Napolitano, i giovani e il coro

Che il discorso di fine anno del presidente della Repubblica sia fatto per mettere d’accordo tutti (sia bipartisan, come si dice) non è una novità: poiché deve rivolgersi a tutti gli italiani e le italiane, non può certo esprimere una parte.

Per questo, dal 1949 a oggi, i discorsi presidenziali di fine anno, pur differenziandosi per stile e contenuti – che dipendono un po’ dal presidente, un po’ dal contesto storico-politico – devono il più possibile dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Perciò di solito ottengono lodi e critiche equamente distribuite fra tutte le parti politiche, sociali, economiche.

Tuttavia, mentre l’anno scorso il bilancio delle lodi e delle critiche era in pareggio (vedi Il discorso presidenziale di fine anno: lodi e attacchi bipartisan), quest’anno Napolitano ha ottenuto solo consensi perché, pur affrontanto molti temi, ha usato la leva retorica che da noi va per la maggiore: i giovani.

Attenzione: non sto dicendo che Napolitano ha fatto il furbacchione per ottenere consensi. Credo che in questo momento il valore simbolico dell’attenzione ai giovani e ai problemi dell’università sia importante. Tanto, che pure il New York Times ha dedicato un articolo all’anomalia italiana: un paese che non solo invecchia («Fra un po’ non ci saranno più italiani né greci, spagnoli, portoghesi o russi – dice al NYT l’economista Laurence J. Kotlikoff – e immagino che i cinesi riempiranno il sud Europa»), ma costringe i pochi giovani che ha ad andarsene per trovare percorsi di lavoro decenti.

Il problema è il coro: tutti a ripetere che bisogna pensare ai giovani, da Berlusconi a Bersani, da Fini a Di Pietro. Tuttavia, come ho detto altre volte, in Italia bisogna sempre diffidare di chi blandisce i giovani: quando va bene, è vuota demagogia (lo dicono e non lo fanno), quando va male equivale a inserire nei partiti e nelle organizzazioni persone poco competenti e preparate, ma in compenso molto inquadrate, deboli e manipolabili dai dirigenti. Non a caso tutti i partiti fanno il coro del «largo ai giovani».

Ma la mancanza di prospettive, in Italia, non riguarda solo i giovani, ma tutte le generazioni. Ed è soprattutto un problema:

  1. del mercato di lavoro, più che del sistema educativo – pur avendo, questo, tutti i problemi che sappiamo;
  2. dell’incapacità, tutta italiana, di darsi regole per introdurre una vera e sana meritocrazia in tutti gli ambienti (aziende, università, scuole, pubblica amministrazione, politica, governo) e per tutte le generazioni.

Una persona va scelta per un certo ruolo (lavoro, carica, funzione) perché ha studiato per quel ruolo, perché è intelligente, creativa, preparata, perché in quel ruolo saprebbe fare questo e quello e lo farebbe con passione e onestà. Non perché ha 20, 30 o 40 anni. E nemmeno perché ne ha 70 o 80, naturalmente.

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Idee per una tesi (triennale o magistrale, a seconda del tipo e livello di approfondimento): analizzare dal punto di vista retorico-semiotico il discorso di Napolitano nel quadro dei messaggi presidenziali di fine anno dal 1949 a oggi (tesi magistrale), o dalla cosiddetta seconda repubblica a oggi (tesi triennale).

Trovi sul sito del Quirinale i testi di tutti i messaggi di fine anno degli ex presidenti italiani, fino all’attuale.

2 risposte a “Napolitano, i giovani e il coro

  1. Completamente d’accordo sull’analisi e sulle proposte in particolare rispetto al tema meritocrazia che sarebbe una vera chiave di volta per riformare davvero il sistema Italia, troppo legato alle dinamiche delle cosiddette raccomandazioni, delle amicizie, dei familismi vari, senza scordare le nomine politiche all’interno della pubblica amministrazione. La meritocrazia è un modo per essere democratici, perché considera le persone uguali in diritti, è molto nello spirito della dichiarazione dei diritti dell’illuminismo e non differenzia sulle condizioni di partenza (censo, condizione economica, “amicizie”, contatti politici). C’è anche chi la critica, spesso da sinistra, in nome di una uguaglianza totale che non differenzi nemmeno in base al merito, ma questa è una visione secondo me sbagliata. In democrazia si deve anche fare una selezione tra i più e i meno bravi, distribuendo equamente i vari talenti.

  2. Ti dirò di più, cara Giovanna. La meritocrazia è buona per due principali ragioni: di tipo ideale e di tipo pragmatico. Quelle di tipo ideale le ho sommariamente elencate nel post precedente.
    Ma ci sono anche ottime ragioni pragmatiche per preferire la meritocrazia: se tu fai lavorare un raccomandato, un amico, ecc, la qualità del lavoro molto spesso risulta essere inferiore a quella che si avrebbe con un soggetto bravo e capace. In tempi di crisi dei vari settori, mi riferisco soprattutto a quelli con un più alto tasso di creatività ma non solo, i datori di lavoro dovrebbero finalmente accorgersi che a loro non conviene prendere un raccomandato meno qualitativo rispetto a un non raccomandato più qualitativo. Ne va degli utili dell’azienda.

    Questo vale peraltro anche nella pubblica amministrazione e nella politica in generale per esempio rispetto alla comunicazione politica (e qui tu Giovanna ci insegni di nuovo) in periodo elettorale (e non solo). Un sindaco che per esempio debba ricandidarsi per un secondo mandato e voglia vincere di nuovo, se nella campagna elettorale a livello di comunicazione politica si affida a un raccomandato o un suo protetto, perde quasi di sicuro (questa cosa la sinistra non l’ha ancora capita).
    In generale la sinistra non ci sente sul tema meritocrazia che infatti è un cavallo di battaglia di Fini (una ragione in più per, almeno, simpatizzare per lui).

    Se la scuola stessa è mal selezionata nella sua classe insegnante è perché governi di sinistra non erano meritocratici su questo punto e hanno voluto fare lavorare tutti (oltre a tutta un’altra serie di ragioni più o meno strutturali, vere piaghe del mondo della scuola).

    Il discorso è lungo e potrebbe nascerne un articolo di approfondimento. In ogni caso, accanto alle ragioni ideali, un sano pragmatismo (o pragmaticismo per non scordare il grande Peirce) come gli americani ci insegnano, sarebbe molto salutare per il nostro paese malato. Forse addirittura, per mantenere la metafora medica, lo salverebbe dal baratro o da una morte certa.

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