Sì, no, forse. Slittamenti comunicativi nel post Fukushima

Sul numero di maggio di ICS MAGzine Daniela Panosetti mi ha intervistata sulla comunicazione del governo e del Forum Nucleare Italiano dopo la tragedia di Fukushima.

ICS MAGzine cover di maggio

Ecco il testo (puoi scaricare il pdf dell’intervista originale da QUI).

«Sì, no, forse. Slittamenti comunicativi nel post Fukushima», di Daniela Panosetti

Dopo qualche settimana di incertezze, a fine aprile è arrivato dal governo uno stop effettivo al programma nucleare. Nei fatti, un vero e proprio dietrofront rispetto alle posizioni di appena pochi mesi fa. Che ricadute avrà questa confusione di posizioni sugli equilibri comunicativi che si erano creati negli ultimi due anni intorno al tema?

Devo dire che, considerato il percorso che è stato fatto, la dichiarata strategia nuclearista italiana non è apparsa mai davvero convincente. Non perché fosse in dubbio la volontà del governo di andare avanti, anzi. Ma perché studiandone sia i piani, sia il modo in cui venivano comunicati, al di là dei proclami emergeva una certa impressione di incertezza e disarticolazione, una mancanza di reale coordinamento. Date le premesse, quindi, a mio modo di vedere difficilmente si sarebbe potuto parlare di nucleare in Italia prima di una decina d’anni.

Poi è arrivato il Forum Nucleare, che inevitabilmente, aprendo un’arena di dibattito ufficiale, ha avuto anche l’effetto di riaccendere le posizioni contrarie, rendendole ancora più agguerrite e complicando ulteriormente il quadro.

Fukushima, in questo senso, ha dato il colpo finale, portando a quel ripensamento che oggi vediamo in tutto il mondo, pur con gradi diversi, su questo tipo di energia. Da un punto di vista strettamente comunicativo, però, l’elemento veramente interessante è che questo ripensamento offre anche, paradossalmente, l’occasione di “coprire” alcune di queste inadeguatezze e di riflettere su un piano di sensibilizzazione – al di là del merito – per molti aspetti inadeguato rispetto alla situazione italiana, la quale richiede probabilmente un’azione più articolata e incisiva per essere smossa, in un senso o nell’altro, dalla sua tendenziale “apatia” informativa.

Lo stop è stato presentato ufficialmente come la naturale conseguenza di quella “volontà di riflessione” (in realtà piuttosto una tattica attendista) che tutti i governi hanno abbracciato dopo Fukushima. Ma sui media da subito si sono sottolineate le possibili motivazioni squisitamente strategiche di questa scelta, in vista del referendum di giugno. Come prevede si orienterà il cittadino medio di fronte a queste indicazioni contrastanti?

Difficile dirlo. Cosa succederà e come sarà la partecipazione elettorale a un eventuale referendum [ndr: al momento dell’intervista non è ancora noto se la decisione del governo implicherà effettivamente la decadenza dei quesiti sul nucleare], dopo uno stop così netto e conclamato che probabilmente abbassa ulteriormente la probabilità di raggiungere il quorum, dipenderà dagli sviluppi ancora in corso. Sicuramente si continueranno ad accendere dibattiti e a riflettere sul tema, ma in un Paese come il nostro, con la sua alta propensione all’astensione, il rischio concreto è che davvero di fronte a un segnale di “tranquillizzazione”, come viene percepito e come vuole essere inteso lo stop governativo, il cittadino medio preferirà – come si usa dire – andare al mare.

Certo è che, da un punto di vista comunicativo, questa crisi, questa confusione informativa è stata gestita in modo del tutto errato. Come ben sa chiunque si occupa di crisis management, la prima regola in questi casi è tempestività: chiarire immediatamente la propria posizione, reagire all’istante. La gestione del tempo, nei momenti di emergenza fondamentale. Da questo punto di vista la comunicazione governativa, nel suo complesso – dicendo prima “andiamo avanti”, poi “aspettiamo” e poi “fermiamoci” – ha sbagliato, dando vita inevitabilmente a ipotesi attendiste e a un’impressione di incertezza.

In questo modo la popolazione viene indotta al sospetto. Detto questo, tuttavia, non credo che la percezione di questo errore influisca più di tanto sulla decisione dei cittadini di partecipare al referendum. Il problema – ripeto – in questo caso è un altro, ovvero la tendenziale sfiducia degli italiani nelle istituzioni e la loro scarsa voglia di partecipazione, per cui, a meno che non accadano miracoli nel movimento antinuclearista, non credo che l’italiano medio andrà a votare.

A proposito dello “specifico italiano”, lo “sbandamento” tipico dei momenti di crisi basta a spiegare questa confusione di posizioni o c’è un problema strutturale alla base nella trattazione comunicativa di questo tema?

Il problema serio è che in Italia c’è una scarsa cultura comunicativa, dovuta a una tendenza generalizzata e superficiale a valutare come assolutamente non importanti i temi della comunicazione. E la colpa di questo non è certo, come troppo spesso e con una certa leggerezza si suggerisce, dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione che non preparerebbero adeguatamente a operare nel settore, anzi: è un bene che esistano e resistano, data la pregiudiziale svalutazione di questo campo.

Il problema è che c’è una resistenza fortissima a riconoscere la rilevanza della dimensione comunicativa in sé, e questo alimenta il pregiudizio e innesca un circolo vizioso, rendendo sempre più povera la cultura comunicativa media. Se la formazione nella comunicazione viene così poco valorizzata, se le professionalità vengono pagate pochissimo, non possiamo poi stupirci se di fronte alla crisi si compiono errori come quelli visti nel caso del nucleare.

Intendiamoci: che la gestione della crisi sia un problema delicatissimo non va messo in dubbio ed è chiaro che gli errori avvengono ovunque, non solo in Italia, basta pensare alla tragedia della BP nel Golfo del Messico, altro caso di pessimo crisis management. Ma è vero che troppo spesso da noi la gestione comunicativa viene lasciata un po’ all’improvvisazione. E quando a venire meno sono le regole base, come nel caso del post-Fukushima italiano, è questo il messaggio che passa.

Nei mesi passati si è molto parlato del caso Forum nucleare-Greenpeace [vedi riquadro ricostruzione vicenda, ndr]. Senza entrare nel merito delle singole argomentazioni, sul suo blog aveva avuto modo di sottolineare che le scelte di Greenpeace apparivano in ultima analisi più efficaci, perché in grado di parlare a un pubblico più generico grazie a una comunicazione maggiormente evocativa ed emozionale. Crede che il pubblico italiano sia più sensibile a questo tipo di comunicazione?

Uno degli errori principali della comunicazione dedicata al nucleare è che mancava totalmente di emotività. Greenpeace invece da sempre sa sfruttare molto bene questo aspetto, traducendo dati e informazioni “grezze” in simboli e slogan forti e quasi sempre azzeccati, variando anche i mezzi e gli strumenti, che comprendono cortei, azioni spettacolari. Costruisce, così, quella che si dice una “efficace strategia di veridizione”: offre bene la sua verità.

Ma Geenpeace ha dalla sua un vantaggio fondamentale: la sua posizione “contro”, il fatto di porsi come un “no” rispetto a qualcosa, rappresentandosi quindi innanzi tutto come un movimento di protesta, più che propositivo. Una posizione più facile, sotto certi aspetti: è chiaro che ottenere un “sì” rispetto a qualcosa, far mutare un’opinione in positivo è più complesso, più laborioso.

Il problema della mancanza di “coloritura” emotiva nella comunicazione pro-nucleare tuttavia resta. E sbaglia chi pensa che questi aspetti siano superflui, quando si parla di energia. Anche su questi temi, e forse soprattutto per questi temi, è importante trovare simboli forti, comprensibili, ferma restando la assoluta onestà di opinioni alla base. E in questo caso non è stato fatto.

Certo, la presenza di una tragedia immane come quella giapponese rende particolarmente problematica questa “traduzione semiotica”, perché i simboli prevalenti in questo momento sono di segno cupo, drammatico, simboli di morte purtroppo. Se mai si riprenderà il discorso pro-nucleare, andranno trovati allora simboli alternativi, positivi, ma altrettanto efficaci.

È un dato di fatto tuttavia che la crisi giapponese, nel giro di pochi giorni, ha cambiato radicalmente e da entrambe le parti i termini del dibattito, producendo una forte “virata” dal razionale all’emozionale. L’equilibrio tra una comunicazione “fredda” e “calda” si è alterato. È un’alterazione destinata a durare?

In generale, per raggiungere un pubblico come quello italiano, è necessario trovare un bilanciamento tra comunicazione emozionale e informativa, perché aldilà del livello di conoscenza e divulgazione scientifica, tendenzialmente basso nel nostro Paese, ogni messaggio richiede di essere tradotto in simboli, in nuclei emozionali. Poi certo c’è alla base un problema di etica che non va assolutamente trascurato: per quanto ben costruita, una comunicazione fraudolenta non può essere mai ammessa, e non è neppure mai davvero pagante. E sotto questo aspetto anche Greenpeace non è sempre impeccabile nell’aderenza ai fatti.

Grosso modo, da un punto di vista comunicativo, ci sono due grandi modalità di “sensibilizzazione” su questi temi: da un lato mostrarne i vantaggi concreti (riduzione di bolletta, prospettive occupazionali), dall’altro sottolinearne la “giustezza”, la sua importanza per una migliore qualità di vita di tutti. Da una parte insomma il bene individuale, dall’altra il bene comune. A suo parere, qual è il valore che fa più presa, considerato anche il livello di cultura energetica degli italiani?

Non la metterei in termini di opposizione tra strategia individualista e strategia collettiva, non credo sia questo il motivo per cui le persone si convincono in un senso o nell’altro. Sono pochi quelli che votano, scelgono o si persuadono seguendo un calcolo di interesse, anche tra coloro che sono abituati in altre situazioni a ponderare e fare i conti.

Quando si parla di valori, è il frame che è diverso. La domanda che ci si fa, più o meno consciamente, non è tanto “a chi conviene”, quanto piuttosto: tutto ciò mi “prende” nella pelle, nei miei affetti, nel mio quotidiano? Oppure è un mero conteggio “freddo” di fattori e situazioni?

L’opposizione pertinente, quindi, a mio avviso è un’altra: quella tra coloritura “fredda” o “calda”. E i valori sono tali sono se possiedono o producono questo “calore”, dovuto all’intima condivisione, alla capacità di fare da tessuto connettivo tra diverse coscienze. Come confermano anche gli studi sulla persuasione politica, di fronte a scelte di questo tipo, che chiamano in causa grandi temi di importanza sociale, si fa sempre appello ai valori, almeno a livello profondo. Magari a livello superficiale ci si fa anche i conti sulla bolletta, ma la scelta determinante dipende dalla percezione di una “sintonia” col proprio vissuto, le proprie esperienze.

In sintesi: è sicuramente più efficace una strategia che non spinga il destinatario a motivare la scelta in modo freddo e calcolatore, ma che ne favorisca l’identificazione con una determinata “immagine” emozionale e morale che si ha di se stessi. Poi magari non è detto che sia davvero così, a volte è solo la proiezione di ciò che si vorrebbe essere o ci si propone di diventare…

Il green è una delle tendenze più forti della comunicazione attuale, sia nel settore privato che nel pubblico – penso ad esempio al crescente ricorso a operazioni di green washing. È solo una moda o una tendenza reale, il segnale di un mutamento più profondo, in direzione di una comunicazione più responsabile, relazionale e trasparente?

Sul green washing è necessaria una premessa. Con questa espressione, com’è noto, si intende essenzialmente un insieme di strategie testuali intenzionalmente convergenti verso un preciso obiettivo: modificare in senso più “etico” e sostenibile la percezione di un dato marchio. Ora è chiaro che non sempre “l’effetto di senso” che si vuole ottenere – la “ripulitura” del brand – è poi effettivamente corrispondente allo stato dei fatti. Ma questo, ovviamente, non significa neppure che chiunque faccia green washing stia mentendo.

L’importante, insomma, è tenere presente che si tratta sempre e comunque di “costruzioni semiotiche”, che tuttavia, quando sono efficaci, riescono ad alimentarsi e potenziarsi a vicenda, andando a delineare appunto una “moda”, una tendenza comunicativa: più soggetti e più aziende lo fanno, più si percepisce che “bisogna” farlo.

Detto questo, penso che se convergenza deve essere, meglio che sia verso il green, piuttosto che su altre meno onorevoli “mode” comunicative. Perché in qualche modo, poi, l’effetto semiotico, la tendenza comunicativa, a poco a poco ricade sulle convinzioni e sul senso comune dei cittadini e dei consumatori, innescando mutamenti effettivi. Così anche per il green washing: ci sarà chi lo farà meglio e chi peggio, chi al di là dei proclami adotterà effettivamente modelli di sostenibilità nella gestione d’impresa e chi invece si limiterà biecamente a fingere di farlo, ma l’importante è che, in questo modo, “l’asse della valorizzazione” di una cultura si sposti verso una direzione positiva.

Quindi, sincero o meno, ben venga il green washing.

Nel 1986, per l’incidente di Chernobyl, ci volle una ripresa casuale dal satellite perché l’Unione Sovietica rendesse pubblico il fatto. Oggi, in un mondo sempre più panottico, sembra invece che nessuna notizia possa essere nascosta troppo a lungo e che l’intelligenza collettiva della rete abbia sostituito i media nella funzione di “watchdog”. Eppure anche così, nel caso di Fukushima le reticenze e le confusioni non sono mancate. Cambia certo la “voce” da cui sono provenute: allora era di uno stato ancora sostanzialmente totalitario, in un contesto fortemente polarizzato, oggi, è quella dell’economia multinazionale nell’era del capitalismo imperante. Viene il sospetto che nonostante la rivoluzione della comunicazione diffusa, interpersonale, interstiziale, nulla sia davvero cambiato quando si tratta di proteggere interessi forti…

Il fatto è che la rete non è un posto più democratico di altri. La rete rispecchia la realtà della società, nel bene e nel male. È certamente vero che offre possibilità di informazione e conoscenza un tempo impensabili, ma il controllo delle fonti rimane fondamentale, perché maggiore disponibilità significa anche maggiore rischio di imbattersi in “spazzatura informativa”. Questo ovviamente significa, come altro lato della medaglia, che sopravvivono anche sistemi di controllo e di “insabbiatura”. Sono semplicemente cambiate le forme, ma il principio è lo stesso: modi di comunicazione diversa richiedono metodi di selezione e occultamento diversi, in positivo e in negativo.

È chiaro: le informazioni non divulgate e non divulgabili, i segreti e le omissioni esistono anche oggi. A cambiare sono le strategie di menzogna e di svelamento della menzogna: ogni mezzo ha le proprie, occorre saperle riconoscere e usare. Credo d’altra parte che insistere troppo sulla retorica della trasparenza possa indurre le persone a essere meno accorte. Senza contare poi che purtroppo, a mio avviso, più si va avanti e più la rete inizia a riprodurre al suo interno logiche e modelli di gestione dei valori, anche simbolici, dalle quali inizialmente voleva affrancarsi.

È il paradosso della rete: più il mezzo diventa democratico e diffuso, più accoglie necessariamente tendenze, gusti e opinioni già prevalenti fuori dalla rete, fino a dare spazio alla logica delle multinazionali e del mainstream.

Un esempio: quali sono le pagine Facebook che ottengono più «mi piace» secondo le classifica che Facebook pubblica periodicamente? Brand multinazionali come Coca Cola e Starbucks, pop star come Lady Gaga e Shakira, ovvero celebrities e brand che nulla hanno a che vedere con il web. Di questo è bene tenere conto, soprattutto quando si passa da temi relativamente “leggeri”, come la pubblicità o la musica pop, a temi rilevanti per il bene di tutti, come appunto la gestione delle risorse energetiche.

8 risposte a “Sì, no, forse. Slittamenti comunicativi nel post Fukushima

  1. È un’intervista interessantissima, di cui condivido il punto di vista, ma che tralascia, secondo me, due aspetti fondamentali per la comprensione di questo tipo di fenomeni comunicativi, tipici dell’Italia:

    1) La completa assenza di cultura scientifica da parte della grande maggioranza della popolazione, e l’ineducazione a trattare sulla base di cifre e dati di fatto, il completo disinteresse per argomentazioni che derivano dal metodo sperimentale.

    2) La completa sfiducia nelle Istituzioni politiche, scientifiche e amministrative e nelle loro dichiarazioni, soprattutto quando tendono a rassicurare la popolazione su qualche aspetto legato alla sua salute: scatta subito, in questo caso, il tribuno della plebe di turno che accusa le autorità politiche e scientifiche di essere “al soldo delle multinazionali”.

    Sono due elementi assolutamente caratteristici dell’Italia (ho visto per motivi professionali i TG inglesi, spagnoli, francesi e tedeschi che trattavano di Fukushima, e in nessun caso il dibattito è stato emotivo e sgangherato come quello che ho visto in Italia), elementi che ritornano con grande evidenza in ogni crisi comunicativa che deriva da eventi collegati alla scienza e alla tecnologia; mi vengono in mente due esempi: il caso Di Bella, con l’opinione pubblica ampiamente schierata a favore del professore modenese contro “l’establishment” medico scientifico, e i casi dell’aviaria e della suina, con reazioni di panico totalmente sproporzionate rispetto alla presenza di reali fattori di rischio.

    Questo rende difficilissimo il bilanciamento di cui parli tra comunicazione emozionale e comunicazione informativa, perché quale tipo di informazione può contrastare, di fronte a un pubblico quasi del tutto cieco a argomentazioni razionali e al metodo scientifico, i camposanti di Greenpeace con il vecchio di Hiroshima che salmodia contro la “morte nucleare”?

    (Sia detto per inciso, anche se non importa ai fini di questo tuo post: così come penso che sia stata una follia uscire dal nucleare nell’87, penso che non avrebbe senso rientrarci adesso, ipotecando per settant’anni la politica energetica del Paese proprio mentre siamo alle soglie di grandi rivoluzioni tecnologiche che renderebbero il nucleare di terza generazione davvero un pachiderma obsoleto. Ma non avrei alcuna paura di una centrale nucleare messa nel mio comune).

  2. Più Giovanna è brava, più si merita critici alla sua altezza. Mi sono posto per anni la domanda su cosa fosse questa unione riuscita tra la comunicazione informativa e l’emozionale (bell’intervento, Cobianchi!), cosa nascesse dalla copula tra le due. Una nuova specie? Un ibrido? Un aborto?
    Ho pensato che la divulgazione potesse essere la risposta. Si corrompe una teoria per tradurla in una più lasca comprensione. Tuttavia la persona che è già disposta alla lettura non ha bisogno di essere emozionata e lascia il compito ai creativi dell’editoria che lo hanno condotto all’acquisto più che al contenuto del libro che ha in mano. Ma stiamo parlando di come si favorisce la curiosità di un individuo a diventare lettore colto o di come il testo debba essere scritto per comunicare informatività a quel lettore? Insomma, il problema è spingerlo in libreria davanti allo scaffale scientifico o arrivare alla parola fine di quel libro? Nessuno dei due.
    Stiamo parlando di come far battere il cuore di un non lettore che si crede lettore, compra i libri ma non sospetta neanche lontanamente la possibilità che l’errore inveterato campeggi tra i bestsellers o nel quotidiano di fiducia.
    Però Giovanna ha davvero ragione: gli scienziati suonano freddi. Si pensi a Hans Bethe, fisico premio Nobel nel 1967 per i suoi contributi alla teoria delle reazioni nucleari. L’aneddoto di Feynamn ci racconta che appena dopo aver scoperto come e perché le stelle brillano, il giovane Bethe guidò la sua ragazza in cima a un’altura per contemplare il cielo di notte. Nasi al cielo, lei esclamò: “Guarda come brillano le stelle!”. E lui rispose: “Sì. E in questo momento io sono il solo a sapere perché brillano”.
    “Lei gli rise in faccia, per nulla impressionata di essere accanto all’unico uomo al mondo che allora sapesse perché le stelle brillano. E’ triste essere soli, ma così va il mondo”. Così conclude Feynman.
    Probabilmente il geniale Bethe avrebbe dovuto studiare come noi un po’ di comunicazione, favorendo almeno il prosieguo positivo della sua serata. Ma di certo la sua bella conosceva solo l’emozione dei cieli dei poeti. Quel che suonava freddo a lei, scaldava lui. Quel che scalda gli altri rende freddi gli uni.
    Possibile scaldare qualcuno sul nucleare che non abbia una laurea in fisica o almeno un diploma di terza media in cui però ha imparato a fare le moltiplicazioni oggi dimenticate dai più? Può una poesia declamata in una lingua sconosciuta all’uditorio emozionare proprio quel pubblico?
    Passiamo alla seconda parte, a un aneddoto per me molto istruttivo.
    Circa un mese fa un validissimo blog di comunicazione (di cui non riporto il nome) gestito da professionalità di grandissimo spessore ha pubblicato un articolo in cui, citando riviste e quotidiani di chiara fama, si elencavano scoperte sul tema dell’energia e della sua efficienza. Piccole e grandi rivoluzioni verdi in essere e in divenire all’insegna della creatività, in cui addirittura le profezie del noto favoliere Rifkin apparivano modeste, non proprio up to date. Sullo sfondo, una critica al nucleare che nella strategia comunicativa del post appariva appunto una soluzione datata rispetto alle magnifiche sorti e progressive del fotovoltaico in tutte le sue varianti, anche organiche (tra l’altro è curioso come nella cronologia delle scoperte scientifiche l’effetto fotovoltaico preceda e non segua la fissione nucleare ma, ignoranza per ignoranza dei lettori, tout se tient).
    Per esperimento e non senza malizia sono intervenuto (nei limiti delle mie capacità) rivelando a uno a uno l’inconsistenza degli articoli da un punto di vista logico e fattuale. Ho utilizzato un registro totalmente informativo, senza alcuna concessione all’emozione. Anzi, informavo con sarcasmo, quindi mettevo alla prova la capacità altrui a espungere emozioni positive e negative di fronte a un argomento in cui c’è un vero e un falso. Non un mi piace e un non mi piace.
    Non ho ottenuto grandi consensi, sempre che le contumelie non lo siano, sebbene l’uditorio di quel blog sia solitamente tutt’altro che insensibile o ottuso.
    Un interlocutore ha però mostrato di aver maturato qualche dubbio, smarcandosi dal coro e chiedendomi papale papale per quale motivo che non fosse una bolletta meno salata avrebbe dovuto abbracciare il nucleare. A quel punto ho dato una risposta informativo-emozionale, di quelle a cui pensa Giovanna. Ovviamente persone più preparate e brave di me avrebbero fatto molto meglio, ma la risposta di quel lettore mi ha insegnato una cosa. Non puoi battere un sogno. Non certo con la testa ma nemmeno con la pancia. L’onirismo ha le sue regole: vince sempre chi gioca al rialzo.
    Quel lettore mi ha infatti cortesemente risposto che nonostante il mio tentativo era ben più conquistato dall’intervista concessa dal sopracitato Jeremy Rifkin apparsa su Repubblica quella mattina.
    Quali seducenti e imbattibili argomentazioni aveva messo in gioco il famoso economista da rendere miserabili le mie? In fondo il suo articolo era un’accozzaglia di ribalde sciocchezze; previsioni da Nostradamus, impubblicabili perfino nelle edizioni Urania.
    Ma quell’articolo privo di dati, di numeri, offriva un futuro seppur sotto forma di sogno. Ho capito che Pinocchio non andò nel Paese dei balocchi perché gli veniva regalato il biglietto perpetuo per la sua Disneyland ma proprio perché l’aspettativa superava l’esistente. Non voleva il migliore dei Luna Park: voleva vedere cosa c’era. Come gli Eldorado, gli Shangri-La, Agartha, Avalon.
    Perciò se vuoi trovare l’equilibrio tra comunicazione emozionale e informativa, devi tradirle entrambe ricorrendo alla comunicazione onirica o profetica, che dir si voglia. Se nucleo emozionale dev’essere allora non può che essere sotto la forma di una proiezione futura, all’insegna dell’inganno che non conosce cautele. Curioso che per dar vita a un Golem la parola da scrivere sulla sua fronte fosse “emef”, che vuol dire “verità”, mentre per riportarli al sonno bastasse cancellarne la “e” iniziale per far restare “mef” che vuol dire “morte”. Se un artificio funziona quando porta scritto in faccia la parola “verità” , allora Rifkin ha ragione. Occorre mentire per avere una finzione che funziona.
    Per questo il pensiero rifkiano ha successo. Promette l’impossibile a chi non si accontenta del realizzabile. Ancora una volta il verosimile supera il vero nelle nostre terre, dove uno yottametro e un metro divergono per sole 5 lettere. Quale possibilità rimane allora al nucleare di emozionare se viene battuto da una parte da una comunicazione della paura e superato dall’altra dal registro del sogno?
    Concludo con un parere molto personale, certamente OT.
    Non che Giovanna non abbia pienamente ragione sul piano della comunicazione, ci mancherebbe. Sapete qual’è invece l’errore di fondo di tutta la faccenda? Pensare che un premio Nobel per la fisica si assegni per consultazione referendaria. Un premio Nobel degradato a un Oscar.
    Labriola diceva che la verità non si mette ai voti.
    Ma il verosimile sì, aggiungo.

  3. Ho letto ora l’intervista. Non ho certo gli strumenti e le competenze per valutare gli aspetti più tecnici del discorso, gli altri commentatori lo hanno già fatto, condividendo e apprezzando. Ma una cosa salta agli occhi: è densa di informazioni, e a basso tasso di io. Cioè, alal fine, so più cose di Fukushima, della comunicazione e della rete, che non di Giovanna. E questo, per me, è moltissimo.

    Per un esempio di comunicazione/divulgazione scientifica “calda”, che coniuga emozione e informazione corretta, scienza e bellezza, propongo questo breve video di due minuti, con Feynman naturalmente.
    “Ode a un fiore”

    Un altro esempio, sempre di scienza calda, è “We are all connected”, sempre con Feynman, questa volta ai bonghi.

  4. grazie diana per avermi fatto sentire la voce del grande Feynman e la bella canzone scientista!🙂
    poche cose emozionano tanto quanto la conoscenza scientifica, purtroppo ancora per pochi, specialmente da noi.😦

  5. e, diana, “basso tasso di io”, formula impagabile! …grande ricetta di felicità!
    (scusate l’OT)

  6. … ma come ‘scientista’?! In senso lato, giusto?, di amante della scienza.
    Scientista è chi fa della scienza una religione… Non ce lo vedo Feynman.
    Quando andava dai Bethe, in occasioni sociali o di incontri con altri studiosi, la sua prima tappa era la stanza del figlio di Bethe, bambino, che lo aspettava trepidante per fare casino.

  7. sì certo, amante della scienza, intendevo quello.

  8. Grazie Vittorio, Ugo, Diana, per gli interessantissimi e articolati commenti, che mi hanno indotto più d’una riflessione, su cui tornerò.

    Due rapide osservazioni. Vittorio dice che l’intervista «tralascia, due aspetti fondamentali per la comprensione di questo tipo di fenomeni comunicativi, tipici dell’Italia:

    1) La completa assenza di cultura scientifica da parte della grande maggioranza della popolazione […];

    2) La completa sfiducia nelle Istituzioni politiche, scientifiche e amministrative e nelle loro dichiarazioni.

    Al contrario, Vittorio, è proprio perché ho tenuto in grande considerazione questi due punti che traggo le mie conclusioni sulla necessità di una comunicazione sempre molto carica dal punto di vista emotivo, più che informativo.

    Col che, credo di aver in parte risposto anche alle osservazioni di Ugo. Il lavoro sulla divulgazione scientifica è un lavoro che va fatto su più fronti, in Italia: università, media tradizionali, rete. Ma allo stato dei fatti, se non fai una comunicazione «di pancia», non passi. Non sul target generalista italiano.

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