Di cosa parliamo quando parliamo di dignità?

In questi mesi tutti fanno appello alla dignità di qualcuno.

Delle donne, nel caso della manifestazione del 13 febbraio. Degli italiani, nel caso dei comportamenti di molti politici. Degli operai Fiat, nel caso delle operazioni di Marchionne. Dei popoli, in riferimento alla rivolta egiziana e contrapponendo la difesa della dignità all’idea che si tratti di una «rivolta per il pane» (ma lottare per mangiare non è farlo per la propria dignità?).

Commentando il mio post Se non ora, quando? e riferendosi al testo dell’Appello alla mobilitazione delle donne italiane, Filippo ha scritto:

«Nell’intero documento si cita per tre volte la parola “dignità”, associata prima al suo ottenimento (“con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”), poi ai comportamenti lesivi di essa (“ostentati da una delle massime cariche dello Stato”), infine alla sua difesa.

Nessun cenno a cosa significhi questa parola, oggi: forse lo si dà per scontato, ma credo che invece dovremmo ragionarci su.

Cosa significa, per un essere umano, avere una dignità? E per una donna, in particolare?

La mia sensazione è che ci sia totale disaccordo, al momento, su questo punto. Ottenere i propri scopi con qualunque mezzo è, a mio parere, un comportamento a rischio: eppure conosco donne che ritengono molto più lesivo andare a protestare (considerandolo un atto di debolezza) che non usare a proprio favore le debolezze maschili (un atto di forza, invece).

Mi piacerebbe, sempre che questo non porti troppo fuori tema, fare una riflessione su questo punto.»

Accolgo volentieri lo spunto di Filippo e lo rilancio, partendo dal dizionario Devoto-Oli:

«1. Rispetto che l’uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé stesso e tradurre in comportamento e in un contegno adeguati: tutelare la propria d. – Decoro, rispettabilità: la d. accademica; la d. della cattedra; la d. della propria missione; la d. dell’edificio e di chi lo abita. – Aspetto di grave e composta nobilità: la d. di un volto, di un’architettura.

2. Alto ufficio, civile o ecclesiastico, grado gerarchico elevato: raggiungere le più alte d. nel governo. Al pl. (non com.): le persone che detengono tali uffici o gradi, le autorità.

Dal latino dignitas -atis, der. di dignus ‘degno’ / seconda metà del sec. XII.»

Ma in concreto, anche facendo qualche esempio, tu cosa pensi che significhi, oggi, la parola «dignità»?

32 risposte a “Di cosa parliamo quando parliamo di dignità?

  1. Dignità, secondo me, significa liberarsi dallo stato di bisogno. O almeno tendere a questa liberazione. Non a caso ho utilizzato la parola “liberarsi” o “liberazione”. Dignità fa rima con libertà. 🙂

  2. Ricetta per la dignità (per 2 persone min.)

    Ingredienti:
    – 2 kg di credenza in un valore morale (va bene l’onestà, ma se non l’avete in casa si può sostituire con l’integrità o la solidarietà)
    – 800 gr. di etica (anche stagionata)
    – 50 gr. di responsabilità verso gli altri
    – 1/2 litro di coerenza
    – libertà di pensiero q.b
    – un pizzico di coraggio

    Procedimento:
    Preparare l’impasto di valore morale ed etica, aggiungere gradatamente responsabilità verso gli altri per evitare che l’amalgama diventi troppo duro e granuloso. Lasciare l’impasto in forno per 16-18 anni a seconda della temperatura (che non deve essere troppo alta per non seccare troppo l’etica). Nel frattempo lavare la libertà di pensiero e tagliarla a fettine.
    Sfornato l’impasto, ricoprire con le fettine e spargere sul preparato un pizzico di coraggio.
    Ornare il piatto con stile e sguardo alto. Servire sempre a temperatura ambiente.

    Difficoltà di preparazione : 5 (max)

  3. PS (non esagerare con la coerenza o la dignità impazzisce!!)

  4. La parola dignità ha valore solo per chi ne tiene conto. Scusami per la sciocchezza, ma tenterò di spiegarmi. Innanzitutto se parliamo di dignità, intendo la dignità personale (nulla toglie, per me, che si possa parlare della dignità di un gruppo, nutrito o meno, di individui, ma mi limiterei a questo). Se tra le cose che contano per un individuo, tra i “valori”, li si chiami come si vuole, tra ciò che si tiene strettamente ogni giorno con sé, in maniera silente o meno, vi sono degli standard di pensieri ed atteggiamenti, vi è una dignità. Che questi standard siano più o meno liquidi (non eterei ovviamente, tanto per tenerci su questa metafora degli stati della materia) non importa, l’importante è che ci sia una volontà, che si tramuta in azione, di voler essere (e quindi di apparire) in un certo modo, senza andare oltre qualcosa di inaccettabile per sé, e tendendo sempre ad un certo livello. Sono d’accordo con Filippo, se l’ho ben inteso, insomma, poiché voler ottenere i propri scopi ad ogni costo per me significherebbe identificare (annullare) dignità ed interessi-scopi. Vengo all’articolo (scusami se son prolisso). Per quanto riguarda i gruppi sottostanti ad un potere gestionale al di sopra di essi, la loro dignità non è in man loro. Possono decidere cosa significhi per loro dignità, ma non decidere di essa: questo vale per i lavoratori o per i popoli sotto un governo dispotico (o giù di lì). Per quanto riguarda le donne, la cosa è diversa. Non sono una donna, e quindi non posso parlarne come vorrei, ma limitatamente alla situazione italiana posso dire solo due parole, mettendomi al posto di una donna per quanto possibile: dalle vicende degli ultimi giorni potrei sentirmi “indignata” come donna, ma non sentirei lesa la mia dignità. Sentirei che a rischio è l’immagine della dignità, dell’integrità della donna, che il senso comune (un certo senso comune) può ricevere. Ma questa dignità è messa a rischio soprattutto da donne che non sanno, probabilmente, cosa sia veramente la dignità, se non quella di Novella 2000.

  5. Per farla proprio breve breve: corrispondenza tra l’essere e l’apparire

  6. È ciò che la fame mastica, è la postura eretta di un foglio di carta.

  7. Il concetto è così volubile perchè terribilmente determinato dallo sguardo di se su se, dal proprio modo di abitare la vita e il corpo che infatti io non sono stata così d’accordo sull’uso del termine in questa campagna. L’ho trovato retorico. La dignità è un concetto che riguarda il mio modo di leggere il mio romanzo, troppo letterario perchè certi cialtroni lo avvicinino. Preferisco cose più concrete, o almeno un tantino più acciuffabili – che so, il rispetto.

  8. Per me la dignità è poter prendere gli scheletri nel proprio armadio e portaseli a bere una birra al bar facendoci quattro risate e presentandoli agli amici

  9. Abbasserei le pretese.

    A me, uomo o donna che sia, basta non essere io oggetto di disprezzo, né grossolano né sottile.
    L’assenza di disprezzo è il grado minimo del rispetto. (Dignità è troppo, se richiede un apprezzamento positivo, come a me sembra.)

    Neanche da me stesso pretendo niente di più, nei confronti di me stesso.

    Il di più è bello che ci sia, ma non è dovuto, è un regalo.

    Ma capisco che appelli e manifestazioni richiedano un po’ di magniloquenza. 🙂

  10. @giapponesi
    Applausi!

    @zauberei
    Lo zanichelli associa la dignità al rispetto. Non ci siamo spostati di molto. 🙂

    @giovanna
    Semplifico un poco, ma finché uno può dire “No, grazie.” ha questa cosa misteriosa che si chiama dignità. Vedi i film di Fantozzi per la pratica.

  11. Così su due piedi, forse vado in off topic ma ci provo lo stesso:

    Penso che la dignità sia un derivato dell’orgoglio.
    Ma orgoglio non va inteso con il significato comune, non va confuso con superbia.

    Ecco secondo me, l’orgoglio non è altro che l’essigere il riconoscimento che mi spetta. E non c’è niente di male in ciò. Mentre la superbia è legata all’aparire, all’egoismo. L’orgoglio è legato alla essere.

    Quando parliamo di dignità spesso si fa riferimento ad una sorta di protezione della propria immagine. Quando invece la dignità, da come la vedo io, non è altro che la difesa dei propri meriti, riguarda ciò di cui io sono degno e non come viene vista la mia immagine dagli altri.

    Sotto questo aspetto mi trovo pienamente d’accordo con ciò che afferma Salvatore Natoli: è opportuno distinguere tra orgoglio è superbia

    Grazie 🙂

  12. la dignità è il “premio” per la donna/uomo probo, colui che può guardare negli occhi il suo prossimo con la coscienza e la consapevolezza di non essere in difetto verso quest’ultimo

  13. Non ho smesso di riflettere su questo tema da quando ho contemplato il retro della copertina di un numero della rivista Sciences Humaines in cui c’erano scritte, in grassetto blu, queste parole (secondo l’ordine che segue):

    Egalié
    Diversité
    Reussit de tous
    Dignité

    Mi ero chiesto dove fossero finite “libertà” e “giustizia”, allora, circa due anni fa. Non riesco a pensare esempi concreti – perché ho poco tempo per commentare, ma anche perché non ho le idee chiare probabilmetne – e non è bene. E’ sempre un piacere fare un salto qui: solo che raramente riesco a scrivere un commento con calma. MI dispiace, non so come scusarmi 😦
    Un caro saluto all’autrice del blog e a tutti i commentatori.
    Gazie, ciao

  14. Dignità significa poter finire un enunciato senza che venga rubato il turno di parola. Chi interrompe manifesta disprezzo per l’altro. Lede la dignità dell’altro, e anche la sua.

    Vedi, ultimo esempio visto nel web, le reciproche interruzioni di Giovanna Melandri e Nunzia De Girolamo: http://video.corriere.it/premier-donne-giustizia-duello-melandri-di-girolamo/b1d30aa8-3466-11e0-89a3-00144f486ba6.

    Nei pochi minuti in cui l’ho visto, Floris a Ballarò mi è sembrato un campione al riguardo. Insopportabile.
    Ma tutti quei dibattiti lì, per il poco che li ho visti, sono un esempio continuo di mancanza di rispetto reciproco: conduttori, destra, sinistra e centro.
    Tranne poche eccezioni, dignità zero. 😦

  15. Vedere, per contrasto, i dibattiti alla Camera dei comuni in UK. Specialmente i duelli tra Primo Ministro e Capo dell’opposizione. Senza risparmio di colpi, ma civilissimi. Formidabili, e anche divertenti: http://www.youtube.com/watch?v=5xUy2inkGHQ

  16. Pensandoci credo che la metafora più utile per circoscrivere un concetto è la mutilazione di una statua.
    Una statua a cui manca un piede , una mano, è un conto.
    Una statua a cui manca un organo sessuale o la testa è un altro.
    La statua cui manca un piede è la soggettività offesa e rispettata come tale, La statua a cui manca la testa è la soggettività deprivata e lesa nella sua dignità.
    Ogni volta che si calpestano e ignorano i centri vitali della nostra soggettività si colpisce la dignità. Il problema dei dipendenti fiat come il problema delle donne in certe prospettive e che la loro integrità soggettiva, il loro esserci mentale è calpestato e non preso in considerazione. E’ costretto a staccarsi dal corpo. Ecco cos’ha in comune un operaio costretto a ingoiare la negazione dei suoi diritti con una donna di cui si ritrae solo il culo.

  17. d’accordo zauberei: la mancanza di rispetto, o offesa della dignità, ha una gradazione. Ha anche una frequenza. Inoltre, l’offesa può venire riparata.
    Tutti, o almeno io, ogni tanto manchiamo leggermente di rispetto a qualcuno, e quando mce ne accorgiamo facciamo qualcosa per riparare, dal chiedere scusa al ‘compensare’ con qualche successiva gentilezza.

    Come diceva Catalano, è meglio essere offesi solo lievemente, di rado, e con le debite scuse, che essere offesi gravemente, di continuo, e senza mai ricevere scuse. 🙂

  18. Consiglio a tutti l’utilissimo codice cavalleresco Gelli (1901): lì ci si può offendere quanto si vuole.

    L’essere degno è altra cosa: se ci mettiamo la maiuscola è Dignitoso colui che è riconosciuto essere umano. essere o non essere, senza gradazioni.

  19. Per me è non perdere la propria intima umanità.

  20. Qualcuno ricorda bene la frase di beccaria? Mi pare dicesse che un uomo perde la dignità quando viene trattato come una cosa. Analoga alla tesi di kant di trattare l’uomo come fine e non come mezzo.

  21. Il ramo semantico che mi sembra più utile valorizzare l’ho ritrovato nell’aggettivo “degno”, di cui “dignità” è il derivato. Degno, dal Treccani online, significa: “meritevole”, “conveniente” (nel senso di: “che si addice”). Ecco una connessione con un tema recentemente dibattuto, quello del merito. Trattandosi di questioni morali è difficile giudicare la dignità, visto che è qualcosa che l’uomo deve anche sentire nei confronti di “sé stesso”.
    Ecco, cominciare a valutare il merito, il cui versante collettivo è spesso molto più isolabile nelle discussioni potrebbe risultare più dirimente.

    Comunque, tema molto interessante e importante da decifrare.

  22. A tutti: grazie di cuore per gli splendidi contributi… sono estasiata.

    🙂

  23. Ma Giovanna..E la tua risposta? 🙂

  24. @Giulia (Giapponesi)
    Chi domanda non risponde. E chi risponde non domanda. 🙂

  25. Ho proprio paura che “Dignity is a useless concept” come hanno da tempo scoperto i bioeticisti.

    Bastano e avanzano i concetti di “diritto” e “autonomia”.

    Solo che l’ “autonomia” è fastidiosa e consente ai soggetti che abbiamo tanto voglia di tutelare di smarcarsi dalla nostra ansia di protezione.

    Non sarà un caso se la parolina compaia regolarmente nelle encicliche e nei manifestini propagandistici.

  26. Dignità non è un concetto inutile, ma ha un’utilità limitata. Non è necessario per descrivere i fondamenti del vivere civile. Basta meno.

    Può servire, in effetti, “nelle encicliche e nei manifestini propagandistici” (Broncobilly).
    Oppure, più utilmente, per descrivere certi comportamenti eccellenti in situazioni difficili. Se mi fucilassero, vorrei ricevere le pallottole con dignità. 😦 🙂

  27. @Ben
    Però anch’io che ti fucilo vorrei farlo con dignità. Per non parlare della dignità delle pallottole, perché un conto è se chi ti usa è Bresci, un altro se è Bava Beccaris; se è Piazzale Loreto o Piazza Fontana.
    La dignità non si esaurisce in una definizione ma in un romanzo. Ne puoi parlare solo in forma poetica, comunque metaforica, e se finisce nel dizionario è un cane che si morde la coda. Come misurare un termine se il suo è il valore che non conosce un prezzo?

  28. Ripensandoci, però, un po’ di deferenza – riconoscimento della dignità altrui – al vivere civile fa un gran bene. Anche un po’ finta. 😉 Un optional prezioso.
    Come il vino a tavola.

    Nel modello base, mi può bastare il rispetto minimo, l’assenza di disprezzo, l’assenza di squalifica. L’assenza di esibizione di disinteresse nei miei confronti, che è garantita da una sfumatura di interessamento. Proprio minima.
    Che non mi scavalchino nella fila, non mi rubino la parola, non mi guardino come un inferiore o una preda.

    Il resto è vita.

  29. @Ugo
    d’accordo, qualsiasi definizione della dignità è poco dignitosa. 😉

  30. “Adesso sei uno di noi, compare! La dignità non è proprio prevista!”
    (Syd a Diego, da “L’era glaciale“)

  31. Non sono d’accordo quando la parola dignità viene appropriata in casi come la perdita di un figlio o di una persona cara..e rimanere freddi..quella secondo me non è dignità. .eppure molti giornalisti..la usano..quando documentano alcune tragedie. .
    Se mi sbaglio datemi delucidazioni in merito..grazie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.