Sinistra Gli altri

    Prima Felicia, poi Marta. Le ricordava eccome, quelle due faccine così diverse
    eppure uguali. Anche se il mostro gliele aveva portate via anni fa. Ma poco
    importa. Ora c’è Piero e soprattutto Elena ed Enrico, loro sì che sono uguali
    uguali: sono davvero due gemelli. Ma il mostro arrivava, di giorno, di notte,
    appena chiudeva gli occhi era lì. Lo vedeva con quelle mani enormi, magre e
    viscide come serpenti. Si avvicinava, spariva e poi tornava. L’abbracciava
    forte forte e le diceva di non avere paura, che con lui sarebbe stato tutto
    diverso.
    Non vedi che vita combini?Anche quest’Aldo, è un fallito, che lavoro fa?E
    quell’altro prima, Moustaf, ah, e Rocco che delinquente! E casa non ce l’hai vero? Fammi vedere la tua casa. Io casa ce l’ho, via delle Oche. Me lo ricordo.
    Solo che non ci posso vivere bene, perché ci vive anche Assad o come si chiama, con quei quattro soldi che mi da compro il latte per Enrico ed Elena. Vedi che bei bambini? Signora si sente bene? Ecco gli altri! Eccoli! Ma cosa vogliono tutti da lei? Perché la signora con quel cappottone vuole sapere se ha una casa? E quello lì con quegli occhialini sul naso cosa ha da dire?
    -Sto bene, grazie. Davvero. No non voglio aiuto, non vedete? Lo faccio per
    Elena Enrico, gli piace così tanto questo posto. Le luci i colori, tanta gente
    che passa. E poi fa caldo, si sta bene. Questa sera torno a casa. Sì in via
    delle Oche.
    Era stato bello l’ultimo dell’anno. Una grande tavola, quante persone diverse!
    E poi il cibo era proprio buono, sembrava quando era piccola e tutti aspettavano l’anno nuovo attorno al grande tavolo di legno della vecchia
    masserizia, su negli appennini. Ma poi anche quella sera. Di nuovo il mostro. E gli altri? Stai bene? Dove vai a dormire stanotte?
    Era così stanca. Perché non la lasciavano in pace? Tutti che parlano parlano.
    Solo domande le sanno fare. Ma non vedono le sue gioie? Sono così piccoli, ma hanno quel sorriso…a volte quando si addormentava nella nebbia ghiacciata di quella piccola piazza che tutti vedevano maggiore correva a piedi nudi con loro e Felicia e Marta e Piero. Tutti insieme, erano una famiglia felice. Lei voleva solo una famiglia felice. Ma il mostro era arrivato anche quella mattina, velocissimo, come un fulmine. E s’era preso Enrico. O forse è stato il latte, che non andava giù, ma no il freddo, fa freddo a gennaio a Bologna.
    Il mostro non c’è più oggi. Non c’è più nemmeno Enrico. Anche Elena e Piero non ci sono più. Come Felicia e Marta. Era rimasta sola Giovanna, mamma di 5 figli. E con lei tutti gli altri che l’avevano vista incontrata guardata parlata. È rimasto il mostro. C’è il sole oggi in piazza Maggiore. A Bologna, 2011.

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