Archivi del mese: maggio 2011

10 considerazioni dopo il voto

IN ORDINE SPARSO:

1. Queste amministrative hanno mostrato per l’ennesima volta che si votano le persone, non i partiti né gli schieramenti. Per gli analisti non c’era certo bisogno di un’ulteriore conferma del fatto che la personalizzazione della politica è ormai cosa assodata, ma vale la pena ribadirlo a fronte di un Pd che continua a fingere che non lo sia, dichiarando – per bocca di Bersani o Rosy Bindi – l’irrilevanza dei leader e l’importanza dei programmi e dei partiti. Falso: il partito è fondamentale per organizzare – anche economicamente – la campagna e il sostegno al/la leader, ma se il/la leader non funziona, non c’è programma né partito che tenga.

2. L’analisi della comunicazione politica è uno strumento predittivo forte: la sconfitta dei candidati del Pdl e della Lega era chiaramente scritta – a saperla leggere – nel modo in cui hanno condotto la campagna elettorale, soprattutto nelle ultime fasi (vedi Vince Pisapia). Detto in altre parole: per fare previsioni non ci sono solo i sondaggi.

3. L’analisi va sempre condotta in modo sistemico: non basta guardare la comunicazione di un singolo candidato, ma occorre esaminarli tutti in relazione gli uni agli altri. È solo così che si può misurare il polso di una campagna, tentando di capire chi vince o perde.

4. Che la comunicazione sia sistemica vuol dire fra l’altro che, se Pisapia e De Magistris hanno vinto, non è perché le loro campagne sono state fantastiche, perfette. Erano semplicemente migliori di quelle del centrodestra. E ci voleva poco, visto che queste sono state un disastro.

5. Le amministrative di Milano e Napoli hanno imposto l’arancione come il colore di quella che potremmo chiamare una «nuova sinistra», una sinistra «appoggiata ma non espressa» dal Pd, una sinistra che finalmente vince. Questo vuol dire che d’ora in poi l’arancione sarà il colore della sinistra che vuole vincere? E che fine farà il verde-bianco-rosso del Pd?

Pisapia sindaco Concerto per De Magistris a Napoli

6. Oltre che sistemica, la comunicazione è contestuale. Ci aveva provato Bologna, nel 2009, a colorare di arancio la campagna del candidato del Pd Flavio Delbono (vedi Candidato arancio), che vinse al secondo turno, ma poi fu costretto a dimettersi, la città fu commissariata e il resto lo sappiamo. In questa tornata elettorale il candidato del Pd Virginio Merola si è guardato bene dal colorarsi di arancio (per evitare ogni scelta, l’hanno fatto variopinto). In compenso si è colorato di arancio, per sbaglio, il civico Stefano Aldrovandi, che ha fallito campagna e previsioni, prendendo solo il 5% e un seggio in consiglio comunale. Perciò a Bologna l’arancione è ancora connotato negativamente: la vittoria a Milano e Napoli cambierà anche Bologna?

7. Che la comunicazione sia sistemica e contestuale è dimostrato, fra l’altro, dal discorso che ieri Nichi Vendola ha fatto a Milano. Troppo enfatico, sopra le righe: «Abbiamo espugnato il fortino», ha detto. Vendola parla così, lo sappiamo. Ma nel contesto di una città che ha scelto la pacatezza e moderazione di Giuliano Pisapia, pareva ancora più enfatico del solito, inadeguato. Fossi in lui, mi darei una regolata.

Vendola ieri in Piazza Duomo (NB: la giornalista stenta a stargli accanto):

8. Molti salutano queste amministrative come l’inizio della agognata normalizzazione della comunicazione politica italiana: basta con i toni urlati e sguaiati, si dice. Ma attenzione: la pacatezza vale per Pisapia a Milano, non certo per De Magistris a Napoli, che si porta appresso una buona dose di populismo antiberlusconiano tipica di Antonio Di Pietro e dell’Idv.

9. Se fossi nei dirigenti del Pd, trarrei dai risultati delle amministrative di Milano e Bologna questa considerazione: è solo alleandosi con Sel (e non con Fini o Casini, per esempio) che il Pd può vincere. Ovvero: senza Sel il Pd non va da nessuna parte. Il che non implica, dal mio punto di vista, che Vendola sia già maturo per essere un leader vincente del centrosinistra nazionale. Per le ragioni che ho detto in Il linguaggio di Vendola (1), Il linguaggio di Vendola (2), Il linguaggio di Vendola (3), Vendola e la retorica dell’accumulo.

10. Un’ultima riflessione «a caldo»: proprio per contribuire alla normalizzazione della politica, in questi giorni la sinistra farebbe meglio a mantenere la calma, evitando commenti troppo «calorosi».

🙂

 

100 anni di Nivea: un’occasione mancata

Dal 15 maggio è arrivata anche da noi la campagna che festeggia in tutto il mondo i 100 anni di Nivea.

Realizzata dalla multinazionale Draftcb e costata nel complesso 1 miliardo e 400 milioni di dollari americani, la campagna è centrata – come spiega la stessa agenzia – «sui valori che da generazioni sono associati a Nivea: fiducia, onestà, affidabilità, qualità e famiglia». I visual – continua la presentazione – «sono stati selezionati per valorizzare l’importanza della pelle, rappresentando momenti di vicinanza fra persone di età, generi e nazionalità diverse».

La campagna ha come testimonial la cantante pop Rihanna ed è perfetta per conquistare un pubblico vasto e trasversale: bambini splendidi, volti acqua e sapone dai lineamenti perfetti, abbracci, tenerezze e pelle in primo piano.

Non vedo però rappresentata la varietà di generazioni, generi e nazionalità che l’agenzia promette, perché lo spot è centrato sulle donne, vi compare una sola signora con le rughe all’inizio, un solo uomo alla fine (presumibilmente eterosessuale visto che abbraccia una donna incinta) e la pelle è sempre bianca.

Fa eccezione la pelle di Rihanna, naturalmente, che è di quel bel nero ma non troppo che negli Stati Uniti contraddistingue molti afroamericani ricchi e famosi (incluso il presidente Obama). Ma in Italia – paese di scarsa immigrazione – l’affissione con Rihanna non c’è.

Spero solo che nei prossimi mesi la campagna riservi qualche piacevole sorpresa. Perché, se fosse tutta qui, sarebbe stata una bella – e costosa – occasione mancata per rompere i soliti stereotipi di età, genere, razza e bellezza. In Italia e nel mondo.

Lo spot italiano:

Le affissioni italiane (clic per ingrandire):

Piedini Nivea

Coppia Nivea

L’affissione americana con Rihanna:

Rihanna for Nivea

Lo spot americano con Rihanna, che racconta quanto è importante avere cura della pelle:

 

Vince Pisapia

Non è un sondaggio, che ora sarebbe vietato (ma li fanno lo stesso, vedi Termometro Politico). E non è nemmeno un’opinione basata su una conoscenza approfondita di Milano, perché non sono milanese e ci vado poco.

È solo la mia opinione personale, basata sulla comunicazione che in questi giorni gli uomini e le donne di centrodestra stanno facendo a livello nazionale.

Esageratamente e inutilmente aggressivi, visibilmente impauriti pur facendo di tutto per agitare la paura degli elettori con i fantasmi dei terroristi, dell’islam, dei migranti nordafricani: ecco come sono apparsi gli uomini e le donne di centrodestra negli ultimi giorni. Caricature di sé stessi.

Con la faccia tirata e stanca, gli occhi sgranati nel vuoto: ecco com’è apparso ieri Berlusconi nel breve colloquio in cui ha assalito persino Obama con la sua ossessione per la magistratura. Certo, per lui era importante farsi fotografare con Obama. Ma non in quel modo, non con quella faccia: sembrava un po’ via di testa, uno che ripete sempre le stesse cose, uno che gli parli e non ti vede.

Non so dire se la sconfitta a Milano basterà a mandarlo a casa. Ma sconfitta sarà: è questo che la comunicazione sua e di tutto il centrodestra ci stanno dicendo – no anzi, urlando – da una settimana.

Perciò mi sbilancio: vince Pisapia.

Sempre che la comunicazione conti come credo. E che nel frattempo le compravendite nel retrobottega non facciano miracoli.

Far Game. Le frontiere del videogioco tra industria, utenti e ricerca

Dopo la prima edizione del 2010, il festival FAR GAME™, le frontiere del videogioco tra industria, utenti e ricerca torna ad animare gli spazi della Cineteca di Bologna, con due giornate dedicate al videogioco e alla sua relazione con gli altri media.

Banner Far Game

Domani 27 e sabato 28 maggio le sale del Cinema Lumière e gli spazi della Biblioteca Renzo Renzi di Bologna ospiteranno incontri, riflessioni ed eventi sulle sempre nuove contaminazioni fra videogiochi e arti visive, fumetti, cinema, letteratura e molti altri ambienti e prodotti della comunicazione contemporanea.

A completare il festival, una mostra di illustrazioni dedicate all’immaginario fantascientifico e alcuni eventi speciali dedicati alla storia del videogioco. Dopo il successo dell’anno scorso, la sera di venerdì 27 torna anche Eat & Play, evento gastronomico che accosta cibo e videogiochi.

Durante FAR GAME™ saranno premiati anche i vincitori della prima edizione del Premio Wired per le migliori tesi di laurea di argomento videoludico, in presenza di Riccardo Luna di Wired Italia, Thalita Malagò di AESVI, Andrea Dresseno e Matteo Lollini, curatori dell’Archivio Videoludico, e in mia presenza, in qualità di Presidente del Comitato scientifico di FAR GAME™ e promotrice del Premio Wired assieme a Riccardo Luna.

FAR GAME™ è promosso dalla Cineteca di Bologna, dal Dipartimento di Discipline della Comunicazione, dal Dipartimento di Musica e Spettacolo, dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, da AESVI, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per il Cinema e il sostegno della Fondazione del Monte.

Tra gli editori partner: Microsoft, Nintendo, Sony Computer Entertainment Europe e Forge Reply.

La seconda edizione di FAR GAME è in collaborazione con Fashion Game (ZoneModa Lab, Università di Bologna, Rimini), 100McLuhan e Meet the Media Guru.

Trovi qui il programma completo: Convegno FAR GAME™.

Dove stanno i giovani nel mondo

Ieri, cercando dati sui giovani in Spagna, ho trovato sul sito Encyclopedia of the Nations una illuminante tabella Unesco, aggiornata al 2010, che classifica 182 stati, da quello in cui i giovani da 15 a 24 anni sono più numerosi a quello in cui lo sono meno.

Ai primi due posti India e Cina. Al gli Stati Uniti. E poi Indonesia, Pakistan, Brasile. Per trovare un paese europeo dobbiamo arrivare al 21° posto, dove sta la Germania.

Poi il Regno Unito al 27°, la Francia al 28°, l’Italia al 40°.

Lascio a te calcolare le percentuali rispetto alla popolazione complessiva di ciascun paese.

In Italia i giovani fra 15 e 24 anni sono solo il 10% della popolazione totale.

Ecco i primi 51 paesi:

Giovani da 15 a 24 anni, da 1 a 25

Giovani 15-24 da 26 a 51

Qui la tabella completa: Encyclopedia of the Nations, Population Aged 15-24 Statistics.

Perché in Italia l’indignazione non funziona?

Il successo di Indignez-vous! – il libriccino del 93enne ex partigiano Stéphane Hessel, che ha venduto in Francia quasi un milione di copie e nel dicembre 2010 è stato tradotto in Italia da Add Editore (Indignatevi!) – ha portato alcuni a riflettere, giustamente, su quanto oggi sia diversa l’indignazione in Italia.

Per Hessel infatti «Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». L’indignazione, cioè, porta all’impegno e all’azione concreta.

Cover di Indignatevi!

Francesco Piccolo sull’Unità del 27 febbraio – ripreso anche da Luca Sofri il 3 marzo – aveva invece osservato:

«Ma la verità è che se c’è una cosa di cui l’Italia (o almeno quella parte del paese alla quale dovrebbe rivolgersi Hessel) non difetta, è l’indignazione. Se c’è una cosa che la metà della popolazione italiana, dal 1994, ha fatto, è esattamente questa: si è indignata. Se c’è un sentimento che la sinistra italiana in ogni sua forma e incarnazione ha espresso, è l’indignazione.

Nella sostanza, l’unico. Oltretutto, deve trattarsi di un sentimento di cui nemmeno si riesce ad avere consapevolezza, visto che dopo diciassette anni, arriva un libro che si chiama Indignatevi! E tutti urlano: ecco cosa bisogna fare!

Il risultato è che l’indignazione – lo testimonia la storia di questi anni – non ha generato nient’altro. E non è un caso, perché indignarsi vuol dire sentirsi estranei a ciò che accade davanti ai propri occhi; è una reazione civile, ma che respinge ogni coinvolgimento nella realtà. Quindi, al contrario di ciò che sostiene Hessel, vuol dire tirarsi fuori da quello che accade. Non partecipare mai fino in fondo.

Se per partecipazione si intende stare dentro le cose e lavorare per cambiarle, allora il vero slogan che servirebbe adesso, dopo tutto questo tempo, è: Basta, non indignatevi più!»

Vero: in Italia l’indignazione coincide – troppo spesso e da troppi anni – con quello sdegnoso atteggiamento dei radical chic di sinistra, che al massimo, per dar mostra di agire, si fanno un giro in piazza una volta ogni tanto. Troppo spesso e da troppi anni per credere che abbia qualcosa a che fare con l’impegno concreto di cui parla Hessel.

Eppure le decine di migliaia di persone accampate dal 15 maggio nelle piazze spagnole si sono definite «Los indignados». Non so dove andranno e cosa faranno ora che le amministrative sono finite. Tuttavia, a leggere alcune testimonianze (vedi Bartleby, Le rivolte in Spagna), sembrano diversi dai manifestanti a cui siamo abituati in Italia, sia per numerosità (si parla di 150 mila persone in oltre 40 città spagnole), ma soprattutto per resistenza nel tempo (9 giorni di seguito non sono pochi).

Né somigliano – come Grillo cerca di farci credere – ai grillini, perché è vero che gli «indignados» sono antipartitici e arrabbiati come loro, ma non hanno bisogno di nessun guru mediatico per organizzarsi, tanto per dirne una.

Sarà perché la disoccupazione – non solo giovanile – è più alta in Spagna che in Italia? Sarà perché gli italiani non sono ancora abbastanza poveri? O perché gli italiani hanno una soglia di sopportazione più alta?

PS: vietato agitare la bandiera del giovanilismo sugli «indignados» spagnoli, perché i giovani fra 15 e 24 anni sono ancor meno in Spagna che da noi: circa 4 milioni e 700 mila, contro i nostri 5 milioni e 800 mila (vedi Encyclopedia of the Nations). La Spagna, come l’Italia, è uno dei paesi anagraficamente più vecchi d’Europa e il movimento degli «indignados» è spiccatamente trans-generazionale.

Un servizio di Rai News 24 sugli «indignados» di Puerta del Sol a Madrid:

I referendum del 12-13 giugno: questi sconosciuti

Diversi amici, in questi giorni, hanno sondato la competenza di altri amici – e così via a catena – sui referendum del 12-13 giugno: quanti e quali sono? Col che, hanno facilmente verificato che pure le persone di solito più informate stavolta cadono dalle nuvole, convinte ad esempio che sia stato cancellato il referendum sul nucleare. O che sia rimasto solo «quello su Berlusconi». O «quello sull’acqua». Ma cosa dicono di preciso «quello su Berlusconi e quello sull’acqua»? Boh.

In effetti, di referendum i media quasi non parlano. Il 19 maggio l’Agcom ha accolto le denunce dell’Italia dei Valori e dei comitati per i referendum, sollecitando la Rai ad «assicurare una rilevante presenza degli argomenti oggetto di referendum nei programmi di approfondimento».

Al momento – ma in effetti è troppo presto rispetto alla pronuncia Agcom il tema non mi risulta ancora trattato in nessun «programma di approfondimento».

In compenso è apparso lo spot istituzionale che spiega «come votare», ma si distingue per un burocratese che in altri contesti è scomparso da almeno quindici anni.

I referendum sull’acqua – che in realtà sono due – stanno per esempio nascosti sotto questi nomi: «modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica» (Referendum 1) e «determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunarazione del capitale investito (Referendum 2).

E poi ci sono chicche come queste: «il quesito prevede l’abrogazione» (perché non dire «il referendum ti chiede se vuoi cancellare»?) e «norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, il cui importo prevede attualmente anche la remunerazione per il capitale investito dal gestore» (perché non dire «norme che determinano quanto costa l’acqua ai cittadini, eccetera»?).

Per non parlare del contorsionismo sul «legittimo impedimento» (Referendum 4) (clic per ingrandire):

Referendum 4

Dove trovare spiegazioni semplici e il più possibile obiettive dei referendum? Io non ne ho trovate. Anche in rete, per saperne di più, tocca brigare, confrontare, studiare, ma per farlo ci vuole un buon livello di scolarizzazione, una discreta quantità di tempo libero e soprattutto molta motivazione.

Chi può mai credere, allora, che il 50% + 1 degli aventi diritto al voto abbiano queste caratteristiche e che per giunta il 12-13 giugno decidano di votare?

Ecco lo spot: