Perché in Italia l’indignazione non funziona?

Il successo di Indignez-vous! – il libriccino del 93enne ex partigiano Stéphane Hessel, che ha venduto in Francia quasi un milione di copie e nel dicembre 2010 è stato tradotto in Italia da Add Editore (Indignatevi!) – ha portato alcuni a riflettere, giustamente, su quanto oggi sia diversa l’indignazione in Italia.

Per Hessel infatti «Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». L’indignazione, cioè, porta all’impegno e all’azione concreta.

Cover di Indignatevi!

Francesco Piccolo sull’Unità del 27 febbraio – ripreso anche da Luca Sofri il 3 marzo – aveva invece osservato:

«Ma la verità è che se c’è una cosa di cui l’Italia (o almeno quella parte del paese alla quale dovrebbe rivolgersi Hessel) non difetta, è l’indignazione. Se c’è una cosa che la metà della popolazione italiana, dal 1994, ha fatto, è esattamente questa: si è indignata. Se c’è un sentimento che la sinistra italiana in ogni sua forma e incarnazione ha espresso, è l’indignazione.

Nella sostanza, l’unico. Oltretutto, deve trattarsi di un sentimento di cui nemmeno si riesce ad avere consapevolezza, visto che dopo diciassette anni, arriva un libro che si chiama Indignatevi! E tutti urlano: ecco cosa bisogna fare!

Il risultato è che l’indignazione – lo testimonia la storia di questi anni – non ha generato nient’altro. E non è un caso, perché indignarsi vuol dire sentirsi estranei a ciò che accade davanti ai propri occhi; è una reazione civile, ma che respinge ogni coinvolgimento nella realtà. Quindi, al contrario di ciò che sostiene Hessel, vuol dire tirarsi fuori da quello che accade. Non partecipare mai fino in fondo.

Se per partecipazione si intende stare dentro le cose e lavorare per cambiarle, allora il vero slogan che servirebbe adesso, dopo tutto questo tempo, è: Basta, non indignatevi più!»

Vero: in Italia l’indignazione coincide – troppo spesso e da troppi anni – con quello sdegnoso atteggiamento dei radical chic di sinistra, che al massimo, per dar mostra di agire, si fanno un giro in piazza una volta ogni tanto. Troppo spesso e da troppi anni per credere che abbia qualcosa a che fare con l’impegno concreto di cui parla Hessel.

Eppure le decine di migliaia di persone accampate dal 15 maggio nelle piazze spagnole si sono definite «Los indignados». Non so dove andranno e cosa faranno ora che le amministrative sono finite. Tuttavia, a leggere alcune testimonianze (vedi Bartleby, Le rivolte in Spagna), sembrano diversi dai manifestanti a cui siamo abituati in Italia, sia per numerosità (si parla di 150 mila persone in oltre 40 città spagnole), ma soprattutto per resistenza nel tempo (9 giorni di seguito non sono pochi).

Né somigliano – come Grillo cerca di farci credere – ai grillini, perché è vero che gli «indignados» sono antipartitici e arrabbiati come loro, ma non hanno bisogno di nessun guru mediatico per organizzarsi, tanto per dirne una.

Sarà perché la disoccupazione – non solo giovanile – è più alta in Spagna che in Italia? Sarà perché gli italiani non sono ancora abbastanza poveri? O perché gli italiani hanno una soglia di sopportazione più alta?

PS: vietato agitare la bandiera del giovanilismo sugli «indignados» spagnoli, perché i giovani fra 15 e 24 anni sono ancor meno in Spagna che da noi: circa 4 milioni e 700 mila, contro i nostri 5 milioni e 800 mila (vedi Encyclopedia of the Nations). La Spagna, come l’Italia, è uno dei paesi anagraficamente più vecchi d’Europa e il movimento degli «indignados» è spiccatamente trans-generazionale.

Un servizio di Rai News 24 sugli «indignados» di Puerta del Sol a Madrid:

20 risposte a “Perché in Italia l’indignazione non funziona?

  1. Cara Giovanna,
    sono d’accordo su tutto. Ero in Francia quando uscì il libro di Hessel e lo lessi con grandi aspettative: ne rimasi piuttosto deluso. Leggo ora il tuo post e capisco che deve essere stato per l’abitudine all’indignazione nei confronti di B., maturata in questi anni: è l’estrema astuzia della comunicazione berlusconiana, mi sa. Come prova che la passione per l’indignazione cambia una volta usciti dall’Italia, posso testimoniare che i miei amici francesi, leggendo “Indignez-vous!” si indignarono per davvero.
    A proposito di giovani, mi è andata un po’ meglio con il libretto di Pietro Ingrao (96 anni), “Indignarsi non basta” (Aliberti editore). A chi è piaciuto il post, non dispiacerà🙂

  2. Nemmeno i Marxisti-Leninisti pensano che la “piazza” possa concludere qualcosa, per quello che formano la classe dirigente, ovviamente cercando di coinvolgere più persone possibile allo stesso tempo, principalmente per ricavi economici. Non serve essere nè indignati nè consapevoli, serve una capacità di convincere, guidare e decidere che è propria dell’individualità, non della piazza, non della moltitudine. Ma apparentemente questa capacità non si sta sviluppando nè in Italia nè altrove, perchè “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” ma dentro un serra dell’orto botanico di questa società.

  3. Le mie piccole, personali, risposte: in fin dei conti in Italia abbiamo la possibilità di identificare un oggetto primario per la nostra indignazione, la sinistra italiana ha buon gioco a catalizzare la rabbia verso l’obiettivo sicuro autoescludendo se stessa e la crisi politica e culturale di cui è corresponsabile dall’oggetto dell’indignazione. Insomma: bastasse votare Pisapia piuttosto che la moratti o veder cadere il Presidente del Consiglio a risolvere la crisi per cui ci indigniamo.
    Poi -so poco della (Francia)- il contrasto generazionale è forte e non ci permette di indignarci assieme. E’ quotidiano per un precario indignarsi per le ‘pretese’ del dipendente e per il dipendente tutelare i suoi diritti.
    Anche in ambito culturale: a questo punto è più facile e accettato scrivere sui ‘valori della resistenza’ e sulle rivolte del passato piuttosto che passare dall’indignazione a quella critica forte della cultura e della realtà sociale in cui siamo cresciuti, necessaria per identificare e parlare di nuovi valori e nuove azioni. Per questo ho deciso di non comprare questo libro.

  4. Cara Giovanna,
    non credo si tratti di soglia di sopportazione maggiore negli italiani, né di maggiore consapevolezza degli indignados.
    Noi siamo all’apice di un processo – consapevole o meno- di destrutturazione istituzionale, innescato qualche decennio orsono dal regime monocratico a guida Dc (più cespugli) e poi accelerato dalla subdola strumentalizzazione a fini personali sapientemente ordita e organizzata da uno dei maggiori imprenditori del Paese…
    Gli italiani di oggi sentono fortemente il bisogno di riempire di valori nuovi i propri contenitori istituzionali,svuotati da decenni di guerra guerreggiata tra visioni opposte della società, in cui si è facilmente insinuata corruzione e qualunquismo…. I nostri cugini indignados sembrano piuttosto voler cavalcare l’onda (eslusivamente sotto un profilo mediatico) di rinnovamento della Primavera araba, quasi ad esternare la loro fiducia nella coesione della società spagnola, unita ( pur nelle proprie svisceratissime differenze) dai valori della democrazia e della sovranità popolare. Il rischio di ‘partitocrazia’ è lo spauracchio contro cui lottano gli indignados spagnoli, da noi è il Leviatano da abbattere…

  5. “Sarà perché la disoccupazione – non solo giovanile – è più alta in Spagna che in Italia? Sarà perché gli italiani non sono ancora abbastanza poveri? O perché gli italiani hanno una soglia di sopportazione più alta?”

    A mio parere l’indignazione è un catalizzatore: favorisce e aumenta la velocità di una reazione ma non si spende in essa.
    Abbassa l’energia potenziale di attivazione della protesta che deve essere raggiunta in modo da permettere ai manifestanti di evolvere spontaneamente verso l’insurrezione.
    L’ìndignazione è ciò che ti mette in mano il sasso, Giovanna. Poi tutto sta nell’eventualità che l’Occasione si presenti: a quel punto anche il mite aggiungerà il suo gesto a quello altrui non limitandosi a sbirciare gli altri da lontano.
    Senza indignazione quindi è minore la possibilità di reazione. Non basta che l’indignato abbia intravisto la luce della sua condizione. Occorre che vi siano i reagenti in gioco per far sì che la (foto)catalisi produca la disinfezione, come avvinee
    La condizione è necessaria non sufficiente.
    Nello specifico quel che manca in Italia, oltre a un’ancora insufficiente presenza di reagenti (disouccupazione + povertà), non è il catalizzatore (indignazione) ma il supporto catalitico (organizzazione carismatica), ciò che nella catalisi eterogenea (classi sociali differenziate) rappresenta quel materiale che fornisce la stabilità meccanica al catalizzatore. Imparo da wikipedia che “in genere i supporti catalitici devono presentare una certa refrattarietà (cioè devono rimanere inalterati dal punto di vista chimico-fisico se sottoposti ad elevate temperature elevate), onde evitare fenomeni di disattivazione del catalizzatore”.

  6. Leggo ora il verbo “catalizzare” nel commento di Maria Cecilia Averame. Prendete allora il mio come un approfondimento.

  7. Piuttosto c’è da domandarsi come mai la situazione dei paesi europei sia così grave e indipendentemente dall’indirizzo dei governi, anzi qualche diversità c’è ma poca.

    @Guido Mencari,
    la consapevolezza serve eccome, certo è un processo doloroso e che richiede molto coraggio, purtroppo.

  8. @Ariaora
    Posso provare a rispondere alla tua difficile ma interessante domanda? Le crisi dei Pigs dipendono dalle stesse condizioni che hanno favorito la loro crescita economica, in molti casi esuberante. Credito. Ma fin qui ripeteremmo delle banalità che conoscono anche i sassi.
    Più interessanti sono i corollari: indipendentemente dai governi, la crescita economica e il benessere è deciso da altri attori verso i quali nessuno di noi elettori esprime una preferenza elettorale e i cui processi non rispondono, né sono tenuti legalmente, a nessuna accountability democratica.
    Dispiace constatare come la maggior parte degli europei sia ancora legata a una sopravvalutazione del potere trasformativo (che è invece pura gestione, dove il riformismo è conservazione dell’esistente statu quo in funzione dei cambiamenti) delle nostre sedicenti social-democrazie.
    Difficile digerire il fatto che i Paesi in crisi non lo sono per ragioni di governance di destra o di sinistra. Hanno accettato le regole del gioco e per anni (Irlanda e Spagna in primis) sono state additate come il fiore all’occhiello dello nostro modello europeo.
    Il loro sviluppo rappresentava l’interesse sul credito concesso da parte degli Stati più ricchi e evoluti economicamente. Solo che uno guarda le statistiche di quei ricchi Stati e deduce che per loro il sistema ha funzionato. Perché allora non per quegli altri che oggi versano in condizioni difficilissime? Semplice, gli Stati creditori hanno predato di più e prima dei debitori e noi abbiamo scordato di leggere la prima parte del bel libro di Storia del benessere. Quindi l’impotenza di chi creda ancora che sia possibile ottenere quello standard promesso e quel welfare realizzato fa a gara con l’ingenuità delle nostra convinzioni riformistiche in democrazia.

  9. …la sinistra italiana ha buon gioco a catalizzare la rabbia verso l’obiettivo sicuro autoescludendo se stessa e la crisi politica e culturale di cui è corresponsabile dall’oggetto dell’indignazione.

    … sì. Mi sembra proprio quello che intende Francesco Piccolo: indignazione come autoassoluzione e autoesclusione (dal quadro delle brutture). (Un concetto già espresso in un suo altro articolo uscito l’anno scorso sull’Unità).

    A me fa sempre lo stesso effetto, l’indignazione, in qualsiasi contesto la incontri. Un grosso polverone dietro al quale è possibile nascondere se stessi e le proprie magagne.

    Ho sempre l’impressione che le persone che fanno nei fatti la differenza si indignino poco e lavorino molto, soprattutto nel piccolo e nel piccolissimo del loro mondo.

  10. Pietro Ingrao nel suo ultimo libro/intervista fatto con Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti secondo me lo spiega molto bene come mai “indignarsi non basta” (che è pure il titolo, appunto)

  11. D’accordo con quasi tutti. In Italia non abbiamo bisogno di indignazione, che abbonda, ma di proposte operative, che invece hanno poco seguito.

  12. Il mio trisnonno era con Garibaldi, ha fatto l’Unità d’Italia e si è trovato tra i piedi ancora i preti e Cavour; il mio bisnonno è stato anarchico, ha sparato a un re e si è trovato il figlio di quel re e Mussolini (l’altro mio bisnonno era… fascista! Ma poi si è trovato a baciare le pantofole del papa, una guerra che non volevano in tanti, forse neppure il Duce e poi la fine di tutto); mio nonno era partigiano, ha fatto la Resistenza e si è trovato la DC…
    Mio padre ha fatto il Sessantotto e poi si è risvegliato con… la DC; poi è stato leghista e si è trovato con Berlusconi…
    Io? Io ho fatto l’Onda, sono stato a Genova nel 2001 neanche maggiorenne… e domani con chi mi risveglierò? Non lo so, so che intanto, stanotte, per addormentarmi leggo alcune pagine del Gattopardo…

  13. Al di là della finzione narrativa, credo che in Italia non ci siano le condizioni strutturali (in senso marxista) per un’indignazione alla spagnola: quindi, disoccupazione e povertà non sono ancora al punto di non ritorno.

    A questo si aggiunga, il fatto che l’italiano è un popolo disincantanto, quindi spesso indignato, ma con un’indicazione che non raggiunge mai il suo punto di ebollizione (e quindi fa fatica a trasformarsi in azione e impegno).

    Si aggiunga inoltre la mancanza di una leadership che non viene giudicata all’altezza per guidare il cambiamento. E intendo sia la leadership politica che quella extrapolitica, la cosiddetta società civile o gli intellettuali – molto ascoltati, almeno un tempo, ma ahimè soprattutto letterati: poeti, cantanti, scrittori, ossia gli uomini e le donne più inetti all’azione che possano esistere.

    Infine, si considerino tutte le minoranze che hanno perennemente abitato la società italiana: minoranze, queste sì, indignate e pronte all’azione e all’impegno. Ebbene, proprio questo continuo passarsi il testimone dell’indignazione (soprattutto nelle minoranze di sinistra) ha, secondo me, compromesso in parte l’impegno e il passaggio delicato dall’indigazione all’azione. In fondo, non è un po’ sempre lo stesso testo che si recita, con variazioni certo, ma tenendo sempre lo stesso canovaccio? E non c’è il rischio quindi che qualcuno decida di non passare all’azione perchè non vuole recitare nel ruolo che già fu di altri e che non ebbe neppure troppi successi? O, detto altrimenti, che si senta bloccato dai troppi fallimenti che sente alle sue spalle?

  14. l’italiano è un popolo disincantanto, quindi spesso indignato, ma con un’indicazione che non raggiunge mai il suo punto di ebollizione (e quindi fa fatica a trasformarsi in azione e impegno)

    Sottoscrivo. E forse questo disincanto non è solo negativo. I problemi che crea possono essere gravi, ma mai letali e definitivi come quelli creati da altre forme mentali. Come il dilettantismo. In fondo è un limite anche all’efficienza con cui si può fare male.

  15. @diana.
    è vero che disincanto e dilettantismo possono essere un antidoto all’efficienza applicata a imprese orrende (lo sterminio nazista degli ebrei).
    Ma credo che abbiamo qualche altro buon antidoto contro cose malefiche. Mentre l’inefficienza impedisce di fare bene.
    In molti campi, poi, gli italiani sono di una professionalità eccellente.
    Il nostro principale punto debole è forse la cattiva organizzazione di molte attività istituzionali e pubbliche (sistema politico, burocrazia, fisco, leggi, giustizia).

  16. Condivido appieno i commenti di Mauro.
    Gli italiani sono un popolo disincantato; non si sentono padroni del proprio destino e aspettano un qualsiasi altro Messia, per avere da lui la soluzione ai loro mali.
    Non si sentono Popolo ma sempre singoli Individui e si muovono come gruppo solo se guidati, da Capi, da Guru o da Messia.
    Si indignano e aspettano un altro Berlusconi, un altro leader di cui non c’è traccia, soprattutto nella litigiosa sinistra. Una sinistra che ancora non ha compreso che tra i vari fattori che portano alla vittoria ce n’è sicuramente uno che pesa almeno il 50% : l’essere uniti. Beghe e lotte intestine sconfiggono prima e più del nemico, chiunque esso sia.
    Eppure io di questo popolo disincantato, indignato e affranto mi sento parte.
    La classe dirigente attuale e le regole con cui intervenire per il cambiamento sono talmente compromesse che non riesco a dar loro torto e mi sento con loro, con gli indignati disincantati che tra gli affanni di una vita sempre più difficile cercano una strada che non esiste, che sfugge come in un gioco di illusioni, di miraggi. Ogni volta che pensi di averne presa una giusta, alla fine ti ritrovi sempre di fronte a un muro.
    Come essere in un labirinto, senza bussola, senza mappa, e cercare un’uscita trascinandosi dietro figli e anziani e ritrovandosi contro le orde armate di tutti quelli che il cambiamento non lo vogliono proprio.
    Tutti quelli che del sistema Italia, così com’è, ci vivono. Partiti e sindacati, politici e sindacalisti. Finti manger e dirigenti, portaborse e portavoce, lacchè e cortigiane. Un esercito armato che ha paura di perdere i propri privilegi e i privilegi che vuole lasciare ai propri figli, del tutto immeritatatamente: Triglia docet.
    Loro sono armati, armati di conoscenze, di raccomandazioni, di appalti, di posti di lavoro immeritati e vuoti e di pensioni dopo pochi mesi di lavoro.

    Oltre l’indignazione non resta molto, non resta neppure il tempo per pensare e quello di queste poche righe, non avrei dovuto prendermelo.

  17. Ben scrivi:
    Mentre l’inefficienza impedisce di fare bene.
    In molti campi, poi, gli italiani sono di una professionalità eccellente.
    Il nostro principale punto debole è forse la cattiva organizzazione di molte attività istituzionali e pubbliche (sistema politico, burocrazia, fisco, leggi, giustizia)

    Hai ragione. Coglievo due aspetti, è giusto anche aggiungre questi.

  18. Pingback: Sono estremista e rivoluzionario « Ilcomizietto

  19. E’ già stato segnalato il libretto di Pietro Ingrao”indignarsi non basta”, aggiungerei anche quello dello stesso Stéphane Hessel “Impegnatevi”, pubblicato da Salani editore

  20. E’ vero, l’indignazione in Italia è molto spesso autoreferenziale e non porta al cambiamento. Forse perchè qui, al contrario di quanto sta avvenendo in Spagna, l’indignazione è stata monopolizzata dai partiti, da quella sinistra avvezza a resuscitare a sproposito paragoni con i passati fascismi, a indignarsi che più non si potrebbe, ad identificare in Berlusconi il male, a farene l’icona di tutti i problemi. Al contempo quella sinistra si identifica con l’onestà, la moralità, la giustizia sociale e si autoassolve da qualsiasi responsabilità circa la crisi economica e sociale del nostro paese. In Spagna ad indignarsi non è l’opposizione ma i giovani, o i meno giovani, che vedono stracciati i loro diritti, e la rabbia non è contro qualcuno – ma contro un sistema che allarga le disuguaglianze sociali e vende come dati di fatto, ineleuttabili, le scelte di chi ha potere.
    Perchè i tagli all’istruzione, alla sanità, la deregulation del lavoro – sempre meglio che stare a casa – sono lacrime e sangue inevitabili? In altri campi si è invertito la rotta in breve tempo, dal liberismo alle banche sotto il controllo statale, perchè si è detto che se falliva il sistema finanziario collassavano interi Paesi. Il punto è questo, il sistema finanziario non può fallire, ma le vite di tanti giovani sì. A chi importa di loro, una volta terminate le campagne elettorali?
    Quindi, tornando all’innocua indignazione italiana, forse lo sdegno da noi non funziona perchè è monopolio della partiti, dei dibattiti televisivi, della Tv di Santoro e dei film di Moretti: uno sdegno strumentalizzato, urlato o estetizzato ma sempre lontanissimo da chi con un futuro incerto e la mancanza di denaro deve fare i conti. In Italia ci s’indigna troppo, ma solo nei talk show.

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