I giornalisti sequestrati a Tripoli: il racconto di Elisabetta Rosaspina

È uscito sul sito del Corriere della sera stamane alle 8:58 questo splendido racconto di Elisabetta Rosaspina: come sono stati fermati, sequestrati e, soprattutto, chi e come li ha aiutati a uscirne.

Io mi sono commossa.

Mi scuso col Corriere se lo riporto tutto ma, come si dice, non s’interrompe un’emozione. Puoi completare la lettura con la testimonianza di Sarcina QUI.

UNA CURVA SBAGLIATA ED È INIZIATO L’INCUBO

di Elisabetta Rosaspina

Un foglietto spiegazzato con i nomi in arabo e due numeri di telefono è tutto ciò che ci resta, assieme a una penna rossa con la pubblicità del film Titanic, dei due veri protagonisti di questa storia: due ragazzi gheddafisti che hanno rischiato la loro vita per riportarci nella zona liberata di Tripoli, attraversando le linee nemiche e lasciandoci solo quando sono stati certi che fossimo al sicuro.

La prima cosa che ha fatto per noi Mustafa, pantaloni a scacchi e canottiera bianca, è stato di portarci acqua e biscotti, che ha depositato con un gesto brusco sul pavimento di cemento del ripostiglio in cui eravamo stati rinchiusi tra taniche vuote di benzina, una bombola di gas, bottiglie di olio di semi, scatoloni e una bandiera verde impolverata della Jamahiriya. Abdel, 30 anni, magro, barba un po’ alla Che Guevara, si è materializzato qualche ora dopo sulla porta del garage dove premeva un gruppo di miliziani che volevano caricarci su un Toyota pick-up per andare a concludere la storia a modo loro: veloce, secco, come una raffica di mitra. Abdel, disarmato, scalzo, ha preso in mano la situazione: calmando gli esaltati in tuta mimetica, rabbonendo un miliziano con elmetto e giubbotto antiproiettile, dando sulla voce ai ragazzini con la T-shirt del Milan sotto la camicia militare e il kalashnikov imbracciato con la disinvoltura dei veterani di guerra. Senza di loro, senza Mustafa e Abdel, sarebbe finita peggio, anche se sarà impossibile cancellare l’immagine di Al Mahdi, il nostro autista, riverso sul marciapiede, ammazzato a bruciapelo.

Sono le 11,30 della mattina, Claudio Monici, l’inviato di Avvenire perlustra l’auto color argento con uno scettico Al Mahdi. Manca la ruota di scorta e i 40 chilometri che separano Zawiya da Tripoli sono pieni di insidie (e di buche). Ma il tempo stringe e la ricerca di un gommista rischia di essere lunga e infruttuosa. Al Mahdi non è tipo da demordere, trova lo pneumatico che gli serve, ovviamente contratta il prezzo. E poi, finalmente si parte, Claudio siede davanti. Sul sedile posteriore noi due e Domenico Quirico, della Stampa . Tutto fila liscio fino alla periferia di Tripoli, poi avanti ancora, sciué sciué (piano, piano) fino ai primi casermoni della capitale. Un’ultima curva davanti a un gigantesco ritratto di Gheddafi crivellato dai proiettili ed eccoci nella Piazza Verde, il cuore della città e del regime che sta morendo. Le jeep dei ribelli girano in tondo. È una festa: arrivano da diverse regioni della Libia: sparano in aria, sventolano la nuova bandiera (verde, rossa e nera). «Questa generazione ha fatto molto per noi – osserva, sotto la vecchia sede della Banca di Roma, un professore di letteratura inglese dell’Università Al Fatah – adesso qui tutti hanno le armi, ce ne sono tante, ma non troppe: dobbiamo difendere la nostra libertà».

Ma hanno vinto davvero su tutto il fronte? Parrebbe di sì, anche l’Hotel Rixos, uno degli ultimi presidi dei gheddafiani, risulta essere ormai in mano ai ribelli. C’è un anziano signore coi baffetti che si avvicina al nostro gruppo smozzicando qualche parola di italiano. Cinque minuti di chiacchiere e poi l’offerta: «Se volete vi porto io, conosco la zona. Sicura, miè miè, al cento per cento». Qualche sguardo interrogativo, poi saliamo in macchina e partiamo. Cento, duecento metri dalla Piazza Verde, passiamo di fianco al centro commerciale di Aisha, una delle figlie di Gheddafi, poi sbuchiamo in una strada larga, sbrecciata e, soprattutto, deserta in modo sospetto. Claudio è il più lucido e il più pronto: «Non mi piace, indietro, torniamo indietro». Qualche secondo di esitazione e dopo un’altra curva vediamo sbucare un uomo in mimetica, berretto con stella verde, nero centrafricano: potrebbe essere uno di quei mercenari al servizio del Colonnello di cui tanto si è parlato. È appoggiato alla ringhiera di protezione di un ponte, sembra quasi sorpreso, ma poi si scuote e si scatena un turbine di divise strane, grida, e mitra spianati.

Ancora pochi secondi e la macchina viene bloccata, dieci, cento mani ci strattonano, ci frugano, ci portano via tutto: telefonini, passaporto, soldi, computer. Tutto. Solo adesso ci ricordiamo che anche il nostro autista Al Mahdi ha un kalashnikov appoggiato sul pianale. Normale per tutti i ribelli, fatale nella tana del nemico. Adesso il tumulto è totale, ci spingono in un minivan. Tutti e quattro pigiati nei posti di dietro e, naturalmente, spaventati. Buttano dentro, letteralmente, anche Al Mahdi, volano schiaffi, pugni, sputi. Avanziamo metro su metro tra i miliziani che agitano i mitra, le rivoltelle. Uno di loro sta controllando i documenti di Al Mahdi: viene da Zintan, la città nemica per eccellenza di Gheddafi. Purtroppo è facile fare un tragico conto: mitra + Zintan. Lo ha fatto Al Mahdi che piega la testa e mormora quella che ci sembra una preghiera. Lo ha fatto il miliziano più feroce che ora lo afferra per la jalabiya e lo trascina fuori dalla macchina. Sentiamo i colpi, vediamo la figura bianca cadere sul marciapiede. E adesso? Ancora minacce, urla, schiaffi. Tirano giù anche noi? No, qualcuno si sta facendo largo tra le canne dei fucili. Cinque, sei uomini agitano le mani, cercano di domare quegli uomini pieni di odio feroce. Solo grazie al loro intervento ci ritroviamo in una grande casa patronale. «Garage, garage» urla qualcuno. Si apre un cancello verde in metallo, passiamo in un piccolo patio e poi ecco un’altra porta in ferro. È un piccolo ripostiglio con una finestrella aperta sulla strada. Quando si chiude il chiavistello ci sentiamo quasi sollevati. Per lo meno siamo al riparo. È già l’una, fa caldo. Gola secca.

Si apre la porta e per la prima volta vediamo Mustafa, anzi l’acqua, il succo di frutta e i biscotti che ci butta lì senza dire una parola. Nel frattempo alla finestrella si alternano i giovani gheddafiani: chi sputa, chi ci rinfaccia le imprese di Sarkozy e di Berlusconi, chi si passa il dito sotto la gola: vi scanniamo. Poi spariscono per un po’, mentre si intensifica il fuoco delle batterie anticarro e a un certo punto ci sembra che stiano sparando proprio davanti alla casa. A metà pomeriggio la porta si apre un’altra volta: è ancora Mustafa, ci fa uscire e ci porta nel cortiletto. Indica una fontana, ci offre del sapone liquido per lavarci le mani, chiede se vogliamo andare in bagno. Intanto il patio si riempie della stessa fauna della mattina: ancora mimetiche, giubbotti antiproiettile, soldati ragazzini. E ancora minacce, urla, ma nessuno si azzarda a toccarci. C’è qualcuno che parla con un tono di voce ugualmente aspro: è l’unico disarmato. E questo chi è? Non parla inglese, azzarda qualche frase. Ma in fondo non c’è bisogno. «No problem, no problem», ci ripete con uno di quei sorrisi che nelle persone pulite partono dagli occhi. E Abdel è molto più che pulito, è una persona rara, imperdibile e indimenticabile come scopriremo presto. Ma è anche abile, sa usare le parole, sa trovare persino in questi miliziani assediati e pronti a tutto la leva per ribaltare la situazione.

Racconta che non ci possono ammazzare così, che dobbiamo essere portati dal «Generale», che non tocca a loro decidere. A noi dice: vi portiamo dalla polizia e lì avrete la possibilità di spiegare che cosa ci fate qui. Noi lo abbiamo ripetuto tutti e quattro almeno cento volte: siamo solo giornalisti, non abbiamo armi, non siamo il vostro nemico. Dopo una serie di giravolte e di false partenze, con la jeep che si incaglia a metà strada ancora una volta circondata da volti minacciosi, Abdel coglie tutti di sorpresa. Ci fa scendere: li porto io con la macchina di mio padre. Tutto intorno sparano: siamo in una gabbia costruita da uomini a loro volta in gabbia. Come ne usciamo? Il ragazzo alto e moro cammina spedito, quando si attraversa fa segno di correre: «Shot, shot» (sparano, sparano): corriamo, corriamo, ma dove stiamo andando? «A casa mia» è la risposta spiazzante di Abdel. La prima di una lunga serie. È un edificio basso come gli altri, bianco come gli altri. Ma qui dentro succede qualcosa che a tutti noi sembra incredibile. Entriamo, ci togliamo le scarpe come usa nei Paesi arabi e Abdel ci fa sedere sui divanetti poggiati in terra e ora sorride: «Relax, relax», «no problem, no problem». Passa in cucina e torna con acqua, succhi, datteri. È pieno Ramadan e il giovane musulmano rispetta alla lettera il precetto del digiuno. Non tocca cibo e acqua dalla mattina e dovrà aspettare le 19.59, l’ora del tramonto. Ma finalmente si parla. Si comincia con lo stadio Giuseppe Meazza e Gattuso e Abdel si illumina. Poi si passa alla sua fidanzata e il giovane è raggiante: sperano di sposarsi presto. Ma alla fine, inevitabilmente, si scivola nella politica e Abdel si rabbuia. Anche lui ce l’ha con Sarkozy e Berlusconi, ma ciò che veramente lo annienta è quello che vede intorno: «Il mio Paese, il mio povero Paese distrutto dalla guerra».

Racconta di vecchi amici, di conoscenti da trent’anni che da un giorno all’altro, qui nel quartiere di Abu Salif, hanno cominciato a spararsi addosso. Ci rendiamo conto come si somiglino le storie delle famiglie rimaste fedeli a Gheddafi con quelle che abbiamo raccolto lungo la strada verso Tripoli. L’acqua corrente manca sia qui che là. I generatori per alimentare un minimo di corrente sono gli stessi. Come pure la preoccupazione per mettere in salvo i bambini, le donne («i musulmani proteggono le donne») è la stessa. I ragionamenti di Abdel possono non convincere, ma hanno il suono inconfondibile della sincerità. Ora il nostro «carceriere» parla come un amico. Da prigionieri siamo diventati ospiti. A rendere concreto il concetto ci pensa l’inseparabile Mustafa. Arriva il caffè, arriva il tè e poi la cena di fine Ramadan. Pasta al sugo, uova sode, spezzatino. Sarebbe bello spazzolare via tutto, ma nessuno di noi ha fame. È quasi notte, ormai, e intanto siamo tornati nella casa padronale, ma a questo punto nel soggiorno al primo piano. Anche il proprietario ci accoglie con gentilezza e generosità, anche se nella dispensa è rimasto ben poco e le taniche con l’acqua potabile sono ormai a livello di guardia.

Certo, ora si sta meglio, ma siamo sempre tagliati fuori. Come facciamo a dare l’allarme? Basta un’occhiata e Abdel capisce al volo: «Telefonare? No problem» e ci tende il piccolo cellulare. Ancora una volta increduli avvisiamo i nostri giornali. La linea è difettosa, le chiamate con il Consolato italiano di Bengasi procedono a sprazzi. Sì, Bengasi, il quartier generale degli anti-Gheddafi. «Ci hanno chiamato dall’Italia». «Certo, certo», sorride Abdel.

È ora di dormire. Mustafa tira fuori materassini, distribuisce cuscini. La notte è insonne: agli spari si alterna il rombo degli aerei e, quando tutto si placa, comincia un martellante chicchirichì dei galli completamente in tilt. Inevitabilmente i dubbi, i timori si moltiplicano. La mattina arriva il buongiorno del nostro ospite. Si scusa: i negozi sono ormai abbandonati. Non c’è abbastanza per preparare la colazione. Poi naturalmente arrivano puntuali il caffè e i muffin di Mustafa. Ma abbiamo capito che il problema non è la colazione. Il problema siamo noi. «La giornata sarà molto calda oggi», dice Abdel. Poi scambia un’occhiata con l’amico e dice: andiamo. Nel cortile è pronto un camion con i bidoni vuoti per l’acqua. Ci distribuiamo tra l’abitacolo e il cassone. Mustafa al volante, Abdel dietro tra le taniche. Usciamo dalla casa, lentamente, poi sfiliamo tra le strade deserte, tra le auto bruciate, gli sbarramenti di cemento, i segni degli ultimi combattimenti. Non c’è nessuno, filiamo via indisturbati fino a imboccare un lungo viale fiancheggiato da due file di alti edifici fronteggianti. È uno scenario alla Sarajevo: le fazioni si sparano da una finestra all’altra. Ma stamattina è tutto abbandonato. Abdel ripete con gli occhi lucidi: «Povero il mio Paese, povero il mio Paese». A un certo punto cominciamo a vedere le bandiere dei ribelli. Ma dove stiamo andando? Ce lo chiedono anche i giovani ai posti di blocco; ma Abdel sembra che abbia un lasciapassare speciale, saluta e sorride ai suoi nemici. E lo fa solo per noi. Fine corsa: hotel Rixos, ultimo pezzetto della capitale liberata. Siamo in salvo. Ma è difficile separarsi da Abdel e Mustafa. Li aspettiamo a Milano. Stadio Giuseppe Meazza.

Elisabetta Rosaspina

 

 

14 risposte a “I giornalisti sequestrati a Tripoli: il racconto di Elisabetta Rosaspina

  1. E brava la Rosaspina, neo reporter che se l’è vista brutta. La sua cronaca è stilisticamente ineccepibile: metro quattro quarti, ritmo in levare, tempo rubato. Senza pause, solo occhi e orecchie. Perfetta, tranne in una frase troppo scivolosa che purtroppo mi interrompe l’emozione, ché quasi quasi il testo era così ben congegnato da far dimenticare il canovaccio dell’innocenza giovane che a contatto con la corruttela adulta e mercenaria del denaro e del potere non dimentica l’universale valore della vita, che non distingue colori e non conosce nazioni.
    “Siamo solo giornalisti, non abbiamo armi, non siamo il vostro nemico” recita la Rosaspina.
    I lealisti hanno dimostrato di trattare i giornalisti – ricordiamolo per gli smemorati dell’ultim’ora: tutti schierati contro e nessuno a favore, senza eccezione – con i guanti bianchi, sempre che non si voglia leggere il gesto di Abdel e Mustafa come un rischiso atto solitario e sovversivo rispetto ai valori e alle procedure dei miliziani di cui erano parte.
    Se c’era una ragione per fuciliare immediatamente sul posto tutti e quattro i giornalisti è proprio per il loro essere venuti meno al mestiere. Nessun militare o mercenario è un santo e la loro salvezza è probabilmente dipesa dalla forza degli stereotipi. Ciò che li ha salvati è infatti paradossalmente il riconoscimento storico dell’utilità del giornalismo nel diffondere le ragioni della tua causa. I lealisti hanno liberato non l’uomo ma il ruolo. Se avessero letto tutto quello che è stato scritto da quegli uomini in questi mesi contro di loro, e a prevalente senso unico, non credo che oggi Rosaspina si sarebbe risvegliata dal suo probabile sonno eterno.
    Ma dov’erano lei e colleghi in tutti questi mesi? Era proprio necessario farsi rapire per entrare a contatto non dico con le motivazioni dei lealisti (ma la Rosaspina personalizza ulteriormente la categoria in Gheddafiani) ma almeno con la cronaca del loro operato?

  2. Devo dire che mi ha fatta riflettere molto anche l’articolo di Domenico Quirico, il giornalista de La Stampa. Link: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/416974/

  3. Che smemorato, sembro proprio un giornalista anch’io: com’è che infatti sono proprio loro a dimenticare la forza dei riscatti? Forza che rende gentili chauffeurs anche i pirati. Non sarà che la maglia del Milan che rende fratelli e fa battere in sincrono cuori così ideologicamente distanti, non stia in luogo del suo Presidente, occasionalmente anche del Consiglio, ovvero colui che poteva autorizzare e probabilmente ha autorizzato il pagamento del riscatto?
    Per questo l’auspicio di entrambi è ritrovarsi a Milano. La giornalista è già di casa in via Solferino. I lealisti faranno bene a salvarsi la pelle dalla inevitabile guerra civile che è già cominciata e che li farà fuori in gran parte.
    Per questo luci a San siro. Fatti pagare, fatti valere/ più abbassi il capo più ti dicono di si/ e se hai le mani sporche che importa/ tienile chiuse e nessuno lo saprà.
    Perbacco, altro che le due strisce della maglia del Milan, questo sì che è un trait d’union per gli uni e per gli altri.

  4. Questi quattro sembrano non avere ancora capito, forse non capiranno mai, che chi li ha presi li ha risparmiati solo perché non ha letto quello che avevano scritto e scrivono ancora oggi — mi riferisco a quello della Stampa. Dell’altra non so dire perché mi basta quello che ho letto qui riguardo al suo resoconto.
    Ancora stanotte il Corriere della sera on line, in totale contrasto coi resoconti dei suoi stessi giornalisti, titolava: “Un blitz libera i 4 reporters italiani”.

    Per chi detesta la disonestà intellettuale almeno quanto i crimini che copre, sarebbe stato difficile essere così indulgente, al posto di quei lealisti libici.

  5. Mi piacerebbe commuovermi, ma non ce la faccio proprio. L’unica emozione e’ il solito naso storto, perche’? Perche’ il giornalismo fa passare l’equazione gheddafi : ribelli = regime : democratici invece non e’ una rivoluzione democratica, e’ una guerra tra tribu’ per il potere e c’e’ molto da dubitare che le forze guidate dalla tribu warfalla instaureranno un regime tanto piu’ democratico di quello di gheddafi.
    Perche’ l’occidente la racconta cosi’ questa guerra? Perche’ dicendo che i ribelli lottano per la democrazia contro un regime si ha la scusa per appoggiarli. Perche’ l’occidente vuole appoggiarli? Perche’ cosi’ si riaprono le trattative sui rifornimenti del petrolio libico, infatti Italia e Cina che erano ben contente dell’attuale distribuzione non hanno scalpitato tanto, hanno tutto da perderci. La Francia invece si e’ catapultata all’aiuto dei ribelli per cuccarsi quel pezzo di maghreb che non era riuscita a prendersi in epoca coloniale al grido di liberte, egalite, fraternite

  6. Ben, Ugo, Francesca, vorrei precisare una cosa: la commozione che mi ha colta, nel leggere il racconto della giornalista, è tutta collegata allo spaccato di realtà umana – e tutta libica – che ne emerge. Anche malgrado le intenzioni – o la piena consapevolezza – dell’autrice.

    Insomma, gli ci è voluta la violenza di un sequestro, la paura, il rischio della vita per restituirci – fra le righe – qualcosa di più sfumato, meno stereotipato, più complesso dei molti resoconti che abbiamo letto in questi giorni.

  7. @Giovanna
    A livello comunicativo poi quel testo funziona benissimo. Peccato solo che anche questo raro spaccato di complessità tra le parti in gioco sia accettabile giornalisticamente solo attraverso ridotta miniatura ai due giovani, cuori nella tempesta, in cui l’umanità vince sul dovere. Come a dire però: sono acerbi inconsapevolmente finiti dalla parte sbagliata perché magari il fratello maggiore era già schierato, sono lì per caso ma potevano, anzi, sarebbero dovuti essere dall’altra. E infatti ci hanno salvato in barba ai loro capi cattivi e sanguinari.
    Non ho ancora sentito un solo giornalista che abbia raccolto anche la più tiepida dignità di chi magari sia lì prefendo il nazionalismo satrapico ma fermo di Gheddafi alla predazione certa da parte di stranieri delle risorse del proprio Paese per mezzo dei propri concittadini e con una futura classe dirigente che è buona parte della vecchia smacchiata in tintoria.
    Racconto d’altre prospettive, quindi, che tuttavia ci restituisce l’eccezione che conferma la regola: i buoni qui e noi con loro, i cattivi là e nessun cronista per quella voce.
    Ma cosa dico regola. Meglio pregiudizio.

  8. Grazie della precisazione Giovanna, senza era difficile capire cosa intendessi.
    Ho letto ora il pezzo della giornalista. Il pregiudizio disonesto è nei dettagli, efficacemente ingannevoli (la ragazza è brava, farà strada):
    – “esaltati in tuta mimetica”: ma questi, dal loro molto legittimo punto di vista, stanno difendendo il loro Stato da una guerra di aggressione neo-coloniale e saranno molto probabilmente ammazzati a breve — mentre i giornalisti sono lì per giustificare questo, distorcendo tutto, e farci sopra qualche pezzo di colore ben pagato: esaltati?
    – “uomini pieni di odio feroce”, idem
    – “gheddafiani”? vedi ultime due righe del primo commento di Ugo
    – “stessa fauna della mattina: ancora mimetiche, giubbotti antiproiettile, soldati ragazzini”; “fauna”? forse puzzavano.
    – “«No problem, no problem», ci ripete con uno di quei sorrisi che nelle persone pulite partono dagli occhi”. Lui dunque, Abdel, invece è pulito. Perché? Perché, si capisce poi, ha già deciso di liberarli, invece di consegnarli al “Generale”, come forse sarebbe suo dovere. Uno/a in un sorriso può vedere tante cose. Lei vede quello che le torna comodo. Comprensibile umanamente, ma che lo dica alla sua mamma, non dalle pagine di un giornale che dovrebbe informarci, oltre che intrattenerci con facili effetti letterari (“Abdel, 30 anni, magro, barba un po’ alla Che Guevara”, ah ecco: “Endurecerse sin perder la ternura jamás”)
    – “si scivola nella politica e Abdel si rabbuia. Anche lui ce l’ha con Sarkozy e Berlusconi”: è proprio una fissazione, anche nei migliori!
    – “siamo solo giornalisti”: categoria notoriamente al di sopra delle parti, specialmente quando arrivano sulla scia dei ‘liberatori’.
    – “I ragionamenti di Abdel possono non convincere, ma hanno il suono inconfondibile della sincerità. Ora il nostro «carceriere» parla come un amico. Da prigionieri siamo diventati ospiti.” Miracolo a Tripoli.

    In conclusione, spero che Abdel abbia colto giustamente l’occasione per guadagnarci qualcosa, grazie a questi quattro ********.

  9. Per completezza, ecco anche il racconto dell’inviato di Avvenire, Claudio Monici:
    http://www.avvenire.it/Mondo/monici+racconto_201108260630115730000.htm

  10. Mi sono appassionato. Ma non mi ha commosso. E’ una visione attraverso il tunnel, angusta, frenetica, avvincente, infine liberatoria. Però mi lasciano perplesso i passaggi in cui si disegna ed elogia l’umanità dei due salvatori. Vai a vedere se è stato il buon cuore dei due, una telefonata provvidenziale oppure un riscatto. Who knows? La giornalista non era proprio nella condizione emotiva e “militare” per fare del giornalismo d’indagine. Per capire i molteplici conflitti nascosti. Il problema è che, come sottolineato da Ugo, i giornalisti nostrani non lo fanno neanche quando potrebbero. I “cattivi” non hanno mai parola. Soprattutto se rischiano di farci pagare la benzina il doppio. I due gheddafiani buoni sono “angeli”. Hanno uno statuto antropologico speciale che ne giustifica il protagonismo. Posso però immaginare che molti libici non la pensino così. Per chi si trova in guerra 4 scudi umani possono salvare un intero quartiere da un bombardamento. Rischiando 4 vite magari ne salvano 400. E’ un’atroce contabilità, ma i conti si fanno su tutti i lati della barricata. Anni fa presso un campo di Hezbollah in Libano, un giovane militante mi spiegava che “rimandare a casa un soldato israeliano dentro a un sacco di plastica è un grande gesto d’amore”. Così disse. “Per mia moglie, i miei fratelli, i miei bambini…” E me l’argomentò con tanta passione che, nonostante le nostre visioni fossero antitetiche, non riuscivo ad odiarlo. Era un angelo? Una bestia sanguinaria? Un padre? Un soldato? Ecco, ogni tanto vorrei essere interrogato dai “cattivi” anche sui giornali italiani.

  11. @Donmo
    Non ci siamo, non ci siamo. Letto il resoconto dell’inviato di Avvenire scopro che si è sentito dentro “un mattatoio”, che “un pugno [gli] ha sfiorato lo zigomo”, i gionalisti sarebbero stati “malmenati”, l’inviato del Corriere “colpito al volto” laddove Rosaspina dice che sono stati “strattonati” ma che “nessuno si azzarda a toccarci”. Su, mettetevi d’accordo.
    Le incoerenze e omissioni tra i vari reporter sono palpabili. Claudio Monici sembra sicuro di essere nella casa del giovane Abdel; Rosaspina invece parla di una generiac casa padronale.Chiaramente la seconda ha una migliore gestione narrativa della suspence, capendo al volo che omettere l’informazione che Monici invece dà permette di mantenere la tensione e posticipare il release.
    Monici scegli un’altra strada stilistica e si appiattisce sull’eccesso di vittimismo; ha bisogno di iperbolizzare la fisicità per alzare di qualche battito il polso del lettore.
    Che non abbiano capito una mazza di quel che è successo in Libia e nello specifico casi è palese. Lasciamo alla stupidità del cronista Monici la prova del nove dell’inutilità critica di questo tipo giornalismo:
    “Ho girato il volto verso il finestrino aperto e un pugno mi ha sfiorato lo zigomo. Ho concentrato lo sguardo per cercare di capire chi l’avesse sferrato, ma il responsabile si era già spostato più in là, e quello spazio, lì a pochi centimetri dal mio naso, era stato riempito dai due occhi stupiti e a me così familiari. Quel volto vibrante, luminoso, già visto tante altre volte in Africa – in Sierra Leone, in Eritrea, in Somalia –, o a Lampedusa. «Sorry». Il giovane mercenario mi ha chiesto scusa. Per quello che mi stava accadendo e forse anche solo per il fatto di essere lì, pagato e sfruttato dalla follia del regime. ”

    Che interpretazioni sublimi, che inarrivabile acume.
    Chiaramente la mia è solo invidia.

  12. No, anche Rosaspina concorda sulla casa di Abdel. Scusate la mia distrazione. Il resto è corretto.

  13. Spontaneamente, mi limiterei a ringraziare Giovanna per la segnalazione di questo bel resoconto di un episodio della guerra civile libica e a condividere le sue reazioni. Ma vedo che vari commenti ricordano che la stampa italiana sta generalmente assimilando questa guerra quasi ad una lotta fra una causa buona e una cattiva e vorrei aggiungere che questo superficiale e schematico punto di vista è stato purtroppo condiviso fin dall’inizio dei bombardamenti dalla stampa di molti paesi, in particolare quella francese, che aveva seriamente convinto l’opinione pubblica sul “dovere” di intervenire da parte di un “ paese civile” come il loro . Pochissime e poco seguite le opinioni diverse in giro per il mondo, compresa l’Italia. La conclusione è che, nonostante l’alfabetizzazione e poi Internet, continua a dominare l’ignoranza sulle complesse realtà di paesi anche molto vicini, ma diversi dal proprio, e permette a multinazionali varie di far bombardare quando aggrada gli abitanti di paesi dotati di materie prime come il petrolio. Speriamo che la fortuna di averne abbastanza poco preservi le genti della Siria !

  14. @Angelo Marzollo
    In materia di conflitti i Media hanno sempre seguito e sempre seguiranno, pavento, il palinsesto del lungometraggio dell’ipocrita: primo tempo per peccare -intervallo per mangiare – secondo tempo per espiare.
    Secondo questa struttura tutta la prima metà del racconto si appiattisce sullla falsariga servile della politica estera di Stato che di solito giova agli interessi economici nazionali oltre che al proprio specifico showbiz delle bombe, delle dirette e dei morti. L’intervallo coincide con il raggiungimento degli obiettivi di Stato e per funzione si disinteressa all’argomento. È il tempo delle patatine e delle chiacchere, si dimentica il conflitto perché ha esaurito la sua fase eccitatoria sul pubblico e in questa formula non paga più.
    Il secondo tempo è più articolato e può presentare un’interessante qualità critica. Diciamo che il giornalismo comincia qui, quando e se comincia. È nel secondo atto che partono le pubblicazioni indipendenti, i libri verità, gli speciali più ragionati, gli inviati colti che sgomitolano la complessità, le sceneggiature per i film, gli editoriali confessionali autoincensatori del lo-abbiamo-sempre-pensato-ma-abbiamo-taciuto-venendo-meno-al-ruolo-bla-bla-bla…
    Il corollario è amareggiante: quando si tratta di Guerra, la funzione informativa e critica del giornalismo, quella che dovrebbe far indignare i cittadini e smuovere quanto prima all’azione e alla richiesta politica di un rendiconto ai rispettivi governi d’appartenenza, come dire, è nella migliore delle ipotesi muta e nella peggiore corresponsabile. Il giornalismo vero lo trovi sempre dopo a piangere sul latte versato, a battersi il petto dell’importanza di chiudere la stalla quando i buoi son già scappati.
    Comunque a pancia piena.

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