Archivi del giorno: mercoledì, 18 maggio 2011

Report: ma l’università italiana non è solo parentopoli

Domenica 15 maggio è andata in onda una puntata di Report con un’inchiesta di Sabrina Giannini dal titolo «Concorso in reato».

L’inchiesta si è soffermata, fra l’altro, su alcuni concorsi universitari, mostrando lo scambio di favori che permette di far vincere alcuni parenti di presidi e rettori. Sabrina Giannini ha trattato soprattutto il caso dell’università “La Sapienza”, che vede tra i professori ordinari della facoltà di Medicina ben cinque parenti dell’attuale rettore Luigi Frati.

Pur stimando Milena Gabanelli (anche se ho apprezzato meno alcune inchieste degli ultimi mesi), no anzi, proprio perché la stimo, l’inchiesta mi ha delusa molto.

Difesa corporativa da parte di una docente universitaria? Niente affatto, e cerco di spiegare perché.

Benissimo che si affondi il coltello nei mali dell’università italiana. Meno bene, però, che si riducano questi mali, come sempre ultimamente i media fanno, alla cosiddetta parentopoli. Ancor meno bene che si citino sempre i soliti esempi: il caso “La Sapienza” è stato più volte già trattato.

La mancanza di meritocrazia, per esempio, non riguarda solo l’assunzione di figli e parenti, ma soprattutto la più generale scarsa inclinazione dei cosiddetti «baroni» a promuovere persone non allineate con il loro pensiero, ma comunque – e in alcuni casi proprio per questo – più originali, acute, innovative. Un tema troppo difficile per un’inchiesta giornalistica? Forse, però credevo che lo staff di Milena Gabanelli potesse farcela.

Il punto è che parlare di parentopoli è più facile non solo perché è più facile snidare i figli e le mogli – basta incrociare i database comunali con quelli universitari – ma perché conferma ciò che i telespettatori hanno già in testa e dunque ottiene più audience, commenti più favorevoli alla trasmissione (si gradisce sentirsi ripetere ciò che già si sa) e suscita ancor più facile scandalismo contro l’università italiana.

E allora subentrano, dal mio punto di vista, considerazioni simbolico-culturali. E forse anche etiche, perché mi domando: è giusto rinfocolare i soliti stereotipi contro l’università italiana in un momento in cui gli investimenti nel sistema educativo e nella ricerca nazionale sono ai minimi storici?

O non sarebbe più giusto controbilanciare questi stereotipi negativi con inchieste su tutti i bravissimi non solo ricercatori (che di questi ultimamente si è parlato), ma anche docenti e sì, finanche «baroni», che tutti i giorni fanno il loro dovere e lo fanno bene, nella ricerca come nella didattica, nell’amministrazione come nella cura degli studenti, con stipendi che sono in media la metà di quelli dei loro colleghi in Europa e negli Stati Uniti?

Perché questi bravissimi docenti e «baroni» ci sono, eccome. Se solo qualche giornalista si prendesse la briga di farli parlare.

(Vale la pena precisare, per chi non lo sapesse, che un ricercatore universitario viene assunto oggi, a un’età media di 38 anni e cioè dopo almeno 15 anni di studio e ricerca post-laurea, con uno stipendio netto di 1000 euro al mese più qualche spicciolo. E un professiore associato con 5 anni di anzianità, che in media ha circa 50 anni, prende poco più di 2000 euro netti al mese, lavorando, se fa bene il suo mestiere, dieci ore al giorno e spesso anche al weekend e nelle feste comandate.)

Lo stralcio della puntata di Report del 15 maggio in cui si parla di università: