Archivi del mese: dicembre 2010

Il Pd guadagna col Terzo Polo?

«Il Pd guadagna col Terzo Polo» è uno dei titoli di Repubblica oggi. L’affermazione si basa sui risultati di dicembre del sondaggio che Ipr-Marketing conduce ogni mese per la testata. Poiché non credo affatto che il Pd guadagnerebbe consensi e voti, se si alleasse col cosiddetto Terzo Polo (composto da Udc, Alleanza per l’Italia (Api), Futuro e Libertà (Fli) e Movimento per le autonomie), anzi, perderebbe voti, sono andata a guardare meglio.

Dai dati del sondaggio Ipr-Marketing risulta che il centrosinistra raggiungerebbe il 39% di voti, se Casini, Rutelli e Fini accettassero la proposta di alleanza che Bersani ha fatto loro (ma Fini, nota bene, ha già detto no), mentre arriverebbe a 39,5% se il Pd si alleasse a sinistra a non al centro, e cioè con l’Italia dei valori e con Sinistra e Libertà (trovi QUI la tabella coi dettagli). La coalizione che regge l’attuale governo, invece, pur in calo di consensi, si mantiene al 43%.

Certo, il titolo di Repubblica è motivato dal fatto che, nella prospettiva di un’alleanza al centro, il Pd prenderebbe il 26,5% di voti; nella prospettiva di un’alleanza a sinistra, si fermerebbe invece a 25,5%. Un punto in meno.

Strettamente parlando, dunque, è vero che il Pd ci guadagnerebbe. Ma il centrosinistra ci perderebbe.

Detto questo, è chiaro che le differenze sono talmente piccole che una cosa sola è certa: il quadro è molto instabile. Per tutto il centrosinistra. Meno per il centrodestra, come al solito.

E tuttavia, un’altra cosa secondo me è certa: Fini e i suoi non accetteranno mai di allearsi col Pd. Perderebbero troppi voti nel loro elettorato. Infatti hanno già detto di no.

Ma allora perché i dirigenti del Pd insistono a infilarsi in questo vicolo cieco? Per paura che Vendola se li mangi, se si spostano a sinistra. Una paura talmente forte – terrore! – da indurli a scegliere il suicidio.

Perché parlo di suicidio? Perché credo che la perdita di voti del Pd, se davvero si alleasse col Terzo Polo, non solo ci sarebbe, al contrario di quanto emerge dal sondaggio di Repubblica, ma sarebbe molto più forte di quanto lo stesso sondaggio ci fa immaginare oggi.

A tal proposito, ricordo una delle regole che George Lakoff suggeriva ai democratici americani dopo che, nel 2004, avevano perso contro Bush. Per non tornare a perdere:

«Non spostarsi a destra. Lo spostamento a destra è pericoloso per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori attivando il loro modello [cioe il loro frame] negli elettori indecisi» (G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, Fusi Orari, 2006, pp. 56-58).

Saviano, gli studenti e la violenza in piazza

Giovedì 16 dicembre Roberto Saviano ha pubblicato su Repubblica una «Lettera ai ragazzi del movimento». Il giorno dopo, sempre su Repubblica, ha risposto ad alcune mail di studenti, che ne rappresentano centinaia di altre, suppongo. Nel frattempo, qualcuno – in rete e sulla carta – non ha perso l’occasione di criticarlo.

Attaccare un personaggio famoso è un vecchio trucco per attirare su di sé l’attenzione dei media. Con Saviano molti ci provano da sempre, con esiti più o meno brillanti. Di solito il giochetto resta una schermaglia fra sostenitori e detrattori dello scrittore: poco male, il mondo va avanti indenne. In questo caso, però, la critica a Saviano non è innocua, perché soffia sul fuoco della violenza in piazza. Per questo ne parlo.

Mi scuso se questo post sarà più lungo del solito, ma la questone è seria: con la violenza non si scherza.

Nella lettera Saviano è stato nettissimo:

«I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. […] Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il “blocco nero” o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.

Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada.»

«Caro Saviano, la tua lettera è ipocrita», ha scritto Stefano Cappellini sul Riformista. Ipocrita perché dipingerebbe il movimento come fosse tutto buono, ma solo inquinato da pochi facinorosi. Inoltre, continua Cappellini,

«Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. […] Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo.»

Perciò Cappellini conclude:

«Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un “scene che non vorremmo mai vedere”, bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione.

Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.»

Analoga la posizione di Alessandro Dal Lago in «Scendere dal pulpito» sul Manifesto:

«Come si è visto dalle straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti, la rocciosa realtà del conflitto ha preso il sopravvento sulla realtà illusoria e distraente delle rappresentazioni mediali e delle “battaglie” parlamentari in cui la sola posta in gioco è quale destra governerà il paese.

Il conflitto, appunto. Deve essere il capo della polizia Manganelli, pensate un po’, a ricordare che la violenza è la manifestazione visibile di un disagio sociale terribile che accomuna studenti, precari e giovani esclusi da qualsiasi speranza. Tutto il polverone sugli infiltrati, i mitici black bloc, gli autonomi redivivi, gli anarchici in trasferta rivela l’incapacità di comprendere che la manifestazione di Roma non è che l’espressione di una turbolenza profonda che non bisognerebbe emulsionare con gli stereotipi più triti. […]

In questo senso la lettera che Saviano ha indirizzato su la Repubblica ai «ragazzi» del movimento è l’esempio perfetto dell’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo – che nella sfera separata dei media ci si vuol fare dei movimenti contemporanei.»

In sintesi, si accusa Saviano di avere una visione edulcorata e buonista di ciò che accade nelle piazze italiane; di non sapere di cosa sta parlando; di parlare da un pulpito paternalistico, senza aver potuto partecipare direttamente alle manifestazioni (per ovvie ragioni, che pure Cappellini dice di rispettare); di non vedere che il conflitto c’è davvero, perché i manifestanti sono arrabbiati e disperati davvero, e per questo molto più inclini ad alimentare la violenza, invece di isolarla.

Ora, a parte alcuni dettagli – che pure mostrano la pretestuosità delle critiche, perché dire ad esempio, come ha fatto Saviano, «il blocco nero o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos» non equivale certo a parlare di black bloc tecnicamente intesi, ma anzi implica prendere le distanze dall’etichetta mediatica – prescindendo da certi dettagli, dicevo, in realtà Saviano ha capito meglio dei suoi critici quanto la rabbia e l’inclinazione al conflitto violento siano diffuse fra coloro che vanno in piazza in questi giorni.

Proprio perché le ha capite bene, ha scritto la lettera in modo netto, semplice, mettendoci il meglio delle capacità divulgative che ha. Senza se e senza ma. Anche a prezzo di alcune semplificazioni, certo.

Perché se ci si rivolge a molti – e soprattutto se questi molti sono arrabbiati – non si possono fare sottili distinguo, ma si deve per forza semplificare, tagliare il mondo a fette grossolane.

Non si può affermare, come fa Cappellini, di non volere «giustificare la violenza», per poi limitarsi a registrarla – in nome della «maggiore comprensione dei fenomeni» – senza spendere una parola in più contro di essa.

Non si può accusare Saviano di «avere un’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo» dei fatti di questi giorni, come fa Dal Lago, e nel contempo parlare di «straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti», perché ciò implica una valorizzazione positiva del conflitto violento.

Insomma criticare Saviano, in questo caso, fa passare l’idea che la violenza in piazza sia inevitabile, se non desiderabile. E che dunque i giovani (e meno giovani) che provano rabbia quando sfilano in corteo possano abbandonarsi anche a qualche azione violenta, se capita, visto che così va il mondo.

Ma la violenza in piazza va condannata con tutta la decisione e la chiarezza che si può, non solo perché va condannata sempre – il che ad alcuni potrebbe sembrare semplicistico, ad altri buonistico – ma perché, proprio come dice Saviano, «se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta».

 

«La vita è troppo breve per il lavoro sbagliato»

È questo il payoff di Sopo.it, un portale – ringrazio Giulia per la segnalazione – promosso dal Ministro della Gioventù, dall’Assessorato alla Trasparenza e alla Cittadinanza Attiva della Regione Puglia e da Principi Attivi 2010, per ospitare recensioni e commenti sulle aziende italiane, e per stilare una loro classifica in base ai voti di chi ci lavora.

Così si presenta il portale (clic per ingrandire):

Autopresentazione di Sopo

A quanto pare si vorrebbe fare con le imprese italiane quello che Venere.com e Tripadvisor.it fanno con gli alberghi. Bella idea.

E tuttavia, il portale è ancora poco frequentato. Sarà perché è appena nato? Sarà perché è promosso dall’alto, e la rete diffida in generale delle iniziative top down e in particolare di quelle in cui c’entri un ministro italiano? Sarà perché si teme che l’anonimato e la privacy non siano garantiti?

Guarda per esempio la differenza fra la form di iscrizione a Tripadvisor.it e quella a Sopo.it (clic per ingrandire):

Form di registrazione per Tripadvisor

Form di registrazione per Sopo

Google e YouTube: classifiche di fine anno

Poiché sta ancora infuriando la discussione sul post di ieri, e poiché oggi la mia Adsl è in tilt per lavori di manutenzione alla rete (dicono), mi limito a postare (attaccata a una chiavetta Usb come una cozza allo scoglio) le classifiche di fine anno pubblicate da Google/YouTube per autocelebrarsi.

Le parole più cercate su Google nel 2010:


I video più visti su YouTube nel 2010:

Stagisti pagati, rimborsati o sfruttati?

Dopo il post di ieri, in cui ho pubblicato un’offerta di stage da parte di Spreaker, ho avuto uno scambio di mail con Giulia, una lettrice di questo blog (non una mia studentessa) che ha lasciato l’Italia. Ho già toccato diverse volte questo tema, ma tornarci non guasta. Anzi, non basta.

Tu che ne pensi? Leggi qua:

Cara Giovanna, sono una ricercatrice in fisica. Mi interessa la comunicazione – della scienza, in particolare – e seguo il tuo blog da Helsinki, dove lavoro. Ti scrivo a proposito del tuo ultimo post su Spreaker, che credo meriti qualche riflessione. Non conosco Spreaker e ti prego di interpretare quel che segue in senso più generale.

Un tirocinio da 8 ore al giorno pagato (o rimborsato, se preferiamo) 200 euro al mese, per uno studente iscritto a un corso di laurea e tanto più per un laureato, fa parte della categoria delle proposte inaccettabili. Addestramento e sfruttamento non sono sinonimi.

Questo non è un tirocinio: è volontariato, e chi il volontariato lo fa davvero sa che difficilmente ci si può permettere di farlo a tempo pieno.

Qui in Finlandia gli studenti dei corsi di laurea in fisica – bachelor o master – sono abituati a lavorare in un gruppo di ricerca 3 mesi all’anno a tempo pieno, e per il resto dell’anno qualche ora a settimana. Il loro stipendio nei mesi estivi è come quello di un ricercatore universitario italiano appena assunto: 1300 euro netti. Il loro potrebbe tranquillamente essere definito un tirocinio: non hanno alcuna esperienza di ricerca, ma sono inseriti in un gruppo in cui prendono contatto, per la prima volta, con questo lavoro. Al loro contributo, tuttavia, è dato il giusto valore, e questo cresce di pari passo con le loro responsabilità.

L’Italia non è la Finlandia, e si va ripetendo che non abbiamo scelta. Ma sia l’Italia che il mondo sono grandi, e la scelta spesso c’è. Non si può lavorare a tutte le condizioni, è svilente e controproducente. Il che vale per tutti – datore di lavoro compreso, vedi il tuo post Precari e microimprese: guerra fra poveri?, dove pure le cifre in ballo erano diverse. Se una piccola impresa non può sopravvivere senza ragazzi che lavorano gratis 8 ore al giorno, be’, dovrebbe chiudere.

Dietro alla mia durezza ci sono scelte dolorose, come quella di lasciare il mio paese. E di non sapere, ancora, se mai mi rivorrà. Ma dire di no alle proposte indecenti, questo i ragazzi italiani lo devono imparare: 200 euro o niente, al mese, non faranno la differenza. E occasioni di formazione ce ne saranno altre.

Dove sbaglio? Mentre scrivo mi sento troppo severa, ma non trovo altre vie d’uscita. Grazie e a presto, Giulia»

Così le ho risposto:

Cara Giulia, grazie per la tua mail. Hai toccato un punto nevralgico, su cui combatto tutti i giorni.

Ero incerta se pubblicare l’annuncio di Spreaker, sai, perché immaginavo che mi sarebbero arrivate mail come la tua. Non tante, pensavo, ma forse qualcuno dirà qualcosa sul rimborso basso.

Faccio parte della commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna e come tale firmo tirocini quasi tutti i giorni. Mi sgolo nel ripetere ai ragazzi che devono chiedere un rimborso spese, ma – ti garantisco – la maggior parte di loro (cioè quasi il 100%) non solo non chiedono ma danno per scontato che sia normale e giusto accettare tirocini gratuiti.

Sul blog pubblico solo annunci che prevedano un rimborso spese. E ogni volta che entro in contatto con qualche impresa, piccola o grande che sia, rompo le scatole dicendo loro che devono dare un rimborso spese. L’ideale sarebbe che la mia università non convenzionasse aziende che non danno rimborsi, ma la legge italiana non prevede l’obbligo del rimborso spese, e dunque per un’università è difficile mettersi in questa posizione.

Ebbene, lo so: 200 euro non sono decorose, però almeno ci sono. Inoltre so che Spreaker è una realtà in crescita, in cui la stagista imparerà davvero cose interessanti sui social media: su questa base, ho deciso di pubblicare.

E l’ho fatto, in cuor mio, anche per vedere se ci sarebbero state mail come la tua. Per vedere se ci sarebbe stata discussione.

Finora la tua mail è l’unica. Perché vedi, cara Giulia, io immagino benissimo cosa ha pensato la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze che hanno letto l’annuncio: «Che figata! Peccato che non so bene l’inglese…».

Per questo tacciono, sai. Non per altro. Cioè da Spreaker andrebbero anche gratis, mi spiego? Ma non sanno l’inglese, mi spiego? Poiché segui il blog, conosci di sicuro la battaglia che sto facendo assieme a Eleonora Voltolina, la giornalista che gestisce La Repubblica degli Stagisti.

È una battaglia che va proprio nella direzione che dici tu, ma qui in Italia è dura. Ti mando un po’ di link – nel caso ti fossero sfuggiti – giusto per ricordarti che la penso come te. Ma è il mercato che detta le regole. E io da sola, assieme a poche altre persone, facciamo ancora fatica a cambiarlo. 🙂 Ma non molliamo, fidati. Ciao! E grazie ancora, Giovanna.

Ecco i link:

La Repubblica degli Stagisti

Non tutti gli stage vengono per nuocere

Quando l’aspirante stagista alza la testa

Quando l’aspirante insegnante alza la testa

Precari e microimprese: guerra fra poveri?

Uno stage da Spreaker

Spreaker – piattaforma on-line per la creazione di web radio, di cui avevo già parlato QUI – cerca una laureata in Scienze della Comunicazione che voglia fare un tirocinio extracurricolare, o una laureata in Scienze della Comunicazione che sia iscritta attualmente a una magistrale e voglia fare un tirocinio curricolare in ambito Comunicazione Web.

Il tirocinio prevede queste attività:

  1. gestione dell’immagine dell’azienda tramite community on-line come Facebook, Twitter, LinkedIn e altri;
  2. gestione dei comunicati stampa on-line aziendali;
  3. supporto nella gestione di campagne di marketing online;
  4. supporto nella gestione di comunità interpersonali (blog, chat, forum).

Requisiti dell’aspirante stagista:

  1. ottima conoscenza della lingua inglese e possibilmente di una seconda lingua straniera;
  2. familiarità con gli strumenti informatici, con Internet e con i più noti social media.

Il tirocinio si svolgerà a partire dal 10 gennaio (data orientativa e modificabile a seconda delle necessità della stagista) per i tre mesi successivi nella sede aziendale di Spreaker c/o la facoltà di Agraria dell’Università di Bologna.

È previsto un rimborso spese di 200 euro mensili.

Per ulteriori informazioni o per inviare la propria candidatura completa di cv:

tonia.maffeo chiocciola spreaker.com

 

La tristezza di Bersani in piazza San Giovanni

Il discorso di Bersani in piazza San Giovanni a Roma, sabato 11 dicembre, mi ha fatto molta tristezza. Certo, ha parlato senza mezzi termini della crisi economica senza fingere che non ci sia – qualcuno potrebbe dire – e come faceva a essere allegro? Non è questo il punto: si può parlare di crisi in modo anche crudo e realistico, senza massacrare se stessi e l’uditorio, anzi: caricando gli animi.

Il problema è come Bersani ha rappresentato se stesso e il Pd. Invece di dare un’immagine positiva e costruttiva di sé, del Pd e di coloro che lo votano e vorrebbero continuare a farlo, ha rimandato l’immagine negativa che non solo i suoi avversari ma anche Vendola, da sinistra, stanno costruendo da mesi.

Invece di dire direttamente le cose, si è sempre fermato un passo prima o ci ha girato attorno, dicendo che doveva o voleva dire, che «scusate se dico» e «l’avevo detto io». Il tutto sempre confermato – e rinforzato – da un’espressione facciale cupa, triste. Leggi qua (trovi il discorso integrale QUI):

«Sarà finalmente ora di dire [perché non lo dice e basta?] che se siamo arrivati a questo, c’è molto del nostro lavoro [sembra si vergogni di dirlo]. È ora che ce lo riconosciamo noi stessi, se vogliamo che altri ce lo riconoscano [sembra una terapia per l’autostima] […]

«E noi che cosa abbiamo fatto, allora? Abbiamo messo tutti nel mucchio come ci suggeriva qualche tifoseria o qualche focoso amico? [ecco introdotta l’immagine negativa del Pd costruita dagli altri] No. Abbiamo lavorato nella nostra autonomia, nella nostra distinzione…

«E abbiamo messo noi, al tempo giusto, la mozione di sfiducia, al tempo giusto, non tutti i giorni come le solite tifoserie e i soliti focosi amici ci suggerivano. [di nuovo!]

«Fatemelo dire, adesso. [ma dillo e basta, no?] Ce l’abbiamo la patente per fare l’opposizione, perbacco! [implicito: scusa se lo dico. E anche: molti dicono che non ce l’abbiamo. E ancora: per fare opposizione, ho bisogno che qualcuno mi dia la patente]. Non abbiamo bisogno di maestri che ci tirino la giacca tutti i giorni [implicito: questi maestri ci sono, ci assillano e non sappiamo come liberarcene]. Credo che lo si sia visto [ci puoi giurare: l’hanno visto tutti]. […]

«Dunque, tirando finalmente le somme della lunga fase iniziata tanti anni fa, dobbiamo dire [ancora!] che solo il centrosinistra nel corso degli anni novanta ha affrontato con serietà e rigore e a viso aperto i problemi di fondo del Paese […]. Ma dobbiamo purtroppo dirlo [di nuovo!]: molto di tutto questo è stato svilito e grandemente compromesso dai Governi berlusconiani e leghisti [implicito: abbiamo perso alla grande].

«Io sto da mesi rivolgendo una domanda a quei commentatori e a quegli osservatori che da ogni lato hanno fatto le pulci a noi per non offendere il manovratore e ci hanno descritti come incapaci a presentare proposte alternative [implicito: molta gente dice che siamo incapaci e io da mesi cerco di fare una domanda senza riuscirci, dunque sono incapace non solo di fare, ma persino di proferir domanda].

«Noi allora dicemmo: “c’è il problema”. […] Chi aveva ragione? Si può avere una risposta? Quello fu l’inizio di tutto e fu un delitto, non un errore. E da lì in poi, una fase di decreti inutili, di voti di fiducia, di sordità verso la voce dell’opposizione, di propaganda pura. [implicito: l’avevo detto io, ma nessuno mi ha ascoltato né dato risposte, e le cose sono andate avanti senza di me. Dunque sono incapace.] […]

«Siamo arrivati a una stretta politica. E che cosa fa Berlusconi davanti alla stretta? Fa la vittima. E’ davvero incredibile. Ha avuto tutto in mano, ha fatto tutto quello che voleva. [implicito: noi non abbiamo saputo fare l’opposizione] Maggioranza galattica, legge elettorale ad personam, il più grande partito d’Italia inventato sul predellino di una macchina. Ha fatto tutto lui e adesso parla di ribaltone? Lui si è ribaltato, si è ribaltato lui, lasciandoci il problema che adesso non si ribalti anche l’Italia e che la sua crisi e il suo fallimento non trascinino il Paese nel pozzo [implicito 1: persino ora che Berlusconi è in grave difficoltà, non è per merito nostro, ma è lui che si è ribaltato da solo; implicito 2: senza Berlusconi, l’Italia finisce nel pozzo] […].

E poi è terribile la conclusione:

«Anch’io ho il mio sogno. Il sogno di un Partito, il Partito Democratico, che possa finalmente dire all’Italia, parafrasando una bella canzone e una grande trasmissione televisiva: Vieni via, vieni via di qui, vieni via con me. Vieni via da questi anni, da queste umiliazioni, da questa indignazione, da questa tristezza. C’è del nuovo davanti, c’è un futuro da afferrare assieme, l’Italia e noi.»

Terribile perché contraddittoria: critica il berlusconismo e la cultura televisiva che lo alimenta, ma dice di avere un sogno che coincide con una trasmissione televisiva.

Terribile perché se un leader politico cita esplicitamente la tv, ammette di esserle subalterno. La tv va usata (Berlusconi docet), non citata.

Terribile perché Bersani intendeva riferire la tristezza all’Italia berlusconiana contro cui si è scagliato e l’indignazione a se stesso, ma l’immagine di un Pd incapace e sconfitto che ha contrabbandato per tutto il discorso riferisce tutto, incluse umiliazioni e tristezza, a se stesso e al Pd.

Perciò il «Vieni via con me» finale diventa quasi un malaugurio, perché proietta sul «futuro da afferrare assieme», e cioè sul Pd e coloro che vorranno votarlo, le stesse umiliazioni, la stessa inutile, per quanto reiterata, indignazione. E il sogno si fa incubo.