Archivi del mese: marzo 2011

Berlusconi manterrà le promesse a Lampedusa? Lo capiremo in pochi giorni

Il Berlusconi di ieri a Lampedusa sembrava tornato ai fasti comunicativi di dieci anni fa: ha promesso di liberare l’isola dai tunisini in 48, massimo 60 ore; ha promesso di candidarla per il Nobel per la pace; ha promesso, con più cautela, che lavorerà per la realizzazione di un campo da golf e una nuova scuola.

Infine, per rendere più credibili le sue parole, ha dichiarato di aver comprato una villa a Cala francese (sulla costa sud est), in modo che d’ora in poi curare gli interessi di Lampedusa sarà tutt’uno col curare i propri: «E domani la sinistra parlerà di conflitto di interessi. Bene! Faremo i nostri interessi!».

Poi, in conferenza stampa, le promesse si sono moltiplicate: ha detto di voler concedere a Lampedusa una «moratoria fiscale, previdenziale e bancaria almeno per un anno, finalizzata a trasformarla in zona franca»; ha sottolineato che l’isola deve puntare sul turismo e anche in questo sarà aiutata, con «servizi in tv pro isola di cui abbiamo incaricato Rai e Mediaset»; ha persino promesso di fare realizzare un casinò, di rinverdire l’isola (brulla dalla seconda metà del 1800) e ridipingerne le case, suggerendo tinte simili a quelle di Portofino.

Su questa performance le polemiche si sono già sprecate: c’è chi l’ha vista come un modo per distrarre l’attenzione dal fatto che il parlamento dibatteva il processo breve, chi ha parlato di fantapolitica, chi ha paragonato le promesse di Lampedusa a quelle di Napoli sui rifiuti e dell’Aquila per la ricostruzione dopo il terremoto. Pure gli abitanti di Lampedusa si sono spaccati fra quelli che non ci credono e quelli che invece vogliono fidarsi.

Che ne penso? Lo show – a parte una lieve incertezza sul nome di Cala francese, non adatta a uno che vuol farsi lampedusano – è stato impeccabile. Talmente sopra le righe da non essere nemmeno offensivo per i lampedusani: ostentare ricchezza e potere serviva a rendere credibile l’intervento dall’alto; le barzellette e le battute servivano a sciogliere la tensione; la visita alla villa a dare concretezza domestica all’acquisto. E potrei continuare con altri dettagli.

Niente a che vedere, insomma, con i tempi sbagliati del Berlusconi di Magica Italia, che abbiamo discusso pochi giorni fa. Né con il Berlusconi incartato dei video successivi allo scandalo Ruby.

Eppure, l’analogia con Napoli e L’Aquila è corretta. In che senso? Tutto dipende da cosa accadrà nelle prossime 48-60 ore. Se l’isola sarà effettivamente liberata dai migranti in pochi giorni (si può concedere un lieve ritardo), Berlusconi passerà per uno che mantiene le promesse. Ebbene sì, anche se tutto il resto non sarà fatto.

Far sparire i tunisini basterà infatti a spegnere i riflettori sull’isola. Dopo di che, a chi importerà se i lampedusani non avranno la moratoria sulle tasse, non saranno candidati al Nobel, non avranno il campo da golf, il casinò né tanto meno – cosa peggiore  – la scuola che chiedono da anni?

Esattamente ciò che accadde ai rifuti di Napoli e alle case consegnate a L’Aquila: poche azioni immediate sotto i riflettori e poi niente. Ma la maggioranza degli italiani non ci fanno più caso, anche se l’opposizione, le inchieste giornalistiche, i blog ci tornano sopra a ripetizione.

Dunque? La probabilità che Lampedusa sia sgombrata in pochi giorni è abbastanza alta. Se non intervengono altri imprevisti dal nord Africa, beninteso. D’altra parte, pensaci: l’arrivo di navi per portar via 10.000 tunisini – previsto per ieri – era stato già annunciato dal ministro Maroni giorni fa. Infatti sono arrivate. E le trattative con la Tunisia per bloccare il flusso sono cominciate da giorni.

Dunque Berlusconi non ha promesso niente: ha solo descritto qualcosa che sta già accadendo. Il resto è scenografia.

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Pubblicitari, non dite alle donne che sono invincibili

«Donna e dignità: da oggetto a soggetto nella cultura dei Valori» (con tanto di maiuscola) è il titolo del convegno che si terrà a Roma domani 31 marzo, alle ore 15, presso la Sala delle Conferenze di Palazzo Marini – Camera dei Deputati, via del Pozzetto, 158.

Il convegno (grazie a Antoni per avermelo segnalato) è promosso da TP – l’associazione dei pubblicitari professionisti – ed è patrocinato dalla Camera dei Deputati, dalla Fondazione Pubblicità Progresso e dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria. Questa è la locandina (clic per ingrandire):

Donna e Dignità, TP associazione pubblicitari professionisti

È una fra le tante iniziative con cui in questo periodo i pubblicitari stanno cercando di smarcarsi dalle accuse di sfruttamento del corpo femminile che gli piovono addosso. Ben vengano i segnali di ripensamento: alcuni sono anche convincenti. Questo però non mi convince per niente.

Un po’ per le dichiarazioni che Maurizio Rompani, direttore generale di TP, ha rilasciato a Ninja Marketing, scaricando sulla società italiana – come fanno spesso i pubblicitari – la discriminazione di genere e lo sfruttamento del corpo femminile. Come se la pubblicità fosse un semplice specchio del mondo e non contribuisse attivamente, invece, a incanalare gusti, desideri e aspettative di massa. Leggi qua (i grassetti sono miei e in corsivo ci sono alcuni miei commenti):

«Certamente in alcune comunicazioni pubblicitarie l’immagine della donna è fortemente legata ad una esasperazione di tipo sessuale, negarlo sarebbe sbagliato [e meno male!], ma è altrettanto vero che questa esasperazione è presente in modo più accentuato in altri settori [che gli altri facciano peggio non scusa nessuno].

Il vero dramma, che si tenta di mascherare proprio con la colpevolizzazione specifica [vittimismo dei pubblicitari?], è che questa esasperazione in Italia è presente nella nostra cultura, nella società comune, è un vizio di origine [colpa della società, dunque scaricabarile].

Certamente il motivo principale è che fino ad ora, ma in gran parte ancora oggi, la differenza fra i due sessi è vissuta dall’uomo come superiorità. Penso che la cosa più giusta sia non superarla [e allora cosa?], ma far sì che venga vissuta e capita in modo differente [cioè come?], vissuta come una parzialità, nessuno dei due sessi può parlare per l’altro, parzialità vuol dire avere un atteggiamento di apertura all’altro, relazionarsi alla pari [cioè parzialità vuol dire relazionarsi alla pari? Non capisco].

La vera parità non sta nell’annullamento delle proprie caratteristiche, ma nell’esaltazione di queste e nella loro totale complementarietà [e come si esprime la complementarità? Uno vestito e l’altra svestita? Uno col potere e l’altra senza?]

Purtroppo il nostro atteggiamento va nella direzione opposta. L’uomo esaspera la femminilità per trasformarla in un invito al possesso. La donna tenta di cancellarla, vedendo in questo annullamento l’unica possibilità di parità. In tal modo cadono ambedue nel ridicolo. La verità è che probabilmente noi italiani non siamo in grado di capire cosa significhi relazionarsi alla pari fra i sessi.

Non abbiamo ancora capito che questi atteggiamenti non nascono nella pubblicità o nella televisione ma nella famiglia. [ah già, è colpa della famiglia!] Questo ci costa ammetterlo.»

Ma ciò che mi convince ancor meno è lo spot che TP ha preparato per pubblicizzare il convegno, perché è la classica presa in giro/consolazione con cui da sempre le società sessiste raccontano alle donne la favola che sono migliori degli uomini, per gratificarle con un contentino e mantenere lo status quo: più belle, più buone, più intelligenti, più forti, più sante… più tutto (nello spot si mostrano addirittura delle neonate… invincibili!). Una presa in giro/consolazione in cui – si badi bene – molte donne ancora cascano. E infatti non a caso l’astuzia pubblicitaria ce la ripropone.

Ma le donne non sono migliori degli uomini in quanto donne. Come non sono peggiori. Alcune sono migliori, altre peggiori, alcune migliori in un campo e peggiori in un altro; alcune, poi, sono delle vere schifezze. Esattamente come ci sono uomini migliori e peggiori, a seconda del punto di vista e settore; e come ci sono uomini schifezza.

La parità passa per la normalità, cari pubblicitari. Perciò, per favore, smettetela con la storia che le donne sono «invincibili».

L’educazione dei lampedusani

Lampedusa è un blocco di roccia calcarea bianca e piatta, che dista 113 km dalla Tunisia e 205 dalla Sicilia, ha una superficie di 20,2 km quadrati e una popolazione di circa 5.600 residenti.

Linosa – che è la seconda isola abitata delle Pelagie, ha solo 5,43 km quadrati di superficie e circa 450 residenti – si trova 42 km a nord est di Lampedusa e solo per questo si salva in parte dagli sbarchi: i barconi vi approdano solo se sbagliano rotta.

A Lampedusa, invece, in questi giorni i tunisini hanno superato i residenti: ieri erano circa 6000 (alcuni dicono di più) e continuano ad arrivare.

Conosco bene sia Lampedusa che Linosa, dove sono stata molte volte negli ultimi dieci anni, assistendo alle prime migrazioni dal nord Africa, all’inizio degli anni 2000. Conosco bene la dolcezza, disponibilità umana e capacità di accoglienza degli abitanti di quelle isole.

Perciò non mi stupisco della civiltà con cui i lampedusani hanno protestato in questi giorni. Sull’isola i migranti giacciono per strada, accampati alla meno peggio, vengono sfamati dai residenti più che dall’esercito e dallo stato, e alcune zone dell’isola sono diventate latrine a cielo aperto. La rabbia dei tunisini è sul punto di esplodere e giustamente le famiglie cominciano ad avere paura.

Perciò ieri i pescatori hanno formato un cordone di barche per impedire l’accesso al porto: una protesta dignitosa e mite. E le donne hanno rovesciato giusto qualche cassonetto, per sottolineare i rischi igienici della situazione.

Ma ciò che più mi ha colpita erano i cartelli, gli striscioni: il più aggressivo, ripreso da molti giornali e televisioni, era «BASTA, SIAMO PIENI». In un mondo in cui il turpiloquio riempie la bocca di tutti, inclusi i politici, è oltretutto una rara lezione di buona educazione.

Basta siamo pieni

Il corpo di Vasco

Che lo si ami o meno, Vasco Rossi non è solo una rock star: è un fenomeno di comunicazione molto rilevante in Italia, che dura dai primissimi anni 80.

Mi ha colpita il video che accompagna il singolo «Eh… già», uscito il il 7 febbraio, giorno del suo 59esimo compleanno, con cui ha anticipato l’uscita dell’album «Vivere o niente». Mi ha colpita perché Vasco ha deciso di non nascondere, ma quasi di ostentare i segni del tempo sul suo corpo: senza il cappello che di solito gli copre la pelata, ha i pochi capelli delle tempie incolti e arruffati, la faccia gonfia e spiegazzata, i vestiti scomposti di uno che si è appena alzato dal letto, la pancia in avanti, le spalle asimmetriche e scivolate.

Come per dire: questo sono io senza i trucchi di scena, esattamente come mi vedreste a casa mia.

Per Vasco è l’ennesimo modo di marcare il suo personaggio ribelle, ma occorre riconoscergli un certo coraggio estetico.

Mi piacerebbe fosse l’inizio di una nuova moda. E mi piacerebbe che ci fosse un equivalente femminile: pensa se Patty Pravo avesse fatto altrettanto, invece di condannarsi all’immobilità facciale. Pensa se Mina, che si ritirò dalle scene nel 1978 (aveva solo 38 anni!), decidesse domani di mostrarsi di nuovo in pubblico, grassa e invecchiata com’è. Così, giusto per rompere gli schemi e dare il buon esempio.

Eh…già (per ragioni di copyright lo devi vedere su YouTube):

Un confronto 1989-2011:

Le rughe delle donne viste dai maschi italiani

Le facce e i corpi levigati e photoshoppati che appaiono sui media ormai abitano da un paio di decenni l’immaginario collettivo e ne controllano i desideri più intimi.

Ad alimentare l’immaginario di plastica, c’è tutta l’industria cosmetica internazionale. Che per vendere creme anti-aging, commissiona ricerche in cui si chiede agli uomini se gli piacciono le rughe delle donne, per esempio. E poi escono notizie come quella di sotto, per esempio. Che a sua volta sarà ripresa e commentata da decine di magazine femminili (e maschili), per esempio.

Ora, è vero che le indagini statistiche su campioni rappresentativi fanno emergere ciò che sta nella testa delle persone. Ma è anche vero – e qualunque statistico serio lo riconosce – che molto dipende da come le domande dei questionari vengono formulate: con che parole e frasi, in che ordine. E da come le risposte vengono poi aggregate, interpretate, rietichettate e raccontate.

Dunque sono sicura che un po’ di ciò che emerge dall’indagine Demoskopea riportata da Adnkronos Salute (vedi sotto) sta nella testa dei maschi italiani. Ma sono anche sicura che corrisponde esattamente a ciò che il committente Vichy voleva che emergesse. E sono ancor più certa che la notizia, rimbalzando di magazine in magazine, contribuirà a rinforzare lo stesso immaginario che la ricerca pretende di rappresentare. E allora, come se ne esce?

Da un lato, sta agli addetti ai lavori come me diffondere il più possibile la consapevolezza su come queste ricerche sono commissionate, pilotate e confezionate a uso e consumo mediatico. Ma sta alle donne e in questo caso soprattutto agli uomini, che davvero escono malconci dalla ricerca (sembrano dei baluba!), ribellarsi agli stereotipi con cui l’industria cosmetica cerca di incasellarli. Non solo in rete e in piazza, ma soprattutto nella vita e negli acquisti quotidiani.

Grazie a Marcella per avermi segnalato la notizia.

———

Milano, 21 mar. (Adnkronos Salute) (i grassetti sono miei)

La moglie ha le rughe? È vecchia e si trascura. Ce le ha la mamma? Segno di una vita di fatiche che merita amore e tenerezza. Davanti ai segni del tempo sul volto delle donne, i maschi italiani usano due pesi e due misure: perdonano le rughe solo a madre e nonna, mentre scappano davanti a quelle della fidanzata o dell’amante, e bollano addirittura come “riprovevoli” quelle della suocera.

Spietati ma anche cinici, perché dovendo scegliere tra un viso liscio come il velluto o un seno generoso e un bel fondoschiena, propendono senza esitazioni per decolleté e ‘lato B’.

Questa la fotografia scattata da un’indagine condotta da Demoskopea per Vichy, presentata in occasione del lancio in Italia di un nuovo prodotto anti-aging. Il sondaggio è stato condotto su un campione di oltre mille uomini dai 16 ai 65 anni, in maggioranza di classe sociale media (77%) e istruiti (58% con almeno un diploma di scuola superiore).

In sintesi, riassume Paola Rossi, direttore del Dipartimento ricerca qualitativa Demoskopea, emerge che “le rughe vengono viste con indulgenza soltanto nelle donne del cerchio familiare più stretto, mentre negli altri casi vengono giudicate un’interferenza significativa“, se non un ‘deterrente’ vero e proprio al rapporto. In altre parole, “le rughe non modificano gli affetti, però attentano al desiderio”.

Il 58% degli uomini intervistati vive le rughe delle ‘signore’ più vicine “con disinteresse”, il 34% “con indulgenza e tenerezza”, il 9% “con criticità”. Ma a spostare il giudizio dal perdono alla condanna contribuisce molto il ruolo della donna in questione: “Mentre le rughe sui volti più ‘vicini’ sono caricate di significati ‘nobili’ (saggezza, esperienza, espressività), o quantomeno ‘ineluttabili’ (il tempo che passa, la vita vissuta, la tensione) – sottolinea Rossi – uscendo dal contesto strettamente familiare le rughe diventano agli occhi dell’uomo un disturbo nei rapporti con amici e conoscenti (45%), con il partner o i colleghi (28% rispettivamente), con i familiari (12%)”.

Entrando nel dettaglio, le rughe della mamma testimoniano la fatica, la saggezza, la vita vissuta: guardandole “viene voglia di amarle”, rispondono i maschi italiani. Idem se i ‘solchi’ sono quelli sul viso della nonna, mentre le cose cambiano (e non poco) con le rughe della suocera (“riprovevoli” o ignorate), della moglie (segno del tempo che passa, per alcuni ‘un’assicurazione’ contro il rischio di tradimenti), della fidanzata o dell’amante (“colpa sua che si trascura” o “colpa mia che ho scelto male”).

Nell’intimità domestica o alla penombra dell’alcova la ruga diventa insomma un ‘killer’ del desiderio, e accanto alle immagini poetiche a cui associarla (“le nervature di una foglia” o “le radici di un albero”) ne spuntano di ben più impietose: “Un foglio di carta crespa”, “una ragnatela”, “un terreno arido”, “i fulmini nel cielo”.

Le rughe che l’uomo italiano nota di più guardando una donna sono le ‘zampe di gallina’ che increspano il contorno occhi; seguono le pieghe su collo e decolleté, quelle del contorno labbra e della fronte. Le zampe di gallina sono anche le più tollerate, mentre le meno gradite sembrano le rughe a collo e seno, seguite da quelle sulle labbra.

Il ritratto che emerge dalla ricerca ‘Liftactiv Derm Source: le rughe delle donne viste dagli uomini’ conferma, inoltre, molti dei luoghi comuni sui maschi ‘nostrani’: per uno su due la cosa più importante è avere al proprio fianco una donna “che si occupi della famiglia” (51%) e “che sappia rendere felice il suo uomo” (50%). Il 36% la vorrebbe con un bel sorriso e il 19% che cucini bene. Per il resto un bel seno, un buon ‘lato B’ e due belle gambe (rispettivamente 15%, 14% e 11%) sono più importanti di una pelle liscia e senza rughe (5%).

Dall’indagine emerge infine “una fiducia molto alta nella scienza cosmetica”, continua Rossi: un uomo su 5 crede in un futuro senza rughe (21%, dato che sale al 30% nei più giovani), e il 90% è convinto che ogni donna dovrebbe adottare almeno un rimedio per contrastare gli effetti degli anni che passano.

La maggior parte suggerisce dieta sana e prodotti specifici (46% e 45%), il 23% consiglia di bere molta acqua, il 22% di fare sport e il 12% di proteggersi dal sole. Solo il 4% spedirebbe la propria ‘lei’ dal chirurgo estetico. Stili di vita più sani, meno ritocchi.

Yamamay ci ripensa… mah?

Mi scrive Marco:

Gentile Professoressa, non posso fare a meno di segnalarle che Yamamay ha scelto di sostituire le “giovani modelle” con il “vecchio Alberoni” per la sua prossima campagna pubblicitaria.

Ora, a me pare l’ennesima iniziativa mirata esclusivamente a “fare notizia”, se solo si riflette sulle dicotomie ad alta digeribilità mediatica che genera (una su tutte: amore superficiale e frenetico vs. amore profondo e lento) e sul fatto che con la prossima campagna si ritornerà allo stile di sempre, ormai affermatosi in tutto l’occidente. Lei che ne pensa? Grazie per l’attenzione.

PS: Ho trovato due pezzi che parlano più approfonditamente della furbata di Yamamay: Fashionmagazine.it (15 marzo 2011), Corriere del Mezzogiorno (16 marzo 2011).

Il primo dei due articoli segnalati da Marco dice:

Yamamay: cambio di rotta nell’advertising, simbolo di una svolta a 360 gradi

La comunicazione di Yamamay prende una piega letteraria: da aprile ad agosto cinque articoli di Francesco Alberoni sostituiranno le immagini nella campagna stampa del noto brand di underwear. Il progetto è stato presentato stamattina alla stampa nel corso di un incontro al Maga, Museo d’Arte di Gallarate. La sterzata pubblicitaria è il primo segnale di cambiamento che Yamamay lancia al mercato a seguito del nuovo assetto della proprietà.

800 battute sul tema amore invece dei soliti corpi femminili coperti (o scoperti) da pochi centimetri di tessuto. Una prova di coraggio e delicatezza, che nulla ha a che fare con le polemiche post “bunga bunga”, come sottolinea Gianluigi Cimmino, amministratore delegato di Inticom, gruppo al quale fa capo il marchio: “L’idea è nata qualche mese fa da una sensazione di cambiamento che avvertivo nell’aria. Non sapevo bene cosa fosse – dice l’imprenditore – ma poi, leggendo un articolo di Francesco Alberoni, ho capito che il prodotto, le immagini, le modelle non bastano più, che il mondo della comunicazione ha un disperato bisogno di riflessioni, di parole, parole d’amore”.

E proprio di questo si farà carico l’esperto Alberoni con testi riguardanti l’innamoramento, il sesso, l’amore, il corteggiamento, la seduzione, la fedeltà o la gelosia, attraverso le pagine pubblicitarie di Yamamay, che rimanderanno anche a un blog interattivo (Yamamay&Alberoni.com), aperto ai commenti dei consumatori.

Il Corriere del Mezzogiorno così riporta i commenti di Alberoni:

Il professore nota però che siamo di fronte a una turbolenza emotiva ed erotica. Sono cadute le barriere che tenevano confinata la sessualità nel matrimonio. «Il risultato è una promiscuità diffusa e approvata dalla coscienza collettiva: basta vedere come viene vissuto il Grande Fratello. E la ragazza di cui parlano tutti?».

Ruby? «Ha fatto i soldi, è stata invitata al ballo delle debuttanti di Vienna. Ha usato il sesso ma oggi il sesso è libero, la donna può farlo quando vuole».

Per questo il sociologo non crede in nuovo movimento delle donne: «Dovesse cadere Berlusconi, finirebbe». E allora? «Viviamo in un mondo dominato dall’erotismo, ma ci sarà sempre gente che si innamorerà». Intanto la pubblicità ricomincia dall’educazione sentimentale: «Perché quando le regole vengono a mancare serve il Logos, la presenza della ragione che fonda nel sapere».

Insomma, credo proprio che Marco abbia ragione. 😦

Mentre il governo taglia la cultura, Berlusconi la celebra in uno spot

È successo tutto ieri: mentre Federculture, Agis, Anci, Upi, la conferenza delle regioni e Fai e presentavano la mobilitazione del 26, 27 e 28 marzo per protestare contro i tagli alla cultura e allo spettacolo (vedi Cultura e spettacolo al collasso, stop ai tagli), il ministro Michela Vittoria Brambilla presentava il nuovo spot per il turismo, con Berlusconi testimonial.

L’anno scorso il presidente del consiglio prestò solo la voce (vedi La fiction Magic Italy), quest’anno ci mette anche la faccia mentre recita questo testo:

«L’Italia è il paese che ha regalato al mondo il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco. Più di 100 mila chiese e monumenti, 40 mila dimore storiche, 3.500 musei, 2.500 siti archeologici e più di mille teatri. Lo sapevi? Approfitta delle tue vacanze per scoprire l’Italia che ancora non conosci, questa magnifica Italia da scoprire e da amare».

Fino a un paio di anni fa Berlusconi non avrebbe mai fatto un errore così. Persino l’anno scorso lo spot – per quanto immediatamente sbeffeggiato e parodiato in rete – aveva comunque un senso per il target a cui si rivolgeva: mandato in onda a metà luglio, serviva a rassicurare gli italiani sul fatto che non dovevano ascoltare i gufi che parlavano di crisi, perché l’Italia rimaneva il posto migliore dove passare le vacanze (vedi La fiction Magic Italy).

Ma ora? Mandare in onda lo spot lo stesso giorno in cui si annunciano le mobilitazioni è innanzi tutto una beffa per chi patisce i tagli alla cultura. Ma anche gli elettori più affezionati del Pdl non possono che considerarla una mossa poco furba, perché attira l’attenzione sui tagli e rinfocola i conflitti invece di passarli sotto silenzio.

Capisco che la strategia sia sempre quella dell’adultero che nega l’evidenza, strategia a cui Berlusconi è affezionato. Ma negare l’evidenza non funziona se il marito è colto in flagrante; non se la moglie lo becca a letto con l’altra.

Insomma è andata: anche la comunicazione di Silvio Berlusconi – che prima di Noemi era l’unica, in Italia, a funzionare – è definitivamente bollita.

Magica Italia

Per una riflessione intelligente e per nulla ideologica né rivendicativa sui tagli alla cultura, ascolta questa puntata di «Nove in punto. La versione di Oscar», in cui Oscar Giannino dialoga con Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano:

Nove in punto. La versione di Oscar, 21 marzo 2011.