Archivi del giorno: giovedì, 10 febbraio 2011

Di cosa parliamo quando parliamo di dignità?

In questi mesi tutti fanno appello alla dignità di qualcuno.

Delle donne, nel caso della manifestazione del 13 febbraio. Degli italiani, nel caso dei comportamenti di molti politici. Degli operai Fiat, nel caso delle operazioni di Marchionne. Dei popoli, in riferimento alla rivolta egiziana e contrapponendo la difesa della dignità all’idea che si tratti di una «rivolta per il pane» (ma lottare per mangiare non è farlo per la propria dignità?).

Commentando il mio post Se non ora, quando? e riferendosi al testo dell’Appello alla mobilitazione delle donne italiane, Filippo ha scritto:

«Nell’intero documento si cita per tre volte la parola “dignità”, associata prima al suo ottenimento (“con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”), poi ai comportamenti lesivi di essa (“ostentati da una delle massime cariche dello Stato”), infine alla sua difesa.

Nessun cenno a cosa significhi questa parola, oggi: forse lo si dà per scontato, ma credo che invece dovremmo ragionarci su.

Cosa significa, per un essere umano, avere una dignità? E per una donna, in particolare?

La mia sensazione è che ci sia totale disaccordo, al momento, su questo punto. Ottenere i propri scopi con qualunque mezzo è, a mio parere, un comportamento a rischio: eppure conosco donne che ritengono molto più lesivo andare a protestare (considerandolo un atto di debolezza) che non usare a proprio favore le debolezze maschili (un atto di forza, invece).

Mi piacerebbe, sempre che questo non porti troppo fuori tema, fare una riflessione su questo punto.»

Accolgo volentieri lo spunto di Filippo e lo rilancio, partendo dal dizionario Devoto-Oli:

«1. Rispetto che l’uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé stesso e tradurre in comportamento e in un contegno adeguati: tutelare la propria d. – Decoro, rispettabilità: la d. accademica; la d. della cattedra; la d. della propria missione; la d. dell’edificio e di chi lo abita. – Aspetto di grave e composta nobilità: la d. di un volto, di un’architettura.

2. Alto ufficio, civile o ecclesiastico, grado gerarchico elevato: raggiungere le più alte d. nel governo. Al pl. (non com.): le persone che detengono tali uffici o gradi, le autorità.

Dal latino dignitas -atis, der. di dignus ‘degno’ / seconda metà del sec. XII.»

Ma in concreto, anche facendo qualche esempio, tu cosa pensi che significhi, oggi, la parola «dignità»?