«Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

Da un mese le citta italiane sono invase dal 6×3 della Nuova Lancia Ypsilon 5 porte. A sinistra il testimonial Vincent Cassel, sguardo verso l’alto, bocca semiaperta, maniche rimboccate (come il Pd!), una mano nell’altra come se non sapesse dove metterle: sembra stupito, o forse imbarazzato. A destra una Ypsilon bianca, come ora va di moda, e la headline «Il lusso è un diritto» (grazie a Paolo Iabichino per la foto, clic per ingrandire):

Il lusso è un diritto

Nello spot lo stesso Cassel si sdoppia, chiedendosi cos’è il lusso. Il Cassel cattivo dice: «Feste, gioelli, ville, vivere negli eccessi, ancora di più»; l’altro, il buono, si domanda: «Cos’è il successo? È ciò che possiedi? L’ostentazione è morta. Allora cos’è il lusso? il piacere che ti dà una cosa? o il fatto di possederla?»; e il cattivo: «È puntare al massimo, è volere sempre di più, non essere soddisfatti. Mai. È avidità»; il buono: «Tu non sai di cosa parli. A volte il vero lusso sta nelle cose più semplici»; il cattivo: «Sei solo un sognatore»; infine il buono: «A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo: il lusso è un diritto». E appare la Nuova Ypsilon.

La campagna è dell’agenzia Armando Testa (nessuna parentela con Annamaria Testa, diciamolo una volta per tutte) e ha già fatto discutere, in rete e fuori. Basterebbe questo a dire che ha avuto successo: è il celebre «parlino bene o male, purché parlino», che ormai tutti – pubblicitari e consumatori che hanno imparato la lezione – usano per giustificare anche il peggio della pubblicità: campagne sciocche, volgari, o semplicemente senza senso (tanto, starà ai consumatori scervellarsi per trovarglielo).

A me non piace. Trovo fuori luogo una campagna che grida «Il lusso è un diritto» mentre la crisi economica colpisce i paesi in cui si vende la Ypsilon («Luxury is a right» è la versione inglese).

La trovo insultante per chi non arriva a fine mese. Ma prende in giro anche le poveracce (il target della Ypsilon è soprattutto femminile) che, non potendo accedere al lusso vero, credono di trovarlo in un’utilitaria con l’aria chic.

Eppure, nessuno si ribella contro questi cartelloni, nessuna li strappa indignata né gli lancia pomodori contro, nessuno li prende a simbolo di una società da combattere. Anzi, molti commenti in rete dicono: «Cosa c’è da scandalizzarsi? Vincent Cassel è un figo e la campagna mi fa riflettere (sic!) sul concetto di lusso. Ha ragione lui: il lusso sta nelle piccole cose».

Il che dimostra un fatto fondamentale: crisi o non crisi, non siamo ancora abbastanza poveri.

67 risposte a “«Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

  1. fin dal primo giorno che l’ho vista questa pubblicità mi ha infastidito… è di una superficialità impressionante … Secondo me comunque il target di riferimento è il Tamarro di “Tamarreide” o il concorrente (e aspirante concorrente) di Grande Fratello & co.

  2. O siamo abbastanza poveri intellettualmente da rispondere che Vincent Cassel è un figo della madonna, etc. etc.

  3. Può essere letta in due modi, come ha detto Lei, preferibile sicuramente la versione in cui il concetto è che il lusso sta nelle piccole cose.
    Però parliamoci chiaro, chi vuole il lusso macchine come queste NON le guarda nemmeno. E’ fastidiosa per il momento di crisi che stiamo affrontando, forse, ma ricordiamoci che siamo nell’era low cost, in cui tutti ormai possono (o si illudono di potere) permettersi tutto: voli aerei a prezzi stracciati, le bazze di Groupon e dei siti simili, e chi più ne ha ne metta.

  4. Ho un debole per Cassel, ma in sostanza mi trovo d’accordo con te.
    Se ricordo bene, durante il movimento del ’77 girava lo slogan “I proletari hanno diritto al lusso” per giustificare espropri proletari di beni di alto livello (almeno, credo: la mia fonte è “La notte della Repubblica” di Zavoli, ergo Rai, ergo informazione non proprio corretta – senza voler mettere lo Zavoli di allora al livello dei Minzolini di oggi, sia chiaro); può darsi che vi sia una reminiscenza di ciò in questa pubblicità?

  5. Di quello spot io avevo trovato fastidioso soprattutto l’uso sfacciato della parola “diritto” che ormai è sulla bocca di tutti anche nelle situazioni meno pertinenti. Ormai sembra che TUTTO, a ‘sto mondo, sia sempre e solo un diritto.

  6. Skeight 1985, certo, hanno sicuramente pescato da lì… il che dimostra come nella post-modernità, per i post-consumatori, nella post-società post-tutto, tutto quanto si trituri e perda di significato.

    Lo sforzo è quello di ricostruirli e rivalorizzarli, questi significati…

  7. “Il lusso è un diritto” è l’ennesimo tentativo, forse ben riuscito, di ribaltare categorie e verità. Bisognerebbe riflettere su quanto conosciamo le parole e il loro significato. O probabilmente su quanto siamo disposti a rinunciare pur di possederne una versione edulcorata (ma oggettivamente falsa). Le poveracce lo sono? Il lusso è un compromesso (come tutto se si è in grado di attivare questo processo mentale). Per il futuro mi aspetterei un head del tipo: L’indigenza è un piacere.

  8. Luca: per “poveracce” non intendevo economicamente. Chi compra oggi una Ypsilon può comunque permettersi una utilitaria nuova anche in tempi di crisi. È a loro che la pubblicità si rivolge: donne che comunque alla fine del mese ci arrivano (magari con l’aiuto di papà) e vogliono la macchina con l’aria chic.

    Alessandro Pecoraro: prima di decidere che questo target è “tamarro” o aspira al GF ci andrei piano. Chissà in quanti target “tamarri” siamo – tu per primo, no? – senza che ce ne rendiamo conto. Il vero ricco, quello che si permette il lusso vero, considera tutto il resto del mondo “tamarro”.

  9. anche a me ha fatto subito un pessimo effetto…ho comunque visto in rete anche diverse reazioni disturbate, che sicuramente erano state previste (forse auspicate? è chiaro che sanno quello che fanno…)
    La cosa più subdola è far passare l’idea che si vuol rendere accessibili a tutti prestazioni “esclusive”, anziché mantenerle prerogativa di pochi. E con questa balla si finisce per svuotare il concetto di diritto (già parecchio provato, ultimamente).

  10. lo stesso giorno poi in edicola ho visto questa copertina e mi è sembrata l’estremo insulto:
    http://thegloss.com/fashion/under-cover-tom-ford-is-loud-handsome-for-another-man/

    a proposito di perdita di significati e soprattutto di capacità da parte del mercato di triturare e svuotare di significato qualsiasi cosa…
    Ricostruire e rivalorizzare Giovanna, sì, provarci è l’unica via per sopravvivere.

  11. Detesto questa pubblicità, la trovo offensiva e VIOLENTA, soprattutto la campagna stampa in cui l’attore sembra prepararsi a sferrare un pugno.
    Mi fa paura e francamente a me del lusso non me ne importa proprio nulla, ho 26 anni e cerco di lavorare come tutti i miei coetanei. La mia priorità è l’affitto, non queste concezioni aggressive di pseudo-lusso.

  12. Non sono d’accordo.

    1. (minore) Per gli operaisti degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso (“Quaderni rossi” e “Potere operaio”: Romano Alquati, Mario Tronti, Toni Negri) il consumismo operaio, lusso incluso, era davvero un valore.

    2. (maggiore) Nel capitalismo di oggi, dagli USA alla Cina, il consumismo, lusso incluso, è un valore. La pubblicità, ovviamente, è il suo profeta.
    Opporsi avrebbe senso in una prospettiva socialista, che oggi non ha gambe. Forse potrà averle, se mai, fra qualche decennio. Ammesso e non concesso che il lusso non sia un valore anche in una prospettiva socialista.

    3. “Il lusso è un diritto” può essere inteso “L’aspirazione alla felicità è un diritto”. Così mi pare l’intenda il Cassel buono, e forse anche il Cassel cattivo.
    Personalmente, da vecchio marxista e comunista, condivido.🙂

  13. Non appena l’ho vista mi sono sentito in una commedia americana. In una di quelle scene in cui qualcuno accende la tv e c’è la pubblicità di un prodotto assurdo, magico e grottesco.
    Non so se il fatto di farmi sentire dentro un film si possa considerare lusso, ma per un po’ ha funzionato…

  14. Pingback: «Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale? (via D I S . A M B . I G U A N D O) « caffeinomani

  15. Non ho visto la pubblicità e sono d’accordo con Giovanna et al. quando sostengono che in essa si parla di lusso quando il prodotto oggettivamente è un “voglio ma non posso”.
    Tuttavia…sono d’accordo con il punto 3 di Ben. Il lusso potrebbe non essere un diritto, però la bellezza lo dovrebbe essere. Perché un oggetto che è appena un po’ più bello della norma squallida costa uno sproposito?

  16. Io voto per -insulto sociale-.

  17. Guarda, se non mi occupassi unicamente di pubblicità sessista avrei chiesto al mio gruppo di fare un mailbombing su questo spot, che è davvero umiliante per quanti si possono permettere di acquistare una macchina usata spendendo 1000 o 2000 euro e pregando che regga. Giocare col fatto che la Ypsilon non sia un macchinone non giustifica l’arroganza di chi si può permettere di spendere quella cifra. Lo slogan è quanto di più triste possa esserci: l’istruzione è un diritto, il lavoro è un diritto, la casa e la sanità sono diritti. Il lusso è un di più che alcuni neanche perseguono, preferendo coltivare valori più alti e non scendendo a compromessi con se stessi per ottenerlo. Qua si dice invece che se non lo persegui sbagli, e che il possesso di un dato oggetto è quello che conta veramente. Puah!

  18. La società della produzione e del consumo,
    del denaro e dell’usura deve promuovere i consumi
    ed usa tutti gli strumenti che ha per promuoverli.

    Pretendere che la società dei consumi
    smetta di usare certi slogan
    è come pretendere che il papa smetta
    di predicare di dio.

    Due cose del tutto inutili..

    Sta a noi riappropriarci del nostro corpo e della nostra vita,
    riducendo i consumi e ignorando sto dio inventato.

    Dopo di che smetteranno da soli
    di dire
    IL LUSSO E’ UN DIRITTO
    e
    DIO ESISTE

  19. Il lusso – da vocabolario – è sfoggio, ostentazione di opulenza, è mettere in mostra fine a sé stesso. Non riesco proprio a concepirlo come diritto nemmeno se considero la ricchezza nella sua accezione nobile.
    Ma anche fosse, ho il dovere di passare proprio da lì? da un auto e da Cassel? E chi l’ha deciso per me?🙂

  20. E’ una rivoluzione concettuale pianificata che mira a svuotare di significato alcune parole forti.
    La Lancia è arrivata per lo meno terza:

    http://ilcomizietto.wordpress.com/2010/10/15/diritti-ristretti/

    I riferimenti del post sono Darty e IoSpio.
    ilcomizietto

  21. Ben: «2. (maggiore) Nel capitalismo di oggi, dagli USA alla Cina, il consumismo, lusso incluso, è un valore. La pubblicità, ovviamente, è il suo profeta.»

    Mi fai più ingenua di quel che sono: io guardo e valuto la campagna nel contesto delle comunicazioni attuali, in Italia e molti paesi occidentali, non in relazione a quelli che io considero valori o disvalori, o a quelli che ritengo valori o disvalori secondo un’ideologia non consumistica (socialista o quel che vuoi).

    Ora, in un contesto in cui molta comunicazione occidentale (inclusa quella pubblicitaria) sta parlando di crisi, di responsabilità sociale, di ecologia, di etica e via dicendo, sta cioè mettendo in questione esattamente quello che invece tu dai ancora per scontato (cioè che il consumismo sia un valore) e, pur facendolo per vendere qualcosa, ovvio, comunque lo fa; in questo contesto, dicevo, quella campagna proclama che “Il lusso è un diritto” (non “La felicità è un diritto”, attenzione) e lo fa dando per scontata l’equazione “Lusso = felicità” che tu dici. Ma questa equazione è al momento messa in discussione da molta comunicazione contemporanea, che ha sensibilizzato e sta sensibilizzando le persone a valori diversi (non migliori o peggiori: diversi), per vendere marchi e prodotti su basi valoriali diverse (vedi per es. il “green washing”). Dunque al momento la campagna Ypsilon è quanto meno old fashioned. E lo è perché vuole provocare: cantando fuori dal coro, vuole provocare.

    Ma il mio punto è che questa provocazione, in un momento di crisi economica vera, è ai limiti dell’essere urticante, specie se consideriamo che la gente che non arriva a fine mese è per giunta sensibilizzata verso valori diversi da molta parte della comunicazione odierna.

    Insomma, se la campagna non urtica abbastanza, vuol dire che (1) la gente che non arriva a fine mese non è ancora abbastanza o abbastanza arrabbiata; (2) le nuove tendenze della comunicazione “responsabile” e “etica”non hanno ancora preso abbastanza piede da far sembrare la campagna Ypsilon nattamente fuori luogo e fuori moda; (3) entrambe le cose.

    Ciao!

  22. Considero onesta la pubblicità solamente in due casi: quando dice il vero e quando prende in giro il potenziale acquirente. Nel primo caso la qualità del prodotto o del servizio è fondamentale e la funzione del creativo si limiterebbe a comunicare bene la sua ragione d’essere. Più novità sostanziali il prodotto/servizio introduce rispetto alla concorrenza e meno dovrà essere il ricorso alla metafora all’ennesimo grado (Detto di passaggio: il problema del PD con le metafore è appunto dovuto al duplice errore di comunicazione politica nel voler concepire come onesta solo una pubblicità referenziale in cui le maniche sono solo maniche e il vento è solo vento unita alla presunzione che le proprie maniche e il proprio vento siano di per sé migliori e quindi sia sufficiente mostrarle didascalicamente per convincere l’elettore. Se hai polso, puoi rimboccarti le maniche. Se la tua vela è issata, puoi acchiappare il vento. Ma il Pd non ha compreso che avere manico è tutto un altro paio di maniche e la barca ce l’ha sempre D’alema che andava di lasco in bolina e non ha mai saputo strambare, sebbene di stramberie ne abbia commesse. Se la metafora è il ponte tra due concetti, il Pd mostra solo il ponte perché non ha altro da mostare).
    Chiameremo mongola questa tipologia di pubblicità, perché partecipa della stessa caratteristica di quel Paese: la più bassa densità di popolazione, la percentuale più risibile in assoluto.
    L’altra tipologia onesta, di cui fa parte anche la Y e Cassell, è invece la pubblicità monegasca. Come tutti sapete Montecarlo è all’opposto il Paese con la più alta densità abitativa e queste pubblicità vanno in effetti per la maggiore nel belvedere del marketing. Quello che forse non sapete, e che spiegherò più avanti, è che è corretto e proletario suscitare l’invidia dell’amico parlando del lusso della vostra casa a Montecarlo, pieno centro con giardino. Decantare la vivace vita mondana e la quotidianità di chi sa vivere il lusso senza farci caso. Si può vivere a Montecarlo e girare in Lancia Y, dimostrando che il massimo del lusso (e del sadismo) è non esibirlo quando gli altri sanno che potresti.
    Vincent Cassell è francese e i francesi non hanno mai avuto il mito dell’auto a differenza dei loro cugini. Il francese abbiente comunica per mezzo di altri status symbol e chiama spregiativamente la propria auto con il nomignolo funebre di “Caisse” o quello paludare di “Bagnole”. Gassman può essere solo italiano, come il suo sorpasso. Trintignant è ciò che un francese sarebbe se pensasse all’italiana. Gassman fa l’incidente ma a rimetterci è l’amico. I francesi hanno imparato la lezione.
    Per questo Vincent Cassell è onestamente rappresentato in una schizofrenia franco-italiota e chiamato a fungere da testimonial per una vettura italiana in una versione moderna del Giano bifronte che sancisca la fine di un lusso e l’inizio di un altro. L’alterego italiota è costretto a farsi piacere quel che passa il convento e così risemantizza il lusso adattandolo alla propria taglia come farebbe una fissata della linea che cambiasse i cartellini dei suoi abiti per vedere numeri 40 dove la realtà legge 58. Un superamento della volpe e l’uva: non rimozione ragionata dell’inaccessibile ma esaltazione trasfigurata dell’accessibilissimo.
    Tuttavia è davvero insincera questa pubblicità che invita il proprio acquirente a sentirsi ricco quando è povero (ma sempre esaltando e non rigettando l’idea di lusso)? La risposta è negativa. La pubblicità monegasca è letteralmente onesta.
    Riguardiamola. Il francese ha un’idea giustamente classista del lusso e anche in tempi di crisi non ammette compromessi. Per lui Montecarlo è a due passi, parla francese, basta andare a Sud.
    Anche il Vincent italiano ha in Testa Montecarlo. Ma a differenza dell’alterego francese sta parlando di un altro luogo, ridente frazione omonima in provincia di Lucca.
    Alla stessa stegua è della lancia Y il lusso: l’omonimo di qualcos’altro.
    Una Montecarlo davvero alla portata di tutti, a patto di non chiedere al Gps della nostra Lancia Y di portarci al Casino.
    E non chiedetevi per chi suona il clacson. Suona per altri.

  23. “Lusso” ha vari significati, comunemente usati.
    Può significare “consumo vistoso, ostentato”. (Valore principale nelle società tradizionali, ereditato e declassato nelle società moderne.)
    Ma può significare anche “superfluo”, non necessario alla stretta sopravvivenza. Cenette al ristorante, vestiti carini, romanzi da leggere, viaggi di piacere, sono lussi, in questo senso.

    Aspirare a una vita in cui questi lussi siano alla portata di tutti, non solo di pochi signori, è cosa vissuta oggi dai popoli di tutto il mondo come un diritto. E’ per questo che la gente rischiava la pelle per passare il muro di Berlino, scappando dal socialismo reale verso il capitalismo reale.
    A questo si riferiva Deng Xiao Ping nel 1979 rivolgendo a un miliardo di cinesi una semplice parola che ha cambiato la Cina e il mondo: “Arricchitevi”.
    E’ questo che (probabilmente) intendeva il ragazzo tunisino Jihad dicendo di essere venuto in Italia per “vivere in tranquillità e felice”. (https://giovannacosenza.wordpress.com/2011/06/15/litalia-vista-da-un-ragazzo-tunisino-di-19-anni/, video 7′ 57″).

    Remare contro tutto questo? Masiampazzi?🙂

  24. Ma veramente c’è qualcuno che ancora non solo ascolta la pubblicità, ma la considera anche qualcosa di serio, da analizzare ?

    Sono sconcertato..

  25. Il semplice ascoltare la pubblicità e/o considerarla qualcosa di serio da analizzare, seppur per criticarla, è già il sintomo inequivocabile di un’appartenenza totale ad una weltanschauung delirante e senza futuro come quella del consumismo..

  26. I preti inventano miracoli e santi per propagandare e diffondere un dio inventato da loro..

    I pubblicitari inventano slogans per promuovere i consumi..

    Non vedo cos’latro dovrebbero e/o potrebbero fare.

    Ma quale importanza possono avere gli uni e gli altri per chi vive sulal Terra indipendentemente da dio e dai consumi ?

  27. Ben: ma il primo significato che dici – “consumo vistoso, ostentato”. (Valore principale nelle società tradizionali, ereditato e declassato nelle società moderne.) – è esattamente ciò che viene evocato dallo spot… e da tutte le implicazioni monegasco-francesi con la erre moscia che stanno racchiuse nel testimonial Vincent Cassel (marito di Monica Bellucci, va ricordato anche questo) e che ha ben raccontato Ugo nel suo commento.

    La comunicazione orientata all’etica, alla responsabilità sociale, al green, non «rema contro» questo, fa un’altra cosa, come ho cercato di spiegare, anche per trovare nuovi slogan e nuova “creatività”, come la chiamano.

  28. IL LUSSO E’ UN DIRITTO

    oppure

    LA MACCHINA RISPARMIOSA

    oppure

    LA MACCHINA CHE DIFENDE LA NATURA

    oppure

    SE LA GUIDI SEI FUORI DAL BRANCO

    et ceteras..

    Cosa cambia se io le automobili non le compro ?

  29. Io posso cercare di vendermi, (non lo faccio perchjè non mi interessa) scrivendo

    COMPRATE GIAMBA E LA VOSTRA VITA CAMBIERA’ !

    Chi è cosi’ scemo da crederci ?

    Ma soprattutto

    CHI E’ COSI’ SCEMO DA METTERSI A PRENDERE SUL SERIO STA CAZZATA ED ANALIZZARLA ?

    ARIPIJATEVE CHE STATE FORI DE TESTA !

    Se sentimo..

  30. Giovanna, leggo ora la tua replica.
    Non contesto che ci siano altri valori, oltre al lusso, e che la pubblicità possa farli suoi.
    Il mio punto è che il lusso, come viene inteso in quella pubblicità lì, è pure un valore: lo è attualmente per qualche miliardo di persone!!! E lo resterà molto a lungo.
    Non intendo certo dire che sia l’unico o il principale. Ed è compatibile con molti altri valori.
    Non ti faccio ingenua. Solo in errore.🙂
    E old fashioned sei tu!😉
    Ciao!

  31. E, in particolare, Giovanna, un’auto molto carina, com’è la Y10, può contribuire alla felicità di molti, anche se non alla mia.
    Io preferirei magari una lampada di design.
    Lussi entrambi. Entrambi alla portata di tutti in Italia, nel senso che tutti possono realisticamente sperarci.

    A ognuno i lussi che preferisce.

  32. @Ben
    Stiamo ai due significati che hai proposto. Se è ostentazione allora è classista ed escludente per definizione perché il lusso muore dove si diffonde e sopravvive traslocando nelle nicchie. Se è superfluo non è lusso e qui si incarta Marx con la sua idea limitata di bisogno.
    Il diritto alla felicità di statunitense memoria è una delle dichiarazioni più ipocrite e candidamente violente che vi siano allo stesso modo del dire che il lusso è un diritto. Basta infatti ricordare che il “diritto” non è solo ciò che sta scritto su un foglio di carta ma è un foglio di carta letterale e ne rappresenta solo una facciata, il verso. Il recto invece recita la parolina “dovere”. Senza il dovere corrispondente non esiste alcun diritto. Quindi per avere un diritto occorre che qualcun altro faccia attivamente qualcosa perché quel diritto possa esistere davvero. In un mondo pieno di diritti che non posseggono un eguale numero di doveri, il termine in sé non ha più senso e sarebbe più corretto parlare di speranza.
    Per sovrammercato aggiungo che il diritto alla felicità di uno corrisponde al dovere di infelicità di un altro. L’idea che sia possibile aumentare il diritto al lusso di tutti senza che nessuno paghi è un controsenso. Sempre che non si viva in una società di automi che lavorano per noi. Ma ora che ci ripenso, sbaglio: in effetti noi abbiamo ancora gli schiavi ma, come per il lusso, li abbiamo risemantizzati in tanti modi carini e anestetizzando il termine analgesizziamo la vergogna.
    Il comunismo non è attraente perché alla Bentley per pochi propone la Lancia y per tutti, all’enalotto milionario di un atomo preferisce la piena occupazione di tutte le molecole.
    In questo spot invece non si proletarizza la Lancia Y ma la si spaccia per bentley invitando l’acquirente a deformare la realtà e il linguaggio che la descrive. A mio parere, Ben, qui non siamo davanti a una riedizione contemporanea di “un auto più bella per tutte le tasche” ma a una rimozione psicoterapeutica al fine di considerare e vivere lusso ciò che non lo è. L’operazione sarebbe liberatoria se proponesse la saggezza di chi desidera solo ciò che può avere. Invece sotto sotto il desiderio è concepito sul totem inviolabile e imposto del concetto di lusso, che non si tocca. Guai.Qui l’acquirente ideale è perciò colui che ti dice, per esempio, che la Bentley non l’ha comprata perché consumava troppo. Capito il punto?

  33. Ben, per me sei tu in errore. E credo di averti chiarito perché lo penso. Ma tu mi ripeti qualcosa che non tiene in considerazione ciò che ho scritto: il contesto comunicativo in cui queste affissioni si sono posizionate sta prendendo da diversi anni altre strade, non mi interessa se miliardi di cinesi inseguono quel lusso 1 o 2 che intendi tu. In Italia ‘sta roba dal punto di vista comunicativo è vecchia. E in relazione al contesto socio-economico, si salva al pelo: è solo perché non ci sono abbastanza poveri o non sono ancora abbastanza capaci di arrabbiarsi.

    E mi riservo analisi simili in altri paesi europei che si trovino nella stessa situazione italiana.

  34. Giovanna, in parte parliamo di cose diverse, tu delle nuove tendenze della pubblicità, io dei desideri dei consumatori.
    Però, quando dici che questa pubblicità è insultante per chi non arriva a fine mese, qui non ti seguo.
    E’ vero che qualcuno s’infastidisce, vari partecipanti al blog in effetti sono stati disturbati.
    Ma il mio punto è che PER MOLTI, credo per i più, non è affatto insultante. Perché esprime un valore sentito a livello di massa, anche da noi, anche nella nostra classe media e medio-alta, cui si rivolge.
    Potremmo forse concordare su questo: quella pubblicità lì per alcuni funziona (fra cui io) e per altri no (fra cui tu). Sui numeri, chissà.

    Ugo, sei troppo intelligente per me.🙂
    Se ti ho capito, avrei qualche obiezione.

    Il lusso non è sempre classista. Ognuno si può godere il suo, anche senza confrontarsi. Se si confronta, può sempre confrontarsi felicemente con chi ha un po’ meno ‘classe’. Non è quello che facciamo tutti ogni momento?

    Il comunismo non è risultato attraente perché offriva “lo stesso poco” a quasi tutti (casta politica esclusa), con scarse possibilità di gara per qualche premio di distinzione.
    Il capitalismo è preferito perché consente a quasi tutti di gareggiare per distinguersi, con qualche possibilità reale di successo relativo per tutti. E questo agli umani piace.
    Nel capitalismo reale la posta non è solo una Bentley per pochi – questo era vero semmai per il socialismo reale. E’ piuttosto una vasta gamma di auto desiderabili (dalla meravigliosa 500 ai più orridi SUV) per tutti.
    Anche per questo ha vinto.

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  36. Bellissimo post, grazie.

    Quanto alla tua domanda, definirei la frase incriminata un’ammissione di colpevolezza, ma senza alcun segnale di ravvedimento, quasi una dimostrazione di tracotante prepotenza.
    Come al solito la discriminante sta nella scala di misura e nella capacità di interpretarla. Ciò che per noi è una giornata uggiosa per un inuit è afa soffocante.
    Tralasciamo il “povero” Vincent Casses che ne ha fatta di strada (all’indietro) dai tempi di “L’odio” di Kassowitz, fino ad arrivare a fare il testimonial pubblicitario di un prodotto commerciale. Sotto il dorato giogo pubblicitario sono passati attori del calibro di Marlon Brando, Woody Allen, Richard Gere e Jeremy Irons, e sono solamente i primi che mi vengono in mente. Soprassediamo pure sulle dubbie qualità di quel fumigante pezzo di latta e plastica che ha la felicità nel motore, e soffermiamoci invece sull’attuale (e ampiamente condivisa) concezione di “lusso”.
    Il più che mai profetico Oscar Wilde diceva che nella vita moderna (l’ottocento!) il superfluo è tutto, e oggi ne avrebbe la prova del nove.
    In realtà, pur nel suo eccentrico anticonformismo (eccentrico per l’epoca, ovviamente), la sua frase non contiene nulla di originale, tranne il coraggio per dichiararla apertamente.
    L’uomo, fin dai tempi in cui sbozzava la selce, è sempre sopravvissuto per riprodursi e vissuto per il superfluo.
    Non si vive di solo pane, infatti, ed è il companatico che dà sapore alla vita, che ci rende migliori o peggiori, comunque diversi, dagli altri animali di questo globo terracqueo. Al di fuori di ciò che è alimentazione, riproduzione, resistenza agli agenti atmosferici e alle malattie, difesa dai predatori, tutto è superfluo, musica, scarpe, baci, televisione, statue, ferie, letteratura, dolciumi, religione, vino, poesia, canne, ecc.
    Va da sé che il lusso non può essere considerato “indispensabile” per la sopravvivenza e va aggiunto (in buona evidenza) nel lungo elenco di beni superflui.
    Qui entra in gioco la capacità di discernere tra ciò che è un “superfluo” umanamente accettabile ed evolutivo, da quello che è zavorra, se non addirittura veleno, e saper distinguere tra le esigenze individuali e quelle collettive, nei luoghi e nei tempi.
    Se a un uomo fornisco tutto il necessario per sopravvivere in salute fino a cent’anni e passa ma gli nego il conforto di un buon libro o della visione di un tramonto ottobrino, gli ho negato dei diritti, i sacrosanti diritti di cercare un senso nella sua vita che vada al di là del suo respiro. Il cuore batte per un impulso elettrico, ma questa energia può essere smorzata o amplificata da elementi accessori, voluttuari e, sotto certi punti di vista, lussuosi, e ognuno di noi dovrebbe avere il diritto cercare la sua strada per una felicità che non è solo materiale.
    Ma allora il lusso è veramente un diritto? Dipende.
    I vostri bisnonni (se sono ancora vivi portategli le mie felicitazioni!) troverebbero che voi state vivendo nel lusso più sfrenato. Fate clic e si accende la luce, accecante per le loro abitudini, e poi addirittura vi dimenticate di spegnerla. Se vi va di spostarvi avete accesso ad un sistema di trasporti pubblico e privato che vi concede di spostarvi con una rapidità e comodità inimmaginabili per i loro tempi. Non avete sardine da salare, salsicce da affumicare, galline da allevare, fieno da falciare, vacche da mungere, mais da sgranare, patate da raccogliere, niente di tutto ciò, perché a voi arriva tutto pronto sotto casa, già bello impacchettato e pronto per essere conservato in frigorifero (altro lusso). Chi ha un lavoro stabile (questo sì sta diventando un lusso) ha il sabato e la domenica liberi, e le ferie pagate, mentre mio padre lavorava nei campi di famiglia sei giorni alla settimana, e alla domenica mattina andava a lavorare per altri proprietari al fine di procacciarsi qualche liretta per concedersi il “lusso” del cinema pomeridiano (il vocabolo ferie non era contemplato nel dizionario di allora).
    Tutti questi “lussi” di allora noi li consideriamo “diritti” di oggi, sono accettabili, e facciamo bene a difenderli.
    Per contro trovo che esistano anche dei diritti fasulli, costruiti, estorti, immaginari.
    Non mi trovo empaticamente accanto a coloro che considerano un loro diritto girare per casa in canottiera mente fuori nevica, bruciando così tonnellate di combustibile. Non mi sento solidale con chi pretende di dissetarsi unicamente con bevande variamente gassate, colorate, aromatizzate, dolcificate, schifando l’acqua pubblica. Che dire di chi si arroga il diritto di farmi respirare il suo fumo passivo? Trovo deleteria anche la scelta di destinare una sempre più ridotta fetta del proprio reddito all’alimentazione, preferendo il prodotto più economico, più rapido da consumare, più pubblicizzato, ma anche ottenuto da un processo che è ormai difficile chiamare agricoltura, e che è generalmente il più deleterio per l’ambiente (e magari anche transgenico). Queste scelte e tanti altre ancora sono vissute dai loro partecipanti come diritti inalienabili, indiscutibili, trovando al loro fianco un alleato (o meglio, un padrone) potentissimo, il sistema consumistico usa e getta, che trova complici le aziende, la politica e i media.
    Anche il fatto di accendere un mutuo per acquistare una luccicante quattroruote, inevitabilmente destinata in capo a una decina d’anni allo sfasciacarrozze, cedendo alle malie di un avvenente attore, cercando qualcosa di nuovo per la propria vita, per sopprimere la paura di morire di noia, impegnandosi costantemente a mantenerla, pulirla, curarla, quasi fosse un poppante, è, di fatto, una scelta vissuta come un diritto, il diritto alla circolazione.
    E’ un vero peccato che, contrariamente a quanto si ammiri nella pubblicità, poi non si circoli per niente, perché le strade sono intasate dagli altri che hanno fatto la stessa scelta consumistica, oppure perché non ci sono i soldi per andare in tutti quei posti meravigliosi visti in TV, o più semplicemente perché non è cosi divertente come ci si immaginava ed è passata la voglia.
    Così il loro “diritto” di cedere alla tentazione del lusso si è trasformato in un surplus di inquinamento atmosferico, sonoro, visuale (immaginatevi la vostra città senza i canyon di automobili…), dando fiato alle trombe di chi pretende di asfaltare il paese e facendo passare per allocchi visionari chi pretende un trasporto pubblico capillare ed efficiente, oppure un’esile pista ciclabile.
    E così si ammette finalmente che, per questa nostra società eccessiva e apparente, il lusso è un diritto, anche un lusso effimero, da poveracci; come dire: ognuno ha il lusso che si merita. Questa affermazione è una dichiarazione di guerra contro tutti gli asociali che resistono alle sirene pubblicitarie, che si ostinano a riparare le cose, che le tengono finché funzionano, infischiandosene se sono vecchie o fuori moda, che scelgono oculatamente in base alle loro reali disponibilità, che hanno una scala di valori propria e non dettata dal marketing, che preferiscono (orrore!) l’essere all’apparire.
    Il lusso è un diritto? Sì, lo è, come espressione di una libera scelta, ma, si sa, la libertà di uno termina dove iniziano quelle degli altri, e in questo caso il lusso sconfina, deborda, usurpa, e si manifesta per quello che è: un infantile “voglio”.

  37. Aggiunta.

    Conosco operaie, che guadagnano 1000 euro al mese o meno, che hanno la Y10 nei loro sogni. E alcune se la comprano, come facciano non so, ma lo fanno.
    Probabilmente sacrificando cose che altri, diversamente acculturati, riterrebbero ben più importanti.

    Non posso esserne certo, ma scommetterei che la pubblicità di Cassel a quelle donne della bassa emiliana piacerebbe.
    Sbagliano? La pubblicità è responsabile delle loro opinabili scelte di consumo e di vita?

    Scusa, Giovanna, se sono OT, ma forse non lo sono del tutto.
    O forse ti ho davvero fraintesa.

  38. Il lusso è sempre classista per la semplice ragione che il nostro (sempre più relativo) benessere economico poggia sulla povertà di vaste aree del mondo (Africa sub-sahariana in primis) oltretutto non dobbiamo mai dimenticare che i prodotti più o meno di lusso che usiamo ogni giorno compreso il computer su cui sto digitando sono stati fabbricati con una quantità di lavoro non retribuito (come ci spiegava il vecchio barbuto di Treviri, lo chiamava plusvalore, mi pare), spesso in Paesi del terzo mondo o Paesi in via di sviluppo dove la manodopera costa meno (cioè è molto più sfruttata che da noi) Il lusso è sempre classista altrimenti non è più lusso e lo è perchè è classista l’intera società, l’intero mondo si regge sulla divisione tra chi ha e chi non ha. Non dico che dobbiamo tutti vivere come San Francesco, io per primo non sono disposto a farlo, ma prendere atto che è così.
    che poi il capitalismo si sia finora dimostrato vincente perchè almeno in teoria da a tutti la possibilità o la tenue speranza di superare il prossimo in qualcosa..bè mi pare evidente. Spero che prima o poi nasca un sistema capace di coniugare una maggior giustizia sociale e una più equa distribuzione delle ricchezze con il desiderio umano o di molti umani di “distinguersi” in qualcosa..utopia?
    solo una precisazione: la costituzione USA non parla proprio di diritto alla felicità, ma di diritto alla ricerca della felicità..non è proprio la stessa cosa.

  39. forse c’è anche, da parte dell’autore dello slogan, una presa in giro/parodia della filosofia politica del “tutti abbiamo diritto a tutto”. Così, ora è un diritto anche la Ypsilon 10. E abbiamo messo d’accordo i consumisti tamarri avvelenati dal capitale e gli anticonsumisti che ogni giorno scoprono un nuovo diritto a cui abbiamo diritto. Una furbata!

  40. A parte il fatto che secondo me nello spot chi dice “Il lusso è un diritto” è il Cassel cattivo e non il buono come sostenuto dall’autrice nel post.
    In tal caso cambia qualcosa?
    Forse sì. Diciamo che un “errore di comunicazione” può portare su un’altra strada il lettore…
    Ma ritengo che il lusso non sia né un diritto né un dovere: concettualmente sbagliato lo slogan, ideato solo per “colpire”, attirare l’attenzione…
    “Il lusso è l’abitudine a consumi di elevata gamma qualitativa e di costo. È uno stile di vita e di comportamento che privilegia l’acquisto e/o il consumo di prodotti e oggetti, spesso superflui, destinati ad ornare il proprio corpo o la propria abitazione”.
    E per me questa è l’ennesima campagna pubblicitaria indirizzata ai nostri giovani cresciuti nel consumismo sfrenato che si fanno comprare la macchina da mamma e papà.
    I nostri giovani non possono permettersi il lusso “vero”?
    Lusso “vero”?!? Non si comincia forse proprio dalle piccole cose per poi non non farsele bastare più e andare oltre?
    Sarà che non ci sono abbastanza poveri capaci di arrabbiarsi (perché poi per lo spot di una Lancia Y? io mi arrabbio per ben altro…), ma se mia figlia un giorno decidesse – mentre studia – di lavorare avanza tempo per potersi comprare questa macchina perché gli piace tanto (prezzo indicativo 12.400 euro), io gli domanderei: “La desideri veramente? Pensi di poterla mantenere poi?”
    Già sarebbe molto che non chieda a me i soldi!!!
    E se mi risponde “Mamma, la desidero e guadagnerò per compramela”, le darei il benestare.
    Anche perché so come l’ho educata e che valore dà al denaro.
    Proprio ieri sera sostenevo a tavola (credo di essere in una della poche famiglie che pranza e cena senza televisore per invitare al dialogo) che i nostri figli purtroppo non hanno “FAME”.
    La fame porta a desiderare qualcosa e a “sudare” per averla.
    Che sia un’automobile, un motorino o un cellulare, diventano un lusso nel momento in cui non puoi possederli…
    Il fatto è che nessuno si arrabbia perché ai nostri figli diamo tutto!
    Il “vero” problema sarà per quest’ultima generazione mantenere lo stile di vita a cui sono stati abituati.
    Direi piuttosto che siamo dei “falsi ricchi”.

  41. Caro Paolo 1984,

    per fortuna non è vero che il nostro benessere economico si basa sulla povertà di aree come l’Africa sub-sahariana. Se domattina scomparisse dalla faccia della terra – Dio non voglia, conosco e amo l’Africa e gli africani – il nostro benessere economico ne risentirebbe ben poco.

    E’ invece vero, ancora per fortuna, che l’Africa sta cominciando a imboccare la via del benessere economico seguendo il nostro modello, grazie soprattutto agli enormi investimenti di capitale cinese. Possiamo sperare che in non molti decenni succeda all’Africa quello che è già felicemente successo all’Asia.

    Anch’io vorrei una società migliore di quella capitalista, se possibile.
    Per questo ti invito non a sperare, ma a progettare realisticamente. Magari è possibile, anche se probabilmente non subito. Però proviamoci.
    Se non ora, fra un po’.🙂

    (E intanto lasciamo che l’Africa abbia anche lei il suo sviluppo capitalistico, che sotto molti aspetti è meglio che niente.)

  42. Le tue parole sono anche le mie parole. Hai descritto perfettamente quello che ho provato anche io fin dalla prima visione di questa pubblicità. Ne ho parlato in giro con un po’ di persone e tutte sembrano aver avuto la stessa reazione ma non ho visto nessuna presa di posizione nei quotidiani o nei media di mainstream.

  43. Pingback: «Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale? (via D I S . A M B . I G U A N D O) « The Real O’s Blog – デリアルオ ブロッグ

  44. @Ben
    (Ehi, Ben, se scrivi che sono troppo intelligente allora mi condanni a non dire più troppe stupidate. E se non dico stupidate non posso correggermi per diventare più intelligente. Così finisco per risultare troppo stupido🙂 )

    Siamo in abbondante offtopic ma penso che girare attorno al concetto di lusso ci aiuterà a capire meglio le rispettive posizioni da cui ciascuno critica questa pubblicità.

    “Il lusso non è sempre classista. Ognuno si può godere il suo, anche senza confrontarsi. Se si confronta, può sempre confrontarsi felicemente con chi ha un po’ meno ‘classe’. Non è quello che facciamo tutti ogni momento?”

    No, io non lo faccio mai perché altrimenti questa filosofia di fondo produrrebbe in me inevitabilmente un’ineliminabile quota di insoddisfazione. È vero che è possibile trovare persone che hanno accesso a un benessere materiale inferiore al tuo, ma allo stesso modo se tu trai soddisfazione da ciò non puoi evitare di subire il confronto con chi ha un benessere superiore. Perciò psicologicamente sei sempre perdente perché ricattato continuamente da una felicità mobile e un senso positivo dell’esistenza che varierà in accordo alla tua percezione di dove ti collochi in quel continuum che va dall’indigenza al lusso. Poiché inoltre tu vuoi saperti felice, si moltiplicheranno le occasioni di confronto, magari incoffessato e indiretto, con gli altri. E la possibilità di cedere alla deformazione della realtà per non ammettere a se stessi che il lusso è altrove, e non ti è concesso, finirebbe per minare la tua capacità di comprendere il mondo, il tuo ruolo e la possibilità di cambiarlo. Nessuno può godere del suo lusso senza un confronto, perché il lusso non è un bisogno primario che soddisfa in sé la sua urgenza. Quando una persona crede di godere del proprio lusso in sé è all’ultimo stadio perché talmente assefuatta al motto L’Oréal da aver interiorizzato il consumo per il consumo, l’acquisto per l’acquisto, talmente schiavo da comprare una griffe costosa non per conquistare qualcuno o qualcosa ma di per sé. Sprecare il proprio tempo per produrre il denaro per spenderlo in una griffe senza un ritorno d’altro tipo. È la descrizione di uno psicotico, pura coazione a piacersi, solipsismo collettivo se mi passi l’espressione. Ognuno di noi partecipa in parte di una componente del genere, è sano e umano. Incentivarla è nocivo e nel lungo periodo autolesionista a livello di società, perchés e come giustamente tu ricordi la Cina sta sperimentando un’emncipazione dai bisogni e una conquista di proprietà private e servizi inediti per nuove generazioni, dall’altro la formula non funziona per società anziane e sazie che rischiano di morire per obesità perché abituate religiosamente al frigorifero sempre pieno di cose che magari nemmeno vogliono più ma senza la spinta vitale del denutrito che quel frigorifero non l’ha ancora avuto.

    Il comunismo non è risultato attraente perché offriva “lo stesso poco” a quasi tutti (casta politica esclusa), con scarse possibilità di gara per qualche premio di distinzione.
    Il capitalismo è preferito perché consente a quasi tutti di gareggiare per distinguersi, con qualche possibilità reale di successo relativo per tutti. E questo agli umani piace.
    Nel capitalismo reale la posta non è solo una Bentley per pochi – questo era vero semmai per il socialismo reale. E’ piuttosto una vasta gamma di auto desiderabili (dalla meravigliosa 500 ai più orridi SUV) per tutti.
    Anche per questo ha vinto.

    Queste tue tre frasi contengono talmente tanti impliciti e assunti che non basterebbe un libro per chiarirli tutti. Mi limito a

    Anche Barabba ha vinto. Ma non aveva ragione.
    Inoltre il capitalismo non ha vinto proprio per niente, con buona pace dei tromboni stile Fukuyama. Si potrebbe ad esempio sostenere che i diritti umani proclamati dalla dichiarazione di indipendenza USA o dalla rivoluzione francese a fine ‘700 abbiano avuto successo e effettiva applicazione nella sostanza solo 150 anni dopo, con la dichiarazione ONU. Per non parlare dei diritti di voto, altrettanto tardivi seppur enunciati ben prima e sepolti nel frattempo da altro. Cosa avrebbe detto un qualunque soggetto vissuto nel frattempo, circondato da resaturazioni d’ogni tipo e palesi omicidi di quei principi che oggi vanno per la maggiore? Attenzione a fare lapidi anzitempo. Ci vuole tempo perché l’eventuale necrologio sia scritto, come il capitalismo insegna.

    Il Comunismo non è adatto a Paesi in via di sviluppo, questo è certo. Ma
    tu confondi il lusso con la proprietà privata e l’esercizio del superfluo che la tecnologia permette. È la tecnologia a darti quella sensazione di benessere che contraddisitngue la nostra epoca. Ma non c’è alcun brevetto d’esclusiva del capitalismo in questo che non possa essere realizzabile con sistemi più evoluti che non incentivino la lotta di tutti contro tutti. Lotta che è finalizzata appunto al lusso e se coinvolgesse partecipanti razionali, ecco, questi capirebbero immediatamente che ha senso competere se sei Carl Lewis ma non se sei un mediocre. Poiché la gaussiana ci dice che siamo tutti perlopiù mediocri, non ha senso volere le olimpiadi della vita, perché per il Lewis che fa il record e guadagna milioni la stragrande maggioranza avrà ben peggio di quello che avrebbe potuto avere in un sistema a bassa competizione. Purtroppo nel nostro sistema troppi si sentono sottovalutati e reputano che sia fruttuoso desiderare la meritocrazia fino a che non maturano e conoscendo i propri limiti rimpiangono soluzioni scartate sull’onda del sogno che ora è triste risacca.
    Infine non sono molto d’accordo nel trovare la mia felicità nella possibilità di acquistare, che è poi il vero cardine del nostro sistema. Avere una gamma infinita di automobili desiderabili (non per tutti, caro Ben, perché i più in libera scelta ambirebbero alle ferrari, alle porsche e il resto della gamma oggi è per calmare l’invidia sociale attraverso il narcotico compensatorio dell’acquisto, veicolando l’idea riduttiva che scegliere il colore della tappezzeria o l’accessorio sia un modo di esprimere se stessi) ma nella sostanza indistinguibili in peggio e banali non è un’opportunità. È un ricatto e una banalizzazione al peggio perché mi impone di realizzare buona parte della mia personalità nella scelta di ciò che acquisto, ovviamente essendo riconosciuto dagli altri in funzione del mosaico delle mie scelte. Non che le persone siano sceme, tutt’altro. È che la tua personalità deve tutte le volte dissociarsi dagli stereotipi che ogni consumo impone e questo mi annoia a morte. Se posso proporre alternative razionali (non fattibili, ma questo è un altro discorso, salviamoci almeno dal ridicolo sapendo che è meglio l’impotenza dell’insipienza) in società moderne e tecnologiche come le nostre l’unico futuro non può essere un sistema competitivo ma cooperativo, che prediliga e incentivi il tempo libero degli individui, non la saturazione della produzione per giustificare e mandare avanti la produzione altrui.
    Fine OT, forse poco intelligente ma autentico.

  45. è un assoluto insulto a chi tutti i santi giorni sgobba e suda per guadagnarsi il pane. Inoltre sostenere che il lusso sia diritto offende pure lo stato di diritto.
    Credo che la Lancia non sia mai scesa tanto in basso. Io la trovo orrenda ed offensiva a 360° questa pubblicità, mi indispone e mi fa cambiare canale ogni volta che ci “sbatto contro”!

  46. @Ugo

    “l’unico futuro non può essere un sistema competitivo ma cooperativo, che prediliga e incentivi il tempo libero degli individui”

    Anch’io sognavo quel futuro lì, “cooperativo” e “tempo libero” – come tanti milioni di comunisti del secolo scorso.
    Poi a un certo punto preferisci quello che si può fare a quello che si può sognare.
    (Fare, intendo, individualmente e collettivamente, in una prospettiva non millenaria. Da vedere qualche risultato nel giro di 50 anni.)

    Piccoli appunti.

    1. Qualsiasi auto io abbia – ieri Fiat Uno, oggi Deo gratias Alfa 147 – la confronto con quella di altri e la dichiaro perfetta per me.
    Idem per ogni paio di uova al tegamino che mi cucino. Idem per la moglie, nonostante qualcuno potrebbe (stupidamente!) insinuare che non sia Monica Bellucci.😉
    Immagino che molti, anche se non tutti, funzionino come me. Adattati al capitalismo/consumismo competitivo? Chissà.

    2. Cooperativo e competitivo non sono in alternativa. La competizione richiede cooperazione: regole, arbitri, fair play. Sport e mercato funzionano così.
    Questa nostra discussione è cooperativa, secondo me, (oltre che “tempo libero”). Ma non ha anche un po’ di sale e pepe competitivo?😉

  47. Aggiunta filosofica. (Se vi risulta banale, scusatemi. E’ pure alquanto OT, scuse doppie. In più sembra una massima da cioccolatino, scuse triple. Anch’io forse stupido, ma autentico :-))

    Cercare di trasformare il mondo secondo i nostri sogni è meraviglioso.
    Adattare i nostri sogni al mondo, riconoscendolo com’è, è ancora meglio.

  48. Correggo.
    Adattare i nostri sogni al mondo, riconoscendolo com’è, *e fare il possibile*, è ancora meglio.

    Giovanna, se mando un altro post, hai il diritto di uccidermi.

  49. Paulabecattini: la frase finale la dice il Cassel cattivo come dici tu? Il Cassel buono come dico io? Mah, non sarei così sicura: i due ruoli sfumano spesso nello spot, il che è voluto. In particolare, fra l’altro, la chiusura sembra alludere a una specie di Cassel unico sintetico finale: non a caso è al centro della scena.

    Come a dire che, su “Il lusso è un diritto”, l’ambivalenza di Cassel cessa di essere tale e lui trova la pace. Amen.🙂

  50. @ giovannacosenza:🙂
    Approvo questa “chiusa”.
    Quindi né buono, né cattivo… semplicemente se stesso. E il cerchio si chiude.

  51. Trovo questa pubblicita`una presa in giro notevole. Non mi offendo, perche` ho altri sogni, non certo una macchina. Quindi dal MIO punto di vista trovo lo spot irrilevante. Se fossi un lavoratore di Pomigliano o Termini Imerese, me ne avrei un po`a male, ma si sa che il lusso e`prodotto da chi non se lo puo`permettere, quindi nulla di nuovo sotto il sole.

    come ingegnere e ambientalista, sono un po`meno neutro e vorrei chiedere alla Fiat di produrre auto migliori e che consumano di meno, non di titillare le zone erogene delle/dei potenziali acquirenti. Alla luce del recente accordo firmato dalla Camusso su spintarella della Fiat, ecco, allora ci sono tutti i motive per andare con i forconi a parlare con Marchionne.

  52. il messaggio non è del tutto sbagliato (il lusso sta nelle piccole cose e tutti ne hanno il diritto), ma è fatta proprio male questa pubblicità (secondo me); inoltre le versioni ridotte che ho sempre visto io non contengono le frasi ‘È avidità’ o ‘A cosa serve il lusso se non riesci a godertelo’..anzi spesso la parte del “buono” si riduce a ‘il lusso è un diritto’…e allora tantovale ^^

  53. Ne ho parlato anche io sul mio blog e a quanto pare la gente la pensa come me e come lei: questa pubblicità infastidisce. Il lusso da cosa effimera della vita cambia posto nella scala dei valori e si posizione fra i diritti, quindi tutti hanno diritto di pretendere il lusso? Ma lo hanno capito che siamo in Italia e la gente soldi non ne ha? O meglio se ce li ha li spende per questi status symbol con i quali cercano di ritagliarsi una fetta di apparenza? Tutto questo mi sembra ridicolo. Comunque, come dice giustamente lei, crisi o non crisi non siamo ancora così poveri da indignarci seriamente.

  54. Lusso accessibile. Democratizzazione del lusso. Concetti vecchi di almeno 13-14 anni, ampiamente digeriti e metabolizzati.

    In parole povere, è una pubblicità nata vecchia, che conferma un posizionamento di marca senza evolverlo. Ciò che stupisce è che qualcuno l’abbia davvero notata.

    Venderanno più automobili? Non credo.

  55. Post molto interessante e commenti ancor più interessanti! Concordo con quanto appena scritto da Marco Morini, e da Giovanna nel post, il concetto di lusso accessibile è già “vecchio” e spero, e mi auguro, che sia al tramonto: non ne posso più di edizioni limitate di automobili, borse, gelati, spugne per lavare i piatti che cercano con un espediente di collocarsi nella dimensione del lusso, che per definizione è scarso.

  56. Anche la mia prima reazione alla pubblicità via tv è stata: “fuori tempo massimo”. Quindi, giusta la domanda: “qual’è il target?” Se c’è, vuol dire che non siamo ancora abbastanza poveri, in tal caso, infatti, pomodorate come in Grecia.

  57. La mia piccola tesi, quando qualche giorno fa ho analizzato questo spot mischiando l’analisi oggettiva della copy strategy alle reazioni “di pancia” generate dall’esecuzione, è che i concetti fossero interessanti (non sono d’accordo che sono superati: sono abbastanza universali da essere sempre interessanti, e non mi riferisco al lusso democratico/per tutto ma al rifiuto delle ostentazioni e dei fronzoli) – ma l’esecuzione è polarizzante, cioè per alcuni “figo”, per altri “odioso”. di solito un’esecuzione polarizzante è voluta.
    Insomma l’idea c’è, ma l’esecuzione (e la frase “il lusso è un diritto” fa parte dell’esecuzione) la rovina – secondo quelli come me a cui la campagna non piace,
    Condivido infine qui un sordo timore: Pensavo volessero rivolgere la comunicazione agli uomini, smarcandosi dal target femminile di questo modello di auto. Invece alla fine si parla sempre a loro, alle donne, che notoriamete amano gli…. stronzi.

  58. Io concordo sull’idea che non abbastanza gente è abbastanza impoverita. Aggiungo una cosa, anche se potrei dire una stupidaggine. Io ho dato una lettura dello spot partendo da una posizione di ignoranza quasi totale sui VIP… non conoscevo Cassel, ho visto lo spot e mi ha infastidita ma notando la fisionomia un po’ strana ho pensato che doveva essere “qualcuno” e ho chiesto “e quello chi è?”; mi è stato definito come “un attore e il marito della Bellucci”. Quindi quando vedo lo spot non riesco a non pensare al doppio senso: parla dell’auto ma forse anche della bella donna? Doppio fastidio.

  59. sono ammirata per la profondità e l’ampiezza dei commenti (non ho tempo per scrivere tanto! :-))
    aggiungo però qualcosa, dopo aver visto la pubblicità: cassel in quella foto ha postura e mimica da chi è lì ma si chiede perché. lusso è anche questo: potersi permettere di essere testimonial senza esserne veramente convinti…

    ho anche pensato che, per proprietà transitiva, questo è un annuncio destinato anche agli uomini. come ha ricordato giovanna, di chi è marito cassel? questo è quello che conta, secondo l’agenzia, per il consumatore italiano…il lusso per proprietà transitiva, ecco l’idea. se posseggo l’auto, posseggo indirettamente anche il sogno…;-)

    ultima osservazione: sono anni che noto, in alcuni pubblicitari, uno scollamento fra la realtà che presentano e quella in cui è immersa la maggior parte del pubblico. credo sia intenzionale. si aggrappano a concetti che capiscono superati, perché gli altri, quelli che stanno diffondendosi oggi, non sono merce…

  60. premetto che non uso il maiscolo di proposito,è un copiaincolla da un altro posto dove ho commentato la stessa cosa e non ce la faccio a riscriverlo…

    PUO’ ESSERE BRUTTA,PUO’ ESSERE PATETICA…MA INSULTO SOCIALE DAVVERO NO…IL CONCETTO E’ VECCHHIO COME IL MONDO….STA ALLA BASE DEL COMMERCIO….COSTA POCO SEMBRA TANTO…EDDAI GENTE…BASTA MORALISMI BUTTATI LI’ SENZA PENSARE…

  61. Qualche tempo fa abbiamo parlato della stessa campagna, da un punto di vista forse leggermente diverso… la conclusione alla quale siamo giunti, e il giudizio sulla campagna, però, sono stati gli stessi.

    Per chi volesse approfondire, qui c’è il nostro post: http://bit.ly/p4rqZZ

  62. onestamente infastidisce e non poco, e se dirlo non è un intellettuale di sinistra, figuriamoci chi analizza i problemi delle masse dei lavoratori e spreca parole affinchè anche i “piccoli” possano godere un pò di più….ho l’impressione che proprio questi ultimi con il desiderio di rivalsa a tutti i costi alimentano i facinorosi produttori di stupidaggini e relativi spot demenziali. il vorrei ma non posso degli anni 80 è diventato tutti possono avere tutto l’importante è apparire anche se guadagni 900 euro al mese…avete notato quante louis vuitton girano per le strade? Allora o siamo diventati tutti ricchi in un botto o il 99% è contraffato e sicome vale la seconda ipotesi ben ci sta lo spot della LANCIA perchè il lusso è un diritto….. ciao a tutti belli e brutti ricchi e poveri da Davidone

  63. Pingback: Quando “il lusso è un diritto” sono i diritti a diventare un lusso - Stracomunitari

  64. “Il lusso e’ la manifestazione della ricchezza incivile che vuole impressionare chi e’ rimasto povero.E’ la manifestazione dell’importanza che viene data all’esteriorita’ e rivela la mancanza di interesse per tutto cio’ che e’ elevazione culturale.E’ il trionfo dell’apparenza sulla sostanza.Il lusso e’ una necessita’ per tanta gente che vuole avere una sensazione di dominio sugli altri. Ma gli altri, se sono persone civili, sanno che il lusso e’ finzione, se sono persone ignoranti ammireranno e magari invidieranno chi vive nel lusso.Ma a chi interessa l’ammirazione degli ignoranti?” b. munari

    Purtroppo la risposta ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni…

  65. avete frainteso completamente. Ho avuto occasione di leggere su questa pagina un grandissimo numero di luoghi comuni triti e ritriti, abusati, scontati, indolenti e noiosi. Non vi è piaciuta semplicemente perchè non avete capito il contenuto del messaggio. Il lusso oggi da fastidio più che mai, proprio perchè funge da spartiacque tra una casta di privilegiati e una classe subalterna sempre più numerosa. Il lusso che viene proposto in questa pubblicità è un’interpretazione costruita sulla sostanza più che sull’apparire. La ypsilon non sarà mai una macchina appariscente, ma è costruita e disegnata in italia, ha una linea piacevole, si rivolge a tutti coloro che riescono ad apprezzare queste qualità. Il lusso è un diritto è un concetto forte e nobile in reltà: sta ad indicareche la mediocrità è un qualcosa che non ci appartiene, che la propria ambizione deve puntare sempre sulla qualità…sull’essere e non sull’apparire. Il lusso può essere declinato attraverso la comodità ed il confort che l’uso di quest’auto incorpora, insieme ad una buona dose di razionalità ed ecologia…che ci spinge ad orientarci sempre di più sull’acquisto di auto piccole ma oggettivamente gradevoli esteticamente e da finiture di buon livello.

  66. E’ SEMPLICEMENTE VERGOGNOSO, IL MODO IN CUI è PUBBLICIZZATA QUESTA AUTO, MAGARI SARà COMODA, ACCESSIBILE. E FUNZIONALE, MA NON è QUESTO IL MODO DI PUBBLICIZZARLA, IO SONO TOTALMENTE IGNORANTE DELLA MATERIA PUBBLICITARIA, MA CAPISCO CHE COMUNQUE NON è MODO, IN POCHI CAPISCONO IL SENSO, RICORDO IN OLTRE CHE GRAN PARTE DELLA POPOLAZIONE è ANCORA IN FASE DI SVILUPPO, PARLO DI MINORI, ED I DANNI CHE PROVOCA A LIVELLO PSICHICO UNA FRASE DEL GENERE LETTA SU UN CARTELLONE PUBBLICITARIO POICHè SI IMPRIME NELLA PSICHE INTERPRETANDOLO IN MODO DIVERSO, MORALE DELLA FAVOLA SIAMO ADDESTRATI SIN DA PICCOLI AD ESSERE SCHIAVI DI UNA SOCIETà CHE CI SOLLECITA A DESIDERARE QUELLO CHE MAGARI NON POSSIAMO PERMETTERCI, IL LUSSO, UNA COSA CHE NON CI APPARTIENE, MA CE LO FANNO SOLO CREDERE, FACENDOCI INDEBITARE PUR DI PAGARE MUTUI E FINANZIARIE, ECCO A CHI APPARTIENE IL LUSSO…. quindi direi insulto sociale..

  67. Pingback: Quale consumo? | The Talking Village

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