Archivi del giorno: lunedì, 7 febbraio 2011

Lo spettacolo di Libertà e Giustizia al Palasharp

Sabato ho partecipato all’evento organizzato da Libertà e Giustizia al Palasharp di Milano, sperimentando in prima persona un’organizzazione capillare, accogliente ma ferrea, perfetta. Non a caso l’evento è stato un successo di partecipazione e risonanza mediatica: oltre 10.000 persone presenti (il Palasharp ne contiene più di 9.000 e molte centinaia hanno seguito la manifestazione sui megaschermi allestiti fuori), televisioni e giornali di tutto il mondo.

Ci sono andata anche se ero – e sono tuttora – molto scettica sul fatto che iniziative come questa ottengano, in concreto, le dimissioni di Berlusconi. Innanzi tutto perché non escono dall’ossessione per Berlusconi in cui da anni l’Italia si è inviluppata, ma contribuiscono ad alimentarla (il solito elefante di Lakoff). E poi perché è evidente che il premier non si dimetterà mai perché glielo chiede la piazza: per mandarlo a casa, bisogna che l’opposizione vinca le elezioni. E qui subentrano i problemi dell’opposizione.

Aggiungo che, nel caso dell’evento di Libertà e Giustizia, non c’è nulla di più sbagliato che accostarlo agli eventi di piazza, come i media hanno fatto usando parole come «manifestazione» e «ribellione». Specie in questi giorni, in cui le immagini delle piazze egiziane dominano le cronache.

La differenza con l’Egitto è infatti tale che usare le stesse parole è fuorviante in modo inaccettabile: in Egitto c’è la fame, ci sono milioni di persone che non hanno più nulla da perdere, che mettono a repentaglio la loro vita per opporsi a un dittatore che li opprime da decenni.

Al Palasharp, sabato, c’erano 10.000 borghesi ben vestiti, molti intellettuali con due o tre giornali sotto il braccio, molti vip della Milano bene e facce da salotto: un’élite, insomma. Soltanto in una cosa la platea del Palasharp rappresentava bene l’Italia: molti capelli bianchi e pochi giovani (figli? nipoti? amici dei figli?), per un’età media che direi di 50 anni, la stessa degli italiani.

E allora come chiamarlo? Uno spettacolo, ecco cosa è stato. Uno spettacolo interessante, vario, ben organizzato, adatto al suo pubblico. Come un concerto, una reunion di una celebre band che i fan attendevano da anni.

Ma insomma, perché ci sono andata? Perché è vero che in Italia l’evento va compreso in questi termini. Ma nei confronti dell’Europa, degli Stati Uniti e di molti altri paesi nel mondo, serviva a prendere le distanze dai comportamenti del premier, che in quei paesi sono inaccettabili. A mostrare che c’è un’Italia che non vi si riconosce. Come ha ben spiegato Umberto Eco (onore al mio maestro! 🙂 ):