Archivi del giorno: martedì, 8 febbraio 2011

Se non ora, quando?

Domenica 13 febbraio in molte città italiane (QUI la lista) donne e uomini (spero molti, moltissimi uomini) scenderanno in piazza per rispondere a questo appello: «Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? è il tempo di dimostrare amicizia verso le donne» (dall’Appello alla mobilitazione delle donne italiane).

Alcune considerazioni pro e contro.

CONTRO

Il problema principale della mobilitazione è che, per quanto ci si sforzi di presentarla come una reazione generale alla cultura sessista italiana, ruota inevitabilmente attorno al caso Ruby.

Il rischio è schiacciare la questione femminile sull’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali.

La stessa scelta dello slogan «Se non ora, quando?», tratto dal titolo di un romanzo di Primo Levi, tende a escludere, non includere. Il romanzo di Levi narra infatti le vicende di un soldato ebreo dell’armata rossa che si arruola fra i partigiani contro i nazisti: non tutti coglieranno il riferimento, certo, ma scegliere questo titolo vuol dire identificare implicitamente i manifestanti con i partigiani e il berlusconismo con il nazismo, il che – oltre a essere sciocco dal punto di vista storico – impedisce a tutte le donne e gli uomini di destra che conoscono Levi (i più colti, che al contrario sarebbe intelligente coinvolgere) di condividere questa polarizzazione.

Non mi piace nemmeno l’insistenza sulla presunta «diversità» dello sguardo femminile sul mondo, su cui insiste Angela Finocchiaro nel video che promuove la mobilitazione. Le donne non sono un calderone unico che differisce «per essenza» (natura? biologia?) dagli uomini. C’è più differenza fra me e Ruby che fra me e moltissimi uomini, per esempio.

Non mi piacciono le facce cupe delle donne che circondano Angela Finocchiaro: troppo vicine agli stereotipi della veterofemminista incazzata per non essere respingenti, possono attrarre solo chi già si identifica con un certo percorso e una certa ideologia, gli altri no. E non mi piace, infine, il fatto che parli solo la testimonial: la voce deve essere di tutti, non solo di una celebrità che sta davanti a tutti.

PRO

Le donne italiane – l’ho detto e lo ripeto – sono messe male: non lavorano, se lavorano guadagnano meno degli uomini, non accedono a posizioni di potere economico né politico. Ma si illudono di stare benissimo, o perlomeno come in molti altri paesi, come avevo rilevato in Le italiane sono messe male e non lo sanno.

Perciò tutto fa brodo: ben venga qualunque iniziativa possa contribuire ad attirare l’attenzione sulla questione di genere. Incluso il gossip sul Presidente del Consiglio: se aiuta a parlare di più dei problemi delle donne, va bene anche quello.

Se ne parla spesso nei termini sbagliati, ma un po’ alla volta, spero, si troveranno anche le parole giuste. E un po’ alla volta, spero, anche la politica e le forze economiche di questo paese cominceranno a fare qualcosa. Sono troppo ottimista? Forse. Ma dal silenzio – l’abbiamo sperimentato per decenni – non esce nulla.

Quanto alla comunicazione dell’evento, meglio lo spot con Isabella Ragonese: il testo sottolinea quanto possa essere semplice uscire da una gabbia, l’attrice è sorridente, l’apertura finale esprime serenità, voglia di allargare gli orizzonti (pensa invece a quanto è chiuso lo spazio intorno alla Finocchiaro). Anche l’idea di una soluzione che passi per «una canzone» si rivolge a tutti, colti e meno colti, giovani e anziani. Insomma lo spot è fresco, per nulla veterofemminista e dunque più accogliente, inclusivo.

Spot con Angela Finocchiaro

Spot con Isabella Ragonese