Archivi del mese: febbraio 2011

Luca e Paolo «virano a sinistra»?

Fenomenologia della mia visione di Luca e Paolo a Sanremo.

Prima serata. Vedo il duetto «Ti sputtanerò» la mattina dopo, su Facebook. Rido di gusto, nonostante il meteo grigio e piovoso, nonostante la cronaca non incoraggiante, e lo posto sulla mia bacheca con questo commento: «Se su Rai 1 è andato questo, l’Italia ha ancora qualche speranza… Per il buon umore del mattino!».

Prontamente Nico, mio studente di anni fa, mi fa notare: «Prof., specificando che si tratta di satira e che quindi deve essere sempre libera, a me non è piaciuta una cosa: viene fuori che sia stato Fini a “sputtanare” Berlusconi sul caso di Ruby, delle escort e altro. Non lo dico per difendere Fini (sa bene che sono molto distante da Fini), ma semplicemente perché nell’immaginario collettivo si riduce tutto a uno scontro fra due uomini politici che non si danno tregua. Ma nei fatti, il caso delle escort non ha questa grammatica.»

Mi risveglio dal torpore, capisco l’errore marchiano in cui sono caduta e rispondo (nel tipico linguaggio colorito di Facebook che qui preferisco evitare) che certo, Nico ha ragione: tutta presa dall’obiettiva bravura e capacità comica di Luca e Paolo, tutta presa dal ridere, non ci avevo ragionato, ma l’implicito è: Berlusconi è come Fini e mille altri. Tutta fuffa per tutti.

Al che Anna Rita aggiunge che «il messaggio che si vuole passare è che Fini = Berlusconi ma solo Berlusconi, poverino, va in tribunale». E il quadro è completo: con buona pace del Giornale, che il 16 febbraio ha titolato Sanremo vira a sinistra, la gag di Luca e Paolo «non vira affatto a sinistra», ma è perfettamente funzionale al frame politico-culturale dominante (di cui Sanremo è sempre stato espressione), poiché rassicura i 14 milioni di spettatori della prima puntata che «non è niente, tutto si risolve in una sfida personale fra due galli molto arrabbiati fra loro, ma soprattutto: tutto è uguale a tutto».

Non dico che loro abbiano studiato la gag perché fosse funzionale, ma sicuramente il contenitore televisivo che l’ha accolta questi conti li ha fatti.

Seconda serata. Vedo la gag di Luca e Paolo in tv, nel flusso di Sanremo. Luca e Paolo girano intorno a Berlusconi mai nominandolo (in questo sembrano parodiare ciò che fece Veltroni in campagna elettorale nel 2008) e mettono insieme Saviano, Montezemolo, Fini, Santoro, per finire sullo stesso Morandi. Il quadro è ancor più neutralizzante della prima puntata. E anche meno divertente.

Terza serata. Luca e Paolo, serissimi, recitano un testo contro l’indifferenza e l’apatia, che solo alla fine l’inquadratura svela essere di Antonio Gramsci. Come se loro, ieri sera, avessero voluto prendere le distanze dalla scatola omologante e neutralizzante. Ma il messaggio indiretto è troppo difficile. E quello diretto non fa ridere ma, al contrario, è un richiamo all’impegno e all’assunzione di responsabilità, il che lo indebolisce ulteriormente rispetto alle puntate precedenti.

Dunque i dirigenti di Rai 1 e il Giornale possono dormire sonni tranquilli: la rivoluzione non si fa a Sanremo.

Scienze della Comunicazione: sfatiamo i pregiudizi

A corredo del post Scienze della Comunicazione: amenità contro dati – in cui replicavo all’infelice uscita del ministro Gelmini sulle «amenità» dei corsi di laurea nel settore della comunicazione – i ragazzi di Flashgiovani e Codec tv del Comune di Bologna hanno intervistato me, come presidente della magistrale in Semiotica, Costantino Marmo, presidente del corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione di Bologna, e Gloria Neri, laureanda in Scienze della Comunicazione.

Ecco la clip:

Per i dati a cui facciamo riferimento, rileggi Scienze della Comunicazione: amenità contro dati.

 

Come contattare il comitato «Se Non Ora Quando, 13 febbraio»

Ricevo da Nicoletta Dentico – del comitato permanente «Se Non Ora Quando, 13 febbraio» – e volentieri pubblico:

«Carissima Giovanna, carissime tutte e tutti che avete scritto,

innanzitutto grazie per le molte, utili, sollecitazioni che trovo su queste pagine. A caldo, vorrei condividere qualche commento sulla manifestazione e alcune spiegazioni sul comitato “Se Non Ora Quando, 13 febbraio”, che si è costituito in maniera permanente (include la associazione “Di Nuovo”, la associazione “Filomena, la rete delle donne” e alcune delle firmatarie dell’appello).

Sospetto – e lo dico con lo stupore ancora vivo di chi ha partecipato alla organizzazione dell’iniziativa del 13 febbraio – che non si possa in alcun modo sminuire la portata delle 230 città italiane e delle città del mondo mobilitate intorno alla questione di genere in Italia.

Pur nella evidente perfettibilità dell’operazione – che nasce da una riflessione di quasi due anni ma è stata messa in piedi in meno di tre settimane – io non credo che una cosa del genere sia mai accaduta prima nel nostro paese, ed è un punto di non ritorno che va gestito con molta sapienza, con enorme capacità di ascolto, umiltà e arguzia politica.

Immagino che siamo tutte più o meno consapevoli delle trappole che ci attendono, sia interne che esterne.

Dico che sarebbe criminale – uso questa parola perché mi sembra la più appropriata – sciupare l’energia che si è manifestata domenica scorsa dando l’impressione che si sia trattato, per l’appunto, di una aneddotica rondine di passaggio.

Le manifestazioni in Italia hanno cessato da lungo tempo di produrre un vero impatto sulle politiche del paese. Sappiamo che scendere in piazza serve a contarsi e catalizzare volontà ed impegno. Non vogliamo replicare trame deludenti del passato.

La responsabilità è enorme. La responsabilità posa su chi ha convocato questa manifestazione (e vi garantisco che me la sento tutta addosso, in prima persona). Ma, dopo il 13 febbraio, la responsabilità posa su tutte e tutti, anche su coloro che si chiamano fuori ed esprimono criticità nei confronti della iniziativa, per le ragioni più diverse e legittime (in alcuni casi, però, ammettiamolo, anche pretestuose).

La polifonia di messaggi, presenze e punti di vista scaturiti il 13 febbraio – dalle suore comboniane alle rappresentanti della associazione per la promozione dei diritti delle prostitute – non solo devono essere riconosciute, ma rappresentano la vera forza e la vera sfida del dopo che è già cominciato. Interpella quante finora “si sono accontentate della logica del collettivo dove tutti la pensano come me” – citazione che ho raccolto da un duro dibattito alla libreria Tuba a Roma prima della manifestazione.

Poiché contesto il pensiero unico di qualsivoglia provenienza, in una società che ha inaridito la possibilità dei diversi punti di vista sulle cose e la complessità della realtà, ridotte entrambe a un vociare sempre più urlato e rissoso, mi sembra che questo polimorfismo sia già un notevole risultato. Un segnale politico da cogliere. Un utile presupposto da salvaguardare, e da cui partire. Nella convinzione, lo dico senza vis polemica ma per percorso personale, che le pur indispensabili azioni individuali agite nelle proprie case con i propri figli, per insegnare loro modalità più giuste di relazione fra i due sessi, non possano più bastare.

Adesso il comitato dovrà essere ampliato, dovrà strutturarsi in gruppi locali di mobilitazione, dovrà trovare metodi creativi di lavoro. Sarà necessario un raccordo continuo, un lavoro di faticosa tessitura di proposte ed azioni, su più piani, che diano la prospettiva di una partecipazione diffusa e di un cammino collettivo che va avanti.

Il bene pubblico del 13 febbraio, e delle sue numerose significazioni, dovrà indurre tutti a fare un passo indietro per trovare il territorio comune su cui costruire il cambiamento. L’antiberlusconismo può essere banale, ma mi stupisce chi lamenta che sia venuto fuori dalle piazze in maniera così aperta. Il berlusconismo invece – ovvero quella fattispecie di cultura mercificatoria e cartellonista che punta all’immagine e all’abuso come forma del potere – è una gramigna che ha attecchito parecchio nel paese, anche nei luoghi più insospettabili.

La battaglia per un’Italia più equa e meno discriminata dovrà fare i conti con la necessità di estirparne le radici ovunque, tanto a destra quanto a sinistra, tanto nelle parrocchie quanto nei collettivi studenteschi, nella società civile e tra i gruppi più emancipati del nostro paese. Tra gli stessi gruppi di donne che spesso hanno assunto modalità di leadership maschili.

Insomma, il 13 febbraio mette in discussione tutte e tutti, per partecipare alla costruzione di una nuova Italia. Siamo già arrivate in ritardo, io almeno la penso così. Ma adesso che finalmente ci siamo arrivate, sarebbe grave che non cogliessimo questa importante – storica? – occasione.»

Per entrare in contatto con il comitato «Se Non Ora Quando, 13 febbraio», lanciare proposte, dare informazioni, suggerire percorsi e spunti, puoi scrivere a Nicoletta Dentico:

nicolettadentico chiocciola libero.it

 

Uno stage a Milano e un lavoro a Roma

Oggi due buone notizie per chi cerca lavoro. Sulla serietà della prima fonte garantisco io; sulla seconda, Luisa Carrada.

Ecco lo stage (con rimborso spese) a Milano:

Importante azienda organizzatrice di eventi e manifestazioni fieristiche a livello internazionale, ricerca 2 stagisti da inserire nell’area commerciale.

Il/la candidato/a sarà inserito/a in un ruolo di supporto commerciale e si occuperà di:

  1. gestione delle attività di back office;
  2. preparazione del materiale informativo e della documentazione necessaria per la realizzazione delle manifestazioni;
  3. supporto alla segreteria commerciale nella gestione dei clienti;
  4. gestione delle visite.

È richiesta buona conoscenza della lingua inglese e del pacchetto Microsoft Office.

Sede dello stage: Milano. Rimborso spese mensile: 400 euro.

Invia il tuo curriculum vitae, dicendo che provieni da questo blog, a:

andrea.costanzi chiocciola cosmofarma.com

Questa è invece l’offerta di lavoro con sede a Roma, pubblicata due giorni fa da Luisa Carrada: Responsabile contenuti cercasi.

In bocca al lupo! 🙂

Nasce il comitato permanente «Se non ora quando?»

Ho ricevuto stamattina dalla rete Filomena un comunicato del comitato «Se non ora quando?», che da promotore si fa permanente. Il che mi lascia ben sperare a proposito di future – e non troppo lontane – iniziative che diano seguito alla mobilitazione del 13 febbraio.

Iniziative che siano capillari, continue, martellanti, come ieri auspicavo. Più trasversali e meno legate all’antiberlusconismo, più capaci di coinvolgere anche donne e uomini di destra.

Iniziative che non siano solo di piazza, ma di pressione, lobbying, azione politica, per trasformarsi in proposte di legge e soluzioni concrete: tutto ciò che si può fare affinché il nostro paese possa risalire, un po’ alla volta, da quel terribile 74° posto in cui ora si trova – non mi stancherò di ripeterlo – nella classifica mondiale stilata nel 2010 dal World Economic Forum in base a quattro parametri: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico (per i dettagli, vedi il Gender Gap Report 2010).

Ecco il comunicato:

«Se non ora quando?»: più di un milione di donne e uomini dalle piazze italiane e moltissimi anche da quelle straniere hanno risposto all’appello in difesa della dignità delle donne dicendo: «Sì, adesso». A loro va il nostro grazie.

Tutta la politica deve confrontarsi da oggi con la realtà emersa dalle piazze del 13 febbraio, che non può essere né elusa né minimizzata. La richiesta di quelle piazze riguarda una pluralità di temi, dal rispetto dell’etica pubblica al lavoro, dai diritti delle donne, all’immagine femminile diffusa dai media e dalla pubblicità, fino alla selezione delle classi dirigenti, sui quali sono necessarie, da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sociali, parole e fatti senza ambiguità.

Il Comitato promotore SE NON ORA QUANDO 13 FEBBRAIO è pienamente consapevole della responsabilità che gli attribuisce una così grande, appassionata, spontanea, sincera, mobilitazione di cittadine e cittadini e per questo ha deciso di diventare permanente: nasce oggi il Comitato SE NON ORA QUANDO 13 FEBBRAIO, con l’obbiettivo di valorizzare le energie che si sono straordinarie espresse domenica scorsa nelle nostre città.

È il momento per tutte e tutti di impegnarsi per cambiare culture e politiche e per abbattere vecchi steccati e divisioni. È il momento di rivendicare anche in Italia ciò che è la normalità in tutta Europa, dove le donne contano, decidono, “esistono” e nessuno si sogna di proporle come puro elemento decorativo della politica o della società.

Il Comitato:

Francesca Comencini – Silvia Costa – Serena Sapegno – Nicoletta Dentico – Cristina Comencini – Francesca Izzo – Viviana Simonelli – Roberta Agostini – Valeria Fedeli – Elisa Davoglio – Titti Di Salvo – Cecilia D’Elia – Flavia Perina – Licia Conte – Donatina Persichetti – Elisabetta Addis – Sara Ventrone – Ilaria Ravarino – Carlotta Cerquetti – Loredana Taddei – Patrizia Cafiero – Fabrizia Giuliani – Ilenia De Bernardis – Francesca Caferri

Le piazze del 13 febbraio: una rondine farà primavera?

Ieri le piazze di circa 200 città italiane e di una trentina nel mondo hanno risposto all’appello «Se non ora, quando?».

L’evento è andato bene, dal punto di vista comunicativo, per questa semplice addizione: molte polemiche prima delle manifestazioni + molte persone in molte piazze (relativamente agli standard italiani) = molta attenzione mediatica.

In transito fra Firenze e Bologna, ho fatto in tempo a vedere le piazze di entrambe le città. Poi, un paio d’ore fra internet e la tv mi hanno permesso di completare il quadro.

Credo che ieri le piazze abbiano mostrato alcune novità importanti:

  1. in nome della dignità femminile hanno sfilato – finalmente! – molti più uomini di quanti se ne siano mai visti nelle manifestazioni di stampo vetero e neofemminista;
  2. in nome della dignità femminile non sono scese in piazza solo donne abitualmente impegnate sulle questioni di genere, ma persone di tutte le età, estrazioni sociali, provenienze;
  3. molti slogan dei manifestanti e dichiarazioni sui palchi erano appelli alla diversità: delle idee, degli stili di vita, dei corpi, dei modelli per le donne;
  4. molti slogan e commenti dei manifestanti esprimevano un buon livello di consapevolezza sui motivi per cui erano lì.

Sono tutti ottimi segnali, ma prima di cantare vittoria sulla nuova sensibilità del nostro paese per i problemi reali delle donne (disoccupazione, stipendi più bassi degli uomini di pari ruolo, scarsissima rappresentanza nei poteri economici e politici) vorrei vedere tutto ciò replicato in altre dieci, cento, mille iniziative.

Non solo replicato, ma intensificato: più uomini, sempre più uomini a fianco delle donne nel combattere per la parità di genere; e ancora più trasversalità e diversità di quante ne ho viste ieri: a parte sporadiche eccezioni (Giulia Bongiorno a Roma, Sara Giudice a Milano), la destra non c’era, per esempio.

Quanto alla consapevolezza, anche su quella c’è ancora molto da lavorare. La mobilitazione «Se non ora, quando?» è stata infatti troppo intrisa di antiberlusconismo perché questo non abbia confuso le acque. Detto in parole povere: quante donne, quanti uomini fra quelli che ieri hanno sfilato sarebbero scesi in piazza, se al posto di «Berlusconi dimettiti» e «Porco!», ci fossero stati slogan come «Più donne nei consigli di amministrazione» e «Quote rosa in parlamento»?

La politica sul web 2.0: la lezione di Obama e le difficoltà italiane

Nei paesi democratici l’uso attivo e partecipativo di internet sta producendo cambiamenti rilevanti nella vita politica. L’elezione di Barack Obama a fine 2008 è stato l’esempio più eclatante, il caso di studio eccellente da cui né la comunicazione politica né gli studi politologici possono più prescindere. Specie per il modo in cui Obama è riuscito a integrare l’uso della rete con tutti gli altri media, dalla televisione al door to door.

Finora, però, la comunicazione di Obama resta ancora una luminosa eccezione, legata al contesto storico-politico in cui è nata e si è mossa, oltre che alle caratteristiche dell’immagine personale di Obama, che sono particolarmente adatte allo stile di comunicazione tipico del web 2.0.

In un capitolo del volume collettivo a cura di Federico Montanari, Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione (Carocci, Roma, 2010), ho innanzi tutto focalizzato i tratti linguistico-semiotici che considero fondamentali per la comunicazione politica sul web 2.0; quindi ho fatto un confronto fra l’uso di YouTube da parte di Obama e quello di alcuni politici italiani: da Di Pietro a Vendola, da Brunetta a Bersani, con un approfondimento su Mariastella Gelmini.

Come puoi immaginare, il confronto è impietoso per la politica italiana. Ma non mi ci sono cimentata per dimostrare l’ovvio, né per fare esercizio di autodenigrazione italiota.

Indipendentemente dalle differenze fra gli Stati Uniti e noi, infatti, le basi linguistico-semiotiche di un uso del web 2.0 «adeguato» – e cioè coerente con le pratiche on-line più diffuse nel mondo – sono davvero poche, semplici e ben rappresentate da Obama.

Talmente poche e semplici che, più che stupirci per la maestria con cui lo staff di Obama riuscì – e riesce tuttora – ad applicarle, c’è da stupirsi per come la politica italiana continui sistematicamente a trascurarle, incapace di guardare a cosa fanno in rete ogni giorno milioni di persone al mondo.

Poiché l’editore non mi ha messo a disposizione l’articolo impaginato, puoi scaricare da qui il mio doc: «La comunicazione politica sul web 2.0: la lezione di Obama e le difficoltà italiane».

Il volume collettivo Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, a cura di Federico Montanari, contiene un’introduzione del curatore e gli articoli di: Denis Bertrand, Omar Calabrese, Roberto Cartocci, Giovanna Cosenza, Umberto Eco, Guido Ferraro, Bernard McGuirk, Gianfranco Pasquino, Aldo Schiavone, Franciscu Sedda, Cristian Vaccari.

Politica 2.0

Questa è la quarta di copertina:

Come cambia la politica? E soprattutto, come cambia, oggi, grazie alle trasformazioni, anche tecnologiche, delle sue forme discorsive e comunicative? Il volume intende affrontare tali questioni e fare un possibile punto sulla situazione. I contributi qui raccolti non solo presentano spunti di riflessione teorica, ma analizzano veri e propri casi studio. Le riflessioni più generali su etica, informazione e discorso politico (Eco) si connettono a quelle sui rapporti fra nuove forme del potere e trasformazioni, antiche e nuove, dello spazio politico (Pasquino, Schiavone); a quelle sulle mutazioni del lessico politico e sulle sue stereotipie in relazione alla situazione italiana (Calabrese, Cartocci), o a quella sul linguaggio delle vignette della satira politica, a partire dalle situazioni di conflitto (McGuirk); così come a quelle sulle nuove forme di comunicazione e di campagne elettorali (Vaccari), con l’uso delle tecnologie del web (Cosenza), e a quelle sulla trasformazione delle forme discorsive e retoriche (Bertrand) e delle costruzioni valoriali e narrative (Ferraro) non più solo in rapporto all’attuale politica italiana; per finire con la necessità di estendere la riflessione collegando la definizione stessa di “mondo globale” (Sedda) ad uno sguardo che sappia essere, al tempo stesso, semiotico, sociologico, antropologico e storico.