Anche la sinistra fa leva sulla paura?

Mentre tutti, a sinistra, si riempiono la bocca di parole come «accoglienza», «apertura», «fiducia».

Mentre anche a Bologna e in Emilia-Romagna arrivano i primi profughi dal nord Africa.

Mentre il candidato sindaco bolognese Manes Bernardini, della Lega, dichiara – com’è ovvio che faccia – che uno dei punti principali del suo programma è la sicurezza.

Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della CGIL Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».

Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra.

Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la CGIL non era di sinistra?

Ecco il manifesto con cui hanno tappezzato Bologna (clic per ingrandire):

Manifesto di Teorema, Caaf CGIL

22 risposte a “Anche la sinistra fa leva sulla paura?

  1. sono dei geni!! (-;

  2. Giovanna, la Lega fa leva sulla paura, ma fa leva anche sulla legalità. Ho verificato e mi sono bastati 10 secondi per trovare questo passo al centro del programma di Manes Bernardini riguardo a “Bologna finalmente sicura”:

    “Rispetto delle ordinanze anti degrado e regole certe e chiare per tutti: chi sbaglia paga, senza se e senza ma. I cittadini bolognesi hanno il diritto di vivere in una città bella e sicura, rispettosa delle libertà di tutti ma ferma e decisa sul rispetto delle regole.”

    Conosco molto da vicino persone (studenti universitari e giovani professionisti, maschi e femmine) che voteranno Lega e so che la voteranno principalmente per questo.
    E’ vero che su questo la Lega è contraddittoria: appoggia le leggi ad personam e viola le regole sulle quote latte.
    Ma sulla legalità i partiti del centrosinistra sono complessivamente peggio, per la loro invincibile tendenza al lassismo.
    Quanto a Fini e Casini, hanno scheletri nell’armadio di cui non si sono liberati: Fini la casa di Montecarlo e l’origine fascista che ancora si sente in certi toni, Casini i suoi notabili meridionali compromessi con la mafia. Del PDL non occorre dire.

    Sulla legalità il PD avrebbe praterie da cavalcare e un enorme elettorato popolare e moderato da conquistare. Senza rinunciare a nessuno dei suoi valori migliori.
    Preferisce l’ambiguità cattolica dell’accoglienza. Fra multiculturalismo e integrazione culturale, sceglie visceralmente il primo.

    (Sono un entusiasta dell’immigrazione e del “melting pot”, che vivo concretamente nei miei non pochi rapporti con immigrati nordafricani, africani, cinesi e dell’Europa orientale. Ma sono contrario all’accoglienza indiscriminata e al relativismo culturale.)

    (Accoglienza indiscriminata e relativismo culturale invece imperano nella cultura di sinistra. Non, credo, nella maggioranza del suo elettorato.)

  3. Per il resto, Giovanna, hai pienamente ragione. Quel manifesto del Caaf della CGIL fa leva sulla paura. Non sulla legalità.

  4. Certo certo, dice la CGIL, non fidarti degli sconosciuti. Però il Teorema è ancora tutto da dimostrare.

    (Giovanna, ma quanti assist mi dai? 🙂 )

  5. E’ da un pò che noto nel “centrosinistra” una tendenza più verso la conservazione, il chiudersi in un mondo che va bene così, anziché proporre, tentare, aprirsi.

  6. Sappiamo benissimo che le violenze sulle donne avvengono prevalentemente in famiglia o comunque tra persone più che conosciute. Perciò questo grido d’allarme è doppiamente sbagliato. “Non fidarti del tuo fidanzato geloso” sarebbe più utile! Condivido il tuo punto di vista Giovanna, forse la sinistra calca il tema della sicurezza perché vede che a destra funziona, e così facendo rinuncia alla sua identità.

  7. @ Annamaria Arlotta (“Sappiamo benissimo che le violenze sulle donne avvengono prevalentemente in famiglia o comunque tra persone più che conosciute”).

    Vero. Ma si può mettere anche così: le violenze si ricevono più spesso dalle persone con cui si passa tantissimo tempo insieme, meno spesso dalle persone che si incrociano per pochi istanti. 🙂
    Se devi farti dare un passaggio in auto, forse sei più sicura se te lo dà un fidanzato piuttosto che uno sconosciuto.

  8. Meglio: è più probabile ricevere violenza da una persona con cui si ha una relazione conflittuale che da una persona con cui non si ha nessuna relazione.
    Ciò non toglie che un minuto a tu per tu con uno appena conosciuto possa essere generalmente più pericoloso di un minuto con un fidanzato. E con un fidanzato passi generalmente molti più minuti che con uomini appena conosciuti.
    Scusate la matematica. 🙂

  9. Scusate, ma io questo slogan l’avevo interpretato in maniera molto meno “drammatica”. Mi sembrava un semplice: non affidarti a caaf sconosciuti per la tua dichiarazione dei redditi, vieni da noi che siamo a Cgil (ovvero il sindacato per eccellenza, esattamente l’opposto degli sconosciuti…). Che c’è di strano in tutto questo? E’ la pubblicità più banale del mondo.

  10. @ Jabal

    In effetti l’allusione vagamente xenofoba è indiretta, e forse inconsapevole.
    Io ci sento un riferimento agli sconosciuti che si presentano a casa degli anziani per truffarli.
    Poi, per estensione, a possibili commercialisti o amministratori disonesti – non mancano esempi di cronaca nera, anche bolognese. (Fra parentesi, poco carino nei confronti della categoria, che include professionisti onesti.)
    Infine, in un clima di diffuso timore per un sovrappiù di criminalità e degrado, per quanto lieve, imputabile ad extracomunitari, lo slogan “non fidarti degli sconosciuti” si può intendere che convalidi questo timore.

    Chi ha fatto il manifesto non è stato abbastanza sensibile da cogliere questo possibile alone di senso. Oppure l’ha vagamente avvertito ma non gli ha dato fastidio. O addirittura l’ha proprio cercato. Chissà.

    Comunque sia, chi comunica è responsabile degli effetti che abbastanza prevedibilmente induce. In questo caso, effetti un po’ infelici, in una prospettiva non xenofoba.

  11. Il possibile riferimento agli extracomunitari – ripeto, molto indiretto – deriva da questo: uno sconosciuto, se extracomunitario, è ancora più sconosciuto di uno che sia italiano. Quindi, nel clima attuale, ‘sconosciuti’ può richiamare ‘extracomunitari’. Specialmente in chi abbia qualche timore di questi ultimi.

  12. Io che non abito a Bologna e che quindi non so bene che clima si respiri, la interpreto come Jabal. Non fidarti degli sconosciuti che ti fanno sbagliare, vieni da noi dove troverai una simpatica collaboratrice che ti aiuterà (è simpatica perché porta un maglione di lana grossa e ha lo sguardo divertito). Certo l’immagine con tutto quel grigio non dà un bell’effetto. I premolari in prospettiva sembrano dei canini da vampiro.

  13. Ctonio, Jabal: non è questione di stare o non stare a Bologna. L’implicito dello slogan «Non fidarti degli sconosciuti», riferito a una donna è identico in tutta Italia, in questo momento. Provate a dirlo a vostra sorella, madre, nonna. Provate con un’amica. Chiedetele: «Se qualcuno ti dice “Non fidarti degli sconosciuti”, tu cosa pensi?»

    La risposta che Ben ha dato a Jabal riassume anche ciò che penso io.

  14. Mi dispiace Giovanna, ma io continuo a non vedere questo implicito. Vedo questo slogan più simile a un “cambiereste il vostro dash con due fustini di un detersivo tradizionale?” che a un qualsiasi slogan leghista. Perché continui a dire che si riferisce a una donna? La donna raffigurata non è altro che la “non sconosciuta” a cui affidarsi e non la persona a cui è rivolto l’invito a non fidarsi. Della serie: fidati di noi, siamo i più conosciuti in Italia, esistiamo da tanto tempo (scritto in piccolo) siamo carini e sorridenti: perché andare da sconosciuti?
    E poi “non fidarti degli sconosciuti” è la classica frase fatta che mia madre/nonna/zia/padre/nonno/zio mi dicevano da ragazzino prima di uscire (e vengo da una famiglia progressista e che non ha mai avuto nessun problema con gli immigrati).
    Spesso sono d’accordo con te, ma stavota mi sembra una cosa un po’ tirata per i capelli (e anche qua si tratta di una frase fatta, nessuna allusione alla violenza… 🙂 )

  15. Jabal, per vedere in un’immagine ciò che non si vede ma che altri ti dicono di vedere, o quanto meno per verificare lo sguardo degli altri e ragionarci sopra con più elementi a disposizione, si deve cercare di uscire dalla propria prospettiva e dalla propria esperienza.

    Nella ricerca sociale, si fanno focus group, per esempio, raccogliendo attorno a un tavolo una quindicina di persone a facendo loro domande senza orientarli in alcun modo (occorre anche imparare come non si orientano le persone col tono di voce, lo sguardo, o domande che includono già la risposta).

    Non pretendo che tu organizzi un focus group, ma semplicemente che provi a uscire dalla tua prospettiva, a guardare il mondo anche con gli occhi degli altri. Di molti altri, se possibile. Per questo ti dicevo: chiedi a un bel po’ di persone, magari lontane da te. Senza orientarle, eh. Senza presumere che già siano d’accordo con te: non vale l’amico o l’amica del cuore, per esempio. 🙂

    Te lo dico al di là di questo singolo esempio, sai. E non sto cercando di persuaderti, non mi interessa farlo: è chiaro che tu hai in testa una cosa da cui non ti smuovi.

    Ti sto dicendo semplicemente come si fa, in generale, a non girare in tondo nella propria testa e nel proprio mondo. Come si fa a includere nella propria prospettiva quella di altri, anche molto diversi da noi. Come si fa a «fidarsi degli sconosciuti»… 😉

    È anche un buon modo per farsi venire idee nuove.

  16. Gentile professoressa Cosenza,
    ho letto con attenzione il suo commento sulla campagna di Teorema Bologna, di cui ho curato la creatività con lo studio Lance Libere.

    Non sono d’accordo. Naturalmente una campagna può piacere o meno, fa parte del gioco, ed ovviamente ogni slogan può prestarsi ad ogni tipo di lettura, anche la più estrema e piena di rimandi, più o meno diretti, come la sua.

    La nostra non è una campagna elettorale, stiamo parlando di una pubblicità che non ha ambizioni pedagogiche o taumaturgiche e tenta semmai di piegare creativamente lo spirito dei tempi (brutto e bello che sia) alle proprie finalità.

    Gli sconosciuti di una campagna fiscale sono gli azzeccagarbugli che tentano di fregare il prossimo (come da spot radio della campagna) non i profughi del Nord Africa.

    La faccenda è molto più semplice.
    Abbiamo deciso di utilizzare una paura archetipica (che non è certo spuntata con l’emergenza umanitaria in atto, anche perché il primo strumento della campagna è andato in stampa quando Mubarak era ancora al potere) per volgerla al suo contrario e promuovere la notorietà di Teorema, attraverso i volti di chi ci lavora e la ben conosciuta solidità della sua comunità di riferimento, la Cgil. Il messaggio è tutto qui.

    C’è anche uno sfondo d’ironia che accompagna lo slogan. I volti sereni e sorridenti delle “donne” protagoniste dei manifesti sono lì a testimoniarlo.

    Infatti le donne altre non sono che operatrici di Teorema, ritratte in modo iperrealista, con i ferri del mestiere (cuffie, monitor, pc, figli di carte) e tutt’altro che spaventate.

    Le allusioni alla cronaca, al ruolo delle donne nella società, all’utilizzo di immagini femminili e del claim al maschile per corteggiare il pubblico femminile (come suggeriscono i libri di marketing universitari) sono a mio avviso fuori luogo.

    I ritratti utilizzati semmai sono lo specchio di un’azienda con oltre l’ottanta per cento di occupazione femminile, peraltro con livelli professionali molto elevati. Vedere solo la “donna” nel manifesto e non la “professionista” rischia di essere una sorta di riflesso condizionato.

    Alla deriva “paurista” dei media contemporanei, di cui condivido la sua analisi alla lettera, penso quindi di non aver partecipato e tantomeno di aver fatto una campagna che associ “sconosciuto” con “immigrato”, altrimenti tutte le parole, a forza di collegamenti, arrivano ad avere un significato solo.

    I miei più cordiali saluti.

  17. Gentile Orione,
    la ringrazio per essere intervenuto e per averlo fatto non coperto da anonimato.

    Credo fino in fondo alla sua buona fede e a quella delle persone che hanno commissionato la campagna. Ho pensato fin dal primo momento in cui ho visto l’immagine e la headline che coloro che avevano progettato la campagna non avessero certo intenzione di produrre questi significati.

    Ma un conto sono le buone intenzioni di chi progetta una campagna, un altro è ciò che quella campagna esprime, significa, gli effetti che produce. Il mio maestro Umberto Eco distingue fra intenzione dell’autore e intenzione dell’opera, proprio per distinguere fra ciò che aveva in testa l’autore di un testo (immagine, testo verbale, o altro) e quelli che invece sono i significati e i valori che il testo esprime nel contesto in cui viene ricevuto, letto, interpretato.

    Ogni campagna va sempre pensata in un certo contesto, locale e nazionale: non si può prescindere dal pensare alle implicazioni (tutte!) che un certo messaggio può generare in un certo contesto, né si può prescindere dall’anticipare tutti i significati secondi (e terzi e quarti) che una campagna può generare. Poi si può sbagliare, certo, si possono dimenticare alcune implicazioni, ma una volta prodotto un testo circola per conto suo. E le sue letture sono legittime, indipendentemente da ciò che aveva in testa l’autore. Che in qualche modo resta comunque responsabile anche delle letture che non aveva previsto, ohinoi.

    In un altro contesto che non fosse quello bolognese e italiano attuale, potrei essere d’accordo con lei, nel considerare forzata la mia lettura.

    Ma qual è il contesto in cui è inserita – ed è dunque destinata a essere vista e letta, seppur di sfuggita – la campagna Teorema? Il contesto di un’Italia e una Bologna in cui sempre di più le persone «temono gli sconosciuti», nel senso più ampio del termine. Il contesto di una Bologna tappezzata dalle affissioni della Lega che invocano una Bologna PIU’ SICURA! Con tanto di maiuscola e punto esclamativo. Perché rinforzare questo timore diffuso? Perché ripetere una volta di più alle persone di «non fidarsi degli sconosciuti»? Perché pure quando devono fare la dichiarazione dei redditi?

    Quanto all’ironia, mi perdoni: non basta il sorriso delle protagoniste a rendere “ironica” l’immagine. L’ironia è una figura retorica molto più complessa, ben difficile da gestire solo con immagini. So bene che tutti sono pronti a definire “ironiche” le proprie produzioni quando si tratta difenderle… 🙂 ma…

    … si legga e si ascolti in proposito, se ne ha voglia, questo intervento sull’abuso dell’«ironia» nella comunicazione contemporanea (in realtà assai poco ironica):

    https://giovannacosenza.wordpress.com/2010/02/24/lironia-abusata/

    La ringrazio per la limpidezza del suo intervento.
    Cordialmente,
    Giovanna Cosenza

  18. Gentile Giovanna,
    la paura del diverso (o sconosciuto) c’è sempre stata e non è che occultandola o, peggio, demonizzandola la si elimina dall’immaginario collettivo. Al massimo si da proprio una mano alla Lega e a tutti quelli che se ne servono per tornaconti elettorali.

    Fare pubblicità significa scendere a patti con gli stereotipi – anche negativi – piegarli ai propri fini per comunicare qualcosa di preciso a qualcuno di individuato.

    Per la campagna di Teorema esiste un significato univoco: gli sconosciuti di cui aver paura sono gli azzeccagarbugli e la realtà di un claim minaccioso (“non fidarti degli sconosciuti”) è rappresentato dal suo contrario letterale (donne-professioniste per nulla minacciate). L’ironia.

    Mi era ben chiara anche la catena di significanti. Ho ritenuto che, per quanto riguardava il rischio xenofobia la comunità di riferimento di Teorema e la serenità professionale che promana dal visual fossero rassicurazioni sufficienti. Ne rimango convinto.
    Sulla questione femminile, invece, non ho avuto risposta.

    Una sola curiosità: Bologna sarebbe una città terrorizzata con le donne chiuse in casa la sera? O è il faccione di Bernardini sugli autobus che dovrebbe condizionare le mie scelte di linguaggio e di comportamento? Bologna è qusto contesto?

    A me non risulta, contesto il suo contesto.

  19. Gentile Orione:
    «Una sola curiosità: Bologna sarebbe una città terrorizzata con le donne chiuse in casa la sera?» non ho detto questo. Ma la sfido a confutare il fatto che Bologna sia in media percepita come una città più insicura di una volta. Sono numerose le indagini che testimoniano l’aumentata percezione di insicurezza dei bolognesi. «Percezione di insicurezza», attenzione, non l’aumentata insicurezza, visto che anzi, al contrario, i dati della prefettura dicono da due anni a questa parte che i crimini in città sono diminuiti.

    «O è il faccione di Bernardini sugli autobus che dovrebbe condizionare le mie scelte di linguaggio e di comportamento?» Sì, se quel faccione circondato di verde circonderà le sue affissioni, come di fatto in questo periodo fa e continuerà a fare fino al 15 maggio. Le devo ricordare i sondaggi sul gradimento di Bernardini? Scenda di qualche post, su questo blog, e li trova.

    Tutto ciò che lei dice è vero per «la comunità di riferimento» di Teorema, in questo sono d’accordo. Ma non tiene conto del resto dei cittadini…

    Quanto all’ironia, mi dispiace: non c’è traccia di ironia nella sua campagna. Potrei anche avviare una ricerca empirica sul tema, se vuole. La domanda – semplice semplice – sarebbe: «Le affissioni di Teorema, ti hanno fatto sorridere? Ti hanno fatto pensare: “Che bel gioco di parole”, “che bell’arguzia”?

    Non siamo d’accordo, insomma. Ma non è un problema, credo. Si può non esserlo, no? 🙂

  20. Dimenticavo una cosa, Orione.

    Lei dice «la paura del diverso (o sconosciuto) c’è sempre stata e non è che occultandola o, peggio, demonizzandola la si elimina dall’immaginario collettivo.»

    Su questo sono completamente d’accordo con lei. Ma un conto è «occultare» o «demonizzare» la paura, un altro è confermarla, seppure involontariamente, solo perché si dà per scontato un insieme di impliciti che per altri non sono affatto scontati.

    Inoltre, quanti cittadini bolognesi, per esempio, sanno che quelli sono i volti delle professioniste che lavorano da Teorema? Quanti inferiscono che lo siano?

  21. Pingback: Reality Bologna | The Frontpage

  22. Io nella parola sconosciuti ci ritrovo la parola badanti. Un mondo a me sconosciuto fino a poco tempo fa e di cui sto scomprendo tutti i falsi miti. Ovvero sto scoprendo a mie spese che la maggior parte di queste donne sono in realtà delle mercenarie in cerca di facili guadagni. Tanto che alcune badanti fanno come secondo mestiere la prostituta !!!!

    Trovo offensivo verso tutti gli insegnanti che la categoria delle badanti debba guadagnare più di noi !!!!
    Ho scoperto che hanno un contratto migliore del mio, che sono un’insegnante.
    Devo aggiungere altro ? Direi che può bastare. :(((

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