Rinunciare al posto fisso per lavorare in proprio col web: follia o lungimiranza?

Oggi – assieme a Patrizio Bianchi (Assessore scuola, formazione professionale, università e ricerca, lavoro della Regione Emilia-Romagna) e Andrea Cammelli (direttore AlmaLaurea) – presenterò alla Libreria Coop-Ambasciatori, via degli Orefici 19, Bologna, ore 18:00, Wwworkers: i nuovi lavoratori della rete (Gruppo24Ore, 174 pagine), di Giampaolo Colletti.

Wwworkers Cover

Conosco e stimo Giampaolo da un anno e mezzo, per aver condiviso con lui – come ospite e una volta co-conduttrice – diverse dirette «a rete unificata», come lui le chiama, delle micro web tv che afferiscono a Altratv.tv. Perciò quando mi ha chiesto di presentare il libro, ho accettato a scatola chiusa: non me ne aveva mai parlato, ma mi fidavo.

Quando poi l’ho letto, ho scoperto una riflessione sul mondo del lavoro italiano non solo interessante e controtendenza, ma pertinente con temi che abbiamo più volte affrontato su questo blog: precariato, lavoro giovanile, sbocchi professionali per i laureati in ambito umanistico.

Giampaolo infatti – laureatosi in Scienze della Comunicazione a Bologna nel 2005 – trovò ancora prima di laurearsi un fantastico «posto fisso» in una grande e stabile azienda, con mansioni pertinenti per i suoi studi. Ma dal posto fisso è fuggito (di sua iniziativa!) per ben due volte, l’ultima delle quali nel luglio 2010 (in piena crisi economica!), per lavorare in proprio quasi esclusivamente col web. È diventato insomma un wwworker – termine da lui coniato – ovvero un world wide worker.

Un pazzo isolato? Uno baciato dalla fortuna? Niente affatto: nel mettersi in proprio Giampaolo è sempre stato consapevole di correre rischi, ma di non essere l’unico a farlo in Italia: ha perciò aperto il sito www.wwworkers.it per raccogliere le tante storie come la sua che aveva scoperto (e gli avevano dato il coraggio di licenziarsi) e ha deciso di pubblicarne una cinquantina in un libro che contenesse anche una riflessione sui pro, i contro, le possibilità e i rischi di questo azzardo collettivo.

Fra le sorprese più belle di questa indagine, contro gli stereotipi per cui gli smanettoni del web sarebbero tutti giovani maschi: sono moltissime le donne, a pari merito con gli uomini. E sono moltissimi gli over 50.

Se pensi «tanto l’Italia non ha speranza».

Se pensi «tanto la laurea in Comunicazione non serve a nulla».

Se pensi «mi piacerebbe lavorare col web, ma non so come fare».

Se sei sfiduciato/a, demotivato/a… leggi Wwworkers: i nuovi lavoratori della rete o almeno studiati con attenzione www.wwworkers.it.

Ti tornerà la carica e ti verranno buone idee. 🙂

25 risposte a “Rinunciare al posto fisso per lavorare in proprio col web: follia o lungimiranza?

  1. Mi piacerebbe moltissimo partecipare (e comprare il libro ovviamente).
    Sono davvero curioso di vedere il tipo di realtà che descrive.
    Personalmente, dall’esperienza personale, ritengo che abbandonare un posto fisso per lavorare con la comunicazione web sia un “buon piano” dal punto di vista della soddisfazione personale in quel che si fa.
    Dal punto di vista economico però continua a scontrarsi col “sistema Italia” che vampirizzerà senza speranza il 45-60% degli utili offrendo in cambio solo burocrazia e stupidità.
    La situazione ovviamente cambia parecchio lavorando in un paese con un sistema burocratico e fiscale meno suicida dell’Italia, anche senza arrivare ai paradisi fiscali tipo gli Emirati Arabi Uniti.

  2. Mi piacerebbe molto esser presente… Non mi sono dedicata al web, ma ad aprile dell’anno scorso ho deciso di lasciare il posto fisso in cui mi stavo spegnendo progressivamente e ora frequento la Scuola d’Interazione Uomo-Animale per diventare educatore cinofilo. Forse lavoro di più e guadagno meno, ma di certo ne è valsa la pena. Proprio oggi ho un impegno “cagnesco” e non so se riuscirò a venire. In ogni caso spero ci sarà una “platea” gremita, perché è vero che a volte queste scelte – se non altro dal punto di vista economico – sono incerte, ma è altrettanto vero che nella stragrande maggioranza dei casi il posto fisso è diventato un capestro in nome del quale si chiede alle persone di accettare qualsiasi cosa.

  3. Purtroppo non sono in zona Bologna ma mi sembra una buonissima iniziativa. Innanzitutto perchè rivedo sempre con piacere il prof. Bianchi con il quale ho studiato a Ferrara, in secondo luogo perchè mi trovo esattamente nello switch tra “l’improprio” e il “proprio”. Spero replicherete.

  4. fantastico. compro il libro, vado sul sito. voglio lavorare esclusivamente sul web, ma sembra una cosa difficilissima da fare in italia. mi sentivo sola e sfiduciata. ora corro sul sito e spero de ripijamme. grazie! 🙂

  5. Cit. dal sito: “In un paese imbalsamato da logiche di casta, i wwworkers – connessi alla rete e alla propria creatività – sono anche la dimostrazione concreta di come si possa scommettere sulla cosa più preziosa di cui si è in possesso. Se stessi.”

    Il fenomeno è sicuramente interessante, però trovo discutibile la retorica individualistica che promuove, per tutta una serie di ragioni che sarebbe difficile riassumere in poche parole.

    Mi limito a sollevare una questione: siamo sicuri che la soluzione ai problemi posti da un mercato del lavoro sempre più selvaggio (posto fisso? Chi era costui?) sia la corsa individuale e atomizzata al lavoro autonomo?

    Al di là dell’aspetto remunerativo, non vi sembra che si delinei una forma piuttosto dannosa di “irrazionalità sociale” – con relativa deresponsabilizzazione individuale – in questa fuga dal lavoro “tradizionale”, basato, anziché sulla valorizzazione di se stessi come individui singoli, sulla cooperazione, sulla compartecipazione ad un processo produttivo, sulla condivisione di spazi, interessi, lotte e rivendicazioni?

  6. Mi spiace essere lontana e non poter assistere alla presentazione, ma condivido i valori del libro e lo leggerò. Cercare di realizzare il proprio sogno lavorativo usando uno strumento moderno, immediato, poco impattante sull’ambiente ma molto sugli utenti come il web è certamente preferibile alla povertà di stimoli offerta dal posto fisso. Persino quando non c’è scelta.
    Complimenti

  7. Grazie a Giovanna e tutta la sua community per l’attenzione dimostrata.

    Chi dice che il lavoro autonomo sia un lavoro nella perfetta solitudine e automazione? L’imprenditorialità sul web che ho cercato di raccontare nel libro esprime una passione che si professionalizza ma in modo “corale” partecipato, in un costante dialogo tra il cliente e l’imprenditore. I wwworkers che ho raccontato lavorano con passione con amici e parenti, svincolandosi dai lacci del posti fisso. Inoltre molto spesso la “corsa” al lavoro autonomo che cita il lettore è obbligata, quasi un terzo dei wwworkers che ho avuto la fortuna di incontrare lo diventano per necessità, in un mercato del lavoro subordinato spesso schiavo delle sue stesse logiche.

    Ancora grazie per l’interesse, un saluto!
    Giampaolo Colletti

  8. Io non potrò essere presente per motivi di lavoro ma faccio parte della schiera dei wwworkers e anche recentemente ho nuovamente scelto di lavorare come free lance. Credo anche io che la creatività abbia nella rete un serbatoio di “micce” tali che possa innescarsi, anche e soprattutto grazie alle relazioni costruttive che si instaurano tra le persone. Quando mi chiedono il cv cito Luigi Centenaro che parla di Personal Branding e dico che il mio cv è google. Io sono molto felice della mia scelta e faccio il lavoro che mi piace, cosa che in questo Paese non è affatto scontata ne’ banale.

  9. @ Giampaolo Colletti

    Anzitutto complimenti per il lavoro. Non mancherò di leggere il libro, che affronta un argomento molto interessante.

    Non ho parlato di solitudine e automazione, ma precisamente di “individualismo”. Capisco che oggi la corsa al lavoro autonomo sia pressoché obbligata – è un problema che vivo sulla mia pelle. Però mi pongo il problema delle sue conseguenze sulla società nel suo insieme, oltre che ovviamente sulle speranze e le ambizioni di un’intera generazione di nuovi lavoratori.

    Va bene se si tratta di una scelta consapevole, ma è importante che non divenga né una strada obbligata, né una forma di fuga. Il lavoro subordinato è schiavo delle sue stesse logiche, siamo d’accordo… ma allora perché non lottare con forza sempre maggiore perché queste logiche cambino?

    Non ci possiamo illudere che il lavoro autonomo – tanto più quello sul web – sia alla portata di tutti o sia per tutti una strada praticabile… esattamente come è giusto guardare con interesse a queste nuove soluzioni, è anche necessario, secondo me, non lasciare troppo spazio alle illusioni. Il lavoro “tradizionale” è ancora la soluzione maggioritaria, che coinvolge la maggior parte dei lavoratori; le sue problematiche vanno affrontate di petto, non ci si può illudere di poterle aggirare e basta.

  10. @Don Cave

    A mio avviso il problema del “automono” o “subordinato” va svincolato da cosa è il lavoro in se: si può lavorare bene in gruppo, scambiandosi opinioni, crescendo e aiutandosi anche come lavoratori autonomi, grazie appunto a una rete di amici e collaboratori (e clienti!) che si viene a formare naturalmente, così come invece ci si può ridurre da soli a fare lavori degradanti inseguendo i desideri folli di clienti pazzoidi.
    E la stessa cosa è valida anche per il lavoro subordinato.

    Come dici è la cultura del lavoro che va cambiata, ma i problemi non dipendono dal tuo stato contrattuale come lavoratore. I problemi del lavoro che vediamo oggi sono quelli del dipendente brillante imprigionato nelle paranoie dei superiori, dell’autonomo schiavo dei (non) pagamenti dei clienti, del dipendente nullafacente “tanto non mi possono licenziare” o quelli dell’autonomo che vive solo per fregare i clienti.

    Non credo che il problema sia la quantità di individualismo presente sul mondo del lavoro (o che questa cambi molto tra autonomi e subordinati). Il problema è a monte: non sappiamo più lavorare in maniera decente, collaborativa e costruttiva ma in genere trasformiamo tutto in conflitto.

    Credevo fosse in mio “cruccio” personale ma poi ho letto questo articolo http://manueldeteffe.com/2011/02/17/stamattina-porto-i-vestiti-a-lavare-e-parto-per-new-york-storia-di-come-scoprii-leconomia-di-relazione/ che riassume ottimamente quel che penso.

    Ora che lavoro ad Abu Dhabi sia con italiani che con altri colleghi e clienti di “formazione” anglosassone posso confermare che i problemi causati dal “nostro” atteggiamento verso il lavoro di gruppo sono evidentissimi e sono un handicap enorme. E sono problemi che hanno poco a che fare con lo status contrattuale di chi lavora.

  11. Proprio oggi è uscito uno studio della CGIL e IRES sul mondo dei professionisti italiani:

    http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=16300

    «Dall’indagine emerge chiaramente come il lavoro autonomo non sia più lo stesso perché “la capacità di contrattare del singolo professionista nei confronti dei propri committenti non è più in equilibrio”: il 58,4% di loro dichiara una possibilità pessima o insufficiente di riuscire a contrattare le condizioni di lavoro. Il tutto mentre, si osserva nella ricerca, “in Italia, non si è intervenuti dal punto di vista legislativo o contrattuale per riequilibrare la parte contraente che si stava indebolendo”»

  12. @ Roberto

    Non ne faccio assolutamente una questione di tipologia di lavoro (autonomo vs subordinato). Anzi, condivido pienamente con la sostanza di quello che dici: le soluzioni offerte dal web diventano un contributo positivo nell’ottica di un approccio diverso alla questione lavorativa. Il wwwork non dev’essere né una necessità, né tanto meno una fuga: dev’essere una scelta consapevole e responsabile.

    In caso contrario, la tendenza all’autonomia si scontra con dei “limiti sociali” (nell’accezione con cui il concetto è impiegato dall’economista Fred Hirsch) insuperabili, per il semplice fatto che, se non si creano reti di cooperazione e coordinamento, la proliferazione di liberi professionisti in concorrenza ostile non migliora nulla, né sul versante dell’offerta di servizi, né sul versante della domanda.

    Siccome il problema della cooperazione nel lavoro autonomo e in quello subordinato secondo me vanno di pari passo (sono due facce della stessa medaglia… l’individualismo danneggia sia l’uno che l’altro), penso che l’approccio al “wwwork” non possa fondarsi semplicemente sulla denigrazione del lavoro subordinato (vecchio, noioso, poco valorizzato) o sulla ricerca di una via di fuga; dovrebbe diventare un fattore propulsivo in direzione di un cambiamento generale.

    Questo è il nocciolo di tutte le mie perplessità.

    Per quanto riguarda l’articolo che hai linkato, mi sembra affetto da un entusiasmo esterofilo tutto sommato infondato: l’estero non è il paradiso in terra, la panacea di tutti i mali, il modello da seguire senza se e senza ma. L’articolo indugia molto sull’apertura e sul dinamismo, ma dubito fortemente che si tratti di esperienze universalizzabili…

  13. @don cave
    … con relativa deresponsabilizzazione individuale

    a me sembra il contrario: cosa c’è di più responsabilizzante che prendere in mano la propria vita lavorativa? Cercherò il libro, magari mi venisse qualche idea!

  14. @diana: credo che intendesse deresponsabilizzazione nei confronti della società: “questo sistema fa schifo ma almeno io riesco a arrangiarmi” invece che “questo sistema fa schifo vediamo di migliorarlo”.
    Io dopo 20 anni di lavoro, 10 da dipendente e 10 da autonomo, rimango dell’idea che pensare di mettersi in proprio come “soluzione” ai problemi di una società malata non funzioni: certe cose migliorano, certe peggiorano… ma la maggior parte dei problemi rimane.

    Tra un po’, quando avrò meno colleghi con tutte le classiche “malattie” italiane intorno, vi saprò dire se serve cambiare paese.

  15. Pingback: Rinunciare al posto fisso per lavorare in proprio col web: follia o lungimiranza? (via D I S . A M B . I G U A N D O) « Il Blog di Matteo Baudone

  16. Ciao! Sono un ex studente di Scienze della Comunicazione a Bologna, attualmente iscritto alla specialistica in Comunicazione Pubblica e Sociale ma in Spagna per Erasmus. Lavorare con internet è da diverso tempo una passione, sto collaborando con diversi editori come articolista/blogger. Da un po’ di tempo ho deciso di avviare anch’io un sito internet molto semplice e forse un po’ elementare, si chiama http://www.mutuonews.it

    Ho voluto scegliere un argomento che fosse leggermente “fuori” dai miei interessi ma che fosse appetibile. Ho incontrato alcuni articolisti che fossero disposti a darmi una mano nella scrittura e… dopo pochi mesi devo dire che la soddisfazione c’è e molta!. Sto ricevendo le prime mail di persone interessate a far pubblicità sul sito, ho delle piccole entrate fornite da Adsense (si tratta di poche decine di euro, ma per uno studente non è male) e nel frattempo faccio esperienza come web editor. Il gioco vale la candela? Secondo me assolutamente sì! Occorre costanza e non farsi abbagliare da soldi facili, con un pizzico di razionalità e intuizione si può creare qualcosa di interessante! Approfitto del post per invitare quanti fossero interessati a fare squadra di contattarmi per futuri progetti! Grazie! Mirko sky9085@libero.it

  17. Siamo sull’orlo del baratro e qui si parla solo di briciole. Si tratta di attività di nicchia, quando arriveranno orde di affamati vedremo cosa succederà.

    La burocrazia è soffocante, le tasse insostenibili. Dall’epoca della mezzadria non è cambiato quasi nulla. C’è sempre qualcuno che si porta via quasi tutto il frutto del lavoro, oggi è anche peggio, almeno quando c’era la mezzadria non dovevi investire in niente, invece oggi doppia fregatura, devi anche investire, indebitarti ecc.

    @Roberto Maurizzi
    il lavoro autonomo era importante per controbilanciare gli abbassamenti dei salari, purtroppo il lavoro autonomo è stato demonizzato e vessato, demolito sistematicamente da leggi disegnate ad hoc per schiavizzare

  18. @Mirko
    dove hai avviato la tua attività? in Spagna, o in Italia?. Sul tuo sito internet non mi pare di vedere la partita iva esposta, in Italia è obbligatorio esporla nei siti internet commerciali.
    Come ti sei organizzato dal punto di vista fiscale? professionista, impresa individuale o società? contributi inps?

  19. @Ariaora Ciao, al momento il sito è gestito a livello amatoriale. La registrazione è avvenuta in Italia, sto attendendo di ottenere il tesserino da pubblicista o trovare qualcuno interessato a fare da prestanome prima di dare un risvolto al sito.

  20. @Mirko, Ciao, scusa per le domande, non le ho fatte per invadenza, ma ho intuito la problematica dall’assenza della partita iva e mi è sembrata un’occasione interessante per parlare di problemi concreti. Tu dici amatoriale ma il problema è che amatoriale non si può fare, la legislazione fiscale non lo permette. Bisogna anche dire che la legislazione fiscale è “roba da matti” e praticamente riuscire a stare nel “giusto” è un’impresa epica più dell’impresa stessa, oltre ad essere molto costosa sia per l’entità delle tasse che per il tempo che bisogna dedicare allo studio delle leggi e all’aggiornamento. Non te lo dico perché mi infastidisca il tuo progetto, anzi, personalmente ti dare un premio per il semplice fatto che cerchi di crearti un lavoro.
    Credo che sia importante parlare di ostacoli all’avvio d’impresa, micro e piccola impresa, nella situazione economica drammatica in cui ci hanno portato esimi economisti. Tutte le persone che si “muovono” sono una risorsa fondamentale per svincolarsi dall’oligopolio delle concentrazioni economiche agevolate negli ultimi 20 anni.
    Amen

  21. @Ariaora: hai scritto più o meno quel che avrei scritto io a Mirko e condivido in pieno la tua analisi: indipendentemente da idee e volontà di fare, in Italia aprire una piccola impresa senza “appoggi” di qualche tipo è una mossa che non porta da nessuna parte.

  22. @Roberto @Ariaora Ragazzi al momento è così, ho semplicemente aperto un sito su un tema che può essere considerato interessante per “giocare” un po’ e vedere quali differenze può portare anche a livello di introiti lavorare con temi differenti rispetto a quanto la mia indole mi porterebbe a trattare. Mi piace sperimentare, confrontare e sentire opinioni differenti. Non ho in mente di rivoluzionare il mondo con un sito (anche se nelle mie fantasie più nascoste pensieri di questo tipo mi balenano) ma naturalmente di “crescere” si. In questo senso sto cercando collaborazioni e qualcosa si sta muovendo. Sarà un’illusione ma non credo che solo chi ha soldi e finanziatori possa partire per un’avventura, tantomeno nel libero web. Chi ha fortuna riuscirà ad avviare la sua attività in medias res, già nel vivo, chi non ha questa fortuna (come nel mio caso) faticherà di più, ma non per questo deve arrendersi! Nel brodo digitale fatto di relazioni e partecipazione a distanza sembra che qualcosa di buono si stia muovendo…ci vuole intraprendenza e un po’ di coraggio, ci si prova almeno no?

  23. @Mirko, come ha detto Ariaora il problema non è di opportunità o di giocare: se per sbaglio la finanza vede che porti avanti una attività che decide di definire come commerciale o professionale, vieni considerato evasore totale e multato a sangue. L’unica speranza è che non se ne accorgano o che nel caso decidano di lasciar stare, ma non saresti il primo che viene denunciato da un concorrente “geloso” che invece ha le carte in regola (e ovviamente i relativi soldi per esserlo).

    Attualmente in Italia è ILLEGALE “provare a inventarsi una attività” a meno che non sia esclusivamente e in maniera ovvia senza fini di lucro. Potresti fare un videogioco per iPhone/Android o un gioco per Facebook, ma gratuiti e senza pubblicità. Nel momento in cui inizi a raccogliere pubblicità e fare soldi, DEVI, per legge, avere una partita IVA da impresa (ditta individuale basta, come professionista potremmo parlarne visto che dovresti lavorare conto terzi per definizione) e iniziare a pagare le tasse, soprattutto quelle sul reddito presunto e anticipate che sono “tanto simpatiche”. Se non lo fai, sei nell’illegalità, a prescindere dalla tua buona fede.

    Non è questione di arrendersi, ma di fare i conti (nel senso letterale) con quello che sei obbligato a fare in Italia per poter fare qualcosa senza rischiare sanzioni e una volta che quei conti li hai fatti in genere scopri che non puoi arrivare molto lontano.
    Esistono ovviamente strade per farcela, non dico di no, ma per trovarle e percorrerle si fa comunque molta fatica, si deve vincere un attrito che all’estero non c’è o è molto inferiore.

    La piccola impresa che vuole fare ricerca su qualcosa di innovativo mentre tramite altri lavoretti guadagna qualcosa in Italia NON esiste, grazie al meccanismo dell’anticipo sui pagamenti delle tasse. Sei OBBLIGATO a chiedere soldi in prestito per qualunque attività o acquisto significativi e ovviamente la banca te li da solo se le probabilità di averli indietro insieme agli interessi è molto alta.

  24. @Mirko
    Roberto ti ha spiegato molto bene la situazione. Quello che fai è illegale per la legge (non per me) entro 30 gg partita iva obbligatoria, scelta regime fiscale, inquadramento contributivo (fosse anche per incassare 100 o 500 euro di pubblicità). Il problema più grave è che mentre tu, Mirko, e tanti altri come te (creativi e con voglia di lavorare) non siete ben consapevoli della situazione (fiscalità e burocrazia) e così rischiate di vedervi massacrare (quando e se “qualcuno” lo decide), i legislatori immagino che sappiano bene quali sono le conseguenze di quelle leggi disegnate con cavillosa precisione.

    Mirko, purtroppo quello che fai è illegale e te l’ho fatto notare per parlare del problema e anche perché se continui a scrivere e lasciare messaggi come quello che hai scritto rischi veramente che la tua creatività ti possa far piangere lacrime amare. Possono anche aspettare, e venirti a cercare che so… tra 2/3/4 anni, mandarti uno screenshot dei tuoi post, e presentarti il conto (contributi, redditi presunti, multe). Basta la segnalazione di un tuo concorrente che non ha i tuoi “problemi”. E ricordiamoci che mentre chi ha condotto il paese al dissesto economico non paga niente, i cittadini se sbagliano, o se non ottengono redditi sufficienti per pagare gli studi di settore (o i redditi presunti che decidono loro), devono pagare e devono pagare tanto (sempre se “qualcuno” lo decide).
    E’ quel “qualcuno” che tiene il guinzaglio a strangolo e se non ti comporti bene può decidere di stringerlo (alla faccia dell’art.3 della Costituzione) con delle normative incostituzionali che, a mio parere, non si discostano molto dai metodi autoritari dei regimi totalitari.

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