Indovina chi viene a cena: la campagna per la sicurezza sul lavoro

Comincia oggi la mia collaborazione con Crossing TV, la prima web tv pensata e realizzata da una redazione interculturale, che si occupa di integrazione fra diverse etnie, culture e religioni nel nostro paese.

Assieme a Silvia Storelli, direttrice artistica, e Azeb Lucà Trombetta, del Comitato redazionale di Crossing TV, abbiamo pensato di analizzare la rappresentazione delle diverse etnie, religioni e culture nei media: dalle fiction televisive alla pubblicità commerciale e sociale.

A questo scopo il blog di Crossing TV apre una sezione apposita, chiamata «Indovina chi viene a cena» dal titolo del celebre film del 1967 con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier.

Cominciamo dall’ultima campagna del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per la sicurezza sul lavoro.

Gli spot mostrano situazioni di felicità familiare e affettiva fra persone che svolgono diverse professioni: l’operaia tessile, l’imprenditore, l’agricoltore, l’autotrasportatore, l’infermiera. A tutte dice «Fa’ che questi momenti non restino solo dei ricordi. Quando lavori, pensa a chi ti ama e attende al tuo ritorno».

Buona notizia: è raro che la pubblicità commerciale e sociale italiana rappresentino persone di colore che vivono situazioni di quotidianità e normalità esattamente come gli italiani con la pelle bianca, ma finalmente questa campagna lo fa: l’agricoltore e il suo bambino sono neri e, da come sono vestiti e pasciuti, non paiono affatto sfruttati da qualche forma di caporalato agricolo.

A dirla tutta, però, potrei chiedermi: quanto dobbiamo aspettare per vedere, in Italia come negli Stati Uniti, in Francia e Inghilterra, pubblicità in cui le persone di colore facciano l’imprenditore di successo, il chirurgo, la dirigente d’azienda?

In attesa di un’Italia felicemente multietnica, per ora mi accontento.

Per chi non l’avesse visto o non lo ricordasse, ecco una selezione di scene significative dal film Indovina chi viene a cena (1967):

 

11 risposte a “Indovina chi viene a cena: la campagna per la sicurezza sul lavoro

  1. Non vedo in questa campagna una discriminazione razziale, però mi sembra che ci sia un messaggio distorto. Lo slogan “Sicurezza sul lavoro, la pretende chi si vuole bene” mi sembra attribuisca ai lavoratori una responsabilità che invece dovrebbe essere esercitata dallo Stato attraverso i controlli. Sopratutto oggi, in tempi di precariato, è molto difficile per i lavoratori “pretendere” qualsiasi cosa. Forse sarebbe stato più corretto rivolgere la campagna ai datori di lavoro e allo Stato stesso.

  2. Cara Giovanna, seguo il tuo blog con attenzione. Plaudo a questo efficace esempio di comunicazione sociale, in attesa di altre tue istruttive segnalazioni, sempre utili per i consumatori e per chi opera nel campo comunicazione.

  3. Quoto in ogni punto Simona!

    Mi sono soffermata invece sui due personaggi di colore che “non paiono affatto sfruttati da qualche forma di caporalato agricolo”. Lo sfruttamento spesso è più morale/sociale volto alla disinformazione più che “fisico”. Diversi anni fa ho avuto il piacere di lavorare in un’azienda dal personale che definirei sia “colorato” che “colorito”, alcuni operai stranieri non possedevano la cultura nell’utilizare qualche sorta di protezione anche se disponibile, e questa non gli veniva neanche lontanamente suggerita dal datore o dai colleghi. Venivano chiamati “quelli tosti!” come una sorta di supereroi immuni ai pericoli… il tono denotava una sorta di complimento eppure a me è suonato sempre un po’ male.

  4. “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene.”
    Come dire: lavoratore ci devi pensare tu alla tua sicurezza. Io, Stato, me ne lavo le mani; sono affari tuoi. E se muori è perché non ti sei voluto bene e non hai pensato a “quelli che ti aspettano a casa”.
    Invece di tutelarli gli vanno pure a dire che è colpa loro se non c’è sicurezza sul lavoro… Questo spot è in perfetto accordo con le parole di Tremonti secondo cui in Italia “la sicurezza sul lavoro è un lusso che non ci possiamo permettere”.

    A me non è mai piaciuto. Lo passano anche per radio; c’è una voce maschile con accento straniero (non ricordo se dice il paese d’origine) che per lavoro “raccoglie i pomodori”. E non c’è niente di male perché in Italia i pomodori li raccolgono solo gli stranieri, quindi è pure giusto fare una pubblicità progresso in cui si possono identificare. Ma a maggior ragione questo spot è sbagliato perché gli stranieri sono i meno tutelati di tutti perché se perdono il lavoro perdono pure il permesso di soggiorno.

  5. finchè ci sarà una pubblicita come quella di woolite (?) che dice alle donne: se il tuo capo (intende vestito etc!!) non è più morbido anche tu non ti senti più té stessa…
    tempi lunghi un cambiamento

  6. I datori di lavoro devono osservare le misure di sicurezza. I lavoratori possono pretenderle.
    Entrambe le cose sono importanti, e sono complementari.
    Dovendo fare una campagna pubblicitaria, dareste la priorità al messaggio “Sicurezza sul lavoro. Devi garantirla ai tuoi dipendenti” o al messaggio “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene.”?
    Quale dei due ritenete che abbia più effetto? (Io non lo so.)

  7. @simona: la campagna in audio non l’ho mai sentita. Si può trovare da qualche parte? Anche io credo che l’immagine del lavoratore agricolo nero messo sullo stesso piano e con la stessa dignità dell’operaia, dell’infermiera e dell’autotrasportatore ecc. sia comunque positiva. E’ vero che bisognerebbe fare una campagna verso i datori di lavoro (io stessa feci un documentario sui lavoratori nelle grandi opere della provincia di Bologna e ho visto cose inenarrabili sulla sicurezza) ed è vero che lo Stato deve prendersi le proprie responsabilità., ma è anche vero che bisogna cominciare anche a favorire la consapevolezza dei propri diritti. Continuiamo a parlarne e a sollecitare…

  8. @silvia: puoi provare a cercarla sul sito del ministero del lavoro. Ti ripeto, l’ho sentita alla radio.

    @Ben: non puoi fare un confronto fra uno spot esistente e uno non esistente. Lo spot è questo e per tale va giudicato. La mia l’ho detta; il lavoratore è la parte debole di questa catena, quello che ci rimette la vita o una menomazione. Purtroppo questo è il paese in cui un imprenditore condannato per la morte dei suoi operai viene applaudito…

  9. Mi chiedo se Renata si sia accorta che delle due donne che compaiono nello spot una fa figli l’altra fa l’infermiera. Mentre l’unico che fa un lavoro da dirigente è giovane e maschio. Poteva essere chirurgo o ortopedico, l’infermiera…. Questo elemento salta più agli occhi, forse, della mancanza di un nero medico o imprenditore, che sembra piuttosto rispecchiare una realtà di immigrazione ancora giovane rispetto a quella degli Stati Uniti.

    Lo spot mi piace sia formalmente (belle immagini, montaggio, musica) che nelal sostanza. Mi piace il messaggio che tende a responsabilizzare chi rischia. Non lo lascia solo (le norme ci sono, noi facciamo la nostra parte), ma lo tratta come una persona che può fare la differenza , che è competente, che può e deve avere fiducia in se stesso e nel suo capo. Un messaggio che gli americani definirebbero “empowering”, credo.

  10. Per altri versi, mi ricorda quel “Preferisco vivere” che, in tutt’altro campo, sembrava inefficace. Se uno preferisce vivere, non si droga, certo.
    Se uno non fosse disperato, non accetterebbe condizioni di rischio alto o altissimo – eccetera

  11. Ritengo lo spot un passo nella giusta direzione per uscire finalmente dagli stereotipi. Forse niet’altro è un antidoto efficace contro la paura, come mostrare gli immigrati in una rete di relazioni familiari e affettive; allo stesso tempo proprio la stabilità delle relazioni che molti immigrati stabiliscono in Italia grida contro un permesso di soggiorno legato esclusivamente al mondo del lavoro.
    La campagna non è in alcun modo razzista, semplicemte efficace. Il numero più alto di incidenti sul lavoro coinvolge addetti all’agricoltura, all’edilizia, operai nelle fabbriche, e di questi molti sono immigrati. Quindi puntare l’attenzione sulla sicurezza dei colletti bianchi, che oggi sono in stragrande maggioranza italiani o europei, semplicemente non risponde al dramma sociale delle morti bianche .
    Sempre più giovani di origine non italiana accedono all’università e in futuro forse avranno posti di responsabilità, ma questa è un’altra storia. Vorrei anche ricordare che sono ancora molti i paesi i cui titoli di studio, diplomi, lauree, non sono riconosciuti in Italia. Carta straccia dal punto di vista legale.
    La sicurezza sul lavoro è una responsabilità e un diritto che condividono datore di lavoro e lavoratore e comportamenti negligenti si riscontrono da ambo i lati. La campagna marca un termine forte “pretendere” e quindi chiede agli immigrati di farsi protagonisti delle battaglie, accanto allo Stato, per una maggiore sicurezza sul lavoro. Ora, mi chiedo, in un sistema di contratti a scadenza, a cui per gli immigrati si somma la spada di Damocle del mancato rinnovo del permesso di soggiorno, esistono i margini per alzare la testa e rivendicare i propri diritti?
    Secondo me, la campagna si rivolge correttamente ai lavoratori, dissuadendoli da comportamenti affrettati senza colpevolizzare, mettendoli al centro e dando valore al proprio lavoro. L’altro versante è quello legislativo: per innalzare la bandiera dei diritti occorre essere supportati da leggi che tutelino il lavoro, ma mi pare che in questo momento si stia andando nella direzione opposta.

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