Archivi del giorno: venerdì, 11 marzo 2011

Ma per fare comunicazione politica non bastano un logo, due colori e uno slogan

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio articolo, col titolo «Merola contorto, Aldrovandi generico. Gli slogan dei candidati non fanno centro». Lo riporto anche qui, perché le considerazioni sui candidati sindaco bolognesi valgono per molti altri politici in Italia, che intendono la comunicazione come superficie estetica, belletto.

MEROLA CONTORTO, ALDROVANDI GENERICO. GLI SLOGAN DEI CANDIDATI SINDACO NON FANNO CENTRO

Con la primavera in arrivo e le margherite nei prati, anche le prime affissioni dei candidati sindaco fanno capolino in città. Ma per chi si occupa di comunicazione non c’è nulla di cui rallegrarsi – a parte le pratoline – perché la situazione è chiara subito: niente da fare, anche stavolta i politici bolognesi dimostreranno di non saper comunicare.

Ci provano, è chiaro che ci provano: scelgono un grafico, un consulente, un’agenzia, chiamano i più stretti collaboratori, li chiudono in una stanza dove loro stessi, magari, passano qualche ora, e tutti assieme cercano di produrre un logo, scegliere due colori, inventarsi uno slogan. Perché «il logo e lo slogan ci vogliono», qualcuno deve avergli spiegato, e «ci vuole pure un bell’accostamento di colori». Ecco allora i risultati.

Che il logo di Virginio Merola ricalcasse la stella di Virgin Radio, l’hanno visto tutti già nelle primarie. Che un candidato sindaco c’entri poco con una radio è stato pure notato. Perché Merola è rock, ha risposto lo staff. Ah già, l’idea era consolidare l’immagine di Merola nell’area semantica e valoriale del giovanilismo in cui da sempre si colloca: un sindaco che «pensa giovane». Peccato che la stella – rossa su fondo nero per Virgin Radio, rossa su bianco per Virginio Sindaco – sapesse anche di bibite San Pellegrino. Vuol dire che Merola è buono come l’aranciata? Forse. Ma ora che la stella è blu? Viene in mente anche quella dello sceriffo: pessima associazione, perché Merola fu assessore con Cofferati, da molti detto «sceriffo» (foto Eikon Studio, Bologna: clic per ingrandire):

Affissioni Merola

E che dire dello slogan «Se vi va tutto bene, io non vado bene», con il «non» marcato? Come minimo è contorto, perché contiene una subordinata condizionale (se…) e una negazione nella frase principale. Il contrario di quello che bisogna fare quando si pensa uno slogan, che deve essere semplicissimo, diretto. In più, la negazione rischia di ritorcersi contro il candidato: dopo il crampo mentale, è facile resti in mente che Merola «non» va bene, punto e basta.

Ma neppure con le prime affissioni di Stefano Aldrovandi siamo messi meglio. Un poster diviso in due: a sinistra un rettangolo bianco, con sopra scritto «O così», a destra un rettangolo più grande, che contiene una foto in bianco e nero del volto sorridente di Aldrovandi, con sovraimpressa la scritta arancione «O Aldrovandi» (foto Eikon Studio, Bologna: clic per ingrandire):

Affissioni Aldrovandi

Viene in mente il celeberrimo «O così o Pomì»: significa che Aldrovandi è cremoso come una passata di pomodoro? Certo che no, credo che il suo staff avesse in mente qualcosa del genere: o il nulla, l’anonimato di un fondo bianco, o il pieno del volto e nome di Stefano Aldovrandi. Un pieno che è per giunta colorato di arancione. Peccato che l’arancione fu il colore della campagna di Flavio Delbono. E che al vuoto del fondo bianco non si opponga nessun contenuto.

Il vuoto, appunto, è ciò che accomuna le immagini e gli slogan dei due candidati, che sono giochetti fine a se stessi, per nulla collegati alla storia personale e al programma dei candidati. Un vuoto che deriva da un’idea sbagliata della comunicazione politica, come se fosse solo un obbligo estetico, o peggio, cosmetico.

Nessuno ha spiegato loro che comunicare è entrare in relazione con gli altri. Mettersi nei panni degli altri. E che gli altri, nel caso della comunicazione politica, sono i cittadini e le cittadine che li voteranno. Ai quali i giochetti non bastano.