Il lusso è un diritto… vostro. I nostri diritti sono un lusso

La pubblicità della nuova Lancia Ypsilon 5 porte «Il lusso è un diritto» continua indisturbata da giugno.

Avevo già scritto allora che è quanto meno fuori luogo una campagna che grida «Il lusso è un diritto» mentre la crisi economica infuria nei paesi in cui si vende la Ypsilon («Luxury is a right» è la versione inglese). Vedi: «Il lusso è un diritto». Nuovo concetto di lusso o insulto sociale?

Mi pare una pubblicità insultante per chi non ha un lavoro o l’ha perso. Per chi non arriva a fine mese. E trovo pure che prenda in giro le poveracce (il target della Ypsilon è soprattutto femminile) che, non potendo accedere al lusso vero, s’illudono di trovarlo in un’utilitaria con l’aria chic.

Eppure – avevo notato a fine giugno – nessuno si ribella contro questi cartelloni, nessuna li strappa indignata né gli lancia pomodori contro, nessuno li prende a simbolo di una società da combattere. Al contrario, molti in rete e alcuni pure su questo blog hanno commentato cose del tipo: «Cosa c’è da scandalizzarsi? Vincent Cassel è un figo e la campagna mi fa riflettere (sic!) sul concetto di lusso. Ha ragione lui: il lusso sta nelle piccole cose».

Evidentemente, avevo concluso, in Italia non siamo ancora abbastanza poveri. Né abbastanza arrabbiati.

Qualche giorno fa, il laboratorio Palayana.org, che raccoglie studenti dell’Università Federico II di Napoli mi segnala che loro, da quelle parti, se la sono presi con i cartelloni «Il lusso è un diritto», spruzzandogli sopra in rosso la scritta: «…vostro. I nostri diritti sono un lusso».

Non basta, ragazzi. Bisognerebbe farne mille, di queste cose, identiche e coordinate in tutte le città. Ma bisognerebbe soprattutto che fossero più creative, che colpissero la fantasia di chi passa, in modo da non essere liquidate come azioni di vandalismo fine a se stesso.

Qualcosa di simile a ciò che il Be Yourself Movement aveva cominciato a metà 2010, per poi finire in pochi mesi a fare marketing a pagamento per un brand. E per quattro soldi. Vedi: Guerrilla marketing e contropubblicità: matrimonio impossibile?

Possibile che in Italia non si riesca a trovare una soluzione creativa che non sia o protesta isolata (e perciò inutile) o tentativo di farsi notare per finire al più presto sfruttati da qualche marchio di moda?

(Clic per ingrandire.)

I nostri diritti sono un lusso

39 risposte a “Il lusso è un diritto… vostro. I nostri diritti sono un lusso

  1. Rientra nella stessa categoria anche la pubblicità della Dacia Duster che circola in questi giorni in tv, con la coppia che quando sente il prezzo storce la bocca e dice “Solo? Vogliamo pagare molto di più!”?

  2. ma se non ci fosse una tale campagna pubblicitaria …lei, da “gIORNALISTA” cosa avrebbe scritto e/o commentato?
    secondo lei che grado di interesse ha questo insormontabile problema? di quanto ha ridotto o aumentato il PIL?
    secondo lei, noi ( mi ci metto anche io) che mandiamo avanti l’Italia a fatica, che dobbiamo inventarci/crearci lavoro, abbiamo il tempo di guardare e giudicare un cartellone pubblicitario così?
    magari lei ha il tempo anche di indignarsi..ma è così che si lotta per i diritti?secondo lei, oltre a essere mantenuti dalle loro famiglie quei 4 ragazzotti della foto cosa fanno a quest’ora?
    un pò di serietà..perchè voi siete la voce che arrivate a tutti e non continuiamo a istigare e fare come fanno le tv..raccontare, riportare cazzate cercando di scovare dietro il principio, il diritto…
    ovvio che non c’è nulla di personale contro di lei…ma certe notizie starebbero bene su un sito che pubblica barzellette..
    la saluto e i bocca al lupo per i prossimi scoop
    Cordiali Saluti

  3. Non so se era questo l’intento, però gli ideatori di questa pubblicità sono riusciti a colpire il pubblico (positivamente o negativamente) e far parlare della nuova lancia.. e due post su questo blog ne sono la dimostrazione

  4. Alessandro: il famoso «parlino bene o male, purché parlino» ha cominciato da un pezzo a fare acqua. Lo dimostra il fatto che sia diventato senso comune e molti vi si attacchino per fingersi più furbetti degli altri.

    Anche nella comunicazione di massa, anche per fare massa (e soldi) oggi per fortuna non basta più che se ne parli: dipende da come se ne parla.

    Skeight: rientra.

  5. Sono d’accordo. La pubblicita’ certo ha raggiunto il suo obbiettivo, perche’ e’ riconoscibile e pure noi siamo qui a parlarne. Ma cio’ non toglie che quella frase sia disturbante per mille ragioni.

  6. caro baf: temo che lei non abbia colto il mio punto.
    È esattamente ciò che dicevo io: azioni come quella dei ragazzi di Napoli non servono a nulla.

    Inoltre, perché si arrabbia tanto? io in questo spazio cerco di riflettere e far riflettere sulla comunicazione di massa, il suo rapporto con i problemi della società, le cose che si possono fare per migliorare le cose.

    Inoltre, la prego: non sono una giornalista ma una docente universitaria. E non faccio scoop. Questo non lo è.

  7. Ritagliarsi un momento di gloria, sia comprando una bella macchina che manifestando lo sdegno, è il lusso più ambito in Italia.

  8. Il video spot si presenta chiaramente come una critica all’ostentazione del “lusso” intendendo il senso finale di questa parola come “benessere” e “piacere” del potersi comprare qualcosa con un prezzo relativamente basso (12mila euro mi pare; se non sbaglio costa di più la 500) senza rinunciare alla qualità del prodotto. Inoltre si parla di “priorità” all’interno delle nostre scelte. Dunque se l’auto non è una priorità significa che puoi anche prenderti una bicicletta o un motorino (oppure un’auto usata). Il cartellone pubblicitario potrà anche essere frainteso (e cmq ce ne vuole, data la fattura dell’auto), ma tenendo conto del martellamento video dubiterei che qualcuno “fraintenda” per ignoranza, cioè non conoscenza dei fatti oggettivi. Piuttosto credo sia in atto un’epidemia di derive paranoiche che da tempo si nutrono della sovrainterpretazione come innesco iniziale. Sono due anni e più che seguo i movimenti “neo-femministi” e quindi parlo per esperienza, non per sentito dire o opinione maturata nella pausa pranzo. Sinceramente io sono veramente preoccupato di tutto ciò. Se riuscissimo a intenderci forse faremmo davvero qualcosa di utile per questo paese.

  9. luziferszorn, scusa: cosa c’entrano i movimenti neo-femministi con questo post?😮

    Ma hai letto bene cosa ho scritto? Se dico che in Italia non siamo ancora abbastanza poveri, dico qualcosa che tu confermi in pieno quando parli del costo di 12000 euro della Ypsilon e del fraintendimento e della sovrainterpretazione. Parli di sovrainterpretazione solo perché a te non viene in mente nemmeno da lontano, evidentemente, che ci sia qualcuno, anche in Italia, che non può davvero permettersi di spendere 12.000 euro per un’utilitaria. E nemmeno 5.000, accidenti. E neppure di meno: la macchina non ce l’ha o, se ce l’ha, l’ha presa a 500 euro usatissima e scalcagnata.

    Ma se non ti viene in mente una cosa così banale e se a molti come te non viene in mente, ciò conferma quel che ho detto: in Italia non siamo ancora abbastanza poveri. Perché se ce ne fossero abbastanza, di persone arrabbiate perché quell’auto messa così, in termini di “lusso di diritto”, in realtà non è affatto un diritto, per loro, perché stanno malissimo e a malapena mangiano, ecco che una pubblicità del genere sarebbe pesantemente contestata.

    E ti dirò di più: in realtà, se ce ne fossero di più, di poveri veri in Italia, una pubblicità del genere non sarebbe nemmeno uscita. Mi spiego?

  10. Mi scusi professoressa se l’ho chiamata giornalista e se fra le mie righe ha letto arrabbiatura…e comunque in effetti lei, quanti Italiani conosce che non sono arrabbiati?
    “io in questo spazio cerco di riflettere e far riflettere sulla comunicazione di massa, il suo rapporto con i problemi della società, le cose che si possono fare per migliorare le cose” ottimo..ma i fatti? che fine ha questa sua analisi del cartellone pubblicitario? cosa comunica alla massa? quali sono i problemi sociali?cosa si può fare per migliorare le cose?

  11. baf: io tutti i giorni incontro centinaia di studenti in università e mi rivolgo a migliaia di persone con questo blog. Faccio quel che posso, nel mio piccolo.

    Lei, mi scusi, cosa fa?

  12. Al di là della campagna Y (anche se sono d’accordo con il post) mi sono posto e mi pongo anch’io la domanda: perché nessuno… s’incazza? Credo che sia il fatto che in Italia c’è un tabù “nuovo” che è la povertà. Non si parla di povertà e tutti rifuggiamo dalla povertà. Essere poveri non è “figo” e se uno è in difficoltà non ne parla e non lo fa vedere. Dobbiamo dare un’immagine positiva e vincente! La povertà è come avere la lebbra.

  13. “E ti dirò di più: in realtà, se ce ne fossero di più, di poveri veri in Italia, una pubblicità del genere non sarebbe nemmeno uscita. Mi spiego?”
    no porfessoressa…spieghi a me quest’ultima sua frase…

  14. io sono un libero professionista..

  15. Baf, voglio dire che probabilmente, con un tasso più alto di povertà nel nostro paese, l’azienda del gruppo Fiat che ha commissionato la pubblicità e i pubblicitari dell’agenzia Armando Testa che l’hanno fatta, probabilmente, ripeto, avrebbero capito che uscire con una pubblicità del genere avrebbe scatenato proteste a non finire, danneggiando l’immagine della Lancia e del prodotto Ypsilon. Sarebbe stato tirare troppo la corda.

    Forse. Ma forse anche no, perché in pubblicitari non sono così acuti come a volte li facciamo. Tanto è vero che l’hanno fatta uscire ora, che siamo in una situazione al limite. E un po’ di danno d’immagine, quella pubblicità, sono sicura che glielo porta.

  16. E se stessimo sbagliando completamente mira?
    Di primo acchito parrebbe che l’autovettura in questione venga ammantata dall’aura di oggetto di lusso, spicciolo ma raggiungibile, tangibile e fruibile, alla portata abbastanza realistica di chi, per indole e incapacità economica, tende a invidiare il possesso di oggetti veramente lussuosi tipo orologi di gran marca, arredamenti in stile, quadri, indumenti sartoriali, chalet alpino, panfilo, ecc.
    Riflettendoci su, a causa anche della mia mente bacata e vagamente dietrologica (o dietroillogica) mi si è presentata un’immagine orwelliana: un diritto negato viene mascherato e imbellettato e, con un doppio salto mortale, appare dapprima come oggetto di desiderio edonistico, e poi preteso come un’esigenza innegabile e socialmente corretta.
    C’è chi si deve spostare per lavoro, chi ha figli piccoli, chi non abita proprio in centro, chi ama viaggiare, e tutti possono facilmente (e infelicemente) constatare, ogni santo giorno che Dio manda in terra e ogni dannato chilometro che devono percorrere, la drammatica inconsistenza e inefficienza del trasporto pubblico e assimilati.
    Il tempo impiegato per tragitto casa-fabbrica-casa utilizzando i mezzi pubblici è spesso comparabile all’orario lavorativo. La mancanza di un supporto logistico alle esigenze delle famiglie con figli obbliga queste ultime a tramutarsi in tassametristi a tempo pieno. L’isolamento delle periferie si misura anche con la lunghezza biblica degli intervalli tra una corsa e l’altra di un tram, un autobus, un treno, se non addirittura dall’assenza di ogni mezzo pubblico disponibile. L’affollamento, l’obsolescenza delle strutture e l’inefficienza generale scoraggiano l’ecoturista, il quale amerebbe viaggiare per rilassarsi e non per incazzarsi.
    Chi come me è stato all’estero, in Francia, in Austria, in Olanda, in Germania, in Inghilterra, non ha mai mancato di stupirsi della buona organizzazione del trasporto pubblico, e di come questo venga sempre privilegiato nella visione istituzionale e popolare. Certo neanche in quei paesi son tutte rose e fiori, ma al loro confronto ci facciamo sempre una pessima figura.
    Così capita che da noi il diritto di potersi spostare economicamente e rapidamente venga cronicamente negato, e al suo posto ci venga offerta una sola parola “arrangiatevi”.
    Solamente che detta così suonava male, qualcuno avrebbe anche potuto adombrarsi e finanche indignarsi. Allora, scopiazzando malamente Mary Poppins, si è pensato bene di avvolgere questa pillola di sterco mediante uno spesso strato di zucchero colorato (e magari anche bicolore metallizzato), facendocela anche desiderare (e pagare).
    Non ho altra spiegazione in quanto riterrei irrealistico spacciare come oggetto di lusso una carabattola fumigante, un qualcosa che un tempo veniva spregiativamente definito “utilitaria”, un secchio di bulloni in un guscio di latta e plastica destinato a sfasciarsi in capo a una decina d’anni, non senza prima averci procurato grattacapi più o meno dispendiosi. Un lusso quella specie di scatola di sardine (anzi peggio perché le sardine almeno stanno belle distese mentre noi dobbiamo strizzarci quasi in posizione fetale) che tra l’altro dobbiamo anche guidare noi, faticando, pericolando, sperando che vada tutto bene? Ma andiamo!
    Maledetta la mia memoria. Ricordo ancora bene quel filmino proiettato a scuola quand’ero in quarta elementare, si intitolava “Il giro d’Italia in Fiat 850”, un goffo e plateale lavaggio del nostro giovane cervello. Oggi invece, grazie al progresso, c’è il marketing, un esercito di ingegnierizzatori, psicologi e creativi che lavorano indefessamente con un unico obiettivo: prenderci per i fondelli, tutti, grandi e piccini, poveri e meno poveri, belli e brutti, carne da cannone. Ognuno di noi ha il suo bel bersaglio tatuato sulla pelle, perciò, come in quel gioco di un tempo, la “palla prigioniera”, vediamo di schivarci e, se possibile, di restituire il colpo.

  17. Baf: “magari lei ha il tempo anche di indignarsi..ma è così che si lotta per i diritti? Secondo lei, oltre a essere mantenuti dalle loro famiglie quei 4 ragazzotti della foto cosa fanno a quest’ora?”.

    La cifra del nostro paese, attualmente, è questa. L’indignazione vista come appannaggio di chi ha tempo sufficiente per ragionare sui massimi sistemi (e sui minimi, anche) e strani passaggi logici per cui il problema sociale è agganciato di default non a chi lo soffre, con relativa lucida analisi (o anche meno lucida, dipende dai contesti), ma a chi lo sfrutta per convalidare il proprio “fancazzismo”. Da lì partono sciocchezze con il vestito a festa su quanto sia inutile o addirittura controproducente l’indignazione, accompagnata da ismi attualmente molto di moda (disfattismo, pessimismo, buonismo, moralismo). Francamente? Basta. Inzio a vergognarmi.
    Non mi sarebbe servito certo un dottorato di ricerca per riconoscere un pregiudizio gravissimo in questo genere di affermazioni. Prendo in considerazione che la discriminazione e lo scarso senso sociale ce lo portiamo nel dna, e qui torna il discorso del lusso, non tanto materiale, ma di pensiero. Il che farebbe davvero pensare che siamo un paese ricco, o abituato a considerarsi tale, con tutte le conseguenti e colpevoli assuefazioni del caso.
    Se fossi uno di quei quattro ragazzi sfrutterei il centone che lei suppone papà mi sganci per prendere un bell’Eurostar e venirla ad acchiappare per un orecchio. Le direi certamente che “ragazzotto” è un appellativo che può dedicare a chiunque fra i suoi conoscenti lo tolleri, ma non a me. Dopodichè le offrirei un viaggio per i posti del nostro paese (nord e centro e sud) dove di lusso proprio non si respira l’aria, e le chiederei se ha ancora voglia di sparare prima di farsi venire un dubbio. A quel punto resterebbe da stabilire di cosa vale la pena parlare, e di cosa no.

  18. Giovanna, non sono d’accordo. La campagna Lancia Y non la trovo per niente insultante. Usa una metafora per dire: “l’inaccessibile è accessibile”. E’ come se dicesse: è una macchina che normalmente non potresti permetterti, ma l’abbiamo fatta a un prezzo accessibile. Non è insultante, forse è provocatoria, sicuramente è banalotta. Non è un inno al lusso, è una dichiarazione di “povertà”. Sono i poveri (di soldi e di spirito) che vanno dietro ad un testimonial per avere accesso a un fantomatico inaccessibile. I ricchi vanno in bici. I più ricchi se la costruiscono da soli. Per questo non darei ulteriore ribalta a questa campagna che voleva, nelle intenzioni dei colleghi pubblicitari, diventare un oggetto di dibattito sociale in un momento in cui, nelle nostre teste, c’è pochissimo spazio per la comunicazione commerciale. Missione riuscita. In quanto ai ragazzi di Napoli usano il tabellone pubblicitario in modo “parassitario” per elevare il discorso politico ad un livello più ampio. Quando scrivono: il lusso è un VOSTRO diritto. Non stanno più parlando dell’auto. Infatti i loro nemici, i gruppi dominanti di cui parlando nella “rivendicazione”, se ne fregano di un’ auto da 12000 euro e i ragazzi lo sanno. Tuttavia, paradossalmente, questo dibattito sul concetto di lusso si trascina dietro il santino di quest’auto e lentamente la accredita come icona. Quelli di Armando Testa, giustamente darebbero un occhio della… testa per fare della Y5 una versione lusso della R4, maledetta auto “democratica” da incendiare sulle barricate del maggio francese. Salvo poi diventare simbolo extraparlamentare in un paese provincialotto come l’Italia. Quindi, per Lancia, un prossimo passo per una efficace strategia di marketing potrebbe essere la distruzione di alcuni esemplari di Y5 ad opera di finti manifestanti nel corso delle manifestazioni dell’autunno caldo prossimo venturo. Questo per quanto riguarda la “guerriglia del marketing”. Che è cosa completamente diversa dal “marketing della guerriglia” anche se le due cose vengono spesso confuse e, permettimi, la tua prematura apologia di BYM ne è un classico esempio. Il “marketing della guerriglia”, come le rivolte in medio oriente, Madrid e Londra hanno dimostrato, sembra privilegiare canali come twitter e il buzz. E i messaggi sono piuttosto pratici. “Siamo in piazza Tahir e non ci muoviamo”. E’ un marketing acefalo, tribale, incendiario e operativo, fatto di tempi e luoghi. Al massimo produce dei “memi” e non concede molto alla creatività, all’elaborazione ideologica e culturale. Hai ragione, se la gente fosse più povera e più incazzata, non ci sarebbe molto da spiegare. Ma neanche molto spazio per ragionare. Quindi, voglio essere costruttivo e mi chiedo: quali sono oggi i contesti mediatici per “costruire” cultura altra in Italia? (domanda aperta, anzi, apertissima)

  19. “oltre a essere mantenuti dalle loro famiglie quei 4 ragazzotti della foto cosa fanno a quest’ora?”
    Mi scusi, ma questo che cosa mai c’entra con quello che hanno scritto? E Lei tra l’altro che ne sa? Potrebbero anche avere un doppio lavoro e una paga da fame, e sentirsi insultati dal pubblicitario di turno che urla “il lusso è un diritto” quando per loro è un lusso riuscire a sbarcare il lunario.
    Purtroppo è a causa di persone come lei che in questo paese non si può dire di essere liberi professionisti senza essere presi per snob, arroganti e sempliciotti. Perché, a ben vedere, se qualcuno qui avesse deciso di abbassarsi al suo livello, la prima risposta che si sarebbe beccato sarebbe stata: “E lei come si permette di andare a dire a qualcuno che non ha niente da fare, quando perde tempo a leggere blog al posto di lavorare?”.
    O anche: “Ma se indignarsi è un lusso di persone che non hanno nulla da fare, lambiccarsi sulle inutili indignazioni di persone che s’indignano solo perché non hanno preoccupazioni, non è forse ancora più sintomo di totale fancazzismo?”.
    Se ritiene che l’analisi della comunicazione commerciale (uno dei parametri per valutare la società) sia inutile, la soluzione migliore è sfruttare il suo (a suo dire) poco e prezioso tempo con qualche più (sempre a suo dire) utile passatempo. Sia essa la contabilità o il cucito.

  20. Cara GiovannaCosenza, qui non c’entra l’esser poveri o ricchi ma saper interpretare sulla base nelle info forniteci. Questa pubblicità non è OGGETTIVAMENTE offensiva perché il video mette in scena un doppio personaggio che interagisce con sé stesso (attore) spiegando al suo gemello strafottente (recitante) che il “lusso” è ciò a cui tu dai una priorità di valore, quindi non ciò a cui altri danno valore secondo un canone capitalista per i più irraggiungibile (diamanti, feste, barche, alberghi, auto di lusso appunto). Non è necessario spendere 300mila euro per una Aston Martin per essere “eleganti” ma basta la “modica” cifra di 12mila. Stiamo parlando di auto, quindi i prezzi sono reltativamente alti anche nell’economico. Passiamo ai vestiti? Una mia amica di Milano si veste al mercatino dell’usato e va alla prima della Scala con indosso “straccetti” da 10/20 euro facendo un figurone che le carampane vestite da armani e valentino si sognano. Questo spot rientra nell’arte dell’arrangiarsi e del “godere” anche senza essere straricchi. A suo modo si potrebbe dire, pure “educativo”. Ad ogni modo è una pubblicità: e che ci vogliamo aspettare da una pubblicità se non l’invito a spendere i nostri soldini? Che poi ci sia gente che non ha di che campare è un’ovvietà. Ma, intendiamoci, era così anche nei decenni passati, quelli del boom economico, quando facevano lo spot della prima Cinquecento: http://www.youtube.com/watch?v=4sU1YDWIOR8 .
    Gente che sta peggio c’è sempre. Basta guardare all’Africa. Ora non vorrei buttarla sul filosofico, ma credo che il nostro compito non sia rinunciare a tutto per non sentirci in colpa, bensì comprendere la complessità di questa società; perché se io sono più attento al mondo circostante qualcun altro trarrà beneficio dal mio comportamento. E non credo affatto che accanirsi contro una pubblicità, sulla base di una sovrainterpretazione o, peggio, una “decodifica aberrante”, (citavo il “neo-femminismo” perché in tal senso ci ha dato una quantità di esempi preoccupante) sia un buon modo per migliorare una società.

  21. E’ scandalosa questa pubblicità…sorpatutto se trasmessa nel nostro Paese in questo periodo…

  22. Luziferszorn: sicurissimo di non essere lei, a fare la «decodifica aberrante» e «overinterpretation» and so on and so forth? La Scala e la sua amica, la 500… 😮

    Fra l’altro, essendosi stavolta mooolto arrabbiato con me, le segnalo che il suo commento ha perso un po’ della consueta lucidità. Take it easy…😉

  23. Scusa, scusi (non ci davamo del tu?), la questione imho si risolve trascrivendo parola per parola il testo sceneggiatura dello spot e analizzandolo. Peraltro vedo ora che ci sono altre versioni video dello stesso spot, ad es questa con la fusione dei gioielli nel crogiolo: http://www.lancianewypsilon.it/default.aspx
    “Abbandonare il superfluo. Ammirare l’essenza. Riscoprire l’eleganza, finalmente libera di esprimere se stessa… L’eleganza è un diritto”.

  24. Ho difficoltà anch’io, come brunobonisiol e luziferszorn, a capire la tesi principale di Giovanna:
    “Mi pare una pubblicità insultante per chi … non arriva a fine mese … prend[e] in giro le poveracce … che, non potendo accedere al lusso vero, s’illudono di trovarlo in un’utilitaria con l’aria chic.”

    La mia difficoltà mi sembra connessa al senso della parola “lusso”. Nell’uso comune a me sembra che possa anche significare “cosa superflua che procura piacere” come in “mi sono concessa il lusso di uscire mezzora prima dal lavoro e concedermi un aperitivo” — un tipo di uso frequente nel mio ambiente.
    In effetti però sul Devoto Oli quest’uso del termine non è registrato. Registra invece, come gergo giovanile, “ci è andata di lusso”.

    Avrei difficoltà anche a capire perché sia criticabile, pure in periodi di crisi di una società che resta comunque affluente, la pubblicità di beni davvero di lusso, tipo “un diamante è per sempre”.
    Mi pare naturale che in società in cui si producono beni di lusso — quasi ovunque ormai — i produttori pubblicizzino i loro prodotti come beni di lusso, status symbol ecc.
    Ma forse il punto è un altro e non lo colgo.

  25. Mi viene il dubbio che la mia difficoltà dipenda anche da questo: non attribuisco alla pubblicità una funzione educativa. Ritengo inevitabile che trasmetta idee che personalmente non condivido, quando queste idee siano largamente diffuse e quindi possano essere sfruttate per promuovere le vendite. Entro i limiti della decenza morale, ovviamente.

    Allora il punto, anzi i punti potrebbero essere:
    – quanto è utile un’analisi di idee criticabili veicolate dalla pubblicità?
    – quanto è utile una campagna culturale e politica contro le pubblicità che veicolano idee che riteniamo non buone?
    – quanto è utile richiederne la censura alle autorità competenti?
    Personalmente risponderei senza riserve sì alla prima domanda.
    Riguardo alle altre due, non saprei rispondere se non caso per caso.

  26. ….in Italia non siamo ancora abbastanza poveri. concordo.

  27. Insisto su di un punto su cui ho dubbi, in relazione alla tesi di Giovanna riguardo alla pubblicità della Y10, sperando di ricevere aiuto.
    Scusate se sollevo questioni già risolte.😦

    Ho detto che secondo me dalla pubblicità non si può pretendere che abbia una funzione educativa. Questo mi sembra davvero troppo ovvio.
    Ma si può pretendere che NON abbia una funzione diseducativa?
    Risponderei di sì, qualora offendesse valori generalmente ritenuti sacrosanti — ad esempio oggi la pari dignità dei diversi generi sessuali.

    Ma se è diseducativa rispetto ai miei criteri, ma non a criteri altrui, riconosciuti legittimi anche solo da una ristretta minoranza?
    Ad esempio, se motiva un acquisto come status symbol, mezzo di distinzione sociale? O, all’estremo, come lusso irraggiungibile dai più?

    Possiamo criticare un libro o un articolo che propagano idee che non condividiamo — ad esempio classi maschili e femminili separate a scuola.
    Ma quanto è utile fare una campagna contro questa pubblicazione? Invitare la gente, ad esempio, a boicottare la casa editrice o il periodico che la ospita?

    Riteniamo diverso, rispetto al libro o all’articolo, il caso di una pubblicità che propaga idee legittime, ma da noi ritenute sbagliate e nocive?
    Forse la differenza è che il libro o il periodico possiamo comprarlo o non comprarlo, mentre alla pubblicità siamo esposti tutti.
    E’ una differenza sufficiente?

  28. Le domande finali di Ben aprono un non facile dibattito, sicuramente interessante, ma forse troppo ampio da affrontare qui, in coda. Quanto alla parola “lusso” credo sia questo l’unico punto su cui si possano, in qualche maniera, concentrare le tesi critiche “contro”. Non che io sia a favore, neh? Intendiamoci, non sono favorevole alla pubblicità in nessun caso. Diciamo che la sopporto, raramente la trovo simpatica, quasi mai utile. Piuttosto cerco di evitarla il più possibile (per quanto possibile). A parte questo, rilevo anch’io l’uso quotidiano della parola “lusso” in frasi che fanno riferimento a qualcosa che ci dà piacere. E qui entriamo in una questione delicata, perché il problema diventa il valore assoluto che attribuiamo al denaro e non alle cose che ci danno piacere. E poi c’è sempre il discorso delle priorità: posso spendere tot per qualcosa che ritengo utile, ma non per qualcosa che va di moda. Se lo faccio, sono una vittima (Nuova Collezione Ypsilon 2011. Fashion, not victim http://youtu.be/CrExXEZFy2c ). Ma c’è dell’altro. Se guardiamo alle numerose pubblicità di auto di lusso (quelle vere “di lusso” http://youtu.be/Q5cqc7bfT6M ) non cogliamo nessun fastidio: ammiriamo 300mila euro che sfrecciano su una strada in piena natura e abbiamo la sensazione di bellezza e libertà. C’è forse qualcosa di malefico in tutto ciò? Che l’auto sia un prolungamento della nostra personalità (e del pene per i maschietti) è un dato di fatto. Ma c’è anche un fattore di bellezza oggettiva che molte automobili incarnano al punto tale da diventare icone intoccabili (da qui anche la relazione erotica col corpo femminile). Ok, non mi posso permettere una Aston Martin, però non mi incazzo se qualcuno la pubblicizza per qualcun altro che se la può comprare. C’è da chiedersi perché mi dovrei indignare se mi pubblicizzano una “macchinetta” da 12mila euro sostenendo che anche con questa cifra si possono avere grandi prestazioni, affidabilità e bellezza. Forse perché è un modo per spillare quei 12mila a chi ne possiede pochi di più? Non mi convince neanche questa tesi. Sono convinto la questione rimanga incentrata sul valore assoluto del denaro che da sempre mi tiene in gabbia senza farmi godere i piaceri della vita. E credo che la serie di pubblicità della Ypsilon2011 vadano proprio a girare il coltello in questa nostra ferita, aperta e sanguinante.

  29. Apprezzo molto i commenti di luziferszorn, in particolare l’ultimo, in particolare le ultime due frasi. Si parla tanto di questa pubblicità – e non è, questo, un obiettivo raggiunto per i creativi? – perchè è a mio avviso decisamente complessa, spiazzante nella sua ambiguità. L’indignazione per la sfacciataggine dello slogan è solo la prima reazione a pelle quando lo si legge ma è accompagnata anche da un senso di incredulità (“ma come possono??? di questi tempi???!!!) che induce a una seconda passata. Ti accorgi allora che il messaggio è che il lusso sta nelle “piccole cose”, purchè piacevoli ed eleganti, non necessariamente utili ma, se poi sono anche utili (è un’utilitaria) ancora meglio. E’ il famoso unire l’utile al dilettevole, che tranquillizza, rasserena, permette di far sentire meno in colpa se si sottrae dal magro stipendio (quando c’è) la cifra, rateale, per l’acquisto. Si gioca con il dissidio interiore e materiale (ecco il dialogo dei due personaggi) di una classe medio-bassa che tutti i giorni deve fare i conti, è impoverita economicamente e civicamente (ecco l’evocazione del concetto di diritto), ma non è ancora povera davvero – come nota Giovanna – e può ancora porsi il problema della scelta: dovrei cambiare l’auto, mannaggia! che faccio? ne compro un’altra o no? me lo posso permettere? nuova o usata? Lo spot offre la risposta: per me è un lusso, sì, ma posso farcela e poi … accidenti! già mi privano a poco a poco di tanti altri diritti! almeno questo, di status civile, me lo posso permettere! La frase finale è lo sfogo liberatorio di un piccolo borghese in crisi. A me sembra efficacissimo e, dato che è finalizzato alla vendita e al consumo, non immorale. A meno di non considerare immorali tout court i valori borghesi del capitalismo. Il che …😉

    Piuttosto: credo che comunque l’eco polemica provocata dall’effetto-indignazione che coglie di primo acchito forse sia arrivata. Nella mia città, Genova, ho visto cartelloni in cui lo slogan incriminato è sparito,
    sostituito da “l’eleganza è un diritto”

  30. Mi sembra che lo spazio in cui il dibattito si svolge si restringa a questo: ciò che la pubblicità afferma è falso. In questa idea un implicito: la separazione tra la realtà e il racconto, da cui seguono critiche sulla pertinenza e il valore etico di quanto si afferma nella campagna.
    Ora, mi sembra che sia possibile considerare la cosa da un punto di vista immanente, senza confrontare due piani trascendenti l’uno rispetto all’altro, come il discorso pubblicitario e la realtà dei fatti. Non solo “ciò che si dice di ciò che si fa” (si afferma la possibilità di accesso al lusso tramite l’acquisizione dell’oggetto magico), ma anche “ciò che si fa di cò che si dice” (il senso della pubblicità dove porta l’immaginario dei consumatori?). La questione, in questi termini, diventa pienamente politica, olte che economica e sociale.
    “Il lusso è un diritto” si ispira, credo, alle rivendicazioni del ’68 in cui si esigeva il superamento del clivaggio sociale. Trasformare il lusso in diritto consisteva nel gioire della pienezza della vita per mezzo di una redistribuzione equa (sia: “Le case padronali saranno del popolo”). Il che implica un’interpretazione del lussuoso inerente a desideri molto diversi di quanto non sia quello di un’utilitaria. Una pubblicità diversa, pubblicizzarebbe prodotti diversi. Non credo ci sia un buon modo per parlare di falsi bisogni.
    Il movimento annegato, le sue rivendicazioni hanno nutrito le tecniche di assoggettamento del capitalismo flessibile. Lavoro a casa, mobilità sono ad esempio prinicipali strumenti di straniamento contemporaneo. Questi stessi valori sono stati “spettacolarizzati” e resi inoffensivi (o perfino strumenti del profitto). La macchina è uno dei prodotti che ha partecipato allo straniamento delle persone dalla capacità di muoversi. E’ interessante vedere come nella macchina ci si senta in una dimensione privata, e di come si sia per questo molto più aggressivi al volante di quanto non si sia a passeggio. La cosa per me straordinaria è come questo sia diventato un modo per stare bene. Perché, ovviamente, lo è diventato. Desideri che si perpetrano nella non soddisfazione: dove il capitale integra il consumo nella poduzione.
    In questo contesto, il senso depositato nelle cose, incluso il fatto che si diano come merci, svolge un ruolo centrale. Diventa una griglia virtuale del comportamento di acquisto: la pubblicità lavora in questa virtualità, inclusa nello spazio in cui costruiamo la nostra identità. E sa valersi anche della frustrazione che portiamo verso gli oggetti stessi, non solo delle loro qualità. Il senso di privazione da un bene di lusso come qualcosa di separato dal quotidiano è fondamentale al lavoro compiuto da questa pubblicità sull’immaginario del consumatore. In questa pubblicità, “Il lusso è un diritto” riunisce le parti del clivaggio sociale nella separazione: è un’inclusione “spettacolare” che si serve di un’immagine del lusso come proiezione della sua mancanza. Perché se il lusso è un diritto, che io sappia il diritto non si paga. La morte del politico comincia là dove vendo la mia disponibilità a essere preso per i fondelli. La contrarietà di opinioni del dibattito sul fatto che la pubblicità sia giusta o meno, è altrettanto innocua e spettacolarizzata del lusso preteso dagli acquirenti di questa macchina. Se avessi letto la stessa frase sul muro di una villa occupata dai comitati per la casa, sarebbe stato diverso. Ma la trasformazioni dei desideri della gente è un cogente fronte di resistenza.
    Quindi, Prof, sono d’accordo con lei: sono contro questa pubblicità. Più che per la pubblicità in sé (che svolge i suoi compiti) per il dispositivo in cui si inserisce. Né diritto né lusso, se questo è diritto (comprare) e lusso (integrare nell’dentità raccontata da ciò che possiedo modelli di frustrazione).
    Un esempio di boicottaggio. Altrettanto positivi “diritto” e “lusso” sono i termini “lavoro” e “libertà”. Tanto che “La repubblica italiana è fondata sul lavoro” (Costituzione) e “la città (lo Stato) è una tecnica umana di essere felice” (Aristotele secondo Farnelli). Ma: “Il lavoro rende liberi”?

  31. Luzifersorn scrive:
    Se guardiamo alle numerose pubblicità di auto di lusso (quelle vere “di lusso” http://youtu.be/Q5cqc7bfT6M ) non cogliamo nessun fastidio: ammiriamo 300mila euro che sfrecciano su una strada in piena natura e abbiamo la sensazione di bellezza e libertà. C’è forse qualcosa di malefico in tutto ciò?

    Ok, non mi posso permettere una Aston Martin, però non mi incazzo se qualcuno la pubblicizza per qualcun altro che se la può comprare. C’è da chiedersi perché mi dovrei indignare se mi pubblicizzano una “macchinetta” da 12mila euro sostenendo che anche con questa cifra si possono avere grandi prestazioni, affidabilità e bellezza.

    E io ho pensato: e se fosse il processo di degrado del lusso a dar fastidio?
    Il povero pensa: abbassano il lusso per portarlo alla mia altezza. Sono invitato a invidiare e desiderare il lusso, ma poiché non posso raggiungerlo, ecco che me ne viene offerta una specie degradata, che io posso permettermi.
    Il ricco pensa: se anche questa macchinetta è di lusso, mi dovrò comprare un aereo per distinguermi.

  32. Scusate la poca chiarezza.
    Il copia – incolla da Luziferszorn va da “Se guardiamo” fino a “bellezza”.

  33. La trovo un’ azzeccata parodia (involontaria) della società contemporanea, quella in cui ci s’ inventa un diritto al giorno (a detrimento di quelli fondamentali). Dal diritto alla vacanza per gli anziani (Brambilla) al diritto al cortile per i bambini (Turco), basta conoscere l’ arte del lamento e otterrai il tuo bravo diritto, magari costituzionale.

  34. Sinceramente, trovo che gli ultimi commenti ci stiano portando un poco fuori strada; peraltro una strada senza uscita. “Perché se il lusso è un diritto, che io sappia il diritto non si paga” scrive Carlo Andrea. Non si paga in moneta, forse, ma in sostanza lo si paga, e sulla nostra pelle! Ad ogni modo rimane controproducente creare un caso critico del genere basandosi esclusivamente sull’incauta scelta della parola “lusso”, da parte dei pubblicitari che, ahimè, è noto, ne imbrocchino una su dieci. Nonostante ciò qualcuno potrebbe farci notare che in realtà stiamo pagando la “macchinetta”, e che sia bellina, elegante e/o raffinata (ergo “lussuosa”) è un qualcosa che invero non è per forza direttamente quantificabile in denaro. Come già scrissi, facendo alterare Giovanna, possiamo vestirci con poche decine di euro ed essere elegantissimi (ed “eleganza” e “lusso” sono concetti spesso in falsa relazione). Noto pertanto che si svicola dal concetto di denaro come valore assoluto, come salvezza dell’uomo, concetto aberrante di cui tutti siamo stati vittime e pochi se ne sono liberati (e mi riferisco agli ultimi 60 anni di storia, pre- e post- sessantotto compresi). Trovo in sostanza dannoso (per noi stessi) accanirci contro una campagna pubblicitaria che in realtà, nelle sue varie forme comunicative (video in particolare) distrugge il potere del denaro e il concetto di lusso, pur invitando all’acquisto (ovvio!). Allo stesso modo trovo assai curioso citare anche quell’altra campagna pubblicitaria per la Dacia “Ma noi vogliamo spendere molto di più!” dove a essere ridicolizzati sono proprio gli acquirenti vittime del consumismo. Non so perché ma mi viene in mente il caso Luttazzi, mi vengono in mente anche i Griffin e tutti quei casi di satira micidiale dove lo spettatore risentito si arrabbia con chi gli sta semplicemente riflettendo la propria immagine.

  35. Non c’è accanimento. C’è problematizzazione. Una problematizzazione al contrario molto interessante e produttiva, perché in effetti la campagna ci fa riflettere sul concetto di lusso: come di qualcosa che percepiamo per la sua mancanza nel quotidiano, facendo apparire la differenza sociale; come qualcosa che può essere acquisito, nel permanere della sua inconsistenza. Se, come a Genova o sullo scorso Il Venerdì, ci sono già state delle ritrattazioni, è perché il dibattito cui si sta dando vita non è banale.
    Ad esempio Ilaria mi sembra vada dritta al punto:

    “C’è da chiedersi perché mi dovrei indignare se mi pubblicizzano una “macchinetta” da 12mila euro sostenendo che anche con questa cifra si possono avere grandi prestazioni, affidabilità e bellezza.
    E io ho pensato: e se fosse il processo di degrado del lusso a dar fastidio?”

    Dal mio punto di vista, ha ragione perché ha torto. Il lusso come qualcosa che possa essere raggiunto apre una via virtuale alla realizzazione personale, oppure sancisce il self-fullfillment di chi già ritiene di possederlo nei confronti di chi ancora lo cerca. Capisco che sia “il processo di degrado del lusso a dar fastidio”ma solo perché il lusso viene percepito attraverso questa narrazione privativa, a cui serve per funzionare. Quella dell’immaginario della scalata sociale (“immaginario” che ha una consistenza perfettamente reale), riduce la partecipazione orizzontale, trasformando i rapporti tra lavoratori in concorrenza (tra cui annovero senza imbarazzo anche gli studenti, e non in quanto “studenti che lavorano”: tutti gli studenti lavorano). Il risultato è una “proletarizzazione” dei desideri, che non è che libertà di consumo. Non solo di oggetti, ma di rapporti sociali mediati dagli oggetti. Che inducono nuovi programmi narrativi per il raggiungimento di una “sopravvivenza aumentata”.
    Il che non significa la proibizione morale ad apprezzare la Aston Martin. Non è solo ciò che dici di ciò che desideri; ma anche ciò che ne fai: ovvero il rapporto sociale cui aderisci attraverso il consumo della macchina. Vorrei essere libero di apprezzare un prodotto per affidabilità, prestazioni, bellezza senza che il mio deiderio venga capitalizzato nello sfruttamento.
    Quindi concordo su tutta la linea con Caracaterina:

    “La frase finale è lo sfogo liberatorio di un piccolo borghese in crisi. A me sembra efficacissimo e, dato che è finalizzato alla vendita e al consumo, non immorale. A meno di non considerare immorali tout court i valori borghesi del capitalismo.”

    Ecco il valore politico della discussione. Armando Testa se la gioca su un fronte di resistenza nevralgico. Un diritto che si paga attraverso il consumo, è un diritto che si consuma nell’atto d’acquisto. Credo, Prof, che neanche offendersi basti. Ci serve un’economia politica dell’immaginario. E’ su questa affermazione che mi sembra valga la pena essere, o no, in disaccordo.

  36. Tutto discutibile ma non tutto condivisibile. Imho c’è “accanimento” nella misura in cui ci concentriamo solo su un particolare, ossia questa benedetta frase in cui compare la parola “lusso” che è finita sui cartelloni pubblicitari ma che nel contesto dello spot e di tutti gli altri video non fa da traino esclusivo per la campagna Y (senza contare poi l’accezione negativa che, a tutti i costi, vogliamo individuare nella stessa parola). Si vedano ad esempio i due spot con le donne vestite da sacchetto della spesa o quell’altra, forse la migliore, con le signorine vestite a sproposito. E non chiamerei “ritrattazioni” (se ho capito bene) le varianti di una stessa campagna pubblicitaria. Insomma il tema era vasto perché la campagna era vasta di spunti e idee, alcuni buoni altri meno (questo sì). Rimangono poi gli esempi a margine (non discussi), quello citato in apertura di messaggi ad es, che proprio necessitano di interpretazione corretta, altrimenti facciamo della forzatura interpretativa un’arma ideologica per combattere contro i mulini a vento. E le nostre energie sono un bene prezioso. Non so se mi spego.

  37. Mulini a vento? Siamo arrivati a chiederci che cos’è un bisogno. La campagna gioca proprio sull’opposizione necessario/superfluo: quale che ne sia “l’intento”, è questo ciò che significa. Mica brustolini.
    Arma ideologica? Tacciare di sovrainterpetazione questa analisi, avviata dalla Prof Cosenza, richiede di segnalare puntualmente dove essa è debole. Non è stato fatto, se non dicendo che “ci sono cose più importanti”. No. Ci sono anche altre cose. Ma il che mi sembra ovvio.
    Energia sprecata? Quella passata a cercare un “fuori” dell’ideologia.

    Mi ha fatto molto piacere partecipare al dibattito: è un discorso per me molto interessante. Ciao!

  38. Ok. Le Prof non si toccano🙂 Piacere reciproco. Alla prossima. Ciao.

  39. A Genova per il G8+10, avevo notato anch’io quella pubblicità, e ci ho buttato giù un volantino, che riassume quanto abbiamo perso e stiamo perdendo, in tema di diritti del lavoro:
    http://www.valeriobruschini.info/?p=404

    Ciao🙂

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...