La comunicazione politica su YouTube: i casi Vendola, Di Pietro e Brunetta

Nella sua tesi di laurea triennale, discussa un paio di settimane fa, Gloria Neri prosegue il lavoro da me cominciato con il saggio «La comunicazione politica sul web 2.0: la lezione di Obama e le difficoltà italiane», pubblicato nel volume collettivo a cura di Federico Montanari, Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione (Carocci, Roma, 2010).

Mentre io mi ero concentrata sui casi meno felici dell’uso di YouTube da parte della politica italiana, Gloria ha preso in esame i canali di Vendola, Di Pietro e Brunetta – dopo aver esaminato sistematicamente e approfonditamente tutti i canali dei politici italiani – perché i tre leader sono quelli che sfruttano al meglio, nel mesto panorama della politica italiana, le potenzialità comunicative di questo ambiente web 2.0.

Ciò nonostante, queste sono le conclusioni dell’eccellente lavoro di Gloria, che condivido in pieno:

«Vendola, Di Pietro e Brunetta, pur essendo le figure che nel panorama politico italiano usano più consapevolmente YouTube come strumento di partecipazione diretta, peccano nella pratica del mezzo per un suo uso incoerente e non funzionale all’obiettivo che si sono posti.

Considerare questo ambiente come strumento di costruzione del dialogo significa dare spazio, mettere al centro il proprio interlocutore, farlo sentire soggetto di una narrazione comune.

Tutti e tre, al contrario, prediligono sempre una costruzione della relazione che contrappone un io a un tu e contribuisce a riprodurre distanza e asimmetria tra enunciatore ed enunciatario. Viene infatti privilegiata la strategia della distanza pedagogica: gli enunciatori, dall’alto, utilizzano i video come strumento per difendersi da attacchi fatti alla propria persona, per accusare a loro volta gli avversari politici, per indurre determinati comportamenti nei propri interlocutori indicando loro quali azioni devono mettere in atto. Troppo poco, invece, per comunicare cosa si è fatto e cosa si intende fare.

Solo Brunetta, in un unico contributo appositamente dedicato, legge quesiti e risponde a domande degli utenti. Al contrario Vendola e Di Pietro non fanno mai riferimento al proprio canale come strumento in cui accogliere proposte provenienti dall’interlocutore, come strumento d’aiuto per fare scelte condivise, anche se paradossalmente Vendola esprime spesso il desiderio di voler dar vita a una voce comune come mezzo per ricostruire la “buona politica”.

Vendola, proprio per l’uso più sistematico che fa del mezzo avrebbe potuto utilizzare i diversi tipi di “videolettere”, e specialmente quelle indirizzate a utenti generali, per illustrare finalmente le sue idee e i suoi programmi. La sua scelta, invece, è quella di elencare semplicemente i propri punti programmatici senza spiegare come intende realizzarli, attraverso quali mezzi e quali strategie. […]

Per concludere, sebbene ci sia il tentativo di usare correttamente YouTube, tutti e tre peccano di un eccessivo pedagogismo e paternalismo. In un leader politico, specialmente in un leader che si vuole proporre come guida di un Paese, un’attitudine in parte pedagogica non è errata, soprattutto perché gli elettori devono sentire di poter votare un soggetto pragmatico, un soggetto del fare che sappia prendere in mano e risolvere i problemi che affliggono lo stato.

Il problema si pone nel momento in cui ci si limita ad auspicare e incoraggiare la centralità e la partecipazione del cittadino-utente, nella costruzione di dialogo per elaborare soluzioni condivise, senza adoperarsi effettivamente per garantirla

Puoi scaricare da qui la tesi di Gloria Neri: «La comunicazione politica su YouTube: i casi Vendola, Di Pietro e Brunetta».

NB: nel pdf manca l’appendice, che contiene una classificazione sistematica e ordinata dei canali di tutti i politici italiani. Chi fosse seriamente interessato, per motivi di ricerca o studio, può scrivermi in privato.

30 risposte a “La comunicazione politica su YouTube: i casi Vendola, Di Pietro e Brunetta

  1. Tesi interessante, come lo sono le conclusioni finali.
    A quanto pare, solo Brunetta utilizza al meglio il proprio canale di youTube; ciò è interessante, in quanto lo stesso Ministro ha un account twitter gestito, a mio parere, malissimo.

  2. un lavoro davvero interessante, da scaricare e da leggere con attenzione. la distanza pedagogica è descritta, credo, molto bene anche nel libro di Marianella Sclavi, “A una spanna da terra”, che mette a confronto lo stile didattico americano e quello italiano. In estrema sintesi, le due reazioni al contributo dello studente: “Nice Try!” (USA) contro “Taci, bestia!” (Italia) Non è una critica agli insegnanti italiani, che la Sclavi apprezza molto, è solo il suo modo di registrare un diverso atteggiamento mentale: negli Stati Uniti, insegnante e studenti fanno squadra; qui da noi chi insegna è uno ‘straniero in cattedra’, uno che appartiene a un’altra casta, con un suo status superiore a prescindere dagli effettivi meriti del singolo. Lo abbiamo sentito, questo atteggiamento, anche nei discorsi di Paola Mastrocola, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro. Lo studente deve adattarsi allo ‘stile didattico’ dell’insegnante. Se non lo fa, è sempre colpa di un suo limite (psicologico, intellettuale, motivazionale) o di limiti posti da altri (famiglia, internet, tv, grande fratello), mai dell’eventuale limite dell’insegnante (magari semplicemente metodologico). Non è un rapporto alla pari, nel senso di pari dignità. Questa dinamica (che si ripropone anche in famiglia naturalmente) crea un clima di generale paternalismo (dall’alto) e di scarsa partecipazione (dal basso: che partecipo a fare, se già so che non mi staranno a sentire perché quello che dico o penso io è sempre un po’ meno importante)? . diana

  3. Non avendo il tempo materiale per leggere la tesi chiedo qui: nel lavoro la presenza dei tre politici su YouTube viene considerata anche in collegamento con l’utilizzo di altre strumenti di internet (blog, social network, ecc) o no?

  4. No Skeight, solo YouTube. È una tesi triennale, il che implica che deve stare in 30 pagine di 2000 caratteri l’una. E Gloria ha fatto un’analisi approfondita dei tre canali, incluso il fatto che ha analizzato sistematicamente tutti i canali YouTube di tutti i politici italiani, prima di arrivare a selezionare Vendola, Di Pietro e Brunetta.

    Quello che dici tu sarà l’argomento di una prossima tesi di laurea, magari. 🙂

  5. Cara Giovanna,

    anche in questo intervento intravedo la stessa lacuna che ho incontrato nel tuo intervento di ieri. Mi riferisco alla scarsa consapevolezza ideologica di fronte all’oggetto di studio. Quando ad esempio leggo che Di Pietro e Vendola sono paternalistici e non incoraggiano la partecipazione del cittadino non capisco sino infondo quale sia il problema. Chi l’ha detto che un leader non deve essere paternalistico per essere vincente? Cerco di spiegarmi meglio: è probabile che quella di questi due politici sia cattiva comunicazione – questo io non lo posso dire, non ho fatto io la ricerca – ma mi chiedo: chi mai ha detto che la buona comunicazione passi necessariamente per un uso democratico, paritetico (sempre che questo possa essere mai davvero realizzato) del mezzo? Anche perché in base a cosa si stabilisce l’idea di una comunicazione ottimale, di uno sfruttamento efficace del messaggio via youtube? Non è forse ideologico e dunque fuorviante stabilire che la comunicazione efficace sia quella che si serve di un modello che esprime un presunto buon uso del mezzo? A me pare, che una corretta analisi debba non tanto partire da un’idea di come dovrebbe essere in astratto una buona comunicazione attraverso youtube, ma debba riconoscere il tipo di cittadino che il messaggio costruisce, e verificare se tale costruzione è in grado di modellarsi sulle aspettative del concreto utente del web. Mi sbaglio?
    Scusami se appaio presuntuoso e sempre critico nei tuoi confronti, ma sono convito che si impari meglio e di più attraverso uno spirito dialettico.

    Un saluto,
    Malvolio.

  6. Sì, Malvolio, ti sbagli di grosso. Io non “presumo” nessun “buon uso”, non parto da nessun “modello astratto” di come “dovrebbe essere una buona comunicazione attraverso YouTube”: semplicemente ho studiato decine di casi di comunicazione politica su YouTube, in Italia, Europa e Stati Uniti, ne ho verificato l’efficacia o non efficacia in diverse campagne e alla fine ne ho tratto alcune conclusioni. Persino una laureanda come Gloria, sotto la mia guida, si è studiata tutti – ripeto: tutti – i canali YouTube dei politici italiani prima di azzardare alcune conclusioni. Senza “presumere” un bel nulla, né presupporre inconsapevolmente alcuna ideologia.

    Ma è chiaro che non hai letto né il mio articolo, né la tesi di Gloria Neri. (Se li avessi letti, avresti capito che non c’è nessun assunto ideologico contro la comunicazione “paternalistica” e “pedagogica” su YouTube, ma al contrario questi concetti sono definiti in base ad alcuni meccanismi linguistico-semiotici.) Come è chiaro che non conosci affatto come funziona la comunicazione politica su YouTube (quando funziona), né come funzionano i diversi tipi di dialogo che si possono stabilire su YouTube: dal videotutorial alla costruzione di video che alcuni utenti fanno mettendo in scena monologhi/dialoghi rivolti a un certo pubblico nei più svariati generi e campi.

    Ti invito a studiare, se vuoi approfondire questi temi, oltre agli articoli che ho messo a disposizione gratuitamente su questo blog e alla tesi di Gloria Neri, anche la bibliografia di base del mio corso di Semiotica dei nuovi media, che puoi trovare nella sezione Corsi e dispense.
    E ti invito a fare qualche mese di osservazione partecipante su YouTube. Dopo di che, ti renderai conto, se sarai sufficientemente onesto con te stesso, di quanto inadeguato e presuntuoso è stato il tuo commento.

    Appari presuntuoso solo perché lo sei: presumi di sapere e accusi gli altri – in questo caso me – di lacune. Quando invece è chiaro che le lacune, in questo campo, sono tue.

    Chiudi il commento con un atto di scusa. Bene: accetto le tue scuse, però non esagerare. Il rispetto è una cosa seria: io rispetto gli altri e fra gli altri ci sei pure tu, ma desidero essere rispettata. Soprattutto a casa mia, e questo blog è casa mia. Se ti pare lacunoso, semplicemente non tornarci più.

  7. Non credo di aver usato toni eccessivi più di quanto hai fatto tu nella tua risposta. Dunque non capisco la lezioncina finale sul rispetto. Ho fatto delle critiche e tu hai risposto con altrettante critiche, anche se con una decisiva differenza: io ho attaccato il tuo testo, tu ha invece attaccato me direttamente. Una semiotica come te dovrebbe capire la differenza… Dunque se c’è qualcuno che ha mancato di rispetto qualcuna, quella sei TU.
    Ora il mio commento era strutturato in modo assolutamente democratico e paritetico come tu sostieni che debba essere la comunicazione via web. Esprimo un giudizio, ma lego la sua validità ad alcune quesiti e invito gli utenti a rispondere. Quando l’ho scritto sapevo dunque che il mio giudizio sarebbe venuto meno a seconda delle risposte. Per tanto se c’è un post inadeguato, quello è il tuo: dato che non sei stata capace di comprendere la struttura argomentativa del mio testo. Certi termini a te sgraditi sono invece volti a rompere il regime comunicativo universitario in cui c’è da una parte il professore, il luminare che sa tutto, e dall’altra gli studenti, che non sanno niente. Ma è evidente che tu non vuoi affatto dismettere i panni della professoressa universitaria; hai bisogno di mostrar la tua autorità per aver ragione. Peccato, perché dietro certi atteggiamenti, so che c’è un’ottima ricercatrice ed è per questo che ho partecipato a questa discussione.

    Rileggo il mio post e provo dispiacere a doverlo inviare: però hai usato un tono che non posso accettare. Se vuoi essere rispettata, dunque impara a rispettare. E soprattutto impara a distinguere le critiche al testo dalle critiche alla persona, a distinguere enunciato da enunciazione…

    Un saluto,
    Malvolio.

  8. Malvolio: ho solo detto che dal tuo commento era evidentissimo che non avevi letto i testi che attaccavi. E che non conoscevi molte cose. Prima di criticare un testo, proprio per mettersi in posizione di dialogo paritetico, occorre leggerlo tutto: non basta averne letto solo uno stralcio per lanciare freccette.

    Le conclusioni della tesi di Gloria Neri, che qui ho riportato, si capiscono solo se si legge tutta la tesi. Come è stato chiaro a tutti coloro – diverse centinaia di persone – che fra ieri e oggi hanno scaricato la tesi. Immagino per leggersela, prima o poi.

    So benissimo di aver usato un atteggiamento da “professoressa” con te. L’ho fatto apposta perché è esattamente ciò che il tuo commento si meritava: da ciò che l’enunciato mostrava, si capiva che l’enunciatore non sa. Se invece l’enunciatore sa – volendo distinguere molto attentamente i due piani, come tu vuoi – allora vuol dire che l’enunciatore vuol fare solo il provocatore. O semplicemente vuol mettersi in mostra.

    Dici che non ho distinto a sufficienza fra enunciatore (tu) e enunciato (il tuo commento)? Rileggi i tuoi commenti (quello a questo post e quello al post di giovedì) e domandati se tu invece l’hai fatto con me. Chiaro che i due piani si confondono: tu stesso, per esempio, ti scusi di “apparire critico nei miei confronti”. Lo sei stato. E in modo acido e sgradevole. Dunque? Ti meriti altrettanta sgradevolezza da parte mia, sgradevolezza arrivata dopo la tua, non prima, ti ricordo, e accentuata dal fatto che mi toccava mettere in chiaro – visto che evidentemente non te ne rendi conto – che ne sai meno di me. Solo in questo campo, per carità. E solo perché dal tuo commento è chiaro che non hai letto i testi che critichi (il mio e quello di Gloria), per carità. Mica dal resto della tua vita che non conosco.

    E con questo, gradirei chiudere l’inutile e noiosa polemica.

  9. Malvolio sinceramente non capisco … ma sai cosa è il web 2.0?
    Vendola, Di Pietro & Co. utilizzano tutti i loro strumenti online (sito, blog, socialnetwork, facebook, twitter, youtube) come se questi fossero una propagazione del mezzo televisivo.

    Mi spiego meglio, una delle caratteristiche che rende il web diverso dalla tv è la possibilità di interagire tra due o più persone.

    I politici invece utilizzano il web solo per esprimere e diffondere il loro pensiero e senza sfruttare l’enorme potenzialità del mezzo.

    Perchè il politico non può utilizzare il web come strumento di interazione?
    Il mio sogno è vedere un giorno il presidente del consiglio rispondere sul web alle domande fatte dagli utenti.

    E questo è un problema anche di uno che fa dell’antipolitica il suo cavallo di battaglia… Beppe Grillo non ha mai risposto ad un commento sul suo blog.

  10. Grazie a Gloria e a te per questo contributo. E per il tuo impegno giornaliero.

    Un abbraccio.

  11. Mi permetto di intervenire.

    Non sono un esperto di semiotica del discorso politico, ma mi occupo di diritto dell’informazione. Faccio un uso del web intenso, interessandomi alle reciproche influenze fra rete e democrazia, specie in relazione alla libertà di espressione e (componente fondamentale) di critica. Ho letto con interesse, pur non condividendo tutti i passaggi, la tesi qui pubblicata. La natura della rete e dei blog, in ogni caso, non impone un approfondimento esaustivo dei suoi contenuti, ma permette alle persone di esprimersi liberamente isolando -in base a criteri di pertinenza soggettivi, e spesso di tempo a disposizione- le informazioni ritenute interessanti.

    Leggo con molto stupore lo scambio fra la Professoressa Cosenza e Malvolio, e colgo anch’io come “effetto di senso” (mi pare lo chiamiate così) la volontà di ristabilire le gerarchie, di adottare il criterio di competenza e di autorità come strumento intimidatorio. In particolare si risponde ad una critica con una serie di considerazioni a carattere tecnico (e fin qui possiamo essere in accordo o in disaccordo, come in ogni dialettica) corredate da una serie di attacchi personali, ribaditi peraltro nella seconda risposta.

    Si noti. L’appellarsi ad una superiorità di competenza (e, si suppone, di status) da parte della docente non implica le cautele espressive che a tale competenza dovrebbero per definizione corrispondere. E finisce per “suggerire”, o meglio “intimare” un silenzio, togliendo qualsiasi spazio o credibilità all’altrui punto di vista. Questa è operazione nota di contesti ben caratterizzati in quanto a rispetto dei diritti, che non credo vengano qui elevati a modello.
    L’esito (“questo blog è casa mia. Se ti pare lacunoso, semplicemente non tornarci più”) sarebbe da discutere alla luce della natura degli spazi virtuali dedicati al libero scambio di opinioni.
    E’ comunque suggerimento che non serve: di fronte a questo tipo di atteggiamento, è plausibile che l’utente non si esprima mai più. E che al contrario si coagulino opinioni di rinforzo, a crescita zero per ciascuno di noi.

    Cordiali saluti.

  12. Caro Saverio,

    mi pare corretta la tua risposta. Giovanna ha ecceduto, soprattutto nella frase da te citata, che però a me ha fatto solo sorridere. Se per qualcuno ho ecceduto anche io, me ne scuso. Devo però denunciare un ulteriore fatto: Giovanna ha censurato la mia risposta ad Alessandro di cui avevo invece apprezzato il ragionamento, perché mi permetteva di argomentare la mia tesi iniziale.
    Ora, non ho tanta voglia di ripetere esattamente le parole di risposta ad Alessandro: anche perché sono consapevole che possano essere nuovamente censurate. Mi limito solo a rispondere alla sua domanda: “Perchè il politico non può utilizzare il web come strumento di interazione?”
    La mia risposta è: perché non vuole; o meglio, nel caso specifico di Di Pietro e Vendola, l’atteggiamento pedagogico e l’asimmetria individuati da Gloria non sono solo aspetti della comunicazione, ma sono elementi del processo di significazione: solo attraverso questo atteggiamento che rinuncia alla parità tra politico e utente questi due leader sono in grado di trasmettere il loro pensiero. Questo è il motivo per cui Di Pietro e Vendola usano il web come la televisione; e complessivamente sono queste le ragioni per cui questi due politici sono spesso definiti “carismatici”. Se confrontato con l’articolo di Giovanna, questa mio giudizio esprime un paradosso: l’efficacia comunicativa di questi due politici è raggiunta attraverso un uso squalificante del mezzo di comunicazione, cioè di youtube.
    Naturalmente questa è solo una mia ipotesi che andrebbe confermata da una accurata ricerca. Le ragioni per cui la esprimo non mirano dunque ad dimostrare una tesi, ma sono volte piuttosto a suggerire qualche dubbio sulla metodologia espressa nell’articolo di Giovanna.
    Mi sbaglio? Preferisco correre il rischio di sbagliare ed essere fedele solo a una filosofia del sospetto, che naturalmente sono pronto a rivolgere anche a me stesso.

    Un saluto a tutti e ABBASSO tutti i censori! VIVA la democrazia del web!

    Malvolio.

  13. Caro Saverio: non ho voluto affatto «ristabilire le gerarchie», né «adottare il criterio di competenza e di autorità come strumento intimidatorio».

    Semplicemente, cerco di evitare, su questo blog, un problema della blogosfera che tutti coloro che la frequentano conoscono bene: il “commentismo”, ovvero il commento polemico fine a se stesso.

    Chi fa “commentismo”, chi fa polemica fine a se stessa? Chi parla prima di aver letto attentamente, prima di aver riflettuto, prima di aver capito. Chi presume di avere la verità in tasca. Chi non conta fino a 100 prima di scrivere.

    Ora, dai toni e dai contenuti di Malvolio si capiva benissimo che non aveva letto i testi di cui parlava e si basava solo sullo stralcio breve, riportato nel post. Che dovevo fare? Fargli una sintesi del mio articolo e della tesi della studentessa? Spiegargli quali conoscenze gli mancavano? L’unica strada era invitarlo a leggersi i testi che non aveva letto e altri da cui avrebbe capito meglio perché secondo me sbagliava: è questo, fare appello al principio di autorità? Voler ristabilire le gerarchie?

    Ora, io prima di intervenire su un blog altrui cerco sempre di stare molto attenta a:

    (1) non dire cose che abbiano già detto gli altri commentatori prima di me;
    (2) essere sicura di aver capito bene i contenuti del post che voglio commentare;
    (3) esser sicura di conoscere bene tutti i riferimenti ad altri testi (libri, film, trasmissioni televisive, ecc.) che quel post implica: se per esempio un/a blogger parla male di un film che non ho visto, evito di attaccarlo/a dicendo che la sua critica è “lacunosa” o cose del genere, semplicemente perché sono consapevole che, di quel film, so meno di lui/lei.

    Inoltre, quando leggo un blog e decido di commentarlo, evidentemente do per scontata la competenza più generale di colui o colei che lo detiene. Altrimenti perché mai avrei interesse a leggerlo, quel blog, e per di più a commentarlo?

    Insomma, io faccio sempre così, anche quando intervengo in modo critico, anzi soprattutto quando intervengo in modo critico, perché è molto più difficile criticare il pensiero di qualcuno – entrando nel merito di ciò che l’altro/a ha scritto ed essendo sicura di aver capito bene ciò che l’altro/a ha detto, prima di criticarlo – che lodare e imbrodare. Faccio così sui blog altrui, perché credo sia corretto e intellettualmente onesto fare così, e vorrei che anche gli altri facessero così su questo blog.

    Il che non vuol dire affatto indirizzare i commenti su una strada di sola conferma di ciò che scrivo. Vuol dire semplicemente alzare il livello della discussione che anima un blog.

    Saverio, questo blog è pieno di commenti critici nei confronti di cose che ho scritto: basta andare indietro nei post e leggere i commenti, per verificarlo. Non “censuro” mai chi mi critica, anzi: ripeto fino alla nausea che imparo molto di più – tutti impariamo molto di più – dalle critiche che dalle lodi. E io imparo moltissimo dai commenti critici dei miei lettori.

    Ma ogni critica deve essere civile, argomentata, mai presuntuosa né pregiudiziale. E il dibattito deve essere sempre rispettoso dell’opinione altrui. Chi non rispetta queste regole, torno a dire, ha semplicemente sbagliato blog.

    Il mio punto era solo questo: è solo per questo motivo che sono intervenuta come sono intervenuta nei confronti di tal Malvolio, che non conosco, non era mai intervenuto in questo spazio e ha cominciato nei modi che abbiamo letto.

    Malvolio, mi rivolgo a te questa volta: questa volta il tuo commento è un filo più educato, solo per questo ti ridò spazio. Evita però le battutine sulla “censura” e la retorica della “democrazia del web” (Il web non è affatto democratico, per mille ragioni di cui se vuoi possiamo discutere), perché al prossimo commento che contenga sciocchezze del genere (il tuo implicito è che io sia Catone il censore) finisci di nuovo nello spam.

  14. Suvvia, Giovanna In fondo Malvolio è nuovo, così come nuovi sembrano essere Saverio, Mort Cinder, Citrosid, Tullio, Pavlov…
    Parlano tutti la stessa lingua. Speriamo di averli ancora con noi, non solo in una comparsata breve e fugace che potrebbe ingiustamente far pensare male ai maligni sospettosi come me.

  15. Cara Giovanna,

    non credo di essere stato maleducato, soprattutto nella mail da te cestinata. Ma tanto per non sbagliarmi: chiedo scusa, ancora una volta, se ho offeso qualcuno.
    Solo un dubbio se la mia mail fosse stata davvero maleducata avresti dovuto pubblicarla per mostrare a tutti quello che sono e avere dunque un argomento in più contro di me… Ma è evidente, io non so nulla del web e delle sue regole di funzionamento; e per tanto non azzardo ipotesi sulle vere ragioni del tuo cestinamento nella spam. In fondo, sono un tipo che non porta rancore.
    Comunque, senza possedere la tua cultura, concordo con te sulla non democraticità del web. Ho inneggiato ad essa perché trovo che, talvolta, gli utenti sono in grado di creare isole di democrazia quando fanno un uso paritario e non pedagiogico del mezzo; quello che insomma io credo non intendano fare né Di Pietro né Vendola per ragioni strettamente politiche e comunicative. Ma mi rendo conto che questo giudizio sia espresso da un incolto… per cui vale quello che vale.

    Ora, un piccolo chiarimento. Non ho letto la tesina di Gloria, è vero. Mi è subito passata la voglia in seguito alla tua prima risposta che per fortuna era stata preceduta dalla lettura del tuo articolo, che dunque conosco; ed è infatti a partire da quello che io ho ricavato i miei giudizi negativi sul tuo punto di vista metodologico. Non per nulla, la mia critica riguardava l’idea che esistesse un modello comunicativo ideale – per quanto desunto da una grande massa di esempi – in grado anche solo di “simulare” un rapporto democratico… Insomma, la mia critica era rivolta solo a te Giovanna – non a Gloria – poiché tu hai elevato il modello Obama a esempio ideale anche per un contesto politico molto complesso come quello italiano.
    Certo, la mia parola non varrà nulla: ma permettimi di non condividere la tua scelta metodologica – di ritenerla ideologica – e di pensare che anche la comunicazione via web debba misurarsi con una ricerca diversa dalla tua. Se i politici italiani non hanno voluto apprendere la lezione di Obama o dei movimenti di protesta è, a mio modestissimo avviso, per ragioni ideologiche (in un senso diverso da quello che attribuisco a te) e culturali molto serie, che non possono essere liquidate troppo facilmente, perché riguardano il contesto italiano e i criteri di rappresentanza nel nostro paese.

    Quanto ai sospetti di Ugo, beh, quelli sì sono spam (ma è un mio personalissimo giudizio): io infatti non cedo alle provocazioni e dunque invito Ugo a continuare a credere quel che vuole.

    Grazie Giovanna dello spazio che mi hai concesso.

    Malvolio.

  16. Malvolio: bene. Ora il tuo punto di vista è più argomentato. Non sono del tutto d’accordo, ma prendo in seria considerazione ciò che dici.

    La realtà politica italiana è molto diversa da quella statunitense: su questo non solo sono d’accordo, ma l’ho scritto in premessa nel mio articolo. D’altra parte è ovvio: sarei davvero sciocca se pretendessi di portare il modello Obama di peso nella realtà italiana, non trovi?

    Quello che ho chiamato “il modello Obama” è un esempio ben riuscito (i fatti gli hanno dato ragione) di uso della rete che ha funzionato in un contesto storico-politico particolare. Che ovviamente non può essere né trasposto né generalizzato. Ma mi è servito – come peraltro ho scritto anche nell’articolo – solo per mostrare alcune caratteristiche di base – anche fin troppo elementari – di un possibile uso politico della rete che, mutatis mutandis, ritengo che la realtà italiana potrebbe, anzi dovrebbe, prendere in serissima considerazione. Non fosse altro che per questa ragione: sono talmente fondamentali e semplici, le caratteristiche che ho estrapolato dal caso Obama, che si possono tenere come base su cui poi costruire le proprie differenze specifiche: di partito, di coalizione, e relative – naturalmente – al sistema politico italiano e a ciò che di volta in volta si vuole ottenere come obiettivo politico.

    Nel 2009 alcuni rappresentanti dello staff di Obama furono chiamati a fare lezione ai quadri del Pd nazionale, per esempio. La loro lezione fu ascoltata e capita dai quadri intermedi, ma non dai dirigenti di più alto livello. E non fu mai nemmeno presa in considerazione dai vertici del partito. Le ragioni culturali e ideologiche di questa non ricezione vanno serissimamente valutate, in questo sono d’accordo con te. Ma cosa ti fa pensare che io non le prenda in seria considerazione? Una delle ragioni per cui tengo questo blog è proprio quella di far sedimentare un po’ alla volta un lavoro culturale che possa contribuire – nel piccolo delle mie possibiltà – a far cambiare questa cultura e questa ideologia di “non ricezione” e “non cambiamento” che è ben più generale e trasversale del solo Pd.

    Uno dei problemi fondamentali della politica italiana è la mancanza di ascolto, caro Malvolio.Tutta la politica italiana è assai poco incline ad ascoltare i cittadini, a metterli al centro della propria attenzione. E questa non è una novità, naturalmente, ma in rete è molto più visibile che altrove. Proprio perché in rete vige quel “tu” o, se vuoi, quella simulazione di pariteticità che, se non rispecchia almeno un minimo un’autentica propensione, finisce per tradirsi e ritorcersi contro chi fa comunicazione. Dopo di che, l’ascolto autentico lo si deve applicare anche fuori dalla rete, sul territorio. Anzi, nel 2011 sarebbe auspicabile un buon equilibrio fra ascolto in rete e ascolto sul territorio. Persino in Italia sarebbe auspicabile, non trovi? Con modalità e regole italiane, naturalmente. Mica dobbiamo scimmiottare gli Stati Uniti: non era certo questo che intendevo.

    Per ora passo, che è tardi e vado a cena. Ciao! 🙂

  17. Il vero leader della comunicazione su YouTube è Ali Ardekani alias Baba Ali… Telepredicatore in versione 2.0 andate a vedere.

    Ciao a tutt*

  18. Ringrazio prima di tutto per le risposte, so che i post hanno scadenza breve e avevo il timore di essermi presentato in ritardo sui tempi veloci della blogosfera.
    Le regole di condotta su questi schermi – questa la mia opinione- sono più riferibili al buon senso che a un vero e proprio codice di principi. C’è un confine netto fra espressione legittima, anche a mezzo critica, e illazione sul dato personale. Alla professoressa Cosenza mi sentivo di ribadire esattamente questo limite.

    Essendo il blog spazio (o agorà, per usare una parola a me cara) di libero scambio di punti di vista, le forme della critica sono certo sfuggenti e di difficile valutazione. Serve forse, a monte, una dose di bendisposizione, e di sufficiente apertura. Il ricorso all’attacco diretto è se vogliamo il più semplice e il più efficace, specie quando effettivamente la gerarchia esiste. Non a caso è anche il più in uso, per quanto poco sostenibile da un punto di vista etico e – ecco che tornano – di legittime regole di scambio.

    Il senso del mio intervento vuole essere quello di invitare, se questo suggerimento può essere accolto e compreso fuori dalle scommesse pregiudiziali su chi sta scrivendo, di non spingersi all’attacco personale in risposta a considerazioni di ordine generale (meglio sarebbe dire di ordine “pubblico”). Di contemplare che la voce “oppositiva” (ma perchè “oppositiva”, mi chiedo? Perchè non semplicemente “integrativa”?) possa essere tutt’altro che sintomo di tracotanza o di vanità, ma più semplicemente di “partecipazione”, ognuno con i propri strumenti. La partecipazione è elemento carente, che penso sia al momento una risorsa da ritenere preziosa, al di là degli “ismi” in cui può essere catalogata.
    Credo sia molto discutibile, e forse nient’affatto legittimo, il dare per scontato che chi si esprime porti sul campo il fardello delle proprie tare personali (chi del resto ne è salvo?), o delle proprie lacune. Probabilmente questo è sempre vero, lo è per tutti, scriventi compresi, e quindi il risultato complessivo è zero. Mi chiedo se certe attribuzioni siano così facili da stabilire senza “scommettere” sull’interlocutore, appunto, abbandonandosi a un’intuizione (proprio perchè nessuno ha verità in tasca) e quindi a un probabile pregiudizio.
    D’altro canto, se anche di impreparazione si dovesse trattare, una comunicazione che si appella a una disparità di competenza (che spesso è dato certo e pacifico, come in questo caso), nella maggioranza dei casi non stimolerà l’interlocutore all’approfondimento, ma alla difesa e all’abbandono del contesto.
    L’utente medio, il cittadino medio, può non avere la possibilità di leggere integralmente la tesi di una ragazza, nè la bibliografia di un corso universitario, nè tanto meno di consultare con accuratezza un blog – per quanto interessante – in tutti i suoi aspetti. Le potenzialità del web sono talmente enormi, e la fruzione media talmente volatile, che realisticamente non si può pretendere tale impegno. Nonostante questo una persona può avere l’urgenza, la voglia, l’ “interesse” di trovare uno o più contesti in cui esprimersi, fuori dalle interdizioni quotidiane.
    Il contesto che incoraggia questo esercizio, sarà contesto di esercizio democratico. Il contesto che non lo fa, si apre (e soprattutto si chiude) a una serie di altre possibilità, che riporteranno con un tonfo a tutto quel “già visto e già vissuto” che ognuno di noi si porta dietro, comprensivo delle fatiche e dei paradossi del nostro strano presente.

    Per questo, concludendo, “elevare il livello della discussione” nelle forme in cui, professoressa, lei ha in questo caso scelto, è esercizio interessante, ma rischioso. Esclude e non include, e su questo dovremmo – potendo – discutere, cercando di arrivare a un compromesso che ci metta d’accordo, autocritiche comprese.

    Al Sig. Ugo spero di aver dato un primo segnale di buona volontà, impegnandomi in un secondo commento.
    Ancora con viva cordialità, saluto tutti.

  19. Saverio: concordo con lei e tuttavia, come vede, il dialogo con Malvolio – ad esempio – si sta ora impostando su contenuti e con toni diversi. Cosa di cui sono lieta.

    E dunque? 🙂

  20. Non c’è conclusione ma solo spinte a procedere, gentile Professoressa, e sono lieto che ci troviamo d’accordo. Malvolio si è autodefinito un incolto la cui opinione val quel che vale. Ha concluso ringraziandola dello spazio “concesso”. Sa che io, al suo posto, non l’avrei mai fatto? Il mio orgoglio di uomo anziano mi avrebbe probabilmente privato degli ulteriori, interessanti, contenuti che sono seguiti. Avrei quindi sbagliato, o peccato di eccesso di autostima. Forse?

  21. Cara Giovanna,

    è vero, nelle premesse spieghi che è necessario fare delle “distinzioni” e valutare le “convenzioni culturali” che governano i mezzi di comunicazione “materiali” (come vedi ho appena riconsultato il tuo articolo…). Con tutta l’umiltà dell’universo, permettimi però di dirti che io credo che tu non l’abbia fatto abbastanza. Mi spiego: la comunicazione di Obama ha funzionato perché si svolgeva in un dato contesto culturale in cui il rapporto tra il presidente e i cittadini è differente da quello italiano. In America la partecipazione, il coinvolgimento, l’idea che il bene del paese dipenda dalla partecipazione attiva sono valori molto diffusi e riconosciuti positivamente. In Italia non è così. In Italia la partecipazione, il prender parte attivo per un obiettivo comune è una pratica riconosciuta molto limitatamente. Da noi conta molto più il leaderismo fideistico che mette in secondo piano la positività della partecipazione e magnifica proprio il pedagogismo e la asimmetria di rapporti individuati da Gloria. Detto in altri termini, l’asimmetria tra il politico e il cittadino è un elemento strutturale del rapporto tra politico e cittadino.
    So di aver fatto una generalizzazione, però io credo che, con un po’ di principio di carità (che spero di essermi finalmente meritato…), tu possa esserti fatta un’idea della distinzione di base che io riscontro tra i due paesi. Ebbene, questa differenza a mio parere squalifica le potenzialità del mezzo del web che dunque viene utilizzato come il mezzo televisivo, esattamente come ha rilevato Alessandro. Ecco perché, secondo me, nonostante i difetti che hai individuato in Vendola e in Di Pietro, la loro comunicazione è in qualche modo efficace.
    La causa non è però da ascrivere tutta ai politici, anche i cittadini vivono e vogliono vivere la politica in modo asimmetrico. Per fare un esempio, “sintomatico” del regime comunicativo italiano tra politico e cittadino, prendi un altro leader del web, un esponente della società civile, cioè Marco Travaglio. Tu sai benissimo che la sua capacità comunicativa, per quanto mediocre nei modi, è efficacissima: le sue parole cadono dall’alto come verità indiscutibili, oracolari. Spesso ricorre a luoghi comuni e le sue battutine richiamano il “si pensa” del sapere medio (spesso medio basso): è come se regredisse nel pensare medio, ma in questa regressione lui manca di totale dialogicità, di dialettica tra i punti di vista, squalificando dunque ogni forma di interazione. Travaglio è lontanissimo da una comunicazione democratica ed è un grande rappresentante del pedagogismo: dispensa giudizi morali su tutti, sui politici, sul giornalismo, su tutto. Ora, nessuno mi contesti il fatto che lui sia un giornalista e non un politico, perché Travaglio in realtà esaspera proprio alcuni caratteri tipici della comunicazione politica, come ad esempio il costruire narrazioni autoconsolatorie o autoassolutorie testimoniate dal continuo uso del “noi”, i cittadini buoni, le vittime, contrapposto al “loro”, che nel caso di Travaglio sono proprio i politici: narrazioni che dunque tendono alla divisione e non alla condivisione. Travaglio critica i partiti politici attraverso improbabili confronti, e in questo modo fornisce proprio un alibi al cittadino che non prende parte, che non partecipa, “ché tanto son tutti uguali…”. Travaglio è in questo senso il sintomo di come in Italia il discorso politico sia concepito come il teatro in cui recitano due soggetti molto distanti, inconciliabili, in cui il modello Obama non può trovare gran spazio. In America del resto Travaglio non avrebbe mai un successo pari a quello ha in Italia: in America la partecipazione e la condivisione è un valore, ma soprattutto la distanza tra il “loro” e il “noi cittadini” lì è ridotta al minimo, mentre da noi è amplissima, nonché coltivata da entrambi i lati. Del resto, da un lato la distanza giustifica il leaderismo carismatico e dall’altro rappresenta un alibi che autoassolve i cittadini italiani dal loro atteggiamento passivo.
    Spero di essermi spiegato (ma sto contemporaneamente guardando L’infedele, il mio programma politico preferito…).

    Ciao,
    Malvolio.

  22. Caro Malvolio, sono d’accordo su tutto.

    Non ho fatto tutte queste distinzioni e precisazioni nel mio saggio? Ebbene, era solo un saggio… 😀

    Ma no: diciamo che ho calcato un po’ la mano, e l’ho fatto consapevolmente perché la questione del dialogo paritetico è cruciale nella comunicazione sul web 2.0, come dimostra il nostro stesso screzio iniziale. E mi piace pensare che la politica italiana un po’ questa lezione debba apprenderla, senza cullarsi troppo sul fatto che gli italiani sono diversi. Gli italiani sono diversi anche perché hanno una politica diversa: circolo vizioso, ohinoi, come quando la gente sta a chiedersi se gli italiani hanno i politici che si meritano o sono migliori dei loro politici.

    Però però… non sono io che ho criticato Vendola e Di Pietro, accusandoli di paternalismo e pedagogismo: è la mia studentessa! Ooops, che fai? Mi scivoli di nuovo sulla lettura disattenta? Certo, ho detto che condivido le conclusioni della tesi di Gloria Neri, tuttavia sulle tesi degli studenti metto sempre una tara di concessioni, in termini di ingenuità e, in questo caso, di idealismo, che io non mi permetterei mai in un mio scritto. Ma sinceramente non trovo giusto scoraggiare un pizzico di idealismo nei giovani. E ben vengano la discussione e le eventuali polemiche suscitate dal loro idealismo. Meglio sbagliare per idealismo che per cinismo e rassegnazione, specie a vent’anni, non trovi?

    Infine, tutto è imperfetto e perfettibile: anche i miei articoli.
    😉

    Grazie per l’attenzione e l’amicizia con cui hai saputo rigiocare il tuo ruolo qua dentro. A dimostrazione che la capacità di ascolto reciproco, in rete come fuori dalla rete, vince.

  23. Intervengo solo ora, perché non ho voluto inserirmi in polemiche che sconfinavano nel personale e si allontanavano dal mio lavoro.
    Malvolio mi piacerebbe che leggessi tutta la mia tesi. Non per darmi ragione, ma per renderti conto che le nostre posizioni non sono poi così distanti. Chiedi alla professoressa i file di appendice in cui c’è la mia schematizzazione sistematica dei 75 canali YouTube che ho analizzato e che mi hanno portato a Vendola, Di Pietro e Brunetta, così avrai un lavoro d’insieme completo.
    Siamo d’accordo su vari punti:
    -Italia e Stati Uniti sono contesti storico, culturali, politici lontani anni luce;
    -Il ruolo della partecipazione politica nei due paesi è visto in maniera differente;
    -Paternalismo e pedagogismo non sono “problemi” in assoluto (l’ho scritto esplicitamente e lo penso realmente, soprattutto in casa nostra come ci hai ben ricordato).
    Il punto è un altro. Il mio lavoro doveva avere un punto di partenza e soprattutto dovevo portare avanti un’analisi lineare, chiara, consequenziale.
    Sarei veramente ingenua nel credere di poter paragonare la comunicazione di Obama a quella nostrana, anche perché per ottenere certi tipi di risultati sono necessarie capacità prepolitiche innate che, nostro malgrado, si possono imparare fino a un certo punto. Però è facile constatare che, escludendo Di Pietro che ha aperto il suo canale nel 2006 sull’onda di Beppe Grillo, dopo il 2008, dopo l’elezione di Obama c’è stato un vero e proprio boom: quasi come se YouTube potesse essere lo strumento salvifico di risoluzione del distacco tra politica e paese reale. Mi sono chiesta allora: beh vediamo come lo usano, vediamo se c’è davvero dell’interesse a riavvicinarsi ai cittadini, come dicono. La mia conclusione, per farla breve, è stata un NO. Lo stesso no che hai scritto tu, ma a cui io, buttandomi alle spalle una po’ di pregiudizi, sono giunta dopo averli ascoltati, dopo essermi trascritta i discorsi e dopo averli analizzati con alcune strategie d’enunciazione che ho menzionato in tesi. Solo ora, solo dopo questo lavoro posso dire che SI hai ragione: a loro non interessa ricucire il distacco, neppure a Vendola, a cui ho dedicato la maggior parte del mio lavoro (dando meno spazio a Brunetta e Di Pietro, limite 30 pagine) che fa del noi inclusivo il fulcro della buona politica. Ma allora questa narrazione condivisa dov’è? Posso dire che non c’è, per ora. Se interessa bisogna lavorarci, se non ci si lavora forse non interessa, ma perché “venderci” il contrario.
    Ritornando a Obama, il paragone è azzardato, ma sono loro i primi a farlo, lo menzionano direttamente nei loro video, quindi sono loro che legittimano a prenderlo in considerazione.

    Mi chiedo inoltre fino a che punto possiamo effettivamente parlare di efficacia politica della comunicazione di Vendola e Di Pietro. Nel senso: come facciamo a misurarla? Non penso che la quantità di iscritti al canale YouTube sia indicativa: c’è chi potrebbe iscriversi, come me, solo per interesse di studio, oppure perché incuriosito, o per lasciare commenti polemici gratuiti. L’efficacia ce la attesteranno forse le prossime elezioni? Aspettiamo. Intanto dopo la mia analisi posso dirti che l’Io impera – cosa non fedele, incoerente con ciò che loro stessi dicono di voler fare : mettersi da parte per ascoltare e costruire insieme – non ci sono spiegazioni, ci sono promesse di risposte mai date. Quindi concordo con te sul fatto che non è buona comunicazione solo quella democratica e paritetica, ma se tu mi prometti di usare uno strumento in un certo modo, per certi scopi, poi mi aspetto che la promessa venga mantenuta. Loro non lo fanno e forse si scade un po’ nella piaggeria. D’altra parte mi chiedo, e mi sono chiesta nella tesi, se questo Io-Io-Io non sia solo funzionale a riconfermare quella parte di elettorato che già c’è ampliando distanza con le altre fasce di cittadini-elettori che vedo difficile che si avvicineranno a chi continua a non spiegare, a non cercare di includere. Questa comunicazione sarà efficace?

    Detto ciò, il mio idealismo sta nel credere ancora che YouTube – come gli altri ambienti del web 2.0 – possano essere funzionali, se usati in un certo modo, a ridurre la distanza tra noi e loro e le mie conclusioni, più o meno opinabili e perfettibili, non nascono da preconcetti, ma da un’analisi. Se fossero la trasposizione di convinzioni politiche preesistenti ti assicuro che sarebbero state differenti: totalmente.

    In conclusione mi scuso se il mio commento di risposta pare sommario e scarsamente puntuale. Ho cercato di replicare ad alcuni aspetti che ho potuto cogliere in disaccordo, ma non mi è stato facile dato che alcuni punti deboli che hai sottolineato si basano su assunti tuoi. Ti ripeto e ti prego di leggere però la mia tesi in questo modo potrai sollevarmi le giuste critiche in riferimento al mio lavoro e io ti potrò replicare in maniera più coerente e chiara. Se sei veramente interessato alla mia analisi puoi chiedere alla professoressa anche la mia email per parlarne in privato, oppure possiamo continuare la discussione qui, contesto in cui è nata. Non è mio solito sottrarmi al confronto e alla dialettica purché, passami l’espressione, si stia “sul pezzo” 🙂
    Quello che voglio per l’ennesima volta ribadire è che nessuna conclusione è frutto di preconcetti, ma il risultato di un lavoro approfondito, nè superficiale, nè semplicistico.

  24. Care Gloria e Giovanna,

    sono contento che abbiate apprezzato le mie critiche. Leggerò la tesi, a questo punto.
    Solo un piccolo appunto su un quesito di Gloria che si chiedeva perché io definissi tutto sommato efficaci i modi di comunicazione di Vendola e Di Pietro: perché riescono ad orientare il discorso politico meglio di quanto faccia il PD, il peggior soggetto politico in fatto di comunicazione che si sia mai visto in Occidente. (Un partito che avrebbe tante potenzialità, ma non ne sfrutta nessuna: tanto per fare un esempio di attualità, è il partito in grado di apparire filoleghista per una malaugurata intervista alla Padania, anche se concretamente è l’unico che ha in qualche modo fatto qualcosa per gli immigrati – in Toscana – quando al contrario Vendola, nella sua regione, non è riuscito a far nulla contro il campo di Manduria…) Naturalmente questo giudizio sull’efficacia della comunicazione di Vendola e Di Pietro lo esprimo considerando la loro strategia comunicativa globale, dunque non solo quella via web. Ad ogni modo, non credo di commettere un grave errore metodologico dato che entrambi i leader usano il web come la televisione.

    Un ultima questione, per Giovanna: perché non si prende sul serio il fenomeno comunicativo di Travaglio? Da una buona fenomenologia di questo soggettone del giornalismo potrebbe venir fuori un buon quadro ideologico del paese…

    Saluti e Viva le semiologhe!

    Malvolio.

  25. Cara Gloria,

    ho letto la tua tesi come gentilmente mi hai chiesto. La trovo ben scritta e accuratamente strutturata. I suoi contenuti non hanno tuttavia modificato di molto il mio punto di vista di partenza che provo a spiegare con parole ancora diversa dalle precedenti: pedagogismo, asimmetria, regime enunciativo, stile aulico o scurrile sono tutti elementi che servono a una particolare costruzione del leader. Se Vendola usa un linguaggio forbito e si serve dell’ipotassi lo fa perché questo è funzionale al tipo di rapporto comunicativo che vuole costruire con i suoi elettori. A Vendola in altri termini non interessa coinvolgere i cittadini come ha fatto Obama che tu citi all’inizio della tua tesi.
    Quello che non condivido del tuo approccio analitico è infatti l’idea che esista un modello di comunicazione ideale e che questo sia quello di Obama. Secondo me, è al massimo accettabile che quello di Obama più che un esempio “normativo” sia considerato come un modello “regolativo”, molto generale, da cui le singole declinazioni locali possono divergere senza pur essere giudicate poco efficaci.
    Ora ritorniamo al punto: tu hai mostrato giustamente che Vendola usa un linguaggio complesso, di difficile comprensione, che “stordisce”; egli violerebbe dunque, quella che Grice (di cui forse Giovanna ha sentito parlare… 😉 ) chiamerebbe la massima della modalità. La violazione di una massima, però, non impedisce di comunicare, anzi proprio questa violazione genera effetti insoliti che, nel caso specifico, Vendola vuole appunto ottenere, a mio avviso, consapevolmente. Mi spiego: Vendola intende inebriare i suoi utenti, non chiede loro di partecipare ad un progetto. La sua comunicazione non è infatti di tipo cognitivo, ma è passionale: Vendola intende trasmettere gioia, desiderio, speranza e allo stesso tempo rabbia, orrore, indignazione e ancora solidarietà, compassione, misericordia. Tutti stati ben inquadrati convenzionalmente in precisi frame narrativi depositati nella nostra cultura cattolica, frignona, autoassolutoria, in cui conta poco l’idea di politica come partecipazione… Vendola stabilisce infatti un tipo di relazione passionale e sulla base di essa trasporta emotivamente il suo pubblico verso obiettivi molto vaghi: “l’ecologia”, “la pace”… Il “come”, l'”in che modo”, il “con quali effetti” non è preso in considerazione, con conseguenze politiche atroci se pensiamo agli irresponsabili e inappropriati discorsi sulla pace contro l’intervento di aiuto ai ribelli in Libia… Capirai dunque, che a Vendola interessa davvero poco l’interazione, la partecipazione e tutte quelle cose che invece rispondono ad un altro ambito ideologico culturale, cioè quello americano in cui l’attivismo è profondamente radicato nella società (e questo te lo posso dire per diretta esperienza). Ci sarebbe un altro falso mito della politica partecipata di Vendola: la cosiddetta Fabbrica di Nichi. Qualcuno mi sa dire che cavolo ha fabbricato? Altro che partecipazione! Vendola vuole fare il leader carismatico! E’ questo tipo di leader che il suo discorso mediatico mira a costruire e non è affatto detto che non sia di successo! Nell’etica della comunicazione rappresenta forse un modello negativo, ma Vendola interessa prendere più voti dei suoi avversari…
    Per chiudere pensa invece alla campagna di Bersani di qualche mese fa, quella dei cartelloni in cui appariva mentre si rimboccava le maniche e chiedeva agli italiani di fare altrettanto. Quel tipo di campagna non mi pareva affatto pedagogica (richiamava infatti alla responsabilità collettiva) e neppure asimmetrica (Bersani assumeva una posizione paritaria ai cittadini che con il suo invito avrebbero dovuto rimboccarsi le mani insieme a lui…). Lasciamo perdere gli aspetti cromatici (pessimi!) del cartellone: ma quel tipo di campagna era a mio avviso un disastro mediatico, proprio perché l’interazione che cercava di stabilire non è nelle corde degli italiani, che invece chiedono al politico che sia lui e lui solo a rimboccarsi le mani. Non per nulla Silvio ha invece sempre usato il “ghe pensi mi”…

    Ero negli Stati uniti nell’autunno del 2008 in uno degli stati chiave della campagna elettorale: l’Illinois. Ho avuto modo di leggere e di ascoltare i discorsi dei politici, di assistere insomma a parte della campagna elettorale che avete studiato voi. Il movimento di Obama era impressionante e l’entusiasmo della sua campagna era qualcosa che non avevo mai visto. La speranza che è riuscito a creare è stata enorme.
    Eppure sono pronto a scommettere che Obama in Italia avrebbe perso. Quel tipo di messaggio: il richiamo alla responsabilità, l’esaltazione della differenza sociale e culturale, i continui riferimenti alla partecipazione, il si “può” fare – che significa anche il siamo “in grado di” fare quindi è nelle nostre forze farlo, quindi “è la nostra missione farlo”… – sono tutti valori che nell’Italia del ghe pensi, o in quella più nobile, per quanto malandata, della solidarietà sociale espressa dal PD, o infine quella emotiva di Vendola, non può avere spazio. Dunque ribadisco il mio pensiero: il confronto con Obama è poco produttivo dal punto di vista delle analisi, esso rappresenta al massimo uno strumento regolativo per comprendere la politica italiana, ma di cui comunque ci si deve servire molto limitatamente.

    Scusate se mi sono dilungato,

    Il vostro,
    Malvolio.

  26. Malvolio stiamo praticamente dicendo la stessa cosa :), ossia:

    “il confronto con Obama è poco produttivo dal punto di vista delle analisi, esso rappresenta al massimo uno strumento regolativo per comprendere la politica italiana, ma di cui comunque ci si deve servire molto limitatamente”

    Ritorno un attimo sulle mie parole. Obama è stato preso in considerazione in quanto è colui che, finora, è riuscito a sfruttare appieno le caratteristiche del web 2.0, 2.0 che indica, appunto, quella tanto menzionata da noi pariteticità. Questo ha fatto il suo gioco, soprattutto perché, come mi hai scritto, la cultura partecipativa negli Stati Uniti è radicata già da tempo. La mia tesi, e spero si sia capito leggendola, non vuole essere un confronto tra: “guarda quanto è bravo Obama a usare la rete” e “guardo quanto sono pessimi i nostri politici”. Ma, dato che è innegabile che il letterale riversamento dei politici italiani in rete sia avvenuto dopo quel novembre 2008, ho cercato di analizzare come sfruttassero quelle potenzialità che il web 2.0 poteva offrire e che sì Obama ha cavalcato in toto. Potenzialità appunto che, nostro malgrado, rimangono tali, per ora. Che questo poi dipenda da contesto culturale e politico italiano e dall’interesse effettivo che i politici hanno nel cambiare veramente il modo di relazionarsi: concordo con te. Ma queste mie convinzioni preesistenti non potevano e dovevano intaccare la mia analisi: erano supposizioni mie che, per fare un lavoro serio come quello che ho cercato di portare avanti, dovevo per forza mettere da parte. Ora a conclusione di tutto posso dirti che l’analisi ha confermato quello che ci siamo scritti sopra, purtroppo.

    Sono completamente d’accordo con te anche sull’aspetto passionale della comunicazione vendoliana. Ti dico che non lo ritengo “un male”: il coinvolgimento primo del leader, come ho scritto, secondo me è fondamentale. Purtroppo nel mio lavoro, sempre a causa del limite di battute (60000 caratteri spazi inclusi, circa 30 pagine) non l’ho potuto analizzare approfonditamente, ma solo menzionare. Chissà, spero un domani di poterci continuare a lavorare sopra.

    Non mi vedi distante da te neppure in questa tua affermazione:
    “(…) a Vendola interessa davvero poco l’interazione, la partecipazione e tutte quelle cose che invece rispondono ad un altro ambito ideologico culturale, cioè quello americano”
    Il punto che un’affermazione così, se la si vuol fare, è fondamentale che sia argomentata. Alla fine della mia analisi mi sembra di essere arrivata a questa conclusione. Solo dopo, non prima. Deve essere una conclusione e non un assunto.

    E ultima nota di “colore” per quanto riguarda Bersani…purtroppo no. Non condivido nè il “rimbocchiamoci le maniche” e nè l’”oltre” di adesso… 🙂

  27. Bene così allora. Solo un piccolo appunto, credo di aver spiegato la differenza che corre tra il contesto culturale americano e quello italiano nei miei precedenti post. Il mio dunque non era un assunto…

    Ti auguro di proseguire nei tuoi studi semiotici. Però sta attenta, la semiotica è una brutta bestia e alle volte fa credere ai suoi adepti di essere uno strumento più potente di quello che in realtà è. Tieni dunque d’occhio anche gli altri studi affini alla semiotica. Ma soprattutto esercita la tua intelligenza che in te intravedo fresca e forte; si possono possedere tutti gli strumenti d’analisi che vuoi, ma quello che conta è sempre la propria capacità di utilizzarli.

    Auguri ancora,

    Malvolio.

  28. Ho dato una lettura in volata ai commenti, apprezzando molto il confronto tra la professoressa e il buon Malvolio. Per altro da studente universitario apprezzo molto questo blog che vive anche oltre la durata del corso.
    Qualche appunto tanto per scrivere:
    – Non si può distogliere l’attenzione dal fatto che – checché se ne dica – non si possono separare i contenuti dalla “confezione”. L’agenzia Proforma, tanto stimabile e efficace con Emiliano e Vendola, non ha potuto far niente per risollevare le sorti del PD quando è stata chiamata a fare campagna per loro. Questo perché comunque i creativi vengono indirizzati dai politici e dalle loro idee, che se non acchiappano non acchiappano, c’è poco da fare…
    – Che ne pensate di “Non pensare all’elefante?”, un po’ datato, ma ad una rilettura mi sembra sempre attuale… mi farebbe piacere il vostro parere in merito
    – Capisco i limiti del lavoro di tesi, però effettivamente limitarsi allo studio di youtube è un po’ castrante per una comunicazione politica a 360° come quella di Obèma, che ha delegato la “partecipazione” soprattutto alle “fabbriche di Nichi”, e ai Social Network, dove l’interazione avviene ed eccome su un piano apparentemente orizzontale.
    – Scrivo apparentemente perché sebbene reputo Vendola uno dei politici più credibili e seri del panorama nazionale, è ovvio che le risposte e gli stati su facebook (recentemente pluricitato come miglior politico nella comunicazione web in europa) non li gestisce lui ma i suoi collaboratori, escluse eccezioni che per altro i lettori spesso colgono e apprezzano. Mi spiego meglio, se il suo staff scrive uno status riceve tot risposte, quando lo fa Nichi le risposte e gli apprezzamenti raddoppiano. Questo ovviamente senza che sia esplicitata la paternità dello status, e torno al primo punto, secondo me non si può mettere il valore dei contenuti sotto a quello della comunicazione.

    A presto e grazie per gli spunti di riflessione che mi avete fornito.

  29. Fazzo: ti rispondo sull’elefante di Lakoff. Se fai una ricerca su questo blog con la parola “Lakoff” o “elefante”, scopri quante volte l’ho citato e usato… Se la sinistra italiana avesse mai capito quel libretto, forse non saremmo a questo punto.

    Datato? Ma se nessuno, in Italia, l’ha ancora saputo applicare, quel libriccino semplice semplice! Trovo l’idea di Lakoff talmente utile (e talmente poco capita, in giro) che Zauberei, una lettrice assidua di questo blog, un bel giorno ha scritto: «Liberate l’elefante dalla casa della Cosenza!»

    Ho trovato e trovo tuttora la battuta esilarante. Ebbene: l’elefante di Lakoff sta seduto nel bel centro della stanza dove lavoro. E mi guarda proprio in questo momento. 😀

  30. Caro Fazzo,

    sono perfettamente d’accordo con te: non si possono separare i contenuti dalla confezione. Credere nella magia delle strategie comunicative è una gran balla che tuttavia circola in certi ambienti di sinistra (che purtroppo conosco). D’altra parte Berlusconi è stato sottovalutato perché non si è mai voluto indagare seriamente sui contenuti del suo messaggio politico che da più parti è stato definito vuoto, fasullo, fatto di bugie. Al contrario, io credo fortemente che Berlusconi esprima una vera e propria concezione del mondo, che a me fa schifo, per carità!, ma che ha attecchito perché tocca le corde di una parte della cultura italiana. Il maschilismo, l’individualismo, il razzismo, la tendenza autoassolutoria sono solo alcuni caratteri che esprimono uno stato esistenziale dell’etica che il berlusconismo propone.
    Noi a sinistra che “etica” presentiamo? Quella della responsabilità, dell’ecologia, dell’equilibrio economico, dei diritti… Tutte cose abbastanza pallose che richiedono sforzi, coscienza, consapevolezza… e che soprattutto non fanno sognare, che non esprimono un modello di vita diverso, consumistico come quello berlusconiano.
    Pensa poi agli operai, cosa diciamo noi agli operai? Gli proponiamo la sicurezza nel lavoro, la possibilità di una scuola pubblica per il figlio, l’ospedale gratuito o quasi… Cosa fa invece la destra: la destra dice all’operaio che un giorno anche lui sarà un padrone, anche lui sarà imprenditore e se questo non avviene è perché sui costi per aprire una azienda pesano i contributi per tenere aperti gli ospedali, la scuola, o quelli per garantire la sicurezza sul lavoro; insomma se l’operaio non può far l’imprenditore questo dipende proprio dai costi della nostra politica. Qualcuno dirà che sto uscendo dall’abito semiotico, niente affatto. I problemi che ho posto fanno parte dell’enciclopedia (in senso echiano) attraverso cui è prodotto il messaggio politico.

    Un saluto,

    Malvolio.

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