Archivi del mese: febbraio 2011

La violenza in Libia vista dal salotto di Santoro

È un po’ che rifletto sulla spettacolarizzazione della violenza in tv e sulla sua particolare declinazione, che è la violenza in piazza.

Poiché il sangue e la morte sono un buon modo di fare audience – come dimostrato dai fatti di Avetrana, su cui la nostra televisione ha vissuto per mesi – ciò che sta accadendo in Libia, con centinaia e forse migliaia di morti al giorno, offre dovizia di spunti quotidiani.

Mentre le persone in carne e ossa vengono ferite, uccise, massacrate nelle strade e piazze libiche, la nostra televisione monta – in nome della notizia – le loro immagini, opportunamente ritagliandole, zoomandole, rallentandole in slow motion (così aumenta il senso di estraniazione), commentandole con musica (così aumenta l’impatto emotivo), inquadrandole come sigla di apertura o chiusura del talk show di turno, mentre i nomi di giornalisti, registi, conduttori scorrono in sovrimpressione.

È una strumentalizzazione che non mi piace, mi disgusta. Trovo che ci siano modi molto più sobri di mostrare e commentare le immagini tragiche.

Guarda per esempio la «Copertina» della puntata di Annozero del 24 febbraio scorso, dopo che Michele Santoro ha dato il via allo show («Annozero può cominciare!»), con tanto di gesto euforico.

Si noti, fra l’altro, la strumentalizzazione in chiave di politica interna dei giovani libici che manifestano davanti all’ambasciata libica a Roma, poi ospitati in studio, dove ripeteranno le invettive contro Berlusconi. Quanto è credibile la spontaneità delle loro parole?

 

Aggiornamento «Il corpo delle donne 2»

Aggiornamento del post di ieri: il video «Il corpo delle donne 2» è stato disponibile per qualche ora su YouTube, ma è stato subito rimosso «per una violazione della norma di YouTube sui contenuti di natura sessuale o nudità» (secondo la dicitura standard di YouTube). Curiosa motivazione, visto che il documentario è andato in onda su Canale 5: YouTube censura nudi che Canale 5 ritiene presentabilissimi?

Ora puoi vederlo solo sul sito di Striscia la notizia, seguendo questo link: Striscia la notizia: Il corpo delle donne 2.

Per completare il quadro, guarda anche la risposta alle polemiche in rete da parte di Antonio Ricci e dei suoi collaboratori, per bocca di Ezio Greggio e Michelle Hunziker, che è andata in onda ieri sera, durante Striscia la notizia. Gli autori di Striscia hanno ritenuto di dover «spiegare meglio» il significato del documentario: Striscia la notizia spiega «Il corpo delle donne 2».

Impliciti: le povere «veterofemministe», le giornaliste di Repubblica che non si sono mai ribellate, i «progressisti» non capiscono le nostre buone intenzioni e gliele spieghiamo meglio.

Io credo piuttosto che gli autori di Striscia stiano semplicemente dimostrando qualcosa che in parole povere si chiama «coda di paglia».

😀

Ma ci torneremo, con più dettagli.

 

L’argomento fallace de «Il corpo delle donne 2»

Avevo in programma di scrivere un’altra cosa, ma ieri sera, a Matrix su Canale 5, è partita la contro offensiva di Mediaset contro il Gruppo editoriale L’Espresso sullo sfruttamento del corpo femminile: un calco del documentario di Lorella Zanardo dal titolo «Il corpo delle donne 2». E già intorno alle 19, mentre andava un trailer, ho ricevuto il primo sms. Poi, in serata, molte mail e messaggi su fb. Tutti da giovani disorientati, nauseati, preoccupati.

La tesi di fondo del «Corpo delle donne 2» è che la stampa cosiddetta «progressista» sfrutti il corpo delle donne ospitando da sempre immagini con donne nude o seminude – e si vedono copertine dell’Espresso degli anni ottanta e poi annunci stampa contemporanei – a fianco di articoli di intellettuali come Corrado Augias e Natalia Aspesi – per dirne due nominati esplicitamente – che mai si sono ribellati. E poi dovizia di video tratti da Repubblica tv, di annunci stampa e articoli di gossip e costume, in cui le donne appaiono puntualmente discinte, succubi e, quando va bene, valorizzate solo per il corpo.

Immagini analoghe a quelle del documentario di Lorella Zanardo, insomma. Accompagnate da un audio che ricalca pedissequamente (al 98%, dice la scritta finale) quello di Lorella.

Ebbene, ciò che il video denuncia è vero. Lo dicevamo anche su questo blog due giorni fa (I quotidiani e le donnine in prima pagina), prendendo come esempio proprio Repubblica. Ma, a differenza del documentario di Lorella, l’obiettivo de «Il corpo delle donne 2» non è rendere le persone più consapevoli per stimolarle a ribellarsi, ma assolvere Mediaset – e in particolare i programmi di Antonio Ricci – dal fatto di farlo. Leggi cosa scrive oggi Loredana Lipperini: Tecniche di rovesciamento.

Annamaria Testa, su In cerca di lei, ha commentato: «È una tecnica retorica consolidata: ribaltare sull’avversario, cucinandole a dovere, le sue stesse accuse. Operazione abile, e da trattare con le pinze».

Vero anche questo, ma attenzione: ciò che il video Mediaset denuncia non riguarda solo il gruppo L’Espresso, ma, in dosi maggiori o minori a seconda della testata e del periodo, moltissimi quotidiani e periodici. Riguarda quasi (e torneremo sul «quasi») tutti i media, inclusa la rete.

È il mercato che ce lo chiede, dicono i responsabili marketing dei giornali, le aziende e le agenzie pubblicitarie, innescando il circolo vizioso fra la domanda e l’offerta: più corpo la gente chiede, più gliene diamo. Ma più se ne dà, più ne sarà chiesto, naturalmente.

Perciò la tecnica retorica usata da Matrix non è solo ribaltare l’accusa sull’avversario, ma è quella che potremmo chiamare «così fan tutti», o anche «chi non ha peccato scagli la prima pietra».

Che è un tipico argomento fallace, usato spesso anche in politica, perché di solito ci cascano tutti. È quello che Jay Heinrichs chiama il «ricorso alla popolarità», illustrandolo con questo esempio:

«Bambina: Perché non mi accompagni a scuola in macchina? Tutti gli altri genitori accompagnano in figli in macchina» (Jay Heinrichs, L’arte di avere sempre l’ultima parola, trad. it. Kowalski, Milano, p. 179).

E poi spiega:

«Cosa rende il paragone fallace? Intanto, non tutti i genitori sono chauffeur; di sicuro alcuni mandano i figli a scuola con l’autobus. Poi, i suoi genitori non sono quelli dei suoi compagni; quello che va bene per gli altri bambini potrebbe non andare bene per lei» (ibidem).

Dunque, come si risponde all’argomento fallace? Senza mai cedere alla falsa generalizzazione, neanche per un nanosecondo, ma portando controesempi: il quotidiano x, il periodico y, la trasmissione televisiva z, la pubblicità w non fanno così e funzionano: vendono e fanno vendere un sacco di copie, sono in crescita, fanno audience. Più controesempi si riescono a portare, più forte è la risposta. E se non si trovano in Italia, possono venire dall’estero.

Mi viene in mente un buon controesempio italiano: Internazionale. Niente donnine nude, niente gossip, eppure è un successo.

Vogliamo moltiplicare assieme i controesempi?

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Aggiornamento SABATO 26 FEBBRAIO: il video è stato disponibile per qualche ora su YouTube, ma è stato subito rimosso «per una violazione della norma di YouTube sui contenuti di natura sessuale o nudità» (secondo la dicitura standard di YouTube). Ora puoi vederlo solo sul sito di Striscia la notizia, seguendo questo link: Striscia la notizia: Il corpo delle donne 2.

Per completare il quadro, guarda anche la risposta alle polemiche in rete che è andata in onda ieri, venerdì 25, su Striscia la notizia. Gli autori di Striscia hanno ritenuto di dover «spiegare meglio» il significato del documentario: Striscia la notizia spiega «Il corpo delle donne 2».

Greenpeace batte Forum Nucleare Italiano 2 a 0

Tutti ricordano lo spot del Forum Nucleare Italiano – passato in tv poco prima di Natale – per le accesissime polemiche che ha suscitato in rete, per i numerosi controspot prodotti dagli antinuclearisti e perché è stato denunciato allo Iap e all’Antitrust come pubblicità ingannevole. Ne L’autoscacco del Forum Nucleare Italiano sostenevo che, per varie ragioni, non solo lo spot ma tutta la campagna, incluso il sito, erano talmente mal concepiti che non ci sarebbe stato neanche bisogno di agitarsi tanto: si autodanneggiavano da soli.

Il 18 febbraio lo Iap ha accolto le denunce, dichiarando la pubblicità non conforme all’art. 2 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, in quanto ingannevole (leggi la pronuncia QUI):

La notizia è per me rilevante non tanto perché seppellisce quella che consideravo una campagna nata già morta, ma perché mi dà il pretesto di mostrare come, al contrario, Greenpeace Italia abbia saputo sfruttare a suo vantaggio tutta l’operazione, inclusa la pronuncia dello Iap.

Intanto ne ha dato subito notizia su sito. Così (clic per ingrandire):

Greenpeace, Bloccato lo spot del Forum Nucleare Italiano

Inoltre Greenpeace ha mandato a tutti gli iscritti questa newsletter (grazie a Irene per avermela segnalata e inoltrata). I corsivi e i grassetti sono originali:

Ciao Irene,

che si trattasse di una partita a scacchi truccata, te lo abbiamo detto subito. Ora arriva anche la conferma dal Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria che ha bloccato la messa in onda dello spot promosso dal Forum Nucleare, perché “ingannevole”.

Da quando a dicembre le tv nazionali hanno cominciato a bombardarci, abbiamo denunciato le informazioni ingannevoli dello spot su tutti i nostri canali. In particolare:

> Le scorie si possono gestire in sicurezza. E da quando? In sessant’anni l’industria nucleare non ha ancora trovato una soluzione per la gestione di lungo termine dei rifiuti nucleari;

> Tra 50 anni non potremo contare solo sui combustibili fossili. È vero, ma anche l’uranio è limitato;

> Le fonti rinnovabili non bastano. Sicuro? Uno scenario energetico 100% rinnovabile è possibile, come dimostrano analisi dell’Ue e dell’industria.

Intanto il nostro contro spot è rimbalzato sulla rete grazie anche al tuo passa parola, raggiungendo le 200.000 visite. Un buon risultato ma non basta. Tra pochi mesi (la data non è stata ancora fissata) si terrà un referendum che può fermare per sempre i nuovi progetti di centrali nucleari. Solo con il tuo forte coinvolgimento, possiamo contrastare la propaganda dell’industria nucleare da milioni di euro.

Non farti contagiare, opponiti al nucleare. Condividi la nostra campagna sul tuo profilo Facebook, inoltrala per e-mail ai tuoi contatti.

Salvatore Barbera
Responsabile campagna Nucleare
Greenpeace Italia

Trovo questo modo di comunicare semplicemente perfetto: multimediale (dallo spot al sito, dalla newsletter ai social network), adeguato nel cambiare registro linguistico e tono di voce a seconda del mezzo, opportuno nella gestione dei tempi.

Guarda infine come Greenpeace ha usato bene l’inversione ironica nel controspot:


I quotidiani e le donnine in prima pagina

Da tempo sono in molti a lamentarsi della contraddizione delle maggiori testate giornalistiche nazionali: ospitano articoli che denunciano i problemi delle donne italiane, lo sfruttamento del corpo femminile, il velinismo eccetera, ma li incorniciano – quasi tutti i giorni – con immagini che espongono nudità o seminudità femminili.

Che si tratti di scelte redazionali o di annunci pubblicitari, per i lettori il risultato è lo stesso. Per il quotidiano no: della scelta redazionale potrebbe – forse – fare a meno. Senza pubblicità non può vivere, specie negli ultimi anni, in cui le vendite del cartaceo continuano a calare. Ma anche la scelta redazionale della donnina senza veli in prima pagina, meglio se adolescente (ricordi la spaccata di Yara Gambirasio?), è sempre motivata dalla speranza di vendere più copie.

Peggio ancora sul web, dove in bella evidenza sulla home page dei principali quotidiani italiani le nudità femminili stanno sempre ai primi posti delle gallerie fotografiche più cliccate. Anche sul web il criterio è sempre economico: più il sito è cliccato, più si alzano le quotazioni degli spazi pubblicitari.

D’altra parte, dicono i responsabili marketing dei giornali, che la gente clicchi molto i nudi femminili e compri più volentieri il giornale con le donnine in prima pagina è un dato: noi che possiamo farci? Volete forse che il giornale licenzi o pre-pensioni altri dipendenti, come già è ampiamente accaduto, anche se i media, per ovvie ragioni, non ne parlano? E come al solito, non se ne esce.

Capisco.

Però qualche regola, sia le testate giornalistiche sia le aziende che acquistano il loro spazi pubblicitari, potrebbero darsela. Specie in questo momento storico, in cui la sensibilità sui problemi delle donne italiane si è acuita molto. In Italia e all’estero.

Esempio di regola: se i fatti di cui si parla in prima pagina sono particolarmente tragici, con centinaia di morti al giorno come sta accadendo ora in Libia, non è opportuno, né vantaggioso per l’immagine del giornale e dell’azienda inserzionista, circondare gli articoli con annunci stampa pieni di tette e culi.

Guarda invece come si presentava il sito web di Repubblica lunedì 21 febbraio. E a proposito di sensibilità: per denunciare la schifezza, a me sola sono arrivate in un giorno ben 18 mail, da studenti maschi e femmine, da lettrici e lettori di tutta Italia. Perciò chiedo ai giornali e alle aziende: non sarebbe ora di smetterla? (clic per ingrandire)

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Aggiornamento del post.

Giorgia Vezzoli mi segnala che su Facebook è stata avviata questa iniziativa, che mi era sfuggita (perdono!): Chiediamo coerenza a chi difende la dignità della donne. E che ieri, sul suo blog, aveva trattato l’argomento: Chiediamo coerenza: videomessaggio a Repubblica e Se Non Ora Quando.

Chiedo scusa, davvero: le segnalazioni che ricevo su questi temi sono ormai moltissime. E anche le iniziative, in rete, si moltiplicano. A volte qualcosa mi sfugge. Ma il fatto che le iniziative si moltiplichino è una bella cosa! 🙂

Repubblica home page 21 febbraio 2011

Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza

Comincia oggi la mia collaborazione con Nazione Indiana, che era stata anticipata dalla pubblicazione di Scienze della Comunicazione: amenità contro dati. Ringrazio Orsola Puecher, che mesi fa mi ha offerto questa possibilità e che ormai, pur non essendoci io e lei mai incontrate, considero una vera e splendida amica (il bello della rete!).

Ecco il pezzo di oggi, in contemporanea qui e su Nazione Indiana:

DIECI COSE DA RICORDARE QUANDO SI SCENDE IN PIAZZA

Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.

Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.

(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no. E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.

(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.

(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si guadagna al massimo un frammento di telegiornale.

(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone. Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.

(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone, ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.

(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. Secondo gli ultimi dati di Internetworldstats.com, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.

(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i flash mob e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel guerrilla marketing.

Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.

(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento. Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.

(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni. Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.

Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il World Economic Forum, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice uno studio della Banca d’Italia del 2008, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.

(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.

Quanto ai numeri, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.

Gli studenti sulla Torre di Pisa il 25 novembre 2010

Gli studenti nel Colosseo il 25 novembre 2010

Manifestazione Se Non Ora Quando 13 febbraio 2011: verso Montecitorio

 

Quando lo stagista sopporta tutto perché l’azienda fa tendenza

A volte i giovani sopportano tirocini ai limiti della decenza – in cui non imparano nulla e fanno solo gli schiavetti – perché pensano che «faccia scena», o «tendenza», mettere in curriculum il nome altisonante dell’azienda o dell’ente pubblico presso cui hanno svolto il tirocinio.

Detto in altri termini: ci sono grosse realtà, private ma anche pubbliche, con nomi roboanti che si permettono di sfruttare a ripetizione i tirocinanti in cambio del fatto che «poi potranno scrivere e dire di aver lavorato presso XY». Con l’idea – illusione? – che ciò possa comunque avvantaggiarli nella ricerca di lavoro (o stage successivo).

Attenzione però: non sto dicendo che in questi casi lo/a stagista sia una povera vittima. Sto dicendo che condivide e contribuisce a perpetuare la stessa cultura dell’apparenza e dell’opportunismo in nome della quale l’azienda si permette di sfruttarlo/a.

Leggi per esempio cosa mi scrive Gloria:

«Gentile professoressa, mi rivolgo a lei in quanto membro della commissione tirocini, per segnalarle l’esperienza del mio ultimo colloquio per uno stage post lauream presso l’agenzia XY di organizzazione eventi.

Arrivata in sede, sono rimasta colpita dal clima: un continuo via vai di ragazzi, 27-28 anni al massimo, un ambiente di lavoro alternativo, colorato, insolito. Durante il colloquio mi sono stati puntualizzati vari aspetti: nessun rimborso spese, ma orario flessibile (inclusa la sera e il weekend, se serve) e opportunità di fare un’esperienza formativa importante dato che l’agenzia organizza il Festival WZ, famoso in tutta Italia. Hanno inoltre precisato che avevano bisogno di molto impegno e motivazione da parte mia, perché l’agenzia non si può permettere che qualcuno abbandoni strada facendo, e che non ci sarebbe stata in seguito nessuna possibilità di lavoro, ma avrei potuto mettere in cv l’importante esperienza collaborando all’organizzazione del Festval WZ.

Sono uscita perplessa: avevano avanzato pretese, ma non avevano specificato le mie mansioni anche a seguito della mia richiesta di precisazioni.

Tutto si è chiarito quando, il giorno seguente, ne ho parlato con un’amica che per fortuna mi ha raccontato l’esperienza diretta di un’altra ragazza, che aveva svolto uno stage organizzando lo stesso Festival l’anno scorso, e svolgendo per tre mesi SOLO mansioni di manovalanza pura.

Facendo proprio leva sull’ambiente giovane, fresco, ma soprattutto sull’importanza del nome del Festival WZ in curriculum, l’agenzia si permette di chiedere agli stagisti (ne prende molti alla volta) di tutto: le avevano fatto comprare ogni giorno il quotidiano senza restituirle i soldi, le avevano fatto credere di coinvolgerla in attività di presunto guerrilla marketing che invece si erano tradotte in semplice volantinaggio e nell’appiccicare stickers sui muri della città, le avevano fatto fare la spesa al supermercato e persino innaffiare le piante.

Ora, un conto è prestarsi a fare cose del genere all’interno di un progetto formativo più ampio, un altro è essere obbligati a fare ESCLUSIVAMENTE cose di bassa manovalanza. E gli stagisti non solo non denunciano mai niente al tutor universitario, ma si prestano da sempre a fare lavoretti presso l’agenzia XY, e spesso si incoraggiano reciprocamente a farlo, perché mettere in cv il fatto di aver partecipato al celebre Festival “fa curriculum”.

Con questa mail vorrei quindi farle presente il caso in modo che lei possa d’ora in poi dissuadere chi vorrebbe la sua firma per uno stage presso questa agenzia. Se desiderasse qualche altra informazione, posso metterla in contatto con la ragazza che mi ha riferito queste cose. La ringrazio molto, Gloria.»