L’affaire Strauss-Kahn: un confronto Francia-Italia

Sarà interessante vedere come si evolverà la vicenda del socialista Dominique Strauss-Kahn, managing director del Fondo Monetario Internazionale arrestato sabato a New York perché denunciato per stupro da una cameriera del lussuoso Sofitel di Times Square, dove aveva appena alloggiato.

Dominique Strauss-Kahn

Non è la prima volta che Strauss-Kahn è coinvolto in scandali sessuali, ma l’accusa di stupro è talmente grave che – ferma restando la presunzione di innocenza – molti considerano già bruciata la sua candidatura all’Eliseo contro Sarkozy, nelle elezioni del 2012, per la quale i sondaggi lo davano favorito.

Facendo una ricerca in rete, ho scoperto che l’ultima notizia sulla fissazione di Strauss-Kahn per le donne era apparsa sul Guardian proprio il giorno prima del suo arresto. In un articolo intitolato «French voters can separate scandal from politics», la giornalista francese Melissa Bounoua sosteneva infatti che l’elettorato francese – donne incluse – a differenza di quello anglo-americano è abituato al libertinisimo degli uomini politici francesi e nel voto non li penalizza per questo.

È vero che da sempre i media chiamano Strauss-Kahn «il grande seduttore», ma va ricordato – dice Bounoua – che pure Jacques Chirac era soprannominato «tre-minuti-doccia-inclusa» e che la fama di Sarkozy come «bad kisser» ha raggiunto anche la serie televisiva americana «Gossip Girl».

La Francia è piena di donnaioli, spiegava sempre sul Guardian Agnès Poirier il 25 febbraio 2009, in un articolo su Strauss-Kahn intitolato «Womaniser? He’s just French». E per mostrare come questo atteggiamento verso le donne sia radicato nella cultura francese, ricordava «L’homme qui aimait les femmes» (1977) di François Truffaut.

I politici francesi – a destra come a sinistra – sono dunque come quelli italiani? E la cultura francese è parente della nostra?

Piano con le analogie, perché non tutto torna. Se guardiamo infatti il Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum, scopriamo che nel 2010 la Francia, pur essendo calata (nel 2009 era al 18° posto, nel 2008 al 15°) è pur sempre al 46° posto. Meglio dell’Italia che – lo sappiamo – è al 74°.

Dei quattro fattori presi in considerazione dal World Economic Forum per stilare le sue classifiche sul Gender Gap (Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival, Political Empowerment) è solo in Political Empowerment che Francia e Italia sono similmente messe male. Sul resto, in Francia le donne stanno molto meglio di noi.

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Un brano da «L’uomo che amava le donne» di François Truffaut (1977) (doppiato in italiano):

31 risposte a “L’affaire Strauss-Kahn: un confronto Francia-Italia

  1. Ricordo che in quel Gender Gap Report il Lesotho si è piazzato all’ottavo posto, al vertice della classifica e davanti ad alcuni dei paesi più femministi e avanzati (per es. scandinavi). Come è emerso da molte discussioni su siti, blog e forum di impostazione diversa (obiezioni sono arrivate anche da Noi Donne), la lettura di quel report è una faccenda complicata e la sua classifica non rispecchia l’effettivo gap, se non per alcune delle specifiche ‘voci’ ( tipo Political Empowerment, ecc.). In sostanza: dire che la Francia è al tale posto e l’Italia al tal altro non fotografa la situazione cui si vorrebbe alludere, credo. Se ho capito bene.
    Comunque, la moglie di Strauss-Kahn lo difende. Aspettiamo gli sviluppi!

  2. Diana, è quello che ho fatto io: ho scorporato io vari fattori. La Francia è più su di noi per l’istruzione femminile e soprattutto per le percentuali di occupazione e di carriera delle donne nel mondo del lavoro. Ricordo inoltre l’attenzione del welfare francese per l’assistenza alle famiglie con bimbi piccoli: nulla a che vedere con le mestizie italiane. Non a caso, là si fanno più figli che da noi.

    Dunque la società francese è più lontana dalla sua rappresentaza politica, quanto a questioni di gender, di quanto la società italiana sia lontana dalla sua rappresentanza politica. Questo volevo dire: i politici francesi somigliano ai nostri, ma la società francese ci somiglia molto meno.

    Insomma i numeri del Gender Gap Report dicono, eccome dicono. Certo, vanno guardati nel dettaglio e interpretati, come peraltro tutti i numeri… Ciao!

  3. sì, infatti volevo apprezzare i tuoi distinguo (anceh se rileggendomi ora, non sembra!). E sì, volevo dire che se quei dati non si leggono in dettaglio e si leggono solo i titoli dei giornali (dove sembra che nessun giornalista abbia più molto tempo o voglia di lavorare, o altro) si possono trarre conclusioni spericolate.

  4. Ogni tanto perfino io ho l’abitudine di concedere fiducia a questi studi. Non avevo mai dedicato tempo al Global Gender Gap, certo che un organismo come il World Economic Forum adottasse metodologie di indubbia collaudata scientificità. Stavo già staccando gli occhi dal post di Giovanna quando il sinistro è rimasto incollato su un paio di numeri e il destro ha dovuto adeguarsi.
    Come diamine è mai possibile, mi sono chiesto, che una nazione sviluppata come la Francia passi da 18° posto al 46° in un solo anno?
    Così mi sono letto tutto il rapporto e devo dire che se stampato su carta potrebbe addirittura avere qualche pregio alla toilette. Qual’è l’errore grave che muove il metodo di questo report? Ebbene, è il desiderio di volatilità.
    L’ansia da classifica unita alla volontà di sottolineare oltre il dovuto la dinamicità tra i concorrenti ha portato gli studiosi a formulare 4 macroparametri (suddivisi nelle loro sub voci) messi in media tra loro, il cui valore massimo è 1. Il problema grave diventa allora il peso relativo dato a ogni sottovoce dato che in primo parametro (Economic partecipation and opportunity) ne possiede 5, il secondo (Educational Attainment) 3, HEalth and Survival 2, e l’ultimo (Political Empowerment) 3.
    Tutto questo produce nonsense e messi in media la frittata è matematicamente assicurata. Facciamo un esempio, ma se ne potrebbero fare molitssimi e gustosi. L’Italia è al 95°posto nella voce Heatlh and Survival con un punteggio di 0,970. Considerando che i concorrenti sono 134 se ne deduce che l’Italia è mediocre e deludente. Guardiamo la Francia e scopriamo che è al primo posto. Che bravi questi francesi, che grandeur.
    Ma guardiamo meglio, non fosse che per testare la nostra sopraggiunta presbiopia cerebrale.
    La Francia è prima in classifica con un punteggio di 0,980. Ma come? L’Italia è al 95° posto con soli 0,01 di differenza? E così scopriamo due cose: che il metodo permette di far condividere la medaglia d’oro a 37 nazioni stipandole sul podio più alto; e che la differenza tra Francia e Italia è da imputarsi a un rapporto tra nascituri femmine/maschi di 0,95 per i cugini Vs 0,94 di noi altri (come se questo valore non fosse riportabile all’interno di una deviazione standard e in Italia si praticasse l’aborto preventivo per i futuri sessi femminili) unito a un’aspettativa di vita in salute in Francia di 76 anni pour elle e 71 pour lui dove in Italia le lei possono sperare di evitare l’ospedale alla stessa età delle francesi mentre i maschi guadagnano addirittura due anni, quindi a 73. Quindi l’aspettativa italiana è migliore, ma siccome quel che conta è il rapporto femmine, maschi, l’Italia prende 1,04 punti e la Francia 1,06. Paradossale ma il rapporto è pieno di questo non sense, in tutte le categorie.
    Mi limito a constatare che la Francia è scivolata dal 18° al 46° posto per via di una diminuzione dei suoi ministri donna passati da una percentuale di 47vs 53 a una di 26 vs 74. Tutto qui. Sul paniere il dato ha pesato moltissimo.
    La verità è che da questo rapporto emerge che in Francia le donne sono messe male circa come noi. Nell’educazione e nella salute andiamo benissimo entrambi. Nella politica male entrambi. C’è una differenza marcata sulla partecipazione femminile nel mercato del lavoro, un 50% Vs 37% in più a sfavore dell’Italia di uomini in posizioni dirigenziali, una parità pressoche raggiunta nel settore professionale in francia (49-51) e solo discreta in Italia (47-53) . Ma si scopre un interessante dato che non si smuove dal 2006: incredibile a dirsi ma in Italia la parità di reddito per medesimo lavoro svolto (Wage equality for similar work (survey) è maggiore che in Francia. E la superiorità si mantiene costante dal 2006. Potrei continuare, ma solo per il gusto del ridicolo. Questo rapporto è statisticamente studiato per smuovere le acque, per mostrare un rimescolamento continuo all’interno della società evidenziando attraverso il metodo scivoloni e sorpassi ben oltre il meritato. Mediando i 4 macroparametri ad esempio si potrebbe scoprire che solo uan composizione parlamentare pià equilibrata potrebbe far balzare ai primi posti generali Paesi per altro mediocri nel gender gap. Un metodo che tende a uniformare gli score attribuendo a scarti dello 0,0virgola il potere di scalare Everest come fossero scalini di un mezzanino.

  5. sì, se non ricordo male, uno dei punti più controversi è l’inserimento dell’indicatore delle nascite femmine-maschi. Comunque, ogni sottovoce è interessante, confrontare le sottovoci, intendo. Ma è un lavoro che porta via un po’ di tempo. Più facile, per i quotidiani, strillare titoli di facile presa : “l’Italia scivola sempre di più nel baratro”, e via dicendo, secondo quella strategia di ‘terrorismo mediatico’ (ormai è un’emergenza anche l’arrivo dell’estate) che, al di là delle agende politiche, è il leitmotiv di tutta l’informazione a caccia sfrenata di lettori e di audience.

  6. Da quello che ho capito il Gender Gap Report (perchè il world economic forum scrive solo inglese e cinese?), la classifica non ordina i paesi secondo il miglior trattamento delle donne. I paesi sono classificati in relazione allo scostamento che esiste riguardo alle differenze (gap) di trattamento uomo/donna.

    Per fare un esempio pratico, questo significa che se in un paese, sia lei donne che gli uomini sono presi a bastonate con 4 bastonate al giorno ciascuno, il gender gap è pari a zero e il paese è al primo posto. Se invece le donne prendono 4 bastonate e gli uomini 2 bastonate, allora c’è un gap tra uomo/donna (entrambi sono trattati male, ma questo non interessa l’analisi statistica in oggetto)
    Oppure, se in un paese la paga oraria è 2euro/ora sia per le donne che per gli uomini. il gender gap, scostamento di genere, è nullo. Se la paga oraria in un paese è 20euro/ora per gli uomini e 10euro/ora per le donne c’è un gender gap, ma la paga oraria, in valore assoluto, sembra migliore.

    Questo significa che non è detto che i paesi che si posizionano meglio nel gender gap report trattano bene la popolazione e meglio di quelli che si posizionano più in basso, ma che la trattano in modo paritario indipendentemente dal genere sessuale.

  7. aggiungo: in sintesi questa statistica non è qualitativa ma quantitativa del gap (scostamento, differenza).
    Bisogna anche ricordare che per valutare la “bontà” di una statistica bisognerebbe destrutturarla. I risultati statistici possono essere facilmente “condizionabili”

  8. Solo che sicuramente in Francia verrà condannato e sicuramente si gioca il governo…
    In Italia siamo peggio anche se l’atteggiamento verso le donne è simile, machista (in fondo sono latini come noi), perchè uomini che sfruttano la prostotuzione (minorile) e trattano le donne come oggetti non solo restano favoriti, giustificati o addirittura elogiati per la loro virilità, ma non hanno nemmeno il buon senso di dimettersi per gli scandali, come se sfruttare la prostituzione minorile fosse un atto che generi approvazione sociale anche se non è a livello di uno stupro.

  9. @Ariaora
    Infatti è per questo che i cervelloni del WEFavrebbero dovuto introdurre nel metodo un coefficiente correttivo sottoforma di effetto soglia. Ma forse è chiedere troppo e così facendo le classifiche tra Stati risulterebbero difficilmente distinguibili da un anno all’altro, essendo i cambiamenti processi lenti.
    Solo che così facendo non si sentirebbe con urgenza l’utilità di redarre ogni anno questo report e così facendo rimarrebbero a bocca asciutta tutti quelli che vi lavorano. Meglio animare la gara, no? Così i media ci possono costruire su tanti begli articoletti per riempire le loro tante paginette o saturare le code dei telegiornali o invitare una Parietti da un Vespa per ergersi a vessillo della condizione femminile e gettare a mare sul canotto delle sue labbra ogni dicussione o rivendicazione seria.
    Per quanto riguarda il motivo da parte del WEF di scrivere il report solo in inglese e cinese, è comprensibile. Sono le due lingue più parlate al mondo e lo saranno sempre più. Inoltre il report articola dualità. Cosa c’è di meglio che evocare, anche nelle traduzioni, l’altro gap, quello economico tra i protagonisti del secolo che è appena cominciato?

  10. @Ugo
    Il titolo della statistica è: “Gender Gap Report”
    Intanto cerchiamo di tradurlo in italiano (anche questo della lingua è un gap molto pericoloso poiché non tutti i popoli e le classi sociali sono messi in condizione di comprendere allo stesso modo)

    Come lo traduciamo?
    Gender gap report = Rapporto sulla differenza di genere?

    la statistica si pone come obiettivo l’analisi della differenza di genere, non dice nulla riguardo la qualità. Tecnicamente sembrano coerenti. Per inserire correttivi dovrebbero cambiare il titolo alla statistica e fare elaborazioni molto più complesse.

    Sembra sbagliare chi interpreta la statistica dal punto di vista della qualità di vita generale. E’ una statistica riferita solo alla “quantità” della differenza di genere (gap gender).

  11. A volte ho la sensazione che casi così eclatanti, alla vigilia di incarichi importanti, e di insediamenti altrettanto impegnativi (chi voleva scalzare Nicolas Sarközy le roi soleil?) forniscano le naturali bucce di banana dove fare inciampare il politico di turno. Viene da dirsi : guarda il caso proprio quel giorno e non prima e nemmeno dopo… un intrigo (relativamente) internazionale. Chi invece non batte ciglio a parità di condizioni e che, anzi, non se ne cura nemmeno è un impunito nostrano. Che quest’esempio serva da lezione anche per sollecitare quelle famose dimissioni…

  12. il protagonista del film vede due che si sposano e dice “ecco due che credono a Babbo Natale…” 🙂
    Sottoscrivo parola per parola.

  13. Ugo: grazie per la tua analisi dettagliata del Report. Io stessa mi sono soffermata a lungo si dati, prima di pubblicare. Che la caduta eccessiva della Francia fosse legata soprattutto alla rappresentanza politica, era esattamente il mio punto.

    Non mi pare opportuno, però, liquidare il Gender Gap Report con affermazioni come “Così mi sono letto tutto il rapporto e devo dire che se stampato su carta potrebbe addirittura avere qualche pregio alla toilette.”

    La presentazione di numeri e statisiche ha sempre obiettivi comunicativi, non vedo cosa ci sia di strano, né di scandaloso. Se poi chi li interpreta lo fa in modo superficiale e grossolano, peggio per lui/lei. E per coloro che si limitano a quella superficie/grossolanità.

    D’altra parte tu stesso dici “Questo rapporto è statisticamente studiato per smuovere le acque, per mostrare un rimescolamento continuo all’interno della società evidenziando attraverso il metodo scivoloni e sorpassi ben oltre il meritato.”

    Ben venga il fatto di “smuovere le acque” sulla questione di genere nel mondo, accidenti! E se s’ha da fare mostrando saliscendi vertiginosi da un anno all’altro e seminando un po’ di polemiche e competizione fra paesi… che si faccia, diamine.

  14. Vero, Giovanna. Però basta fare una sola classifica su una contrapposizione dubbia e rischi di perdere autorevolezza su altre categorie meglio articolate.
    Quindi il maschilista intelligente che cominciava a dubitare di qualche sua convinzione trova l’appiglio per rinforzare la sua posizione di partenza mentre coloro che erano già sensibilizzati al gap di genere non ne traggono alcun beneficio.
    Così se si prende per buono il gender gap, si scopre che l’Italia è messa benissimo, meglio della Francia in questioni chiave come il confronto reddito o addirittura l’istruzione universitaria. Possibile? Non credo. Ma il report dice questo.
    Perciò me lo leggo alla toilette. Così posso gettar via le parti inconsistenti. O non sono inconsistenti?

  15. Giovanna
    “La presentazione di numeri e statisiche ha sempre obiettivi comunicativi, non vedo cosa ci sia di strano, né di scandaloso. Se poi chi li interpreta lo fa in modo superficiale e grossolano, peggio per lui/lei.”

    le statistiche hanno obiettivi comunicativi e quindi anche politici e di condizionamento dell’opinione pubblica, quindi è giusto sottoporre le statistiche ad accurata e approfondita analisi critica.

    Non si può generalizzare dicendo che se qualcuno interpreta male una statistica il peggio è per lui/lei perché questo non è vero.

  16. Sono abbastanza fuori topic ma per associazione mentale desideravo fare un parallelo sulla questione dei dati che si usano per comunicare.
    Tullio De Mauro su http://www.internazionale.it/?p=41952 a proposito della valutazione delle Università termina con queste parole: “Non si discute l’opportunità di valutare e, se può servire, graduare. Si chiedono migliori criteri adatti al complesso processo di elaborazione della conoscenza e formazione di nuove leve.”
    Il punto centrale è questo, secondo me, non i report statistici intorno agli argomenti ma il giudicarli comunemente come assoluti e confonderli con la realtà. Le statistiche non sono la realtà come non lo sono le fotografie. Descrivono sulla base di considerazioni di partenza e mezzi dando indicazioni numeriche e seguendo percorsi sintetici. Le conclusioni, anche quando si tratta di classifiche, rimangono esse stesse da valutare e il valore lo attribuiamo noi. Sono strumenti che ci dovrebbero consentire di muoverci meglio all’interno della complessità mentre invece vengono presi come dati di fatto oggettivi.
    Forse è per questo che Ugo se li porterebbe al bagno come del resto farei io, di pancia, con le prove INVALSI propinate ai miei figli… ma questa è un’altra storia 😉 Ed occorre fare attenzione. Quando smascheriamo una statistica togliamo il velo solo alla semplificazione opinabile o all’inadeguatezza non alla necessità di capire né al problema – reale – che si è cercato di evidenziare.

  17. Ugo, mi spiace ma nello sponsorizzare la “soluzione toilette” i tuoi argomenti perdono forza rispetto a quelli di Giovanna: qui non siamo di fronte a honest-truth-seeking, bensì a gente che vuole “muovere le acque”. Una candida auto-denuncia.

  18. @Broncobilly
    Ma Giovanna ha ragione. Io ho solo commentato alcuni aspetti molto deboli del report. Se fossi pagato per fare l’avvocato del diavolo, direi che dal confronto Italia-Francia questo report mi permette di far rilucere la condizione femminile italiana invece che mostrarne i limiti. Siccome non sono d’accordo con quello che i dati sembrano dire, delle due l’una: o prendo il rapporto per buono, nonostante abbia mostrato lacune metodologiche e dubbi sostanziali, e allora devo constatare che in Italia il reddito donna-uomo è più equilibrato che in Francia, così come ce la passiamo meglio nelle iscrizioni universitarie, etc.; oppure prendo atto che un rapporto che non introduce un filtro passa-alto ad esempio quando si parla di aspettativa di vita (e penalizza nello score l’Italia nei confronti della Francia solo perché gli italiani campano di più e quindi il rapporto con le donne cala) va preso per quel che vale: un giochino di società: solo in questo caso diventa perciò sbagliato pretendersi fiscali coi soldi del monopoli.
    Comunque non ho ancora tirato lo sciacquone. Se vuoi posso salvare anche le pagine in questione (le classifiche, e una triade di parametri) se mi dai qualche argomento.

  19. @Ugo
    non ho capito da quale dato deduci che il reddito donna/uomo è più equilibrato in Italia.

    Nel report è precisato che gli indicatori misurano il gap uomo/donna non relazionato allo sviuppo.

    pag.3 Gaps vs. levels
    <>

    Riguardo al peso delle categorie sul risultato globale:

    Pag.6
    <>

  20. @Ugo
    non ho capito da quale dato deduci che il reddito donna/uomo è più equilibrato in Italia.

    Nel report è precisato che gli indicatori misurano il gap uomo/donna non relazionato allo sviuppo.

    pag.3 Gaps vs. levels
    “The Index is designed to measure gender-based gaps in
    access to resources and opportunities in individual coun-
    tries rather than the actual levels of the available resources
    and opportunities in those countries. We do this in order
    to make the Global Gender Gap Index independent from
    countries’ levels of development.”

    Riguardo al peso delle categorie sul risultato globale:

    Pag.6
    “Calculate subindex scores
    The third step in the process involves calculating the
    weighted average of the variables within each subindex
    to create the subindex scores. Averaging the different
    variables would implicitly give more weight to the
    measure that exhibits the largest variability or standard
    deviation. We therefore first normalize the variables by
    equalizing their standard deviations. For example, within
    the educational attainment subindex, standard deviations
    for each of the four variables are calculated. Then we
    determine what a 1% point change would translate to in
    terms of standard deviations by dividing 0.01 by the stan-
    dard deviation for each variable. These four values are then
    used as weights to calculate the weighted average of the
    four variables. This way of weighting variables essentially
    allows us to make sure that each variable has the same rel-
    ative impact on the subindex. For example, a variable with
    a small variability or standard deviation, such as primary
    enrolment rate, gets a larger weight within the educational
    attainment subindex than a variable with a larger variability,
    such as tertiary enrolment rate. Therefore, a country with a
    large gender gap on primary education (a variable where
    most countries have achieved near-parity between women
    and men) will be more heavily penalized. Similarly, within
    the health and survival subindex, in the case of the sex
    ratio variable, where most countries have a very high sex
    ratio and the spread of the data is small, the larger weight
    will penalize more heavily those countries that deviate
    from this value. Table 2 displays the values of the weights
    used in the Global Gender Gap Index 2006”

  21. @Ariaora
    Ma cosa incolli, scusa, le istruzioni per l’uso? Guarda le schedine Francia e italia. Basta leggere. È così facile.

  22. Quelle che chiami “istruzioni per l’uso” sono l’introduzione ai dati statistici del Gender Gap Report.

    Le schedine le guardo ma “estimated earned income” posiziona l’Italia peggio della Francia

  23. @Ariaora
    Ora, io non avrei voglia di farti notare che non hai capito ma visto che insisti:
    1) Estimated earned income è un parametro che ci dice quale sia il confronto tra redditi maschili e femminili in generale (GDPfemminile/ numero di donne totali /GDPmaschile/numero di maschi totali), non è un confronto a parità di lavoro svolto. Il che implica che ci sono lavori che gli uomini fanno e le donne no, e viceversa. Qui la Francia supera l’Italia, ma questo punto non è mai stato discusso da me.
    2) Ciò che ci interessa, e che vede l’Italia superare in punteggio la Francia (e lo fa dal 2006 ovvero dal punto più remoto della cronologia di questo report), è appunto il Wage equality for similar work. L’Italia ha un rapporto di 0,5 a differenza della Francia che ha un rapporto di 0,44.
    Quindi le donne che in Italia svolgono mansioni lavori svolti anche dagli uomini, e quindi in competizione, sono pagate meglio in proporzione al reddito corrispettivo degli uomini di quanto facciano in Francia.
    Ma basta già confrontare il parametro 1 con il parametro 2 per rilevare incongruenze metodologiche gravi perché l’1 ci dice che dove c’è concorrenzialità di genere l’Italia fa meglio della Francia. E dove invece non c’è (lavori a prevalenza maschile vs lavori a prevalenza femminile) la Francia ha più equilibrio dell’Italia. Notare che quest’ultimo è un corollario inevitabile ma che il report non esplicita.
    Se uno guardasse la distribuzione delle posizioni dirigenziali (Legislators, senior officials, managers) ad esempio dedurrebbe che la Francia ha un equilibrio appena superiore all’Italia con il 96,6% in più di presenza maschile sul femminile contro il 103% in più in Italia. Ma se questo dato è confrontato con il parametro della percentuale di lavoratori e lavoratrici(labour force partecipation) la Francia fa una pessima figura, ma davvero pessima in confronto all’Italia.
    Infatti in Francia lavora solo il 15% in più degli uomini rispetto alle donne mentre in Italia la percentuale sale a un quasi triplo 42%. Quindi la Francia è molto più avara di posti dirigenziali occupati da donne di quanto non sia in Italia. Il rapporto ci dice quindi che in Italia la percentuale di donne che lavora è sensibilmente inferiore alla Francia ma quelle che lavorano hanno più possibilità di diventare classe dirigente. Inoltre tra quelle che lavorano in professioni di genere non esclusivo l’Italia ha un equilibrio superiore alla Francia. Ma siccome l’uomo in generale guadagna più della donna (ma anche qui – attenzione! – lavorano più uomini in percentuale al totale di quanto lo facciano le donne, quindi il guadagno medio della donna risente delle donne che non guadagnano!) si deduce che se Roma piange Parigi non ride.
    Capito? 🙂

  24. @Ugo
    ma fai pure, ti ho fatto una domanda! evidentemente vorrei capire il ragionamento. Pensi che mi sento male se scopro di non aver capito! ti sbagli! sai che soddisfazione è capire?

    Ti faccio altre domande per capire.
    Tu hai parlato di REDDITO – “in Italia il reddito donna-uomo è più equilibrato che in Francia” – non di SALARIO per lavori simili e quindi ho guardato il parametro che si riferisce al reddito (“Estimated earned income”) che vede l’Italia posizionata molto peggio.

    1) Quindi ritieni che il dato “Estimated earned income” non sia importante? ma se parli di situazione reddituale delle donne è strano perchè questo è il dato citato nella relazione statitstica in oggetto più vicino al concetto di reddito.

    2) ciò che interessa a te è esclusivamente “Wage equality for similar work”? quindi se tutte le donne di lavoro ad es. puliscono le scale nei condomini, e la loro retribuzione è uguale all’UNICO uomo che pulisce le scale nei condomini, secondo te c’è parità reddituale uomo/donna?

    Tu puoi guardare tutte le categorie scorporate e farci un ragionamento (le hanno indicate per questo), evidentemente la parità uomo/donna nel complesso non si valuta tenendo conto di una sola categoria (almeno questo è il parere di chi ha stilato la statistica che io condivido).
    Il discorso diventa difficile quando si va ad attribuire un peso ad ogni categoria per ottenere un dato sintetico globale (che è l’obiettivo dello studio statistico) che sia indicativo della situazione delle donne nei vari paesi (non del loro livello di sviluppo generale). E il discorso diventa difficile anche quando si va a vedere come sono formati i dati, ad esempio quelli reddituali si riferiscono al 2007.

  25. Forse non mi sono spiegato, cerco di farlo meglio.
    Non metto in dubbio i paradossi che rilevi, anzi… Il fatto è che nel farmi decidere “per la toilette”, più ancora dei tuoi riscontri, è la constatazione che tali “classifiche” escono con lo scopo di “muovere le acque” e la cosa “non deve destare scandalo”. Il militante pc si sostituisce all’ honest-truth-seeking e la cosa ci deve andare bene.
    Poi non dico che anche gli argomenti portati dal militante meritano di essere presi in considerazione. Ma il tempo è una risorsa scarsa.
    Scusa lo sfogo, ma forse sono avvelenato perché costretto a perdere tempo prezioso con l’ Human Development Index (HDI) – una classifica dei paesi in base allo sviluppo civile che la Svezia vince regolarmente a mani basse. Ebbene, alla fin fine scopro – per dirne una – che viene dato uguale peso al PIL pro capite, all’ aspettativa di vita e al grado di istruzione della popolazione e i punteggi sono equamente incasellati tra 0 e 1. Cosicché puo’ capitare che un paese dove si è raggiunta l’ immortalità e la ricchezza infinita, per il semplice fatto che i propri cittadini non vanno a scuola, meriterà un punteggio max di 0.666. Molto meno del Tajikistan! Qual è il problema? Il problema in soldoni è che per questi istituti la Svezia rappresenta l’ apice della civiltà e un paese è tanto più civile quanto più assomiglia alla Svezia, cosicchè si costruisce un indice che misuri in qualche modo la somiglianza. Guarda caso “vince” sempre la Svezia. Allora ok, non scandalizziamoci, ma nemmeno prendiamole troppo sul serio queste classifiche.
    E se il tempo stringe, non “prendiamole” proprio in mano. 

  26. @broncobilly
    Riguardo al tempo condivido del tutto la tua opinione, ce ne vuole parecchio per approfondire.
    Non condivido la tua soluzione, cioè non bisogna ridurre il tempo per approfondire ma quello che si dedica al lavoro.

    Una domanda relativa al report che hai citato: perché non dovrebbe avere peso il numero di persone che vanno a scuola? e perché il PIL che è molto poco indicativo dal punto di vista della qualità dovrebbe averne di più?

  27. @Broncobilly
    D’accordissimo con te. Infatti è esattamente la mia tesi. Ma mi permetterai di prenderle sul serio per criticarle dall’interno, come del resto hai fatto tu smontando le attribuzioni di peso nell HDI? Anche perché, appunto come per le tua analisi dell’HDI, le persone le prendono sul serio eccome quelle classifiche. Se la metodologia fosse seria la classifica seguirebbe. Se non è seria io mi diverto a smontarle. Come hai appena fatto tu. 🙂

    @Ariaora scrive: “Non condivido la tua soluzione, cioè non bisogna ridurre il tempo per approfondire ma quello che si dedica al lavoro”
    Appunto ciò che devi fare: dedicare tempo a rileggere i miei due interventi analitici se vuoi capire il punto.

  28. @Ugo
    le tue battutine fanno pacatamente sorridere ma sono prive di contenuto.
    Magari sei tu che non hai capito? non ti viene il dubbio? Io ho sempre il dubbio di non aver capito, per questo mi interessa la tua idea.

    Mi spieghi perché dei due parametri seguenti:
    -Estimated earned income (stima reddito)
    -Wage equality for similar work (Parità salariale per lavori analoghi)

    secondo te serve il secondo (Parità salariale per lavori analoghi) per valutare la situazione reddituale delle donne?

  29. @Ariaora scrive:”Magari sei tu che non hai capito? non ti viene il dubbio? Io ho sempre il dubbio di non aver capito, per questo mi interessa la tua idea.”

    Infatti non hai capito. Se tu rileggessi i miei due interventi analitici capiresti che vi sono già le risposte che cerchi. Nessuna battuttina.
    Do maggior peso al secondo parametro (che non è solo salario ma stipendio o onorario) perché mi permette un confronto diretto a parità di professione. L’estimated earned income (PPP $) invece non mi fa capire molto perché i parametri della sua determinazione* non escludono le donne che non lavorano e quindi il risultato fa dipendere il redditomedio femminile dal parametro (questo sì il vero e principale indicatore per le nostre valutazioni!) del Labour force participation. Poiché come ho già spiegato in italia il rapporto uomini/donne che lavorano è altissimo in confronto alla Francia e questo pesa sulla voce reddito, tra l’altro con una formula che non è nota.
    In generale però non sto dicendo che l’Italia sia messa bene nel gender gap. Al contrario la mia analisi dice che è messa molto male ma la Francia è avanti di un soffio per il reddito (e quindi per logica premia più i lavori femminili in scarsa concorrenza maschile) ma discrimina di più lo stipendio a parità di lavoro (e quindi per logica penalizza le donne in lavori a concorrenza maschile – anche alla voce Legislator, senior officials, managers e proprio in rappporto alla popolazione femminile che lavora in rapporto all’Italia ).
    Tralascio la voce Educational atteinment, dove hanno perfino sbagliato i conti conabilizzando un punteggio 1 alla Francia e 0,99 all’Italia a parità di percentuali nella voce literacy rate e hanno contabilizzato come massimo risultato per entrambe (ovvero punteggio 1) l’enrolment in tertiary education, dove l’Italia svetterebbe con un rapporto di 1,41 contro l’,28 della Francia.
    Ripeto, basta approfondire per far emergere la pochezza di questo studio.
    Speriamo di esserci capiti questa volta 🙂

    * […]According to the UNDP, because of a lack of gender-disaggregated
    income data, female and male earned income figures are
    crudely estimated on the basis of data on the ratio of
    the female non-agricultural wage to the male non-agricultural
    wage, the female and male shares of economically
    active population, the total female and male population
    and the GDP per capita in purchasing power parity
    (PPP) US dollars. (pag 48)

  30. @Ugo
    magari invece se tu Ugo rileggessi i miei commenti scopriresti che non hai capito.
    E come mai adesso esce fuori tuta questa “complicazione”?
    eppure avevi detto di guardare le schedine… è facile 🙂 invece non è per niente facile, ci vuole tempo e bisogna andare a leggere quelle che tu chiami “istruzioni per l’uso”, dove troviamo alcune indicazioni importanti (poche per verità) per capire come sono formati i dati

    Hai anche scritto:
    [[
    “1) Estimated earned income è un parametro che ci dice quale sia il confronto tra redditi maschili e femminili in generale (GDPfemminile/ numero di donne totali /GDPmaschile/numero di maschi totali), non è un confronto a parità di lavoro svolto. Il che implica che ci sono lavori che gli uomini fanno e le donne no, e viceversa.
    2) Ciò che ci interessa, e che vede l’Italia superare in punteggio la Francia (e lo fa dal 2006 ovvero dal punto più remoto della cronologia di questo report), è appunto il Wage equality for similar work. L’Italia ha un rapporto di 0,5 a differenza della Francia che ha un rapporto di 0,44.
    Quindi le donne che in Italia svolgono mansioni lavori svolti anche dagli uomini, e quindi in competizione, sono pagate meglio in proporzione al reddito corrispettivo degli uomini di quanto facciano in Francia.”
    ]]
    Come ho già detto la difficoltà è sia nell’attribuzione dei pesi, sia nell’origine dei dati oltre che nel fatto che la disparità donna/uomo è un valore complesso.

    Purtroppo la costruzione dei due parametri
    -Wage equality for similar work (Parità salariale per lavori analoghi)
    -Estimated earned income (stima reddito)
    non è spiegata in modo molto approfondito nel report,

    “The source of the wage equality for similar work value
    is the World Economic Forum’s Executive Opinion Survey
    2010. It has been carried out between January and May
    2010” pag.48 del report

    e mentre tu ti ritieni soddisfatto dall’analisi del parametro “Wage equality for similar work”, tanto da esprimere giudizi sulla situazione reddituale delle donne italiane, io non lo ritengo sufficientemente indicativo oltre che spiegato male (nel report fanno riferimento a un certo Executive Opinion Survey 2010)

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