Archivi del giorno: lunedì, 21 febbraio 2011

Quando lo stagista sopporta tutto perché l’azienda fa tendenza

A volte i giovani sopportano tirocini ai limiti della decenza – in cui non imparano nulla e fanno solo gli schiavetti – perché pensano che «faccia scena», o «tendenza», mettere in curriculum il nome altisonante dell’azienda o dell’ente pubblico presso cui hanno svolto il tirocinio.

Detto in altri termini: ci sono grosse realtà, private ma anche pubbliche, con nomi roboanti che si permettono di sfruttare a ripetizione i tirocinanti in cambio del fatto che «poi potranno scrivere e dire di aver lavorato presso XY». Con l’idea – illusione? – che ciò possa comunque avvantaggiarli nella ricerca di lavoro (o stage successivo).

Attenzione però: non sto dicendo che in questi casi lo/a stagista sia una povera vittima. Sto dicendo che condivide e contribuisce a perpetuare la stessa cultura dell’apparenza e dell’opportunismo in nome della quale l’azienda si permette di sfruttarlo/a.

Leggi per esempio cosa mi scrive Gloria:

«Gentile professoressa, mi rivolgo a lei in quanto membro della commissione tirocini, per segnalarle l’esperienza del mio ultimo colloquio per uno stage post lauream presso l’agenzia XY di organizzazione eventi.

Arrivata in sede, sono rimasta colpita dal clima: un continuo via vai di ragazzi, 27-28 anni al massimo, un ambiente di lavoro alternativo, colorato, insolito. Durante il colloquio mi sono stati puntualizzati vari aspetti: nessun rimborso spese, ma orario flessibile (inclusa la sera e il weekend, se serve) e opportunità di fare un’esperienza formativa importante dato che l’agenzia organizza il Festival WZ, famoso in tutta Italia. Hanno inoltre precisato che avevano bisogno di molto impegno e motivazione da parte mia, perché l’agenzia non si può permettere che qualcuno abbandoni strada facendo, e che non ci sarebbe stata in seguito nessuna possibilità di lavoro, ma avrei potuto mettere in cv l’importante esperienza collaborando all’organizzazione del Festval WZ.

Sono uscita perplessa: avevano avanzato pretese, ma non avevano specificato le mie mansioni anche a seguito della mia richiesta di precisazioni.

Tutto si è chiarito quando, il giorno seguente, ne ho parlato con un’amica che per fortuna mi ha raccontato l’esperienza diretta di un’altra ragazza, che aveva svolto uno stage organizzando lo stesso Festival l’anno scorso, e svolgendo per tre mesi SOLO mansioni di manovalanza pura.

Facendo proprio leva sull’ambiente giovane, fresco, ma soprattutto sull’importanza del nome del Festival WZ in curriculum, l’agenzia si permette di chiedere agli stagisti (ne prende molti alla volta) di tutto: le avevano fatto comprare ogni giorno il quotidiano senza restituirle i soldi, le avevano fatto credere di coinvolgerla in attività di presunto guerrilla marketing che invece si erano tradotte in semplice volantinaggio e nell’appiccicare stickers sui muri della città, le avevano fatto fare la spesa al supermercato e persino innaffiare le piante.

Ora, un conto è prestarsi a fare cose del genere all’interno di un progetto formativo più ampio, un altro è essere obbligati a fare ESCLUSIVAMENTE cose di bassa manovalanza. E gli stagisti non solo non denunciano mai niente al tutor universitario, ma si prestano da sempre a fare lavoretti presso l’agenzia XY, e spesso si incoraggiano reciprocamente a farlo, perché mettere in cv il fatto di aver partecipato al celebre Festival “fa curriculum”.

Con questa mail vorrei quindi farle presente il caso in modo che lei possa d’ora in poi dissuadere chi vorrebbe la sua firma per uno stage presso questa agenzia. Se desiderasse qualche altra informazione, posso metterla in contatto con la ragazza che mi ha riferito queste cose. La ringrazio molto, Gloria.»