Che cos’è la Semiotica dei nuovi media

L’espressione si riferisce a una disciplina nata in Italia una decina d’anni fa: risalgono alla fine del 2001 i primi insegnamenti universitari che portano questo titolo e qualche anno dopo uscirono le prime pubblicazioni sistematiche sull’argomento (cfr. G. Cosenza, a cura di, Semiotica dei nuovi media, numero monografico di Versus, 94-95-96, Bompiani, Milano 2003; G. Cosenza, Semiotica dei nuovi media (Laterza, Roma-Bari, 2004, 5a edizione aggiornata con l’aggiunta di un capitolo 2008 ).

Prima di quegli anni, l’espressione «Semiotica dei nuovi media» non era mai stata usata né in Italia, né in alcun contesto internazionale.

La giovinezza della disciplina dipende da quella degli oggetti di cui si occupa. Fu più o meno a metà degli anni novanta, infatti, dopo la nascita del web (avvenuta fra il 1991 e il 1992) e in concomitanza con la diffusione su larga scala dell’accesso a Internet nei paesi occidentali, che l’espressione «nuovi media» cominciò a circolare in ambito sociologico (cfr. J. Van Dijk, The Network Society. An Introduction to the Social Aspects of New Media, Sage, London 1999, trad. it. Sociologia dei nuovi media, Il Mulino, Bologna 2002). Essendo all’epoca già radicato l’uso del termine «media» per indicare i mezzi di comunicazione di massa, l’etichetta «nuovi media» cominciò a riferirsi agli strumenti digitali e alle reti informatiche, nella misura in cui questi sono usati, appunto, come mezzi di comunicazione di massa.

Fra il 1993 e il 1995 in Italia furono istituzionalizzati i corsi universitari di Teorie e tecniche dei nuovi media (poi affiancati da Sociologia dei nuovi media), come afferenti al settore scientifico-disciplinare “Sociologia dei processi culturali e comunicativi” (così definito dal D.M. 4 ottobre 2000 del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, e successive modifiche).

Ma fu solo nell’anno accademico 2001-2002 che la Semiotica dei nuovi media prese posto ufficialmente nel settore scientifico-disciplinare “Filosofia e teoria dei linguaggi”, quando fu attivato il primo insegnamento in Italia con questo nome, presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione della Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna.

Dal 2003 sono titolare di Semiotica dei nuovi media presso il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

E nel 2009 ho avuto l’onore di scrivere la voce «Semiotica dei nuovi media» per il volume della Treccani XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, a cura di Tullio Gregory, Istituto dell’Enciclopedia Treccani Fondata da Giuseppe Treccani S.p.A, Roma, pp. 225-232.

Questo è il pdf della voce Semiotica dei nuovi media che ho scritto. 🙂

Questo è infine l’elenco degli autori che hanno contribuito al volume, con le voci relative (clic per ingrandire).

Elenco autori Treccani XXI secolo

 

3 risposte a “Che cos’è la Semiotica dei nuovi media

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  3. Da laureato in Media e giornalismo che ha avuto per suoi maestri, tra gli altri, Giovanni Bechelloni, Carlo Sorrentino e Milly Buonanno, mi permetto di manifestare alcune perplessità in merito alla comparsa della locuzione “nuovi media”.
    La sociologia è una disciplina in continuo divenire e generalmente tende ad aggiornarsi reciprocamente un po’ tutta, pertanto nell’approccio universitario si tende ad affrontarla studiando da un lato i grandi classici (cioè i padri fondatori, come Comte, oppure coloro che ne hanno influenzato il pensiero, come Marx) e dall’altro le applicazioni contemporanee, sicché ammetto, pur dall’alto di tutti i miei 30 e lode nel settore SPS/08 (e 30 nell’SPS/07) e del mio 110 e lode di voto finale, di essere sostanzialmente all’oscuro di ciò che la disciplina ha vissuto nel Novecento, poiché, dopo i soliti Marx, Weber, Durkheim, Weber, Simmel etc. etc., sono passato direttamente alla seconda metà degli anni ’90, immergendomi di fatto nello stato dell’arte attuale con, in ordine sparso, Hall, Gitlin, Thompson, Bauman, Rosset, Schütz, Mancini etc. (a parte qualche sconfinamento nei proficui cultural studies, che fanno da ponte tra sociologia e scienze del linguaggio e a mio avviso se frequentati maggiormente aiuterebbero anche a superare le diffidenze reciproche tra sociologi e semiologi). Tuttavia, mi pare che nel manuale di DeFleur e Ball-Rokeach (per i lettori che non lo conoscessero, in italiano, tradotto da Nora Rizza, si intitola “Teorie delle comunicazioni di massa” e, sebbene relativamente risalente, è ancora oggi considerato una specie di Bibbia per chi si approccia allo studio dei fenomeni comuniativi), la cui prima edizione (che è quella tradotta in Italia se non sbaglio circa dieci anni dopo, cioè quella su cui ho studiato io) risale a occhio e croce già a fine anni ’80, si parli di nuovi media con riferimento alla televisione, in particolare quella via cavo (che in America si avviava a divenire un fenomeno di massa, mentre in Europa non ha mai preso piede). Ora non ho il volume sotto mano e non sono dunque in grado di fare citazioni esatte, ma ricordo bene di averne discusso all’esame di Teorie e tecniche delle comuniazioni di massa, chiacchierando con una collaboratrice del professor Sorrentino a proposito della validità delle previsioni in questo settore, dato che quelle formulate nel testo, benché da due autori di quel calibro, si erano rivelate invariabilmente fallaci. Questo per dire che, se oggi per nuovi media si intende quello che sappiamo (il cui aspetto fondamentale è probabilmente il superamento della relazione a senso unico tra generatori e fruitori dei contenuti), l’espressione probabilmente già era utilizzata prima dell’avvento dei calcolatori e delle reti informatiche, e si riferiva ai media audiovisivi non digitali (e a volte nemmeno elettronici, come il vecchio cinema a pellicole).
    Bisognerebbe consultare un po’ di sociologia maturata tra gli anni ’50 e ’80 del secolo scorso per capire come si è evoluto il concetto, anche se, tenendo presente della critica alla parola scritta del primo ellenismo, trovo abbastanza ragionevole non aspettarmi nulla di trascendentale.

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