Archivi del mese: agosto 2011

Il lusso è un diritto… vostro. I nostri diritti sono un lusso

La pubblicità della nuova Lancia Ypsilon 5 porte «Il lusso è un diritto» continua indisturbata da giugno.

Avevo già scritto allora che è quanto meno fuori luogo una campagna che grida «Il lusso è un diritto» mentre la crisi economica infuria nei paesi in cui si vende la Ypsilon («Luxury is a right» è la versione inglese). Vedi: «Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

Mi pare una pubblicità insultante per chi non ha un lavoro o l’ha perso. Per chi non arriva a fine mese. E trovo pure che prenda in giro le poveracce (il target della Ypsilon è soprattutto femminile) che, non potendo accedere al lusso vero, s’illudono di trovarlo in un’utilitaria con l’aria chic.

Eppure – avevo notato a fine giugno – nessuno si ribella contro questi cartelloni, nessuna li strappa indignata né gli lancia pomodori contro, nessuno li prende a simbolo di una società da combattere. Al contrario, molti in rete e alcuni pure su questo blog hanno commentato cose del tipo: «Cosa c’è da scandalizzarsi? Vincent Cassel è un figo e la campagna mi fa riflettere (sic!) sul concetto di lusso. Ha ragione lui: il lusso sta nelle piccole cose».

Evidentemente, avevo concluso, in Italia non siamo ancora abbastanza poveri. Né abbastanza arrabbiati.

Qualche giorno fa, il laboratorio Palayana.org, che raccoglie studenti dell’Università Federico II di Napoli mi segnala che loro, da quelle parti, se la sono presi con i cartelloni «Il lusso è un diritto», spruzzandogli sopra in rosso la scritta: «…vostro. I nostri diritti sono un lusso».

Non basta, ragazzi. Bisognerebbe farne mille, di queste cose, identiche e coordinate in tutte le città. Ma bisognerebbe soprattutto che fossero più creative, che colpissero la fantasia di chi passa, in modo da non essere liquidate come azioni di vandalismo fine a se stesso.

Qualcosa di simile a ciò che il Be Yourself Movement aveva cominciato a metà 2010, per poi finire in pochi mesi a fare marketing a pagamento per un brand. E per quattro soldi. Vedi: Guerrilla marketing e contropubblicità: matrimonio impossibile?

Possibile che in Italia non si riesca a trovare una soluzione creativa che non sia o protesta isolata (e perciò inutile) o tentativo di farsi notare per finire al più presto sfruttati da qualche marchio di moda?

(Clic per ingrandire.)

I nostri diritti sono un lusso

La «quadra» di Bossi

«Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovare la quadra», disse Umberto Bossi in colloquio con il quotidiano La Padania il 7 giugno scorso, commentando i difficili compromessi a cui la manovra economico-finanziaria avrebbe costretto la coalizione di governo.

Da quel giorno, non c’è politico né giornalista che non usi quest’espressione.

Bossi

«Trovare la quadra», da quel che so, è un’espressione colloquiale tipica di alcuni dialetti del nord Italia che significa, come lo stesso Bossi ha subito tradotto, «cercare un punto di compromesso». In italiano ricorda la metafora «quadratura del cerchio», che vuol dire impresa senza speranza o priva di risvolti concreti, perché la quadratura del cerchio non si può fare con i metodi della geometria elementare. «Cercare la quadratura del cerchio» vuol dire imbarcarsi in un’impresa vana, trovarla vuol dire invece essere stati così bravi da riuscire in una cosa impossibile.

Rispetto all’italiano, «quadra» ha una coloritura in più, specie se pronunciata dalla voce roca di Bossi: quelle due a aperte e ravvicinate sanno di roba grande, squadrata, sanno di uomini tosti.

Il bello è che tutti, ma proprio tutti, in questi giorni parlano della «quadra» di governo. E lo fanno persino quelli dell’opposizione – specie Bersani e Casini – che in realtà vorrebbero criticare sia la manovra sia le difficoltà del governo nel trovare l’accordo.

Ma così facendo implicano:

  1. che Bossi è ganzo, al punto che il suo linguaggio fa tendenza e tutti, pure loro, lo adottano;
  2. che pure il governo è ganzo, al punto tale da cimentarsi in un’impresa ardua;
  3. che il governo è quadrato e virile come Bossi che dice la «quadra»;
  4. che se per caso fallisce bisogna giustificarlo, perché l’impresa in fondo era impossibile.

Non si rendono conto che è così che si costruisce una cultura dominante? No che non se ne rendono. Conto.

 

Irene: uragano mediatico o giusto allarme?

Ci sono stati oltre venti morti e danni in oltre dieci stati, ma negli Stati Uniti i repubblicani stanno già montando polemiche contro Obama sul presunto allarmismo con cui è stato trattato il passaggio dell’uragano Irene.

E qualcuno gli fa eco anche in Italia, nell’idea di allineare le destre nostrane a quelle statunitensi. Il Giornale per esempio parla oggi di «Tempesta flop» e titola «L’uragano Irene salva New York. E anche Obama»; il Tempo titola «L’uragano mediatico. Tanta paura per nulla. Irene Lascia New York».

Ma anche altre testate, pur prendendo le distanze dalle «polemiche», usano questa parola nei titoli di prima pagina. La Stampa: «Irene a New York: dopo la paura ironia e polemiche»; la Repubblica: «Irene risparmia New York. Black out e allagamenti, ma l’uragano finisce subito. Milioni di persone senza luce sulla East Coast. Ed è subito polemica sulle misure: troppo allarmismo?».

Fa eccezione il Corriere: «Fine della grande paura. New York torna in strada. Uragano Irene, danni per miliardi», anche se ieri il suo direttore Ferruccio De Bortoli, si chiedeva su Twitter: «#Irene, un uragano più mediatico (e politico) che reale. Meglio così, ma una riflessione, anche nostra, si impone.»

Non credo affatto che stavolta si debba parlare di allarmismo, né mediatico né politico: gli effetti disastrosi di eventi naturali come uragani, trombe d’aria, terremoti sono solo in parte prevedibili. Dunque meglio eccedere in precauzioni che rischiare disastri ancor più gravi.

D’altra parte, se non ci fosse stato il tam tam che c’è stato, sedici morti e miliardi di danni si sarebbero tradotti in titoli come «Strage negli USA. Chi pagherà?». E avrebbero messo pesantemente in discussione il ruolo del sindaco di New York Bloomberg e del presidente Obama.

Invece ieri Obama ha potuto parlare in conferenza stampa di «uno sforzo esemplare di buon governo», ringraziando, vicino a lui, il responsabile della sicurezza nazionale Janet Napolitano e il capo della protezione civile Craig Fugate.

Perché buon governo è stato. E se Obama riesce a chiudere il discorso – magistralmente – paragonando la solidarietà e l’organizzazione con cui gli americani hanno saputo far fronte a un disastro naturale come Irene con le capacità che servono contro la crisi economica, sta di certo sfruttando comunicativamente l’uragano anche per sé, ma ben gli sta: è stato davvero bravo. Prima nel fare e poi nel dire.

E ora goditi i 7’58” della conferenza stampa, che meritano:

 

I giornalisti sequestrati a Tripoli: il racconto di Elisabetta Rosaspina

È uscito sul sito del Corriere della sera stamane alle 8:58 questo splendido racconto di Elisabetta Rosaspina: come sono stati fermati, sequestrati e, soprattutto, chi e come li ha aiutati a uscirne.

Io mi sono commossa.

Mi scuso col Corriere se lo riporto tutto ma, come si dice, non s’interrompe un’emozione. Puoi completare la lettura con la testimonianza di Sarcina QUI.

UNA CURVA SBAGLIATA ED È INIZIATO L’INCUBO

di Elisabetta Rosaspina

Un foglietto spiegazzato con i nomi in arabo e due numeri di telefono è tutto ciò che ci resta, assieme a una penna rossa con la pubblicità del film Titanic, dei due veri protagonisti di questa storia: due ragazzi gheddafisti che hanno rischiato la loro vita per riportarci nella zona liberata di Tripoli, attraversando le linee nemiche e lasciandoci solo quando sono stati certi che fossimo al sicuro.

La prima cosa che ha fatto per noi Mustafa, pantaloni a scacchi e canottiera bianca, è stato di portarci acqua e biscotti, che ha depositato con un gesto brusco sul pavimento di cemento del ripostiglio in cui eravamo stati rinchiusi tra taniche vuote di benzina, una bombola di gas, bottiglie di olio di semi, scatoloni e una bandiera verde impolverata della Jamahiriya. Abdel, 30 anni, magro, barba un po’ alla Che Guevara, si è materializzato qualche ora dopo sulla porta del garage dove premeva un gruppo di miliziani che volevano caricarci su un Toyota pick-up per andare a concludere la storia a modo loro: veloce, secco, come una raffica di mitra. Abdel, disarmato, scalzo, ha preso in mano la situazione: calmando gli esaltati in tuta mimetica, rabbonendo un miliziano con elmetto e giubbotto antiproiettile, dando sulla voce ai ragazzini con la T-shirt del Milan sotto la camicia militare e il kalashnikov imbracciato con la disinvoltura dei veterani di guerra. Senza di loro, senza Mustafa e Abdel, sarebbe finita peggio, anche se sarà impossibile cancellare l’immagine di Al Mahdi, il nostro autista, riverso sul marciapiede, ammazzato a bruciapelo.

Sono le 11,30 della mattina, Claudio Monici, l’inviato di Avvenire perlustra l’auto color argento con uno scettico Al Mahdi. Manca la ruota di scorta e i 40 chilometri che separano Zawiya da Tripoli sono pieni di insidie (e di buche). Ma il tempo stringe e la ricerca di un gommista rischia di essere lunga e infruttuosa. Al Mahdi non è tipo da demordere, trova lo pneumatico che gli serve, ovviamente contratta il prezzo. E poi, finalmente si parte, Claudio siede davanti. Sul sedile posteriore noi due e Domenico Quirico, della Stampa . Tutto fila liscio fino alla periferia di Tripoli, poi avanti ancora, sciué sciué (piano, piano) fino ai primi casermoni della capitale. Un’ultima curva davanti a un gigantesco ritratto di Gheddafi crivellato dai proiettili ed eccoci nella Piazza Verde, il cuore della città e del regime che sta morendo. Le jeep dei ribelli girano in tondo. È una festa: arrivano da diverse regioni della Libia: sparano in aria, sventolano la nuova bandiera (verde, rossa e nera). «Questa generazione ha fatto molto per noi – osserva, sotto la vecchia sede della Banca di Roma, un professore di letteratura inglese dell’Università Al Fatah – adesso qui tutti hanno le armi, ce ne sono tante, ma non troppe: dobbiamo difendere la nostra libertà».

Ma hanno vinto davvero su tutto il fronte? Parrebbe di sì, anche l’Hotel Rixos, uno degli ultimi presidi dei gheddafiani, risulta essere ormai in mano ai ribelli. C’è un anziano signore coi baffetti che si avvicina al nostro gruppo smozzicando qualche parola di italiano. Cinque minuti di chiacchiere e poi l’offerta: «Se volete vi porto io, conosco la zona. Sicura, miè miè, al cento per cento». Qualche sguardo interrogativo, poi saliamo in macchina e partiamo. Cento, duecento metri dalla Piazza Verde, passiamo di fianco al centro commerciale di Aisha, una delle figlie di Gheddafi, poi sbuchiamo in una strada larga, sbrecciata e, soprattutto, deserta in modo sospetto. Claudio è il più lucido e il più pronto: «Non mi piace, indietro, torniamo indietro». Qualche secondo di esitazione e dopo un’altra curva vediamo sbucare un uomo in mimetica, berretto con stella verde, nero centrafricano: potrebbe essere uno di quei mercenari al servizio del Colonnello di cui tanto si è parlato. È appoggiato alla ringhiera di protezione di un ponte, sembra quasi sorpreso, ma poi si scuote e si scatena un turbine di divise strane, grida, e mitra spianati.

Ancora pochi secondi e la macchina viene bloccata, dieci, cento mani ci strattonano, ci frugano, ci portano via tutto: telefonini, passaporto, soldi, computer. Tutto. Solo adesso ci ricordiamo che anche il nostro autista Al Mahdi ha un kalashnikov appoggiato sul pianale. Normale per tutti i ribelli, fatale nella tana del nemico. Adesso il tumulto è totale, ci spingono in un minivan. Tutti e quattro pigiati nei posti di dietro e, naturalmente, spaventati. Buttano dentro, letteralmente, anche Al Mahdi, volano schiaffi, pugni, sputi. Avanziamo metro su metro tra i miliziani che agitano i mitra, le rivoltelle. Uno di loro sta controllando i documenti di Al Mahdi: viene da Zintan, la città nemica per eccellenza di Gheddafi. Purtroppo è facile fare un tragico conto: mitra + Zintan. Lo ha fatto Al Mahdi che piega la testa e mormora quella che ci sembra una preghiera. Lo ha fatto il miliziano più feroce che ora lo afferra per la jalabiya e lo trascina fuori dalla macchina. Sentiamo i colpi, vediamo la figura bianca cadere sul marciapiede. E adesso? Ancora minacce, urla, schiaffi. Tirano giù anche noi? No, qualcuno si sta facendo largo tra le canne dei fucili. Cinque, sei uomini agitano le mani, cercano di domare quegli uomini pieni di odio feroce. Solo grazie al loro intervento ci ritroviamo in una grande casa patronale. «Garage, garage» urla qualcuno. Si apre un cancello verde in metallo, passiamo in un piccolo patio e poi ecco un’altra porta in ferro. È un piccolo ripostiglio con una finestrella aperta sulla strada. Quando si chiude il chiavistello ci sentiamo quasi sollevati. Per lo meno siamo al riparo. È già l’una, fa caldo. Gola secca.

Si apre la porta e per la prima volta vediamo Mustafa, anzi l’acqua, il succo di frutta e i biscotti che ci butta lì senza dire una parola. Nel frattempo alla finestrella si alternano i giovani gheddafiani: chi sputa, chi ci rinfaccia le imprese di Sarkozy e di Berlusconi, chi si passa il dito sotto la gola: vi scanniamo. Poi spariscono per un po’, mentre si intensifica il fuoco delle batterie anticarro e a un certo punto ci sembra che stiano sparando proprio davanti alla casa. A metà pomeriggio la porta si apre un’altra volta: è ancora Mustafa, ci fa uscire e ci porta nel cortiletto. Indica una fontana, ci offre del sapone liquido per lavarci le mani, chiede se vogliamo andare in bagno. Intanto il patio si riempie della stessa fauna della mattina: ancora mimetiche, giubbotti antiproiettile, soldati ragazzini. E ancora minacce, urla, ma nessuno si azzarda a toccarci. C’è qualcuno che parla con un tono di voce ugualmente aspro: è l’unico disarmato. E questo chi è? Non parla inglese, azzarda qualche frase. Ma in fondo non c’è bisogno. «No problem, no problem», ci ripete con uno di quei sorrisi che nelle persone pulite partono dagli occhi. E Abdel è molto più che pulito, è una persona rara, imperdibile e indimenticabile come scopriremo presto. Ma è anche abile, sa usare le parole, sa trovare persino in questi miliziani assediati e pronti a tutto la leva per ribaltare la situazione.

Racconta che non ci possono ammazzare così, che dobbiamo essere portati dal «Generale», che non tocca a loro decidere. A noi dice: vi portiamo dalla polizia e lì avrete la possibilità di spiegare che cosa ci fate qui. Noi lo abbiamo ripetuto tutti e quattro almeno cento volte: siamo solo giornalisti, non abbiamo armi, non siamo il vostro nemico. Dopo una serie di giravolte e di false partenze, con la jeep che si incaglia a metà strada ancora una volta circondata da volti minacciosi, Abdel coglie tutti di sorpresa. Ci fa scendere: li porto io con la macchina di mio padre. Tutto intorno sparano: siamo in una gabbia costruita da uomini a loro volta in gabbia. Come ne usciamo? Il ragazzo alto e moro cammina spedito, quando si attraversa fa segno di correre: «Shot, shot» (sparano, sparano): corriamo, corriamo, ma dove stiamo andando? «A casa mia» è la risposta spiazzante di Abdel. La prima di una lunga serie. È un edificio basso come gli altri, bianco come gli altri. Ma qui dentro succede qualcosa che a tutti noi sembra incredibile. Entriamo, ci togliamo le scarpe come usa nei Paesi arabi e Abdel ci fa sedere sui divanetti poggiati in terra e ora sorride: «Relax, relax», «no problem, no problem». Passa in cucina e torna con acqua, succhi, datteri. È pieno Ramadan e il giovane musulmano rispetta alla lettera il precetto del digiuno. Non tocca cibo e acqua dalla mattina e dovrà aspettare le 19.59, l’ora del tramonto. Ma finalmente si parla. Si comincia con lo stadio Giuseppe Meazza e Gattuso e Abdel si illumina. Poi si passa alla sua fidanzata e il giovane è raggiante: sperano di sposarsi presto. Ma alla fine, inevitabilmente, si scivola nella politica e Abdel si rabbuia. Anche lui ce l’ha con Sarkozy e Berlusconi, ma ciò che veramente lo annienta è quello che vede intorno: «Il mio Paese, il mio povero Paese distrutto dalla guerra».

Racconta di vecchi amici, di conoscenti da trent’anni che da un giorno all’altro, qui nel quartiere di Abu Salif, hanno cominciato a spararsi addosso. Ci rendiamo conto come si somiglino le storie delle famiglie rimaste fedeli a Gheddafi con quelle che abbiamo raccolto lungo la strada verso Tripoli. L’acqua corrente manca sia qui che là. I generatori per alimentare un minimo di corrente sono gli stessi. Come pure la preoccupazione per mettere in salvo i bambini, le donne («i musulmani proteggono le donne») è la stessa. I ragionamenti di Abdel possono non convincere, ma hanno il suono inconfondibile della sincerità. Ora il nostro «carceriere» parla come un amico. Da prigionieri siamo diventati ospiti. A rendere concreto il concetto ci pensa l’inseparabile Mustafa. Arriva il caffè, arriva il tè e poi la cena di fine Ramadan. Pasta al sugo, uova sode, spezzatino. Sarebbe bello spazzolare via tutto, ma nessuno di noi ha fame. È quasi notte, ormai, e intanto siamo tornati nella casa padronale, ma a questo punto nel soggiorno al primo piano. Anche il proprietario ci accoglie con gentilezza e generosità, anche se nella dispensa è rimasto ben poco e le taniche con l’acqua potabile sono ormai a livello di guardia.

Certo, ora si sta meglio, ma siamo sempre tagliati fuori. Come facciamo a dare l’allarme? Basta un’occhiata e Abdel capisce al volo: «Telefonare? No problem» e ci tende il piccolo cellulare. Ancora una volta increduli avvisiamo i nostri giornali. La linea è difettosa, le chiamate con il Consolato italiano di Bengasi procedono a sprazzi. Sì, Bengasi, il quartier generale degli anti-Gheddafi. «Ci hanno chiamato dall’Italia». «Certo, certo», sorride Abdel.

È ora di dormire. Mustafa tira fuori materassini, distribuisce cuscini. La notte è insonne: agli spari si alterna il rombo degli aerei e, quando tutto si placa, comincia un martellante chicchirichì dei galli completamente in tilt. Inevitabilmente i dubbi, i timori si moltiplicano. La mattina arriva il buongiorno del nostro ospite. Si scusa: i negozi sono ormai abbandonati. Non c’è abbastanza per preparare la colazione. Poi naturalmente arrivano puntuali il caffè e i muffin di Mustafa. Ma abbiamo capito che il problema non è la colazione. Il problema siamo noi. «La giornata sarà molto calda oggi», dice Abdel. Poi scambia un’occhiata con l’amico e dice: andiamo. Nel cortile è pronto un camion con i bidoni vuoti per l’acqua. Ci distribuiamo tra l’abitacolo e il cassone. Mustafa al volante, Abdel dietro tra le taniche. Usciamo dalla casa, lentamente, poi sfiliamo tra le strade deserte, tra le auto bruciate, gli sbarramenti di cemento, i segni degli ultimi combattimenti. Non c’è nessuno, filiamo via indisturbati fino a imboccare un lungo viale fiancheggiato da due file di alti edifici fronteggianti. È uno scenario alla Sarajevo: le fazioni si sparano da una finestra all’altra. Ma stamattina è tutto abbandonato. Abdel ripete con gli occhi lucidi: «Povero il mio Paese, povero il mio Paese». A un certo punto cominciamo a vedere le bandiere dei ribelli. Ma dove stiamo andando? Ce lo chiedono anche i giovani ai posti di blocco; ma Abdel sembra che abbia un lasciapassare speciale, saluta e sorride ai suoi nemici. E lo fa solo per noi. Fine corsa: hotel Rixos, ultimo pezzetto della capitale liberata. Siamo in salvo. Ma è difficile separarsi da Abdel e Mustafa. Li aspettiamo a Milano. Stadio Giuseppe Meazza.

Elisabetta Rosaspina

 

 

Confartigianato sulla disoccupazione giovanile: notizia? No, politica

Diversi ex studenti mi hanno segnalato ieri il rapporto di Confartigianato sulla disoccupazione dei giovani sotto i 35 anni. Questa è la sintesi per la stampa, da cui estraggo:

Confartigianato Logo

«L’Italia ha il record negativo in Europa per la disoccupazione giovanile: sono 1.138.000 gli under 35 senza lavoro. A stare peggio i ragazzi fino a 24 anni: il tasso di disoccupazione in questa fascia d’età è del 29,6% rispetto al 21% della media europea.

La situazione del mercato del lavoro nel nostro Paese è fotografata in un rapporto dell’Ufficio studi di Confartigianato in cui si rileva che tra il 2008 e il 2011, anni della grande crisi, gli occupati under 35 sono diminuiti di 926.000 unità.

Se a livello nazionale la disoccupazione delle persone fino a 35 anni si attesta al 15,9%, va molto peggio nel Mezzogiorno dove il tasso sale a 25,1%, pari a 538.000 giovani senza lavoro.»

Dov’è la notizia? I dati Istat sulla disoccupazione giovanile non erano stati già diffusi in luglio? Cerco e infatti trovo: «Lavoro, Istat: disoccupazione giovani al 29,6%», Il Fatto Quotidiano, 1 luglio 2011. Stessa notizia su tutti i quotidiani del 1 luglio. Guardo le tabelle annesse al documento Confartigianato, su cui leggo che sono elaborazioni dell’Ufficio Studi Confartigianato su dati Istat. Ah, ecco: i dati diffusi il 1 luglio riguardavano i giovani 15-24 anni, quelli rielaborati da Confartigianato estendono l’età a 35, ma è chiaro che Istat aveva già tutto.

Si tratta solo di dosare il rilascio delle informazioni nel momento più opportuno.

Allora mi chiedo: a chi giova? La risposta sta dentro lo stesso documento Confartigianato, in questo passaggio:

«In un contesto così critico, il rapporto di Confartigianato rivela paradossi tutti italiani sul fronte dell’istruzione e della formazione che prepara al lavoro. Per il prossimo anno scolastico 2011-2012, infatti, è previsto un aumento del 3% degli iscritti ai licei e una diminuzione del 3,4% degli iscritti agli istituti professionali. Nel frattempo, le imprese italiane, nonostante la crisi, denunciano la difficoltà a reperire il 17,2% della manodopera necessaria.»

Mi aveva già fatto notare questo passaggio ieri via mail Giampaolo Colletti, commentandolo così:

«Paradossi? E perchè? Credo che se si perdesse la libertà di scelta degli studi per congiuntura economica ne subirebbe un danno il Paese intero. Non credi?»

Certo Giampaolo, e aggiungo: se i ragazzi e le loro famiglie puntano su prospettive di studio più lunghe, vuol dire che puntano più in alto, sperano in un futuro migliore. Non mi pare un paradosso, casomai una buona notizia. Non solo: questo passaggio mi ricorda la posizione del ministro Gelmini, che in gennaio diceva che l’Italia non ha bisogno di laureati in materie umanistiche (men che meno in comunicazione). E forse nemmeno di laureati, perché il governo mira a rinforzare il rapporto fra istituti tecnici superiori e lavoro.

La Gelmini? Proprio lei. Così infatti si chiude il documento Confartigianato:

«La riforma dell’apprendistato voluta dal ministro Sacconi – sottolinea il Segretario Generale di Confartigianato Cesare Fumagalli – potrà contribuire a ridurre la distanza tra i giovani e il mondo del lavoro. Da un lato, i ragazzi potranno trovare nuove strade per imparare una professione, dall’altro le imprese potranno formare la manodopera qualificata di cui hanno necessità».

Sacconi, non Gelmini. Sì, ma arriva anche lei, che ieri ha commentato il rapporto Confartigianato:

L’indagine presentata da Confartigianato sulla disoccupazione giovanile in Italia «sottolinea l’importanza di alcune misure già messe in atto da questo governo, come quelle sull’apprendistato. Il contratto di apprendistato permetterà infatti l’acquisizione di una qualifica professionale triennale per i giovani valorizzando l’apprendimento sui luoghi di lavoro. In questo modo abbiamo risposto all’emergenza disoccupazione realizzando un’integrazione sempre più stretta tra istruzione e mondo del lavoro». Lo ha detto il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, aggiungendo che «questa integrazione sarà realizzata, per la prima volta in Italia, dagli Istituti tecnici superiori che partiranno a settembre» (TMNews).

In conclusione, il rapporto Confartigianato non è informazione, ma comunicazione politica.

La mezza novità di Irina Shayk per Intimissimi Uomo

Dai primi di agosto Calzedonia ha tappezzato le città italiane con la nuova campagna Intimissimi Uomo.

Per fare qualcosa di nuovo, invece di mettere canottiera e mutande da uomo su un maschio lucido, palestrato e ammiccante al mondo gay, li hanno messi sulla modella russa Irina Shayk, testimonial di Intimissimi Donna dal 2007 (clic per ingrandire):

 Intimissimi uomo, formato verticale Intimissimi uomo, formato verticale 2 Intimissimi Uomo, formato orizzontale

Il caso potrebbe essere liquidato come l’ennesimo uso pubblicitario del corpo femminile. La discussione, allora, si potrebbe svolgere più o meno così:

  • «Invece di usare il corpo maschile per l’intimo uomo, mo’ i pubblicitari sfruttano quello femminile pure per questo! Ma che si mettano le loro mutande da soli, ‘sti maschilisti insopportabili!»
  • «Ma no, esagerata, guarda meglio: è meno grave di altre volte, perché pubblicizzano un prodotto per cui il corpo è pertinente. Inoltre la ragazza è più vestita che nella media di pubblicità per intimo. Dunque…»
  • «Vabbe’, ma che palle lo stesso!»

Ma vorrei fingere per una volta di non essere in Italia, dove siamo ormai ossessionati da sesso, sessismo e antisessismo. E vorrei guardare oltre.

La pubblicità indubbiamente colpisce. Se non altro perché, la prima volta che la incontri, all’inizio ti paiono strani quei mutandoni grigi e alti sulla ragazza, poi leggi Intimissimi Uomo (uomo!) e finisci per tornare sui tuoi passi, a controllare se non hai sbagliato.

A quel punto, qualcosa ti scatta in testa. Non è chissà che, intendiamoci, ma qualcosina in più rispetto al piattume delle solite pubblicità per intimo. Qualcosa che scatta indipendentemente dal tuo genere sessuale:

  1. Maschio etero. Vabbe’, è la storia più semplice: state giocando e le hai chiesto di indossare la tua bianchieria. Donna travestita da uomo, Nove settimane e mezzo, uauh, che sesso. È ciò che avevano in mente i pubblicitari.
  2. Donna etero: mi piace la tua biancheria, è comoda, me la sono comprata e la metto. Che te ne pare?
  3. Donna lesbica: vedi maschio etero e donna etero, mescola e aggiungi altri ingredienti se ti va.
  4. Maschio etero attratto da transessualità e androginia: pensaci, ce n’è anche per te.
  5. To be continued (grazie a Sandro per le utili osservazioni).

La novità più interessante delle affissioni (e insisto: solo di quelle) sta nel fatto che la modella allude a qualche forma di attività: gli scatti fotografici sono infatti interpretabili come fermi immagine di una storia più ampia, in cui la ragazza non è immobile, non è passiva, non si limita a farsi guardare – come fanno tutte le modelle – ma è un soggetto attivo dotato di volontà e addirittura intraprendente.

Ma è solo mezzo spunto, purtroppo.

Infatti nello spot la modella torna passivissima. La fantasia dei pubblicitari è stata insomma, come al solito, molto più limitata e piatta di come avrebbero potuto. A questo proposito, leggi anche il post di Giulia, su Un altro genere di comunicazione.

Il discorso di Napolitano al Meeting: perché è piaciuto e perché no

Il discorso del presidente Napolitano al Meeting di Comunione e Liberazione ha riscosso un buon successo di critica e di pubblico. Non sono mancate le polemiche, naturalmente. Come accade a qualunque star.

Il discorso è stato in sostanza un richiamo all’equilibrio e all’unità (fra le parti politiche, le parti sociali, il nord e il sud), in un momento di gravissima crisi. Accompagnato da un richiamo continuo ai 150 anni della storia d’Italia, per dimostrare che anche altre volte abbiamo superato con successo prove molto dure. Un classico, nei discorsi di crisi.

Ma perché è piaciuto? Perché le ha suonate a tutti: a destra, sinistra e pure alle parti sociali. In questo passaggio fondamentale, non a caso ripreso da tutti i media:

«Possibile che si sia esitato a riconoscere la criticità della nostra situazione e la gravità effettiva delle questioni, perché le forze di maggioranza e di governo sono state dominate dalla preoccupazione di sostenere la validità del proprio operato, anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea?

Possibile che, da parte delle forze di opposizione, ogni criticità della condizione attuale del paese sia stata ricondotta a omissioni e colpe del governo, della sua guida e della coalizione su cui si regge? Lungo questa strada non si poteva andare e non si è andati molto lontano.

Occorre più oggettività nelle analisi, più misura nei giudizi, più apertura e meno insofferenza verso le voci critiche e le opinioni altrui.

Anche nell’importante esperienza recente delle parti sociali, giunte ad esprimere una voce comune su temi scottanti, ci sono limiti da superare nel senso di proiettarsi pienamente oltre approcci legati a pur legittimi interessi settoriali. Bisogna portarsi tutti all’altezza dei problemi da sciogliere e delle scelte da operare.»

Insomma, il discorso di Napolitano è piaciuto perché è stato inteso nel senso dell’antipolitica. Come se dicesse ciò che tutti ripetono in questi mesi: a casa tutti.

Allora vale la pena ribadirlo: Napolitano non ha niente di antipolitico. Per la sua storia personale, le sue idee, la carica istituzionale che ricopre. E niente di antipolitico aveva il suo discorso.

E difatti, appena qualcuno se lo ricorda, finisce per dire: a casa anche lui.

O di qua, o di là. Invece il suo discorso è ben più ricco e interessante. Leggilo tutto, scaricandolo da QUI.

O ascoltalo direttamente:

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