Crisi, bellezza e nostalgia

Nei momenti di crisi – economica, sociale, politica – la nostalgia per i bei tempi andati ha una funzione rassicurante e consolatoria di assodata efficacia.

E i media ci marciano, proponendo immagini, parole e storie che vengono dal passato. In questo senso vanno visti programmi tv come Novecento e dintorni sui Rai3, condotta da Pippo Baudo – edizione 2010 di un analogo che fu trasmesso, non a caso, nei primi anni 2000 – e de I migliori anni, condotta da Carlo Conti su Rai1 e pure abbinata alla lotteria nazionale.

La nostalgia mediatica italiana di solito fa leva sulla bellezze femminile, come ha evidenziato Stephen Gundle nel bel libro del 2007 Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana.

Pensa a figure come Maria Grazia Cucinotta, Monica Bellucci, Sabrina Ferilli e, più di recente, Manuela Arcuri, che in modi diversi ricordano le bellezze degli anni cinquanta e sessanta: materne, silenziose, accoglienti. Su queste icone Gundle così commenta:

«La bella non è una diva distaccata ma “una di noi”, che possiamo incontrare per strada o con cui parlare al bar. È una giovane donna con inclinazioni domestiche, inserita in una rete di relazioni interpersonali centrate sulla famiglia. Persino la più famosa delle attrici coltiva questa immagine pubblica. In questo modo, la bellezza viene legata al luogo, alla comunità e all’identità, sembra un fenomeno completamente naturale.

Tuttavia, nell’Italia complessa e in continuo mutamento dell’inizio del Ventunesimo secolo questa è una finzione, non meno e anzi forse più che in passato. Implica che la comunità sia compatta, omogenea dal punto di vista etnico e a suo agio nella conformità alla tradizione» (Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana, trad. it. Laterza, Roma-Bari, p. 442).

Forse i tempi sono maturi perché la nostalgia sia affidata anche a icone maschili. Non ancora in Italia, ma in Francia per esempio: guarda l’ultimo spot del profumo maschile Eau Sauvage di Christian Dior, che riprende alcuni frammenti del film La piscina (1968) di Jacques Deray, con Alain Delon, Romy Schneider e Jane Birkin.

Differenza: in questo caso si è ripescata una bellezza maschile degli anni in cui nasceva il profumo (in commercio dal 1966), non si è preso un modello contemporaneo che ricordi il passato.

In proposito però Filippo – che mi ha mandato un commento sullo spot (grazie!) – dice: «Oggi non si direbbe più che in quello spot appare un bell’uomo, non si apprezzerebbe più quel fisico poco definito, e risulta quasi ridicola l’espressione del volto dell’attore, sorpreso dagli schizzi d’acqua, con cui si chiude lo spot».

Tu che ne pensi?

 

10 risposte a “Crisi, bellezza e nostalgia

  1. Io penso che Alain Delon aveva il suo perchè 😉
    Scherzi a parte io quasta pubblictà non la avevo capita prima ne la capisco adesso. Non mi fa affatto “nostalgia”, sarà perchè sono troppo giovane?
    Il target di quella pubblicità sono gli uomini no? Alain Delon è un modello per gli uomini? Ne siamo proprio sicuri?

  2. Io penso che si tratti di una buona operazione commerciale e un ottimo connubio tra comunicazione e mktg, che cattura l’attenzione proprio perché anacronistica. Attira lo spettatore l’aver riproposto un ideale maschile, ai tempi come oggi, molto carismatico e sensuale ma di una bellezza classica e intramontabile. Valori che anche un profumo ambisce ad avere. E forse, rispetto alle pubblicità provocatorie e dissacranti degli ultimi tempi, che poco o nulla hanno a che vedere coi beni di consumo che promuovono, una immagine di questo tipo evoca e invita all’acquisto di Eau Savage.

  3. sono choccata dal commento di Filippo! proprio ieri si diceva tra donne che in confronto ai soliti modelli plastificati e iperpalestrati Alain Delon molto più di loro, ancora oggi, risponde al gusto femminile…secondo noi “il suo perché ce l’ha ancora” (nell’immagine di allora, ovviamente) e non credo sia solo per nostalgia…anche pensando ad un target maschile, darei ragione a Valentina.

  4. Ritorno al tema “Nostalgia”. E’ vero: uno dei grandi filoni della nostra tv attuale.
    Io ci ho ragionato sopra, in merito a DA DA DA, qualche mese addietro, quando questo programma di “riciclaggio” faceva ascolti clamorosi.

    http://sonostorie.wordpress.com/2010/08/23/dadada-o-della-buona-tv/

  5. Vero Marco, c’è anche DA DA DA…

    unaltradonna: infatti, il commento di Filippo dice molto sullo scollamento fra il corpo normale di Delon nel 1968 e quelli fotoritoccati di oggi. E sull’adesione ai criteri omologanti di oggi come criteri di valutazione della bellezza maschile, oltre che femminile. Speriamo che Filippo – che non conosco – prima o poi intervenga. Forse è in vacanza. 🙂

  6. Anche questo post è azzeccatissimo. Scusate se di-vago ma semplicemente volevo ringraziare Giovanna e chi interviene. Questo blog profuma ogni giorno di neurone. E’ una cassetta degli attrezzi per chi studia ma anche per chi ha fatto della comunicazione il proprio lavoro. Abbiamo un fottuto bisogno dell’università e della ricerca. Soprattutto di quella non sponsorizzata che non ti dice necessariamente quello che vuoi sentirti dire. Keep on (re)searching.

  7. Quoto Bruno in toto. Trovo inoltre che le tre parole del titolo del post siano così legate da eccedere l’ambito d’analisi qui preso in considerazione.
    Come se in tempi di crisi la bellezza prendesse la piega della nostalgia.
    C’è da dire anche che la bellezza, se vera, è una gran cura per i tempi di crisi.

  8. Be’ Bruno e Antonio: grazie! E divento pure rossa… 😀

  9. eccomi qui

    @unaltradonna: non credo ci sia da discutere su quanto Alain Delon possa più o meno piacere. Si tratta davvero di preferenze personali – ed è forse inutile prendere posizione.
    Invece mi sembrava ci fosse da interrogarsi sulla scelta chiara quanto insolita di attingere a un modello di bellezza del passato (che può certo ancora far venire la bava alla bocca di molti esattamente come possono i Bronzi di Riace), soprattutto in relazione al resto degli spot che presentano modelli di bellezza maschile molto diversi da questo. Infatti ho dovuto cercare su internet per capire come mai quello spot stridesse così tanto con gli altri.. e poi scoprire che si trattasse di Alain Delon (per me più un nome che un volto – troppo giovane?).
    Che l’immagine del corpo degli uomini sia ormai cambiata lo si può leggere nei vari post di Giovanna. Quali alternative proporre – e se doverne proporre – è più difficile da capire e un compito delicato da affrontare.

    @valentina: la mia perplessità si riferisce esattamente all’anacronismo che, se è vero che “cattura l’attenzione” (e ci ha in effetti spinto a parlare dello spot), d’altra parte trovo avvilente perché coincide guardacaso con il periodo di crisi che stiamo attraversando (così ci dicono) e cercando di superare.
    Se fosse capitato in un altro frangete storico, probabilmente, avrei più facilmente pensato ad un omaggio ad Alain Delon, a un legame con la storia del profumo.. ad un altro tipo di messaggio che non fosse beatamente vintage!!
    Il “classico” (bellezza intramontabile) di cui parli non è fatto di copia-incolla, di mash-up; non può essere sensibile al gusto, al tempo, alle mode.. ma tende all’assoluto. Sinceramente non so dire se la proposta di un ideale classico di bellezza fosse nelle intenzioni di chi ha scritto lo spot (e deciso di ripescare dal passato). Forse ci vuole un’analisi più approfondita dei tagli scelti in relazione al prodotto da pubblicizzare – compreso il finale che, ribadisco, ferma proprio su quell’espressione buffa (come in uno still sbagliato delle vhs) del grand’attore.
    Il rischio che secondo me si corre è di ottenere, con operazioni simili a questa (magari formalmente molto diverse ma della stessa natura), una visione alterata e di solito edulcorata del passato; per la serie: “si stava meglio quando si stava peggio!”
    Questo atteggiamento non serve a costruire il futuro, ma a farlo sembrare più chiuso, scuro e spaventoso rispetto al caro passato (così come non si può dire lira italiana senza chiamarla affettuosamente “la vecchia lira”).

  10. visto così, senza conoscere il film “la piscina”, ci vedo un ammiccamento al mondo del porno gay…

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