Archivi del mese: settembre 2011

Laurea in comunicazione o affini? Come lavorare all’estero in cinque mosse

Nevena si è laureata con me nel marzo 2009 in Discipline Semiotiche. Il suo percorso di stage e lavoro, da allora, si è svolto tutto all’estero. Le ho chiesto di farci una sintesi, perché può essere utile e incoraggiante per molti. Premesse indispensabili: conoscere l’inglese, essere disposti a lavorare sodo e non scoraggiarsi mai.

Ecco cosa scrive Nevena:

«Vorrei raccontarvi il mio iter post laurea all’estero. Premetto che per me è stato fondamentale il tirocinio curricolare svolto durante la laurea triennale presso un ufficio stampa che intrattiene relazioni con l’estero [PRIMA MOSSA]. Concluso lo stage, l’azienda mi ha offerto di collaborare con loro (contratto di prestazione occasionale, ma pagato). In questo modo ho accumulato tre anni di esperienza lavorativa, continuando a frequentare la specialistica in Discipline Semiotiche.

Dopo la laurea (marzo 2009), per tre mesi [SECONDA MOSSA] ho preso parte allo stage Mae Crui del Ministero degli Esteri presso l’ufficio cultura dell’Ambasciata Italiana di Sarajevo, continuando a mandare cv per vari progetti all’estero sponsorizzati dall’Unione Europea.

Finita l’esperienza bosniaca, nell’attesa di qualche risposta positiva, sono partita un po’ alla cieca per Londra [TERZA MOSSA], dove ho cercato direttamente un lavoro (e non uno stage perché campare d’aria qui è ancor meno probabile che da altre parti… cosicché i miei sei mesi da cameriera non me li ha tolti nessuno 😀 ).

Barista

Finalmente, una delle agognate risposte arriva. Si tratta dello SVE (Servizio di volontariato europeo) [QUARTA MOSSA], per cui parto per la Germania, dove rimango sei mesi. Un progetto stupendo, nonché un valido sostituto al classico stage post studi, per vari motivi: intanto è tutto spesato (viaggio, vitto, alloggio, corso di lingua, trasporti, seminari formativi), si può scegliere ogni nazione europea con progetti in ogni ambito (compreso quello della comunicazione), infine la durata è flessibile dai 2 ai 12 mesi. Nel mio caso il progetto non era molto attinente agli studi che ho fatto, poiché ho lavorato nell’ambito della formazione e dell’educazione, ma penso comunque abbia avuto la sua utilità.

SVE

Finito il progetto, sono tornata a gennaio di quest’anno a Londra [QUINTA MOSSA] molto più motivata di prima, tanto che per un mese e mezzo il mio lavoro è stato cercare lavoro. Rispetto all’anno precedente sono stata contattata molte più volte, indubbiamente perché adesso c’è più offerta ma anche perché dalla prima esperienza in UK ho imparato anche a capire cosa vogliono sentirsi dire qui: ritengo infatti che il modo in cui in UK affrontano i colloqui sia molto diverso dall’Italia: a fronte di cv, responsabilità e serietà, l’entusiasmo è la carta vincente!

Questa volta addirittura è capitato che sia stata io a rifiutare alcune offerte… Ora sono quasi 7 mesi che lavoro come Account Executive in un’agenzia di pubbliche relazioni e marketing: stipendio buono e contratto a tempo indeterminato.

Tutto questo, non per dire che la “soluzione definitiva” sia emigrare tutti in UK o che in generale ogni esperienza all’estero sia in assoluto migliore di quelle che si possono fare in Italia. Sono scelte personali in primis, spesso si va a tentoni e non è detto che ogni tentativo sia quello giusto.

Penso che l’importante sia darsi sempre da fare, non pensare che tutto sia dovuto e soprattutto non cominciare a pensare al nostro futuro solamente il giorno della laurea.

Su con il morale e in bocca al lupo! :-D»

Real doll, ovvero bambole (e bambolotti) reali

Ho scoperto che Sabrina, una mia studentessa, si occupa di bambole e bambolotti realistici. Cioè li crea e li vende su questo sito. Allora fra lei e me è nato uno scambio, che le ho chiesto di pubblicare, perché credo possa essere interessante per tutti. (Clic per ingrandire.)

Real doll 1

Sabrina:

«Sono bambole realizzate con la tecnica del reborning. Rientrano nella categoria “real doll”, ma la differenza sta nel fatto che sono giocattoli. Anzi, queste bambole sono considerate, nelle loro espressioni migliori, opere artistiche poiché sono lavorate a mano e richiamano i criteri dell’iperrealismo.

All’estero (soprattutto nei paesi anglosassoni) esistono gilde che ne stabiliscono gli standard qualitativi e decretano i reborn artists.

Generalmente infatti chiunque crei queste bambole tende ad autodefinirsi con l’appellativo di “artista”. Le gilde, che spesso assumono anche la forma di community on line, raccolgono adesioni da parte di appassionati amatori e realizzatori di tutti i paesi, e fanno una scrematura tra artisti professionisti e artigiani-hobbisti, oltre a certificare la qualità della lavorazione e della presentazione delle bambole.

Penso sia soprattutto un fenomeno web, perché è proprio grazie a Ebay che negli ultimi 10 anni si è diffusa la moda di queste bambole e ha raggiunto anche l’Italia; inoltre, la compravendita dei materiali necessari per costruirle avviene in larghissima parte su Ebay e le aste sono particolarmente curate. In Italia è comunque ancora di un fenomeno di nicchia. Mi piacerebbe avere un suo parere sull’argomento. Grazie mille.»

Rispondo a Sabrina:

«Cara Sabrina, non sapevo quasi nulla dei bambolotti realistici, se non che esistono. Posso dirti realmente ciò che penso? Così, d’istinto? Li trovo inquietanti.

Qual è il punto di tanto realismo? Sostituire un bambino? Sollecitare la stessa tenerezza di un bimbo vero senza però averne le rogne, tipo cacca, pianto, strilli, e domanda di attenzione a tutti i costi? In un mondo, come quello ricco occidentale, in cui i bambini veri sono sempre meno?

Capisco e apprezzo la capacità artistica che realizzare queste bambole richiede, dal lato della produzione. Ma dal lato della fruizione? Che tipo di bisogni soddisfano? Cosa sostituiscono? Perché? Sono domande che mi angosciano. A te no? Che ne pensi?»

Ed ecco cosa racconta Sabrina:

Real doll 2

«Certo, capisco. Il senso di inquietudine è condiviso da molte persone. Una domanda che mi fanno spesso è se le persone che acquistano queste bambole siano impossibilitate ad avere figli e cerchino in queste opere un surrogato. A questo proposito noi reborner siamo state accusate di lucrare sulle disgrazie altrui. (Specifico che chi intraprende questa strada con l’idea di facili guadagni si ricrede presto e in genere desiste nel giro pochi mesi, almeno per quanto riguarda il panorama italiano.)

I media che hanno parlato di queste opere le hanno spesso definite “sostitute dell’amore”, “figli finti”. Una componente di tutto questo senz’altro c’è.

Il film “Lars e una ragazza tutta sua” raccontava la storia di una ragazzo probabilmente sociofobico, che non riusciva a trovare una fidanzata e si era appunto comprato una real doll in silicone, dalle fattezze di una ragazza, con cui aveva instaurato la messa in scena di una relazione, in cui la accudiva, le parlava, la portava in giro, eccetera.

Nella realtà dei fatti, credo che le persone con un qualche problema legato all’affettività o alla sterilità che si avvicinano a queste bambole siano un’esigua minoranza.

Da anni incontro (anche personalmente) le acquirenti delle mie creature. Ho notato che appartengono alle più svariate categorie: mamme e nonne, mamme con figli grandi di cui mi portano la foto che li ritrae da neonati, chiedendomi di riprodurre una bambola che gli somigli come se volessero fermare in eterno quel periodo; ragazze giovani che ancora non hanno figli ma li vorrebbero, collezioniste di bambole di vario genere e vari materiali, a cui manca il pezzo unico, bambine che giocano a fare la mamma e, infine, non sono rari nemmeno i mariti e fidanzati che vogliono fare un regalo originale alla propria compagna.

Per rispondere in maniera più pertinente alla sua domanda, nei primi casi che ho citato a mio avviso non sono persone che si sono sottratte agli oneri che comporta l’accudire un bambino vero, e di certo ne hanno avuto anche le gioie, che una bambole non potrebbe mai dare.

Come reborner, abbiamo creato bambole col corpo riscaldato, bambole che respirano, neonati con la pelle in silicone, di consistenza quasi “umana” ecc., ma credo che nessuna bambola, per quanto realistica e tecnicamente perfetta riesca a sostituire anche solo in minima parte le emozioni che può dare un bambino vero e il rapportarsi con lui o lei.

Mi sono chiesta spesso cosa spingesse all’acquisto di questi oggetti (prima di iniziare a produrle, anch’io sono stata collezionista ed è accaduto, sì, in un momento di vulnerabilità personale). Io direi che può essere anche semplicemente una collezione come un’altra.

Molte appassionate acquistano o realizzano queste bambole con le modalità di una collezione: possedere l’ultimo modello uscito, quello del tal artista, quello lavorato dalla tal reborner, in edizione limitata, e così via. O può anche essere un giocattolo per adulti, al passo coi tempi, un gadget ricercato insomma. Un po’ come i cagnolini da borsetta, quelli di piccola taglia che vengono vestiti e agghindati all’unico scopo di accessoriare, con la loro presenza, ragazze più o meno giovani. Almeno le bambole non provano disagio né protestano (per ora…).

Al momento mi limito a considerare questa duplice ipotesi: da un lato sono giocattoli alla moda, dall’altro sono, a volte, “placebo affettivo”. Ma non è un’ipotesi confermata da numeri, ovviamente. La ringrazio ancora per l’interessamento e la disponibilità, Sabrina.»

Comma ammazza-blog: un post a rete unificata #noleggebavaglio

Dis.Amb.Iguando aderisce all’iniziativa lanciata da Valigia Blu (i dettagli QUI) contro l’art. 1 comma 29 del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, il cosiddetto «comma ammazza blog».

Questo è il testo che diffondo e invito a diffondere, linkare e postare anche su Twitter e Facebook:

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.

Cosa è la rettifica?

La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione?

La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?

La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?

È possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?

La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?

Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Perché lo spot Yamamay con Isabella Ferrari non cambia niente

Dopo le polemiche sulla mutanda di capodanno, dopo il presunto «cambio di rotta» di quest’estate, che affidava la pubblicità a Francesco Alberoni, a metà settembre Yamamay annuncia un nuovo spot che finalmente dovrebbe testimoniare «la vicinanza con le donne vere e dare una immagine della femminilità che le rispetti in pieno». Protagonista dello spot è Isabella Ferrari, regista Paolo Sorrentino. Suspense. Passa qualche giorno ed eccolo: si intitola «Allo specchio».

Interno di lusso, camera da letto a notte fonda. Su un lettone in lontananza si intravedono un lui e una lei seminudi. Lei indossa solo un paio di slip neri, si alza, cammina verso la camera ancheggiando su décolleté nere a tacco alto, finché scopriamo che è Isabella Ferrari. Guarda in camera con occhio maliardo, si avvicina a un comò, prende un reggiseno bianco, indugia allo specchio, finisce per indossare un reggiseno nero. Infine esce in uno splendido giardino con piscina. Arriva anche lui, si guardano un attimo senza dire niente, e lei resta lì, a bordo piscina, a guardare l’acqua in solitudine, dove galleggia il reggiseno nero.

La presunta novità dello spot starebbe nel fatto che la Ferrari non è giovanissima e dichiara alla stampa di non essere ritoccata né con la chirurgia né con Photoshop. Dopo di che, sappiamo che ha un percorso da attrice «di sinistra» e «impegnata»: film con Nanni Moretti, teatro con Marco Travaglio e, last but not least, coinvolgimento neofemminista nel «Se non ora quando» di febbraio e luglio.

Ma tutto ciò nello spot non si vede: chi non sapesse nulla della biografia di Isabella Ferrari vedrebbe la solita donna seminuda e ancheggiante in un interno sontuoso. Tipo Charlize Theron nello spot J’adore per Christian Dior. Con l’aggiunta di uno sosta allo specchio.

Certo, si capisce anche dallo spot che l’attrice non è giovanissima; certo, la canzone ribadisce il valore dell’autenticità dicendo: «chiudo gli occhi, ti vorrei, non nei sogni ma così come sei». Ma di lì a considerare normale la situazione e il corpo che vediamo ne passa: tutto è patinato, rigido, ipertruccato.

Inoltre – ed è questa la cosa peggiore – per quanto il payoff conclusivo dica «Per chi si ama», nello spot non c’è amore, non c’è gioia, non c’è traccia di relazione fra l’uomo e la donna, che se ne stanno ognuno per conto suo, non si toccano mai e hanno l’aria triste. Insomma nello spot non c’è storia. C’è solo il solito, vecchio, rapporto solitario fra una donna – matura questa volta – e uno specchio.

E c’è la solita, morbosa, concentrazione di tutti – regista, attrice, giornalisti che la intervistano – sul suo corpo seminudo, autentico o ritoccato che sia. Tant’è vero che da destra già accusano la Ferrari di predicare bene e razzolare male: «una velina che si spoglia è nauseante, mentre se lo fa un’attrice reduce dal Palasharp e che magari legge Kant fino a notte fonda è arte», si legge sul Giornale di ieri.

Credo che Isabella Ferrari ci sia cascata in buona fede. Mentre credo che Yamamay abbia fatto il solito gioco: usare un corpo femminile e farlo stavolta in modo ambivalente, con firma d’autore, solo per sollevare un bel polverone attorno al marchio.

Parlino bene o male, purché parlino. E come sempre, ci rimettono le donne.

Il bavaglio ai blog spiegato in 10 punti, again

Il testo del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche contiene (di nuovo) la norma chiamata dai media «legge bavaglio» (art.1 comma 29), che impone l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai «siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica», pena multe salate come se i blog fossero testate giornalistiche a tutti gli effetti.

No Legge Bavaglio

Della questione si stanno occupando, oltre a Valigia Blu, molti blogger, e per protestare contro il «bavaglio ai blog» la Federazione Nazionale della Stampa ha indetto una manifestazione di protesta a Roma il 29 settembre.

La stessa identica situazione si proponeva nel luglio 2010. Poi per fortuna la faccenda si era dissolta nel nulla, ma ora ci riprovano, a quanto pare.

Non mi resta che linkare il post che avevo scritto allora: Il bavaglio ai blog spiegato in 10 punti.

Allora riprendevo, fra gli altri, la bella sintesi che della norma ammazza-blog aveva fatto l’avvocato e collega Giusella Finocchiaro, sul blog Diritto&Internet. Anche lei ieri è tornata sul tema: Obbligo di rettifica per i blog: torna il ddl intercettazioni.

Ma Bagnasco parlava di Berlusconi o no?

Era da tempo che molti lamentavano il silenzio della chiesa sui comportamenti del presidente del consiglio che emergono dalle inchieste. Lo aveva fatto Barbara Spinelli su Repubblica giorni fa, per esempio. Ma abbiamo sentito e letto lagnanze del genere fin dai primi scandali sessuali nel 2009. Lagnanze che venivano anche dalle parrocchie.

Ora che Bagnasco ha parlato di «comportamenti licenziosi e relazioni improprie», «non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui»; ora che ha ricordato l’articolo 54 della costituzione dichiarando «Chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore», la stessa Spinelli legge le parole di Bagnasco come fossero «chiare», e i titolisti di Repubblica parlano di «condanna» e di «vescovi contro Berlusconi».

Più cauto, giustamente, è il Corriere che titola «I vescovi e le critiche indirette al premier». Indirette, appunto. Sta tutto lì, il gioco, perché Bagnasco ha parlato in generale e non ha mai nominato Berlusconi. E come avrebbe potuto? Non poteva, certo. Per mille motivi, ufficiali e ufficiosi. E allora?

Allora sono già arrivate le reazioni degli uomini del Pdl, che parlano di «strumentalizzazione», come hanno fatto Giovanardi e Bondi, il quale precisa che «la società italiana, nella sua interezza, ha bisogno di un profondo rinnovamento». Analogamente il ministro Rotondi: «Il monito non va mai riferito a una persona, la tradizione vuole che sia rivolto alla generalità dei cittadini». Vedi: Il Fatto Quotidiano, «Ma Bagnasco non parlava di Berlusconi».

Per non parlare dell’uscita di monsignor Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, che aggiunge la sua chicca omofoba: «Credo che l’omosessualità praticata sia un peccato gravissimo e contro natura, peggiore di chi va con l’altro sesso. Alla luce dei fatti, senza stilare classifiche, Vendola pecca molto più di Berlusconi». Non dimentichiamo, infatti, che Vendola è cattolico. Vedi: Il Giornale, «E il monsignor pro Cav attacca Vendola: lui pecca più di Silvio».

Ecco qua: tutti nello stesso calderone.

Ma Bagnasco parlava di Berlusconi o no?

Né sì e né no. Ha semplicemente alzato il tiro. Infatti Gianni Letta si prepara a trattare. Scommettiamo?

Vodpod videos no longer available.

Ha ancora senso «metterci la faccia»? Contro lo spreco d’acqua per esempio

Nel novembre 2008 scrissi il post «Facce di supporto» in cui già rilevavo l’ossessione per la faccia che affiligge la comunicazione contemporanea almeno dal 2006: tutti nella pubblicità commerciale e sociale, in politica, nei social network, per sostenere qualcuno o qualcosa, sono invitati a «metterci la faccia».

Metafora per dire impegno personale? All’origine, forse. Ma è subito diventato un gesto banale: prendi una foto della tua faccia e schiaffala da qualche parte. Fine dell’impegno.

Qualche giorno fa mi arriva una mail dal Centro Antartide, che annuncia che, per fare qualcosa contro lo spreco d’acqua nell’«anno 2011 contro lo spreco d’acqua»,

«puoi caricare una tua fotografia ed eventualmente un tuo messaggio, nell’apposita sezione del sito. Ti unirai così ai tanti testimonial che hanno già dato la loro adesione».

Clic per ingrandire:

Contro lo spreco d'acqua  Allora fra me e Francesco Bedussi del Centro Antartide, avviene questo scambio, che Francesco mi ha autorizzato a rendere pubblico, per ampliare la discussione:

Io scrivo:

«Gentile Centro Antartide, apprezzo le vostre buone intenzioni, condivido il contenuto e gli obiettivi della vostra campagna, ma non la strategia che avete usato per comunicarla.

Perciò mi trovo in un bel dilemma: mi piacerebbe coinvolgere i lettori del mio blog sul tema, ma come faccio, avendo io da tempo (quasi tre anni) segnalato quanto sia ormai stantia la retorica del “metterci la faccia”? Vedi: https://giovannacosenza.wordpress.com/2008/11/11/facce-di-supporto/

Cerchi di capirmi: sono una docente universitaria, una studiosa di comunicazione. Sono anche una persona attenta ai temi sociali e ambientali, e una vostra supporter, ma non posso fingere di condividere una strategia di comunicazione che i miei lettori sanno bene che non posso condividere. Cordialmente, Giovanna Cosenza.»

Così Francesco mi risponde:

«Gentile Giovanna, innanzitutto grazie dell’attenzione e dell’apprezzamento. Ho letto con attenzione il suo post sul suo blog, che peraltro ben conosco e apprezzo, e vedo che il tema suscita reazioni contrastanti. Colgo la sua sollecitazione come occasione per una breve riflessione sul nostro lavoro.

In sostanza mi sembra che le accuse al “ci metto la faccia” siano due. Primo, essere una strategia abusata e, secondo, essere vagamente ipocrita dal momento che rischia di trasformarsi in un simulacro di partecipazione.

Per quanto riguarda la prima, dato che non siamo né artisti, né intellettuali, ma (quando ci riusciamo!) umili tecnici della comunicazione, il nostro obiettivo non può e non deve essere la novità fine a se stessa, ma semplicemente la messa in atto di strategie che funzionano rispetto agli obiettivi dati.

L’obiettivo ultimo di questa, come di molte campagne sociali, è incidere sui comportamenti abituali (in questo caso riguardo all’uso e allo spreco dell’acqua). Per conseguire questo risultato è necessario agire anche sul piano dei valori (in questo caso cosa sia uso legittimo e cosa spreco). Come si vede sono obiettivi molto, molto, ambiziosi e in realtà sappiamo bene che qualsiasi campagna da sola non è sufficiente a conseguirli, per cui l’obiettivo possibile è “contribuire a” questo cambiamento, confidando di non essere i soli a spingere in questa direzione.

Anche così riformulato, incidere sui valori e sui comportamenti è veramente difficile. Per questo abbiamo scelto di ricorrere a quella che è riconosciuta come la forma più efficacie di comunicazione, ovvero il passaparola e la comunicazione personale. La nostra strategia comunicativa è infatti:

  • agganciare chi è già sensibile a questi temi;
  • coinvolgerlo, anche facendo leva sul suo esibizionismo e sul suo narcisismo, con il meccanismo dell’invio della foto (ed eventualmente di un messaggio);
  • una volta che sia agganciato e coinvolto, cercare di trasformarlo in un “ambasciatore” del messaggio della campagna presso la propria rete di contatti.

Infatti per caricare la foto bisogna inserire un indirizzo mail a cui viene spedito in automatico un pdf con alcuni consigli su come evitare gli sprechi di acqua, che affronta anche il tema poco noto dell’impronta idrica delle nostre scelte di consumo. Agli aderenti chiediamo di diffondere questo pdf tra i propri contatti.

Il meccanismo del “ci metto la faccia” ci serve inoltre per concretizzare un messaggio che altrimenti rischia di rimanere astratto.

Sul sito cerchiamo di sfruttare la comunicazione interpersonale anche con il meccanismo delle e-card. Infine avrà visto che ricorriamo a un altro bieco trucchetto, ovvero l’uso di testimonial famosi, cosa che dovrebbe rafforzare ancora di più la comunicazione sulla base del noto principio di autorità.

Quindi per quanto riguarda l’accusa di banalità siamo pronti a dichiararci colpevoli, sperando però di riuscire a portare a casa il risultato!

L’accusa di stimolare una finta partecipazione è invece molto più delicata per noi che ci occupiamo di comunicazione sociale, e va valutata attentamente.

Innanzitutto cominciamo col dire che si parla di un tema molto meno delicato rispetto alla mafia citata nel post, dove non farei tanto considerazioni sul coraggio, quando sulla coerenza tra impegno mostrato con la foto e impegno mostrato nella vita quotidiana.

La nostra ipotesi è che chi dedica anche solo 5 minuti del proprio tempo a caricare una foto su un sito che parla di spreco di acqua sia già sensibile a questi temi e quindi probabilmente adotti già un qualche tipo di accortezza nei propri comportamenti. Noi cerchiamo di nutrire questa sensibilità con i materiali informativi della campagna dove si possono trovare diversi approfondimenti.

In secondo luogo, come detto prima, agli aderenti chiediamo anche di impegnarsi attivamente nella diffusione del messaggio della campagna. Se questo avverrà in maniera significativa, io credo che possiamo ritenerci soddisfatti. Parafrasando un noto poeta “fu vera partecipazione? ai posteri l’ardua sentenza” 🙂

Certo si tratta di una forma di mobilitazione che è intenzionalmente molto leggera. La speranza è infatti che una richiesta semplice possa essere accolta positivamente da tanti. A presto, Francesco Bedussi.»

Il tema è interessante: spero i contributi arrivino numerosi.