Alcune indicazioni per capire se un colloquio di lavoro è una fregatura

Mi scrive Mario, ex studente in Scienze della comunicazione, che preferisce restare anonimo «per evitare di rimanere per sempre marchiato, negli archivi di Google, come uno che va ai colloqui per fare polemica: è già abbastanza difficile trovare lavoro anche senza avere una cattiva fama su internet».

Reduce dall’ennesimo colloquio al limite del truffaldino, Mario ha pensato di dare ai lettori di questo blog che si accingono a entrare nel mondo del lavoro qualche indicazione per difendersi dalle più comuni «tecniche di, diciamo così, “comunicazione persuasiva” adottate dal “selezionatore” (le virgolette sono tutte d’obbligo)», dice.

Ecco i suoi suggerimenti:

«Vorrei condividere con chi attualmente è in cerca di lavoro alcune osservazioni, legate a una recente esperienza: un colloquio a cui ero stato convocato direttamente da una persona che aveva trovato il mio curriculum su un sito (non particolarmente serio, direi, visto che avevo mandato il mio cv per una posizione specifica, e sono stato invece contattato per tutt’altro).

Avendo trovato un forum che parlava di quest’azienda, sono andato al colloquio già consapevole della sua discutibile fama, ma volevo capirne di più. Il fatto che si trattasse di un business più o meno piramidale, in realtà, era coerente col fatto che il selezionatore mi avesse chiamato da un numero cellulare (e non da un interno aziendale) e mi avesse dato appuntamento nella hall di un albergo.

Alcune considerazioni sulle tecniche comunicative adottate dal selezionatore:

  1. Tentava di farmi parlare il più possibile, per cercare di carpire informazioni, aspettative, desideri e frustrazioni, e per individuare meglio criticità e punti su cui insistere.
  2. Cercava di vendermi il settore come “quello del futuro” (buttando un occhio agli appunti per essere sicuro di non dimenticare qualche leva persuasiva a suo giudizio fondamentale), e l’azienda come “quella del futuro” (ridicolizzando pagine e pagine di commenti critici disponibili in rete).
  3. Cercava di portarmi su un territorio a lui favorevole, tentando di indurre me a esplicitare le osservazioni e le argomentazioni a sostegno della sua posizione.
  4. L’elemento essenziale, comunque, era il fatto che, in una conversazione di oltre mezz’ora, e malgrado le mie domande, il “selezionatore” ha evitato in ogni modo di chiarire quale lavoro avrei svolto concretamente: “dipende dalla persona… l’azienda vuole capire quale proposta farle…”, e così via.

Non entro nel merito di ulterori dettagli, ma ritengo che, anche in un periodo di crisi come questa, abbiamo almeno il diritto di capire chi sia il nostro potenziale datore di lavoro, e cosa voglia da noi

Riassumendo: è chiaro che il “selezionatore” incontrato da Mario era maldestro e sciocco. Ma la tecnica di parlar poco dell’azienda e, al contrario, far parlar molto il/la candidato/a è piuttosto diffusa. Perciò, durante un colloquio di lavoro, prova a invertire le tecniche qui elencate, ma fallo con mooolta più intelligenza e accortezza del furbastro incontrato da Mario.

Scoprire le proprie carte il minimo indispensabile per farsi apprezzare, e indurre gli altri a scoprire il più possibile le loro, è un buon modo per mettersi subito in posizione di vantaggio. Sapendolo fare, però.🙂

10 risposte a “Alcune indicazioni per capire se un colloquio di lavoro è una fregatura

  1. Non capisco questo post: lo scopo è mettere in guardia dai selezionatori truffaldini o diventare a nostra volta candidati più furbi e truffaldini dei selezionatori trufaldini (e non)?
    Come dire: se vado a un colloquio di lavoro è perché ho bisogno di un lavoro e spero che l’azienda presso cui andrò a fare il colloquio sia seria e interessata a me. Se poi non è così, non è tanto difficile accorgersene, tanto più se il selezionatore è tanto sciocco quanto quello qui descritto. Se invece è seria e interessata, che senso ha il consiglio di “scoprire le proprie carte il minimo indispensabile per farsi apprezzare”? Se scopro le mie carte, l’azienda seria non mi apprezza più? Non sarebbe meglio un “gioco alla pari” in cui ciascuno scopre le proprie carte onestamente: io ti dico chi sono e cosa so fare e tu (azienda) mi dici chi sei e chi stai cercando. Dovrebbe funzionare così, credo.

  2. Silvia: il truffaldino incontrato da Mario era semplicemente un signore poco intelligente che applicava alcune regole di base della comunicazione persuasiva, e lo faceva in malo modo. Non faccio che incontrare ragazzi che vanno a colloqui, mi raccontano di aver detto tutto di sé, anche dove vanno in vacanza d’estate, ma poi quando faccio qualche domanda di dettaglio sull’azienda presso cui hanno fatto il colloquio, la persona che avevano davanti e le mansioni che gli sono state proposte… «Boh, mah, non ho capito bene…»

    Non hai capito bene? Sapere dove si va e cosa si farà è la cosa più importante. Invece molti ragazzi scambiano il colloquio per uno show in cui devono esibirsi, senza conoscere il pubblico di fronte al quale si esibiscono.

    Non sto insegnando ai giovani a diventare truffaldini. Sto dicendo che il truffaldino (bravo o maldestro che sia) usa le stesse regole che servono a difendersene. Il truffaldino maldestro le usa male e si fa scoprire, ma attenzione: molti non scoprono neppure il truffaldino maldestro. Di qui la duplice natura di questo post, che ti ha lasciata perplessa. È più chiaro, ora?

  3. Volevo solo fare una precisazione: alla fine, non si trattava di un vero colloquio di lavoro, in cui è più che legittimo che il selezionatore faccia al candidato domande tecniche E personali, per testare anche le caratteristiche psicoattitudinali, la capacità di reagire allo stress, la conoscenza e la motivazione rispetto alla posizione offerta, e così via.
    Questa era una situazione ben diversa, in cui il tizio cercava di convincermi a entrare a far parte di questo progetto, senza però spiegare fino all’ultimo di cosa avessero bisogno: le domande erano chiaramente finalizzate ad avere elementi per cui convincermi della bontà della proposta (assolutamente generica e non definita). Insomma, un conto è giocare non alla pari (il colloquio di lavoro è per definizione una situazione asimmetrica), un altro menare il can per l’aia e fare l’imbonitore🙂

    (E comunque, di questi tempi, non mi permetterei mai di rifiutare un colloquio senza aver avuto la possibilità di capire di cosa si tratti. E nel contatto telefonico non avevo avuto informazioni sufficienti)

  4. Cara Giovanna,
    mi dispiace per il malcapitato Marco, l’esperienza lo porterà a non fidarsi più di colloqui inutili presso pseudo-aziende, soprattutto nel caso in cui si hanno già testimonianze in rete della scarsa serietà dell’offerta. Di recente ho avuto una esperienza simile, nonostante io non sia certo un ragazzo di primo pelo, coi miei 32 anni: guardo distrattamente un annuncio su infojobs.it per la ricerca di diverse figure, tra cui data entry e addetti vendita, non mi convince molto, ma mi iscrivo ugualmente.
    Passano meno di 20 minuti e vengo già contattato e mi viene fissato un colloquio per l’indomani. Beh, cerco in rete per informarmi meglio su dove si trovi la sede cui recarmi: beh, dopo pochi clic, trovo il post su un blog di un ragazzo di Bologna completamente deluso della sua esperienza, che parla addirittura di truffa: nessuna delle mansioni proposte corrisponde a quelle riportate sugli annunci on line, si trattava soltanto di vendita porta porta di contratti per conto di un grande gruppo energetico nazionale: morale della favola, al colloquio non ci sono neanche andato…
    Detto questo, non vorrei sembrare il “bamboccione” italico che vuole il piatto servito in tavola: ho già due lavori, con diversi livelli di precarietà, però sono comunque occupato, di certo cambierei per un posizione più stabile o che mi consentisse di crescere professionalmente, non per fare il venditore porta a porta…
    In merito alla questione del ” gioco alla pari” sollevata da Silvia nel suo commento, mi dispiace dirlo, ma nel villaggio globale che mercifica tutto, purtroppo il suo è un atteggiamento per così dire naïf: lo scopo dei selezionatori non è solo verificare la corrispondenza tra competenze del candidato e requisiti richiesti per la figura, quanto piuttosto carpire e valutare quei piccoli dettagli che facciano trasparire la personalità, le vere intenzioni del candidato, il suo interesse per la posizione offerta, la capacità di sostenere situazioni stressanti o difficoltose….
    Ecco perché è sempre buona norma lasciarsi alle spalle qualsiasi pregiudizio in sede di colloquio di lavoro, fare per così dire ” tabula rasa” dei propri pensieri o delle proprie aspettative, concentrandosi bene sull’espressione facciale e sulla postura del selezionatore…… insomma si può dire che gli studi di comunicazione possono venirci incontro anche per i colloqui..🙂

  5. Nemmeno a me è chiaro il messaggio che vuole lanciare Mario. Ma come, hai già a priori gli elementi per pensare che si tratti di fumo negli occhi, ti presenti e verifichi che avevi ragione e poi commenti al riguardo? Mi stupisco che, date le premesse, il selezionatore non abbia tentato di vendergli un set di padelle. Secondo me fare colloqui è un lavoro serio: non si spediscono duecento cv, a pioggia. Ci si prepara, si risponde ad annunci mirati, si circoscrivono le aree di interesse. Insomma: se si vuole un bel posto di lavoro, bisogna, a parer mio, anche sudarselo un poco.

    Nelle rare occasioni in cui ho sentito che, da una delle due parti, mancava l’onestà di fondo e cominciava a girare il fumo, ho fatto in modo che l’intervista durasse il meno possibile e, molto di rado, mi sono trovata a parlare di hobby e vacanze. Inoltre non ho mai fatto colloqui per aziende di dubbia fama o che offrivano lavori che non mi interessavano: è vero che nei momenti di crisi va bene tutto e basta lavorare ma è anche vero che chi è dall’altra parte della scrivania, e sta cercando una persona valida, capisce subito se al candidato la cosa interessa o se sta solo facendo un esercizio di stile.

    Un mio ex capo una volta mi disse che i colloqui sono un salto nel vuoto per entrambe le parti: in pochi minuti si deve decidere, basandosi su una serie di elementi spesso mediati dall’istinto. Nella mia piccola esperienza di selezionata e di selezionatrice, posso dire di essere stata fortunata. Di norma il primo colloquio è sempre stato equilibrato: cv alla mano ci si presenta, l’azienda chiede “mi parli di lei”, poi l’azienda continua con il “adesso le racconto chi siamo noi e cosa cerchiamo”. Il primo momento è molto utile, per entrambe le parti in gioco: ci si può esprimere, senza sbrodolare, cercando di essere onesti nell’esporre le proprie competenze e la propria storia scolastica e lavorativa. Il selezionatore d’altro canto, può capire qualcosa del carattere di chi ha di fronte: le capacità di gestione dell’ansia, l’entusiasmo, la timidezza, e una serie di altre cose che trapelano e colpiscono a livello inconscio.
    Mi sono sempre preparata accuratamente per un colloquio, sia per società di selezione che per ricerca diretta da parte dell’azienda. Spesso, infatti, la seconda parte iniziava con “lei cosa sa di noi?”. Mi capita spesso di descrivere cosa si fa in azienda a giovani che di esperienza lavorativa non ne hanno o ne hanno molto poca. Per quanto mi sforzi di raccontare, con parole semplici, in cosa consiste la mansione, sono sicura che, la maggior parte delle volte, ci sia un problema di comunicazione fondamentale alla base che non riguarda però la malafede.
    I giovani che ho davanti non hanno la minima idea di cosa io stia dicendo perché non conoscono né i meccanismi aziendali, né in cosa consiste esattamente il lavoro che descrivo. Ne hanno un’immagine approssimativa in testa, per sentito dire. I “boh, mah, non ho capito bene” secondo me spesso, per le persone alle prime armi, derivano da questa mancanza di comprensione e, in maniera non del tutto secondaria, dall’ansia da colloquio che fa calare il livello di attenzione. Ci si concentra sulla propria parte dell’intervista (il raccontarsi) e poi, terminata questa, ci si rilassa, spesso visibilmente, pensando che il pezzo più difficile sia terminato. E si smette di ascoltare.

  6. Secondo me i suggerimenti di Mario sono veramente preziosi, ma dico anche che fare certe esperienze di persona è veramente molto istruttivo.
    Per esperienza diretta, in un periodo in cui cercavo un lavoretto qualsiasi pur di guadagnare qualcosina, mi sono trovata in ogni genere di colloquio. Dal surreale, in cui la domanda fondamentale per decidere è stata se andavo in palestra. Alle classiche catene di s.antonio, in cui per guadagnare qualcosina dovevi far entrare anche tutti i tuoi amici e familiari. A vere e proprie truffe, in cui invece di marketing si trattava di andare a chiedere soldi alla gente per strada a nome di celebri, e ignare, associazioni umanitarie.
    Alla fine in quel periodo la cosa più seria che ho trovato era un call center.
    Comunque da quella serie disastrosa di colloqui almeno ho capito benissimo come evitarli e come riconoscerli già dall’annuncio.
    Un consiglio che posso dare io è che quando si legge che ci sono varie posizioni aperte e non c’è alcuna indicazione specifica è meglio lasciar perdere se non si ha tempo da buttare.

  7. @unarosaverde
    Credo sia necessario anche essere franchi per una volta e riconoscere quanto situazioni simili a quella raccontata da Marco siano strettamente legate allo stato penoso del mercato del lavoro nel Paese, nonché all‘assoluta noncuranza di un‘intera classe dirigente in tema di welfare e politiche sociali.
    La miopia di un Paese intero che ha istituzionalizzato una precarietà senza regole e senza alcun contrappeso, ha avuto il solo esito di moltiplicare all‘infinito le forme di sfruttamento dei lavoratori! Io stesso ad esempio dopo quasi dieci anni di lavoro nell‘Università di Bologna, mi ritrovo proprio in questi giorni davanti all‘ennesimo tentativo di dequalificare il nostro lavoro e di renderci ancora più insicuri, come se si trattasse di “grazia ricevuta“…. ecco la precarietà….

  8. @giovanni delfino
    Non posso che constatare con te quanto sia vera la situazione che descrivi e quanto sia difficile e umiliante trovarsi, dopo anni di studio e lavoro, sempre senza certezze in mano. Non mi è molto chiaro però il nesso tra la tua risposta e il mio commento precedente: puoi per favore aiutarmi a capire meglio?

  9. @unarosaverde
    Quello che ci tenevo a sottolineare è semplicemente il fatto che nella giungla dei contratti di lavoro improbabili che l’attuale normativa consente, si sono create facilmente le pieghe per uno sfruttamento ai limiti dell’assurdo…ad esempio i lavori come dialogatori o certe realtà dei call center do ve si èmpagati solo a “contatto utile”….se ci fosse più onesta e più welfare certi fenomeni sarebbero di certo mitigati….
    insomma debbono essere per primi gli operatori del settore recruiting a non avere i paraocchi…

  10. @giovanni delfino
    Grazie per la risposta. Hai ragione, purtroppo, nell’attuale situazione stagnante, certi fenomeni al limite della legalità prosperano.

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