A cosa servono le scuole di giornalismo?

Qualche giorno fa Lou, giovane giornalista pubblicista che si è laureata in marzo alla specialistica in Discipline Semiotiche di Bologna, ha scritto sul suo blog un pezzo piuttosto duro sulle scuole di giornalismo in Italia. Ho deciso di riprenderlo, perché credo che Lou abbia avuto il coraggio di scrivere qualcosa che molti pensano e pochissimi hanno il coraggio di esprimere.

È la stampa, bellezza

Mi piacerebbe che nascesse una discussione costruttiva su questo tema:

«Ci sono validissimi motivi, aldilà delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro:

  • Oggi nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane (vedi questo recente annuncio del Corriere) assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto, conoscendo quello che si fa e che si studia, posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato dieci minuti buoni a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.»

 

36 risposte a “A cosa servono le scuole di giornalismo?

  1. La mia breve e prematura esperienza di redazione conferma la nota di colore citata da Lou in coda al suo post.
    A vent’anni (ore ne ho tre di più) ho passato tutti i fine settimana nella redazione locale di un quotidiano nazionale. Dal lunedì al venerdì studiavo a Bologna, il sabato e la domenica scendevo nell’entroterra romagnolo e mi dedicavo alla vita da giornalista, mattina, pomeriggio e un po’ anche la sera. L’obiettivo era quello di capire, il prima possibile cercando di guadagnare tempo, se valesse la pena investire anni e soldi in un percorso che sapevo in partenza essere particolarmente difficile e viziato.
    Ci ho passato un anno in quella redazione. Sono passata da correggere bozze, rifare articoli mettendo la firma d’altri, andare a conferenze e a partite. Insomma tutto quel che c’è da fare. Tutto a costo zero, per loro.
    L’ho fatto con passione e piacere, come tutto e come sempre.
    Soprannominata la fanciulla di redazione, mi sono presa frasi di elogio (e anche di circostanza): “Per la tua età sei brava”, “Sono sicuro farai strada”.
    Ho conosciuto persone competenti e appassionate che a suon di strigliate in pubblico mi correggevano per farmi crescere.
    Certe puntualizzazioni non le dimenticherò mai. Come non dimenticherò mai quel pomeriggio in cui il caporedattore, in periodo di dibattiti e tira e molla per il mancato rinnovo dei contratti, si lasciò andare alla confessione che aspettavo:
    “Tu sei brava, faresti strada se le cose non prendessero la piega che stanno assumendo.
    Le decisioni che stanno prendendo dai piani alti vanno bene per noi, ma mi dispiace, perché per te non ci sarà mai posto”.
    Ascoltato ciò, a malincuore ho deciso che quell’anno era stato sufficiente. Quelle parole avevano risposto ai miei interrogativi e decisi che quei 10mila euro, se proprio dovevo spenderli, li avrei spesi per altro.

  2. faccio il giornalista da circa 10 anni (ne ho 34), lo sono diventato senza passare dalle scuole (sono stato fortunato per il praticantato, lo so), e sono in linea di massima d’accordo con il post di Lou. E’ vero che le scuole stanno drogando il mercato, e’ vero che in buona parte sono dei diplomifici con l’iscrizione all’albo come premio finale, e’ vero che, tranne in alcuni casi, forniscono una preparazione insufficiente a caro prezzo. non fosse altro che per il fatto che il nostro e’ un lavoro, alla fin fine, artigianale e richiede quindi prima di tutto pratica, non solo teoria. l’unico elemento positivo delle scuole puo’ forse essere individuato nel fatto che hanno almeno parzialmente dato la possibilità di fare il giornalista anche a chi e’ nato fuori da Lombardia e Lazio (dove si concentra la gran parte delle redazioni). Detto questo mi pare che il problema stia in una mancanza di scelte: finora non e’ stata cioe’ presa una decisione su come si diventa giornalisti: attraverso le scuole? benissimo, allora pero’ dovrebbe essere tolto il praticantato, individuate poche scuole e coperti i costi con borse di studio. attraverso il praticantato? altrettanto bene, pero’ allora chiudiamo le scuole e togliamo la possibilità di fare cococo, cocopro etc in redazione. Si sono voluti salvare capra e cavoli, insomma, un po’ come per diventare insegnante (ricordate le siss?). e un po’ come se il mondo dell’informazione fosse ancora quello della foto lassù, in bianco e nero.

  3. Buongiorno,
    mi chiamo Gloria Bagnariol e a novembre inizierò il mio secondo anno all’Ifg di Urbino.
    è vero, il sistema per accedere al mondo del giornalismo, fa schifo. obbligare qualcuno a pagare 10.000 euro (di master da 8.000 non ne conosco nessuno) è semplicemente ridicolo.
    Perchè ho scelto di farlo? Inannzitutto, e mi sembra ovvio, perchè la mia famiglia attraverso i suoi sacrifici mi ha permesso di farlo (quindi attenzione a guidizi spietati sui “ricchi della scuolina”, come in tutti i luoghi c’è gente che si fa un mazzo tanto per poter permettesi una cosa del genere) e perchè dopo qualche anno alla ricerca di varie esperienze da fare, la scuola mi è sembrata il modo più efficiente per raggiungere il mio scopo. Ho lavoricchiato in qualche redazione romana, ma non intravedi mai la possibilità di venir pagato neanche un centesimo per le 24ore giornaliere che stai loro dedicando. In realtà ero molto scettica sulle scuole, molti si iscrivono semplicemente per crearsi una rete di contatti, il che alimenta il senso di casta e di mafia, ma devo dire che non è una solo una scelta “paracula” e funzionale. So che ti stupirò e so che ovviamente non ci crederai avendo fatto una scelta diversa dalla mia, ma: la scuola è utile. Ti offre una preparazione a 360 gradi sui vari media e oltre agli stage nei vari giornaloni guardati con invidia ti fa lavorare mentre sei lì. Ad Urbino facciamo un giornale, una radio e una tv. C’è anche il sito, ma su quello sono molto critica, quindi non te lo vengo a vendere come il prodotto delle meraviglia. Ti forma. è una scuola di formazione e raggiunge il suo obiettivo. Tutta la gente che esce da lì è meglio di quella che non c’è mai entrata? No, ovviamente no. Ma questo non basta a far ricadere su chi ha scelto di fare la scuola la responsabilità del lavoro precario nel mondo del giornalismo. Anzi! è piuttosto frustante dopo 10.000 euro spesi per formarsi continuare a pesare sulle spalle dei propri genitori. E, no, molti di noi non possono minimamente permettersi di lavorare gratis. Mi sembra sacrosanto avviare un dibattito serio sull’accesso al mondo del giornalismo, così non funziona, siamo tutti d’accordo. Sparare a zero su un ambiente che si conosce solo parzialmente, non sarà certo la soluzione migliore. Non mi sento minimamente responsabile di “drogare il mercato”, è un meccanismo, malato, che inizia molto prima. Anzi, forse molti di quelli che fanno le scuole ci sono arrivati proprio perchè erano in un mercato drogato e non vedevano altre alternative per fare il loro lavoro ad un determinato livello: la raccomandazione o la scuola. Questa almeno è la realtà che io mi sono trovata di fronte. Non demonizzare un mondo che non conosci fatto di persone che hanno la tua stessa passione. Non ha senso, non serve per aprire un dibattito costruttivo.
    In bocca al lupo a tutti noi per tutto
    Gloria Bagnariol

  4. C’era una volta la bottega. C’era un tenutario, che in virtù della bravura e dell’esperienza faceva bene il proprio lavoro. Per fare bene il proprio lavoro si circondava di collaboratori che spontanemanente si rivolgevano a lui. Il patto era reciproco: tu lavori per me, io ti insegno il mestiere. Imprescindibile condizione nella selezione dei mestieranti era la presenza di un elevato talento a insindacabile giudizio del tenutario. Se sei bravo ti prendo e ti raffino, ti farai il culo e io ne trarrò un ovvio beneficio economico. Si chiama gavetta ed è ciò che ti farà camminare sulle tue gambe.
    Se non sei bravo te lo dirò subito evitando di farti perdere tempo con me o con altri. Si chiama onestà e ti segherà quelle stesse tue gambe. Sarai triste ma non sarai frustrato. Malattia acuta ma non cronica. È un grande favore.
    C’era una volta una svolta. C’era la contemporaneità. Strutture rizomatiche eppure paradossalmente gerarchiche hanno preso il posto del concetto di gavetta. Kafka al confronto è un manuale di istruzioni di adamantina linearità. Il mestierante non si rivolge più al Maestro ma deve sottoporsi alle stazioni della Passione in una riedizione gratuita della via crucis. Il banchetto è lauto e tutti si ingrassano, tranne chi paga. Mangiano gli organizzatori, pasteggiano i consulenti, gargantueggiano le mille burocrazie. In cucina, sebbene ai fornelli, spiluccano i mediocri professorucoli. Infine si saziano gli usceri, che tengono fuori il pubblico pagante in eccesso perché si sa come va a finire se fai entrare troppa gente pagante nel tuo circolo: prima incassi, ma poi paghi tu.
    Due condizioni possibili: A) Sei bravo. Hai una gran penna, ti muovi su tanti registri diversi, sai far parlare la reticenza altrui, espandi le tue fonti, hai il dono della sintesi nell’economia di una felice espressione, sei adattabile, sai parlare tra le righe altrui, non disdegni una certa temerarietà. Insomma, sei il tipico giornalista nato.
    Nella migliore delle ipotesi guadagnerai a trent’anni avendo ingoiato un’istruzione che ti ruberà un paio di lustri in senso metaforico e un sacco di soldi in senso letterale. Avrai imparato sulla pelle l’incertezza infinita dell’attesa e la precarietà del funambolo e probabilmemente farai ripetere ai futuri aspiranti alla professione questo calvario, se e quando potrai. Oltre che gionalista sarai diventato un muratore che sa come si costruiscono i muri, comunque intento a innalzare la cinta che già trovasti alta per proteggere il tuo albo dai barbari di domani a cui oggi appartieni.
    B) Non sei abbastanza bravo. Ti piace la professione, ci metti impegno, ma Schopenhauer è passato di moda.
    Nella peggiore delle ipotesi arriverai a trent’anni accarezzando il tuo personal book di pacche ricevute, di strette di mano, dei non-ti-possiamo-prendere-ma-sei-bravissimo/a. Abbandonerai i propositi di carriera, sfinito e amareggiato. Avrai conosciuto la frustrazione che non conosce cura, che importuna il prossimo con la propria biografia livorosa mentre si odia nel farlo. Farai altro, nascondendo i pugni in tasca di chi non si perdona di aver finanziato con l’ingenuità degli anni innocenti autentici marpioni che hanno capitalizzato i tuoi sogni non svegliandoti. Meglio pagare subito un rifiuto altrui per non pagare più caro lo stesso rifiuto poi.
    Ma il problema di fondo è il seguente: perché Umberto Eco si laureava con 16 esami e poi facevi un concorso e oggi ti servono ottocento titol(ett)i che poi finiscono per sostituire le carte da parati? Come potrebbe la professione giornalistica essere diversa dal coro? L’istruzione non è per tutti. Se è per tutti deve possedere criteri di selezione per far emergere i migliori. Ma se selezioni i migliori, e quindi fai sì che una semplice laurea in comunicazione basti e avanzi per accedere alla professione, poi come fai a incassare tutti gli altri soldi che l’odierno meccanismo assicura? Inoltre così facendo ingorghi il traffico (studentesco) all’inizio della tangenziale. Sbagliatoe miope: meglio far inizare code e incidenti più in là, lontano da nostre responsabilità così la rabbia si sfogherà su altri. O vado sbagliando?

  5. Sottoscrivo ogni parola della ragazza. Adesso a quasi trent’anni, e anch’io in completa buona fede, quando mi viene detto da qualcuno che vuole tentare la strada del giornalismo, consiglio di fare la scuola di giornalismo. Lo dico perchè se fai il conto degli anni spesi in stage a spasso per l’Italia, collaborazioni e pezzi zero o mal pagati che ci vogliono per la cosiddetta “gavetta tradizionale”, altro che ottomila euro. Con la differenza che non avendo il pezzetto di carta che certifica i tuoi sforzi, dovrai sempre sgolarti perchè ti vengano riconosciuti. Solo che arriva poi il momento in cui manca il tempo anche per le rivendicazioni, si deve scegliere in base a criteri piuttosto pragmatici, ed ecco lì la differenza fra chi può e chi non può. Personalmente mi sono sempre opposta a chi mi prendeva in giro, ho intrattenuto carteggi al vetriolo almeno con un paio di direttori di testata che non avevano chiara la distinzione fra tempo del lavoro e tempo del piacere (o della “passione”, si dice così). Mi hanno chiamata in più circostanze “La Sindacalista”, “La Tigre”, e in un caso mi arrivò un’email con vivi complimenti per “la tenacità” (sic!) del mio carattere “di acciaio purissimo”, con occhieggiante postilla “peccato perchè saresti anche brava”. Ho capito negli anni che per questo ed altri mestieri ci vogliono soldi e, appunto, carattere. Il carattere che l’Italia ti chiede, però. Perchè sia chiaro che altrove non funziona in questo modo. Queste sono cose su cui è utile pensare a tempo debito, darsi un termine perentorio ed eventualmente, ecco il punto, optare per una scuola di giornalismo. Che quantomeno posticipa il problema e permette di affrontarlo dall’interno di un albo professionale. Bravura permettendo, chiaro. Chi può, chiaro. Ed ecco qua come funziona il realismo.

  6. due piccole doverose precisazioni:
    1) errata corrige: quando ho linkato l’annunci del corriere, non mi sono accorta che il diploma di scuola non era assolutamente necessario, ma solo un’alternativa alle altre lauree. Che poi in realtà i diplomati siano comunque due tre passi avanti si sa, ma comunque il corriere non lo mette nero su bianco.
    2) Non intendo dire che chi non esce dalla scuola è tagliato fuori -di sicuro-, dopotutto io lavoro e son contenta, per il momento. Chiaro, faccio molta più fatica. Ma tutto si può fare, persino in Italia.

  7. Sono iscritto alla scuola di Bologna e rispondo così a questo ridicolo post:
    - I contratti da praticante si fanno ancora ma ci vuole bravura, pazienza e un po’ di fortuna.
    - Dall’alto della tua laurea in semiotica ti permetti di dire che non hai niente da imparare.. Complimenti.
    - Non sono ricco e la mia famgilia ha fatto dei sacrifici per pagarmi la scuola. Io ho fatto nove mesi consecutivi senza un giorno di riposo. Nel tempo libero lavoravo in un’agenzia di scommesse e collaboravo con il mio giornale, per otto euro a pezzo.
    - Nessuno vuole lavorare gratis, ma in questo campo – e lo sai – se non vuoi fare qualcosa, c’è qualcun’altro che lo fa al posto tuo.

  8. Solo una piccola precisazione: il contratto di praticantato (merce rarissima, protetta dal wwf) è un contratto vero, con uno stipendio vero e veri contributi. Alla fine dei 18 mesi fai l’esame e sei un professionista. L’azienda ha investito su di te e ti ha pagato. Forse per questo si è quasi estinto. Le scuole di giornalismo (buone o cattive, ce ne sono di diverse) permettono di accedere all’esame come chi ha avuto un praticantato. Ma sei tu che hai cacciato i soldi. La verità è che non bisognerebbe lavorare gratis.
    Superfluo aggiungere che il praticantato è stato trasformato in contratto a tempo determinato, quindi alla fine è facile restare disoccupati. Perché un professionista costa più di un praticante; uno stagista non costa niente e chi manda contenuti – belli e validi – gratis ai siti dei giornali rovina il residuo mercato.
    Elisabetta, giornalista professionista free lance

  9. Io frequento la scuola di giornalismo di Urbino e posso dire che la formazione è di alto livello, non è vero che si tratta solo di un canale privilegiato per diventare professionisti. La qualità fa la differenza e almeno nella mia scuola ce n’è tanta, con veri professionisti del mestiere che ci seguono con dedizione. Il talento conta, ovviamente c’è chi ha più doti di altri, ma non bisogna sottovalutare l’aspetto formativo che tutti i mestieri richiedono, in particolare un mestiere delicato come quello del giornalista. Che non si improvvisa.
    Piuttosto che additare le scuole di giornalismo come capro espiatorio, che invece sono legittime e a volte ben organizzate, mi sembra più scandaloso il clientelismo che c’è nei giornali, le raccomandazioni, il fatto che il giornalismo è solo questione di chi conosce qualcuno che lo possa inserire. Io anche ho fatto la gavetta in alcune redazioni locali ma se non conosci qualcuno si sa che, salvo miracoli, vieni solo e unicamente sfruttato. E’ la regola in Italia e bisogna scandalizzarsi per questo!
    Noi delle scuole non siamo raccomandati e se facciamo la scuola è anche perché non abbiamo nessuno che ci può garantire un lavoro e allora puntiamo sulla qualità della formazione per avere più credenziali. Penso che quasi nessuno si iscriva soltanto per il vantaggio di poter entrare nell’albo, io neanche ci pensavo all’inizio, anche perché si sa che ormai professionista o meno cambia poco, le assunzioni sono ridotte al lumicino e il lavoro bisogna crearselo e inventarselo più che cercarlo.
    Io non vengo affatto da una famiglia facoltosa e se mi sono iscritto alla scuola di giornalismo lo devo ai miei lavoretti del fine settimana e soprattutto lo devo al lavoro di mio padre. Perciò chiedo rispetto. Non è possibile che io mi debba quasi vergognare di dire che faccio la scuola di giornalismo a un altro ragazzo che fa il giornalista autonomamente.
    E’ vero che non tutti possono permettersi la scuola ma ovunque funziona così in Europa, le borse di studio al 100 % per merito o reddito sono pochissime (se ci sono) per iscriversi ai master di alta formazione e lo so perché ho vissuto all’estero.
    In Italia, anche se vuoi fare uno stage col Mae Crui all’estero ti devi pagare tutto tu e non tutti possono permetterselo. La meritocrazia non esiste anche perché la politica non fa nulla in questa direzione. Se vuoi lavorare o se vuoi esperienze formative, devi pagare. E infatti ci si scanna per fare gli stage gratis all’estero!! E’ una guerra tra poveri purtroppo.
    Detto ciò, io non mi sento affatto un privilegiato né uno che può permettersi di drogare il mercato e di non venire pagato. Mi sento come tutti un precario impossibilitato a fare un progetto di vita. E non voglio sentirmi in colpa perché faccio una scuola e voglio imparare un mestiere.
    Piuttosto facciamo in modo che questo paese cambi ed evitiamo di sfogare le nostre frustrazioni sugli altri, oltretutto senza conoscere bene ciò di cui si parla.

  10. Credo di essere il vecchio (sic!) professore di giornalismo di cui Lou parla nel suo post, e sono convinto ancora oggi che la strada maestra per fare il giornalista oggi in italia sia quella di frequentare una (buona, ovviamente) Scuola di giornalismo. Non l’unica strada, ma certamente la migliore. Che le Scuole di giornalismo (quelle buone, ovviamente) si debbano pagare non mi stupisce affatto visto che accade così in tutta Europa e negli Stati Uniti, mentre vedo interessanti sbocchi alternativi – alla via maestra delle scuole di giornalismo – per chi si occupa di informazione multimediale e crowudsourcing e ha qualche freccia nella saccoccia dell’informazione on line. Penso al fenomeno delle microwebtv, oppure a chi si occupa di lavorare sull’animazione grafica dei siti eccetera eccetera. Mentre un altro grande capitolo si potrebbe aprire se volessimo parlare della libera professione nel giornalismo. Certo, le cose si possono sempre fare meglio: si potrebbe lavorare perchè le scuole di giornalismo collaborino maggiormente con il privato per finanziare nuove borse di studio; che vengano eliminate quelle con direzioni e programmazioni didattiche scadenti; infine aggiornando i programmi di studio e lavorando per rendere sempre più efficaci gli stage. Ma certo sempre Scuole rimangono: non sono scuole per ricchi – i post qui sopra già parlano chiaro – ma sono scuole per chi crede che per fare questo mestiere serva una ineccepibile formazione. E aggiornamento. Tutto il resto non è interessante, e risulta un po’ lagnoso. “Prof, dopo lo stage mi hanno proposto un contratto… Faccio l’esame di stato ma poi torno a Milano a lavorare per il sito del magazine”. La telefonata è di due giorni fa da una allieva della Scuola di giornalismo: siamo sicuri che si tratti di una ricca raccomandata, o forse è soltanto brava?

  11. @Daniele:
    - I contratti da praticante si fanno ancora ma ci vuole bravura, pazienza e un po’ di fortuna.
    Mai detto il contrario, vedi precisazione fatta più sopra.
    - Dall’alto della tua laurea in semiotica ti permetti di dire che non hai niente da imparare.. Complimenti.
    Ho cinque anni di esperienza nel settore, non solo una laurea in semiotica. E lavoro, anche senza praticantato. E so molto bene quello che si studia e si fa a Bologna, non è una grande città e la cerchia dei giornalisti è piccola: le informazioni girano.
    - Non sono ricco e la mia famgilia ha fatto dei sacrifici per pagarmi la scuola. Io ho fatto nove mesi consecutivi senza un giorno di riposo. Nel tempo libero lavoravo in un’agenzia di scommesse e collaboravo con il mio giornale, per otto euro a pezzo.
    Nessuno dice che solo i “ricchi di famiglia” possono fare la scuola. Se leggi il post integrale sul mio blog questo è spiegato molto chiaramente.
    - Nessuno vuole lavorare gratis, ma in questo campo – e lo sai – se non vuoi fare qualcosa, c’è qualcun’altro che lo fa al posto tuo.
    Certo, perché c’è qualcuno che si abbassa sempre più di te. Se tutti pretendessero un minimo dignitoso la situazione non sarebbe questa.

    Infine, vorrei che fosse ben chiaro che io non mi sto scagliando contro nessuno, tanto meno contro i miei colleghi che han fatto una scelta formativa diversa ma che sono animati dai miei stessi valori. Penso che questo sistema, però, danneggi anche loro. Per testimonianza diretta di alcuni studenti di Bologna e non, so che nelle redazioni gli stagisti provenienti dalla scuola vengono trattati come una specie di “tassa” dovuta, come se fossero gente che non ha particolari competenze ma bisogna assumere per forza. Credo che questo sia uno svantaggio per tutti, anche per chi sceglie di fare il master.

  12. Ciao Mauro, grazie per essere intervenuto e grazie a tutti per la discussione pacata e articolata che finora è emersa.

    Mi sembra che dal tono e dai livelli dei commenti finora arrivati sia già abbastanza chiaro a tutti – tranne forse a Daniele, che poteva magari risparmiarsi di definire «ridicolo» il post di Lou, che non lo è affatto – che Lou con il suo articolo non voleva affatto fomentare una polemica sterile, ma aprire un confronto sereno su questo tema, se non altro per rendere espliciti mugugni e sofferenze che comunque circolano da tempo e che raramente vengono espressi (anche per il condivisibile timore di irritare o offendere giovani che hanno fatto scelte diverse).

    È in questo spirito e con questi obiettivi che ho deciso di riprendere l’articolo di Lou, visto che io stessa, come docente, sono spesso ricettacolo di questo tipo malesseri: non sono giornalista né insegno in alcuna scuola di giornalismo, perciò i ragazzi non temono di offendermi se si lamentano delle difficoltà che hanno nell’intraprendere questa professione.

    Mi fa molto piacere leggere testimonianze positive che provengono da scuole di giornalismo. E spero che ne possano arrivare molte altre.

    Ciao a tutti, e ancora grazie.

  13. OT
    Questo post e i suoi commenti mi stimolano una considerazione dal cupo accento polemico contro il mondo del giornalismo: si parla di casta, studenti che hanno la precedenza sugli altri, contratti inesistenti e poche soddisfazioni.

    A me sembra il sunto della vita di tanti giornalisti in una redazione: seguire le direttive, scrivere infiocchettando l’infiocchettabile e sminuendo l’irrisorio. Tutto come comanda la linea editoriale.
    Succedeva anche a me nel giornale del mio piccolo Comune di 5000 abitanti. Non provo nemmeno a immaginare nel grande mondo mediatico che incubo sia. Per ora non siamo ancora arrivati all’eroismo giornalistico. Voi, giornalisti che studiate da giornalisti, che lavorate da giornalisti e vorreste che fosse il vostro futuro:
    voi come avete intenzione di praticare l’arte del giornalismo?

  14. “conoscendo quello che si fa e che si studia, posso dire di non avere proprio nulla da imparare”. al di là del pacato dibattito mi sembra che, a questa frase, non serva proprio ribattere. lei sa già tutto, ha visto tutto e ha fatto tutto. inutile dire altro.

  15. ultima cosa. i mugugni contro quelli che escono dalle “scuoline” – termine che non vuole dare il via a una polemica ma solo a un sereno confronto, ci mancherebbe – ci sono sempre stati. il mondo è pieno di incapaci che credono di sapere fare giornalismo perché sanno scrivere (c’è differenza ma nonostante gli anni non se ne accorgono), che non hanno mezza formazione teorica, che non sanno cosa sia giornalismo multimediale, che non vedono le notizie e che da quelle non riescono a tirarci fuori un pezzo per la radio, uno per la tv, uno per la carta stampata e uno per il web. si limitano a fare le loro canoniche 2500 battute sulla sagra del pesce per il quotidiano xy che, giustamente, li paga due lire. perché si lamentano allora? chiarisco che questo è solo un piccolo sfogo che vuole alimentare un sereno dibattito. un saluto. pl

  16. Ho quasi 30 anni, lavoro nella redazione di un’agenzia stampa nazionale da 5 e ci sono arrivato proprio tramite una scuola di giornalismo.

    Credo che le scuole di per sé siano un ottimo canale di accesso alla professione, il problema è che negli ultimi anni sono state dequalificate da una proliferazione che ne ha abbassato la qualità e ha creato un eccesso di offerta. Ho frequentato la scuola di Tor Vergata nel biennio 2004/2005. Allora le scuole erano poche, rinomate e offrivano una buona preparazione. Non solo, credo anche che fossero una forma di ‘democratizzazione’ dell’accesso alla professione, dato che consentivano anche a gente senza santi in paradiso come il sottoscritto di avere una chance (laddove invece beccare un contratto di praticantato senza spintarelle è ormai quasi impossibile). Pochi anni dopo le scuole erano già il triplo, diventando fabbriche di disoccupati, laddove le poche centinaia di professionisti che uscivano ogni anno dai master fino a metà anni duemila riuscivano, bene o male, a essere assorbite dal mercato.

    Ho visto il contesto cambiare radicalmente nello spazio di un paio d’anni. Quando sono entrato nella redazione dove lavoro attualmente non solo c’erano meno stagisti che giravano, ed era quindi più facile emergere, ma le testate non erano ancora state colpite dall’ondata di tagli al personale che sono diventati la regola da un lustro a questa parte, quindi trovavo anche colleghi che avevano il tempo e la pazienza di insegnarmi il mestiere.

    Oggi le redazioni sono invase da stagisti che non avranno mai alcuna prospettiva per un eccesso di offerta che è stato creato – con la connivenza dell’Odg – dall’incontrollata crescita delle scuole e che soprattutto non possono essere seguiti e formati da giornalisti costretti a un carico di lavoro almeno doppio rispetto all’epoca, non remotissima, dei miei primi passi.

    Ad ogni modo, la preparazione teorica offerta dalle scuole è fondamentale, considerando anche che buona parte di chi si avvicina alla professione ha frequentato una facoltà come Scienze della Comunicazione, assolutamente inadeguata a fornire la preparazione adatta. Perché per fare questo mestiere occorre conoscere la procedura penale, il diritto costituzionale, un po’ di elementi di economia, la storia contemporanea, il diritto amministrativo, non Marshall McLuhan.

  17. Sono sia un ex allievo della scuola di giornalismo di Bologna (o “scuolina” che dir si voglia), sia un ex studente della professoressa Cosenza.
    Tanto per mettere i puntini sulle i, sono tutt’altro che ricco, ho beneficiato di una piccola borsa di studio e per il resto sono stato finanziato dai miei tutt’altro che ricchi genitori. Sorvolando sulle provocazioni, avrei un paio di osservazioni:
    - Dal punto di vista della didattica e della pratica giornalistica, non rimpiango di aver frequentato la scuola, che ha punti di forza e punti di debolezza: esattamente come per Scienze della comunicazione, tutto dipende da come la si affronta. Io ho cercato di farlo con il massimo impegno possibile, ben consapevole che il master era un “giocattolino” costoso e conveniva sfruttarlo al massimo. Ho fatto – e sto facendo – del mio meglio. Di certo non penso, ne ho mai pensato, di “non aver nulla da imparare”, e infatti la scuola – con tutti i suoi difetti – mi ha insegnato molto.
    - La questione del “mercato drogato” dagli allievi delle scuole di giornalismo rientra nel solito schema della guerra tra poveri, o quantomeno tra precari: chi non ha frequentato la scuola e trova porte chiuse dà tutta la colpa ai “privilegiati” del master, che privilegiati non sono affatto. Per quanto mi riguarda, ho fatto i miei stage estivi gratuiti (che peraltro, dall’anno scorso, non sono più permessi a luglio e ad agosto), dopodiché – una volta dato l’esame – non ho più accettato lavori non retribuiti. Ora lavoro per un giornale, collaboro con un sito web e un’ufficio stampa. In un anno guadagno sui 10 mila euro e non supero i dieci giorni di ferie. Lou, fattene una ragione: siamo sulla stessa barca, non sono certo io a limitare le tue possibilità di carriera. Se io, o te, o tutti e due non realizzeremo i nostri sogni professionali sarà perché saremo scavalcati da raccomandati, perché avremo a che fare con editori miopi o perché avremo sfiga. Oppure – molto più semplicemente – perché non siamo abbastanza bravi.

    @ Giovanna Cosenza: “Credo che Lou abbia avuto il coraggio di scrivere qualcosa che molti pensano e pochissimi hanno il coraggio di esprimere”. Addirittura il [i]coraggio[/i]?, Suvvia, non mi cada su un luogo comune: quello che dice Lou ce lo sentiamo ripetere un giorno sì e l’altro pure, assieme al ritornello “Questa non è una professione ma un mestiere, non si impara a scuola ma consumandosi le suole delle scarpe”. Il che è in parte vero, per carità. Ma negli ultimi 20 anni il “mestiere” è cambiato, e una preparazione specifica, di livello universitario, secondo me non solo è utile ma necessaria.

  18. Salve a tutti,
    da ex allieva di una scuola di giornalismo che ormai ahimé non esiste più, e non certo per demeriti suoi (l’Ifg ‘De martino’ di Milano) mi permetto di aggiungere un paio di osservazioni.

    La prima, in diretta risposta a un’affermazione di Lou: non tutti gli allievi delle scuole sono “di famiglia facoltosa”. Alcuni, forse la maggior parte, ma non tutti. Io non lo sono, come non lo erano i miei coinquilini e tanti altri tra i miei compagni di corso: siamo persone normali con famiglie normali, figli di insegnanti, impiegati, assistenti sociali e così via. Per due anni abbiamo vissuto con il minimo indispensabile, vivendo in appartamenti sovraffollati o talmente lontani dal centro che per restare a cena fuori toccava chiedere ospitalità, facendo la spesa all’osso, e scrivendo per qualsiasi cosa ci capitasse a tiro pur di mettere insieme qualche soldo (senza contare i lavoretti improbabili per arrotondare). Certo, la mia famiglia un aiuto me l’ha dato, ma non senza fatica, esattamente come hanno fatto quando ero all’universita’.

    La seconda, è più generale e riguarda il ruolo delle scuole. Sarà arroganza, ma io credo che per svolgere il compito principale del giornalismo, ovvero informare l’opinione pubblica e darle strumenti per la lettura e la comprensione della realtà, servano competenze solide e articolate, soprattutto in settori complessi come la politica internazionale o la finanza, e una padronanza della tecnica (che sia scrittura, parola radiofonica, espressione in video o quant’altro). E queste sono cose che si imparano. L’esperienza, per quanto utile, non sempre basta: ci sono cose che sfuggono, sottigliezze, che solo una buona guida può permetterci di vedere. Magari sono cose che ai più sembrano irrilevanti, ma che a mio parere fanno la differenza tra la mediocrità e la qualità. Evitare di scrivere che qualcuno è stato “incriminato”, quando invece è solo finito sotto inchiesta; sostituire i paroloni tecnici per lo più inglesi con le traduzioni (che ci sono più spesso di quanto si pensi) o magari con una breve spiegazione; lasciare da parte le frasi fatte, i giudizi preconfezionati. E soprattutto, gestire le fonti con consapevolezza, senza che finiscano per essere loro a gestire noi.

    Tutto ciò non significa che non sia d’accordo con le critiche all’Ordine, all’esame di Stato e alle sue modalità assurde. Per questo credo che la scuola debba essere vista soprattutto come un modo per formare giornalisti più consapevoli e padroni degli strumenti del mestiere, e ficcare loro in testa i principi della legge e della deontologia, non come una scorciatoia verso il tesserino. Ciò dipende da chi organizza i corsi, ma anche da chi vi prende parte, e dallo spirito con cui lo sa: come tutte le scuole, quella di giornalismo dà nella misura in cui lo studente è disposto a prendere, partecipando, discutendo, e a volte anche arrabbiandosi.

  19. Nonostante provocazioni che non sono sicuramente mancate, il dibattito è molto vivo! mi permetto quindi qualche aggiunta
    secondo me a volte molte incomprensioni sul ruolo delle scuole nascono anche perchè non si sa cosa si fa dentro questi edifici.Io ovviamente posso parlare solo dell’esperienza urbinate. Ci si “consuma la suola delle scarpe” anche lì, si ha contatto diretto con le fonti, si lavora a tutti gli effetti. Certo, in una realtà piccola, ma nulla di diverso da un qualsiasi giornale locale. anzi, con un po’ di presunzione, mi permetto di dire anche con più puntualità e meno copia e incolla di comunicati stampa. Non si tratta solo ed esclusivamente di preparazione teorica, anzi, c’è molta, moltissima pratica dietro!
    Sicuramente il sistema va riformato, come andrebbe (almeno) ripensata radicalmente la funzione dell’ordine dei giornalisti, ma proviamo a tenerci le cose buone: molte scuole sono una realtà importante e che funziona. Tutte le altre chiudiamole! Chiudiamo quelle che sono solo edifici e non posti di formazione e troviamo un po’ più di finanziamenti per le altre in modo tale da poter riuscire a farci studiare anche tutti coloro che, nonostante i sacrifici, non riescono a permetterselo. (la quasi assenza – esistono ma sono molto parziali- di borse studio è un vero e proprio scandalo)
    Ah, scienze della comunicazione e la scuola non sono affatto la stessa cosa. luoghi molto diversi.

  20. Caro Antiacido: non mi sembra di essere caduta in nessun luogo comune. Come dicevo nel post e in un commento, sento in continuazione lamentele e mugugni sul tema, ma non si trova facilmente chi decide di scrivere ciò che lamenta senza metterci troppo livore.

    Né si trova facilmente una discussione seria e serena su questo argomento: volevo semplicemente provare a stimolarla. Ti dà così fastidio che io abbia usato la parola “coraggio” in riferimento al post di Lou? (che, vale la pena specificarlo, non è neanche una mia allieva e ho incrociato pochissime volte quando studiava a Bologna) :-)

  21. Una nuova precisazione,visto che sono sorti diversi malumori, riguardanti in parte la questione, in parte me che scrivo.

    Innanzitutto, l’ho detto e lo ripeto, la mia riflessione non parte da un’acredine verso i ragazzi che frequentano la scuola (perché poi? molti di loro sono miei amici). I miei toni sono sarcastici, ma questo post non era pensato per una piattaforma “pubblica” come il blog di Giovanna, e quindi mi sono permessa di essere più sopra le righe. Inoltre, voglio ricordare che questa è solo una parte del post che ho pubblicato sul mio blog, nel quale contestualizzo bene le cose che dico.

    Ho notato che molti si sono offesi per il riferimento alle “famiglie facoltose”. Anche qui, non intendo scendere sul personale, ma ci tengo a chiarire bene questo punto. prima cosa: vi sembra giusto che le nostre famiglie si svenino per garantirci un titolo che prima si raggiungeva lavorando, e quindi essendo pagati? E se sì, questo passaggio non dovrebbe avvenire in modo graduale e regolato? In secondo luogo, una volta usciti con il diploma, chi, in media, potrà permettersi un ulteriore lungo periodo di precariato? Una volta la scuola era un’istituzione elitaria che diplomava poche persone, ora ne produce un surplus. Tra questi, eccezion fatta per una piccola fetta di talentuosi, quali andranno avanti a lavorare gratis? E si ricomincia il discorso. E’ chiaro che in Italia molte professioni funzionano così, per esempio gli avvocati, ma è anche vero che le scuole, come funzionano oggi, incentivano l’instaurarsi di questo meccanismo anche nel mondo del giornalismo.

    @Mauro: sono d’accordo con te, le scuole buone si pagano, come in America. Però, in America, le scuole sono davvero buone (il signore di cui sopra, al contrario, sembrava farsi vanto di tutte le scuole penose che aveva fatto chiudere, e tra l’altro parlava di Bologna come una delle peggiori ancora aperte in Italia). Inoltre, prevedono borse a copertura totale, e per chi non avesse accesso, le banche offrono prestiti dedicati. Lo fanno volentieri perché sanno che una volta fuori, gli studenti avranno di certo un buon lavoro, e vedranno ripagati i loro sacrifici economici e non.(PS l’aggettivo “vecchio” non era riferito all’anzianità, ma ai miei “vecchi” anni universitari :D)

    @pippo: io non so tutto, né tanto meno penso di essere “arrivata”. Semplicemente, penso che un po’ di anni di lavoro sostituiscano i due della scuola, insegnandoti i rudimenti del mestiere. Ci saranno sicuramente delle nozioni, particolarmente di carattere tecnico, che non possiedo e che vengono insegnate, ma sinceramente preferisco acquisirle sul campo venendo pagata (cosa peraltro niente affatto impossibile). Nel mio caso, iscrivermi sarebbe andare incontro ad un’esperienza professionalmente “ridondante”, che farei solo per comprarmi l’accesso all’Albo. E se dico che so cosa si fa nella scuola, almeno in quella di Bologna, è perché con questi ragazzi ci lavoro fianco a fianco: ci incontriamo alle conferenze stampa, ci scambiamo informazioni, ci raccontiamo.

  22. d’accordo con la cara collega Lou.
    Le scuoline sono diventate semplici diplomifici. Perchè? Perchè qualcuno ci marcia, ovvio. Lo dico da “non masterizzata” che avrebbe anche frequentato il master (previo accumulo di denaro da ottenere in 4/5 anni di lavoro a parte) non avesse trovato lavoro in una redazione *prima* (non da praticante, ovviamente. che lo dico a fà?).
    Le scuole hanno un senso quando sono coi – scusate il termine – “controcazzi”. E, scusate se lo dico, ma io non credo ai “poveri genitori che fanno sacrifici” e che riescono (probabilmente andando a Lourdes) a sganciare 10mila euro l’anno così, come se niente fosse, per permettere al novello Enzo Biagi di comprarsi l’accesso all’esame.
    La mia famiglia – che non è benestante ma non è manco alla canna del gas – non sarebbe MAI riuscita nè a pagare l’intera retta, nè a sostenermi parzialmente. Ci riesce chi ha uno stipendio *sicuro* tutti i mesi, come gli statali. O chi guadagna abbastanza bene dalla propria attività. Gli altri, ve lo posso assicurare, non ci riescono.
    Questo non per demonizzare chi paga ai propri figli il costosissimo master (perchè è costosissimo!), ma per mettere i doverosi puntine sulle “i”.
    La scuola non è da demonizzare “tout court”. Altrimenti nessuno di noi sognerebbe di andare alla Columbia University (come sta facendo la simpaticissima quanto inutile Borromeo del fatto quotidiano). La scuola è utile sinchè parliamo di formazione di alto livello. Urbino, Perugia, Milano: qui si impara decententemente la base del mestiere. Il resto sarebbe da chiudere. Perchè??
    Perchè ci sono master che sono dei duplicati di “scienze politiche”. [E io che ho fatto già scienze politiche.. che fo? Ripeto esami già dati!? Ma scherziamo!?!?]
    Perchè ci sono master organizzati coi piedi. Perchè ci sono master che non garantiscono una formazione adeguata. Perchè ci sono master che non valgono NULLA.
    Bastano poche scuole. Non ne servono molte. Poche scuole che siano aperte a chiunque, a prescindere dal reddito, e che – al test di ingresso – valutino sul serio il valore del candidato (anche dal punto di vista professionale). Però, queste scuole, non devono essere l’unico modo per accedere alla professione. Se un bravo potenziale giornalista non ha i soldi per pagarsi l’università o il master??? Che facciamo?? Lo seghiamo in partenza??? No. Dovremmo fare come fa la Spagna. Due strade: una universitaria, una lavorativa. E SEI giornalista. Senza ulteriori rotture di palle. E senza guerre tra poveri.

  23. ..nessuna esperienza è ridondante.

  24. @Lou
    Buongiorno! Sono Nadia, allieva della scuola di giornalismo di Urbino. Il contratto di praticantato, così com’è pensato, non ha mai funzionato e non può funzionare. Perchè una redazione, e quindi un editore, e quindi un privato, si dovrebbe impegnare a tenere in redazione per due anni un aspirante giornalista di cui non conosce il valore? E se si ritrovano tra i poedi un illicenziabile e nullafacente praticante? Per lo iù retribuito. Se a questo aggiungi la crisi che negli ulitmi anni ha colpito l’editoria..
    Prima delle scuole, i contratti da praticante si davano ad amici e conoscenti, con le scuole (l’accesso è limitato, e va bene, non è granchè) c’è la possiblità di far vedere quel che si vale. E in quel caso, sarà l’ditore il pimo ad avere tuto l’interesse ad accaparasi un buon giornalista. Tutto qui, nessun mistero.
    Questo ispettore dell’Ordine citato e stracitato, ha un nome? Chi è? Perchè fino a che non mi dice chi è, quel che dice o quel che pensa non ha nessun valore, anche giornalisticamente parlando, non trovi?

  25. se costa 10mila euro, però, la soglia dell’utilità che uno si aspetta cresce.

  26. Vado un po’ di fretta per cui non mi dilungo sui dettagli, ma alcune questioni vorrei discuterle con voi. Sono giornalista (pubblicista, iscritto all’Ordine da qualche anno grazie ad alcune collaborazioni che si sono prolungate nel tempo). Per campare ho sempre fatto però principalmente lavori collaterali (consulenze in comunicazione, contenuti web e non, uffici stampa) rispetto al giornalismo vero e proprio. Confrontandomi con altri giornalisti è emersa l’idea che la scuola di giornalismo sia effettivamente ormai l’unico percorso che ti può garantire la possibilità di entrare (relativamente) stabile in una redazione. Per gli altri, la strada sembra essere più difficoltosa. Ma la questione delle scuole e dell’accesso al lavoro di giornalista non può prescindere dall’analisi del contesto in cui si inserisce. Ho la sensazione che nel giornalismo italiano si continui a giocare al ribasso, sia dal punto di vista della qualità sia del trattamento economico. Per non parlare dell’approccio che, nella maggior parte dei casi, quello che possiamo chiamare “giornalismo tradizionale” (per semplificare) ha nei confronti della rete. Non so, forse non ho abbastanza determinazione (o vocazione?), ma più volte mi sono chiesto “Ma chi me lo fa fare? Ne vale davvero la pena?” Ammetto di non essere ancora arrivato a una risposta definitiva.
    Riguardo alle cose che kiara13 individua come importanti (e lo sono!) mi sembra che la maggior parte abbiano più a che fare con il buon senso e un’etica corretta della professione, oltre che con la capacità di aggiornarsi costantemente, che con la formazione da scuola di giornalismo. Di giornalisti che non rispettano queste regole basilari è pieno, qua fuori, credo.
    E chiudo con una piccola provocazione: visto che sentiamo quasi ogni giorno tante storie che ci parlano della difficoltà e, spesso, dell’impossibilità di svolgere questa professione, non è che, forse, siamo in troppi a volerla fare? (Che poi è il tema – enorme – dell’accesso alla professione, della precarietà, della conformazione del sistema dei media in Italia.)

  27. Buongiorno, ho ottenuto l’iscrizione all’ordine, come pubblicista, dopo 3 anni di lavoro retribuito. E oggi collaboro saltuariamente con alcuni giornalini online. Però vorrei dire un paio di cose, portando la discussione anche su altri punti e sentire la vs opinione in proposito:

    - L’ordine dovrebbe essere abolito a breve – dice la manovra di Tremonti. Io non ci credo, ma lo spero, e voi?
    L’odg non ha alcun ruolo. Andrebbe abolito. Dice di assicurare etica, rispetto della deontologia, standard qualitativi, cose insomma che sinceramente non vediamo neppure ai livelli di quella che dovrebbe essere la serie a (Corriere, Rai 1, Rai 2, ecc.) figuriamoci poi nel sottobosco lontano dai riflettori…

    - Su LinkedIn – social che i giornalisti snobbano un pochetto – qualche tempo fa si discuteva un tema interessante: come si fa ad affermare che questa sia ancora una professione se non ci sono posti di lavoro?
    Ogni anno le scuole diplomano centinaia di professionisti (che dovrebbero dedicarsi esclusivamente a questo mestiere) a cui vanno aggiunte altrettante centinaia di colleghi che grazie a percorsi alternativi sostengono poi l’esame. Questo eccesso di offerta non si può giustificare con internet e col fatto che nascono ogni giorno web tv, testate e content agencies… rendiamoci conto che, oltre una certa soglia, dal pluralismo dell’informazione si passa alla generazione di puro rumore… perdio siete giornalisti, provate almeno a cambiare punto di vista e dimenticate il diritto di fare il lavoro che si è sempre sognato o per cui ci si sente tagliati. Ci sono tanti altri mestieri meno altisonanti, che richiedono le stesse capacità, perfino pagati bene e nel quale potreste offrire comunque un contributo migliore per la collettività.

    - Infine una tirata d’orecchie a chi critica i master, senza averli mai frequentati. L’esperienza conta molto, è vero. Ma alcuni dei più grandi giornalisti (e ovviamente non parlo di quelli italiani, che pure guardando alla storia si conterebbero sulle dita di un paio di mani), ci dicono che l’esperienza conta assai di più se *successiva* a una adeguata preparazione. E non *in sostituzione* della preparazione come taluni professano. Per questo l’intervento di Lou, oltre a risultare “sopra le righe” per “la scuolina”, è proprio out. Due anni, in cui si trascorrono 10 ore al giorno(*) a imparare e mettere in pratica, valgono molto molto di più dello stesso tempo trascorso a correggere bozze e battere articoli, specie perché chi pratica in redazione sovente fa routine applicando capacità che già possiede e che può al limite affinare, ma no di certo costruire *praticando*. Beninteso non dico sia tutta routine, ma certo non sarà il 100% del tempo speso a misurarsi con compiti nuovi.

    - L’appunto sui soldi è imbarazzante. Lou pone la questione perfino sotto un profilo morale: è giusto che siano le famiglie a pagare qualcosa che sarebbe meglio conquistarsi sul campo?
    Questo devo dire squalifica ogni ulteriore discorso. Ricordo soltanto che finora le migliori istituzioni universitarie AL MONDO sono proprio quelle più costose: Harvard, o la Columbia se penso al giornalismo e noi italiani per garantire a tutti in senso ‘democratico’ un diploma dovremmo preferire che vi sia una qualità mediocre e che le grandi scuole affondino solo per penuria di fondi?! Ma che discorso sarebbe…
    Come proibire a tutti certi interventi molto costosi di asportazione dei tumori, soltanto perché alcuni non possono permetterseli. Davvero no comment.

    Grazie e scusate la lunghezza.

    Giovanni

    ________________________
    (*)
    Lo scrivo a ragion veduta, perché ho fatto un percorso inverso. Giusto per riportare la mia modesta esperienza (classe ’81, laureato a sdc a Bologna, c’è stato un momento in cui portavo a casa i miei 1200 euro scrivendo e basta. E non c’era miglior nutrimento per la mia vanità. Pagato unicamente per come battevo sui tasti ed era ciò che sognavo da bambino. Ma c’è stato un momento successivo in cui mi sono detto che dovevo crescere, ho lasciato il lavoro e investito in un master…(non in giornalismo, ma sono convinto non cambi poi molto) e ora mi permetto di augurare questa esperienza a tutti quelli che se lo possono permettere. Ora ho un mutuo di 12.000 euro da rimborsare… ma ritengo li sia valsi tutti.
    Saluto anche Giovanna che ha insegnato, anche se per poche ore, nel ns master!

  28. cara lou, e cari tutti, che dispiacere sentire che ormai da tempo la nostra cara scuola di giornalismo di bologna non è più fra le top in italia. certo, il tema è noto agli addetti ai lavori (e a decine e decine di allievi, tra cui moltissimi miei ex studenti), anche a me che per tre anni, fino al giugno 2010, sono stato consigliere dell’ordine in emilia romagna e che quindi mi assumo un pezzetto di responsabilità, ma solo un pezzetto perchè mi sono accorto che per cambiare le cose – qui, come altrove – non basta la buona volontà, ma servono libertà, responsabilità, coraggio, unitarietà e voglia di incrinare quello status quo che permette a molti da anni di mantenersi un posto al sole. tutte cose che sono mancate a suo tempo e che ancora oggi latitano nella nostra città. inoltre l’università, che nella sostanza è quella che paga, non mi sembra tenere nella dovuta considerazione una struttura che in anni passati era stata da esempio per molte altre scuole venute dopo. pensare che è intitolata a “ilaria alpi”… Una considerazione amara, di cui molti parlano, ma che in pochi sono disposti a mettere nero su bianco, e ad assumersi conseguentemente le responsabilità del caso.
    per il resto, mi sembra che già molti dei post che ho letto sopra indichino chiaramente la strada da seguire: avere l’opportunità di scegliere, tra una buona scuola di giornalismo e altri percorsi professionalizzanti non ancora istituzionalizzati. sempre se si può scegliere.

  29. Salve a tutti, io come tutti voi sono una giornalista e sono d’accordissimo con Lou. Su tutto. Vorrei fare una domanda a chi continua a dire che queste scuole non sono ‘scuole per ricchi’: io ho due genitori impiegati statali che hanno un mutuo e 3 figlie a carico, di cui io sono la più grande. Ho lavorato ogni estate (al bar) e ogni inverno (nelle redazioni varie) solo per pagarmi l’università, e stiamo parlando di 600 euro l’anno più spese di libri e affitto della casa. Mi dite, sinceramente, come pensate che faccia una persona che guadagna – diciamo in media – 500 euro al mese a mettere da parte 10.000 euro senza il sostegno di due genitori benestanti? No perché sinceramente sono discorsi da ‘casta’ quelli che ho letto in certi commenti, di chi proprio non vuole vedere che ci sono famiglie non povere, ma veramente messe malissimo. Ci sono giovani preparatissimi che prendono a fatica il tesserino da pubblicista, e si possono permettere A STENTO di lavorare gratis, perché non hanno una famiglia alle spalle che li può aiutare. Come fanno questi giovani preparatissimi a dare 10.000 euro alle scuole di giornalismo?

  30. Volevo aggiungere che non contesto l’utilità o meno della scuola: non avendone frequentata nemmeno una, ammetto la totale ignoranza sull’argomento. Anzi, potrebbero effettivamente essere uno strumento valido per preparare dei ‘futuri’ giornalisti, ma in questo caso dovrebbero essere alla portata di tutti e non una corsia preferenziale per pochi eletti.

  31. Cara Lou e cari tutti, primo: la scuola di giornalismo è utile; è una realtà incontestabile, e il fatto che siano necessarie abbondanti somme – giusto o non giusto che lo consideriate – è diventato ormai un uso. Ciò non toglie che si possa fare gavetta in altri modi, ma raggiungere risultati concreti sarà più arduo. Il giornalista è un libero professionista in un mercato estremamente privatizzato, ha bisogno di un bagaglio pieno di garanzie che dovrà poi offrire all’editore (che, ricordiamolo, non è un mecenate della professione, ma un IMPRENDITORE), perché il giornale, “creazione anomala” dell’umanità, è “prodotto industriale e creazione intellettuale” allo stesso tempo. Con una scuola, si ottiene una garanzia che, se per voi non vale niente, è importante per gli editori. Questa è semplicemente la realtà dei fatti.
    In secondo luogo (se qualcuno avesse voglia di scendere più nel profondo della questione), secondo il mio modestissimo parere, fare il giornalista non è impossibile: il problema è che il settore (come tutti i settori) è attualmente in crisi. C’è un fattore però che distacca la nostra professione dalle altre, ed è un fattore culturale. Ci troviamo in Italia, e se dovessi descrivere brevemente la nostra cultura, userei, senza bisogno di aggiungere altro, il proverbio “chi non capisce, giudica”. La funzione del giornalista non è facile da capire: bisogna conoscere bene il concetto di democrazia, di libertà d’azione, d’opinione, d’espressione. E noi italiani dovremmo, essendo “freschi di totalitarismo”. Così è accaduto in Germania, ad esempio. Qui in Italia, invece, no. Le ragioni? Beato chi le conosce. Le conseguenze invece sono chiare a tutti. Il vero problema è che, di queste mancanze, gli editori (soprattutto loro) ne hanno fatto virtù, approfittando di quella grossa scemenza che la maggior parte degli italiani e, mi dispiace dirlo, una buona fetta dei giornalisti anziani (armati del loro conforme sarcasmo cinico che nessuno sopporta più) perpetuano da secoli: “il giornalismo non è una professione, è un mestiere”. Sarà per questo che i nostri quotidiani nazionali sono diventati illeggibili? E che i titoli sono ridotti a slogan da ultras? Ragazzi: si legge la parola “negro” nei titoli italiani. Ma stiamo scherzando? Come potremmo pretendere il rispetto dei nostri lettori? Ed ecco che nascono i blogger, o i “giornalisti della domenica”, che in molti casi attirano anche più lettori. Mi si accuserà di essere fuori tema, ma non è affatto così. Il problema non è economico, è socio-culturale, e finché saranno i nostri stessi colleghi a gettare fango sulla professione, non vi aspettate stipendi dignitosi o posti fissi, perché per gli altri sarete “solo giornalisti, mica medici, avvocati o ingegneri, insomma, professionisti seri”.

  32. Le scuole di giornalismo costano un botto. Ma cosa danno in cambio? Realmente, intendo? E’ come comprarsi un posto in Paradiso. Condivido le vostre riflessioni. Io ho lasciato perdere. Questo mondo è pieno di “mafia”, nel senso “tecnico” del termine.

  33. Questo tema attualmente mi coinvolge molto dato che, dopo aver tentato per anni di intraprendere in maniera “stabile” questa professione senza ricorrere all’espediente “scuola” (e soprattutto non avendo mai avuto la disponibilità economica), quest’anno mi accingo per la prima volta, alla veneranda età di 29 anni, dopo laurea specialistica, tirocini come se piovesse e collaborazioni mal retribuite, a tentare l’esame presso l’IFG di Urbino.

    Lo faccio con tanta passione per questo mestiere ma con scarsa convinzione sulle reali possibilità che verranno dopo.

    In casa mia lavora solo mia madre che, poverina, si accollerebbe un prestito pur di pagarmi questa costosissima scuola. E’ soprattutto per il sacrificio economico titanico che supporrebbe che mi pongo mille problemi e non so se realmente valga la pena tentare.

    Se rinunciassi quest’anno non potrei partecipare più per via dei limiti di età e questo mi mette una pressione addosso ancora più forte.

    Urgono consigli spassionati…

  34. Ragazzi, leggo ora il post. Per me il discorso è chiaro: le scuole sono una forma di democratizzazione del mestiere. Solo, ci si dovrebbe lavorare di più, rendendole più economiche.
    Per il resto è giusto che la formazione paghi: sono entrata in una scuola dopo triennale e specialistica, quindi con una formazione teorica già completa. Già all’ingresso della scuola ero molto più preparata di quanto non siano tanti altri giornalisti anziani.
    Ne sono uscita con una profonda preparazione pratica, in grado di scrivere un articolo, girare e montare un pezzo video da solo e condurre un giornale radio o fare una diretta. Risultato: il giorno dopo l’uscita dalla scuola avrei potuto iniziare a lavorare ovunque.
    E infatti ho iniziato, da subito, all’estero. Perché anche all’estero una scuola di giornalismo si traduce in Master in Journalism e se a questo ci aggiungi 5 anni di studi precedenti, più esperienze lavorative, più ottima conoscenza di almeno due lingue, beh, trovare un lavoro non è poi così difficile.
    Oltretutto dopo non molto tempo ho avuto la possibilità di tornare in Italia e lavorare come giornalista.
    Io davvero non capisco come possano altri giornalisti battersi contro le scuole, che tra l’altro permettono a tutti di accedere al giornalismo, anche a chi non ha santi in paradiso.
    Inoltre il limite d’età ti mette di fronte a una scelta giusta: sei troppo vecchio? Via, se non sei riuscito a lavorare fino a ora vuol dire che non hai la stoffa. Basta piangersi addosso, cercate un altro lavoro!

  35. Qui nella regione Marche, conosco diverse persone diplomate alla scuola di giornalismo di urbino che, non avendo gli agganci giusti, sono dovute andare a roma o a milano. Poi ce ne sono altre che, con lo stesso diploma IFG delle prime, hanno trovato lavoro fisso nelle redazioni locali perché in passato hanno collaborato coi giornali delle diocesi… ;) funziona così

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