University of Bologna nella classifica delle prime università nel mondo

Stamane ho letto la classifica del QS World University Rankings, relativa al prossimo anno accademico. È una delle più prestigiose classifiche delle università nel mondo, forse la più prestigiosa.

Come tutte le classifiche, è relativa e opinabile. In particolare, è sempre stato abbastanza controverso quel 40% di punteggio che dipende dalla cosiddetta «Academic Reputation»: il QS World University Rankings chiede a quasi 34.000 accademici in tutto il mondo cosa pensano di questa e quella università. Il database raccoglie, a quanto capisco, una combinazione di autocandidature, mailing list acquistate e suggerimenti tramite conoscenze. QUI ti spiegano la metodologia.

Insomma, non va dimenticato che ogni valutazione è relativa e anche in questo caso, per quanto basata su un numero alto di valutatori, lo è.

Però mi sono ugualmente depressa, vedendo che la prima università italiana è al 183° posto.

E un po’ sollevata (ma solo un po’), scoprendo che a quel 183° posto c’è la mia università. Anche per quest’anno, insomma, l’abbiamo sfangata: l’Università di Bologna resta la migliore in Italia, stando a questa classifica.

Dopo Bologna arriva La Sapienza di Roma, al 210° posto. Ancora dopo arriva Padova, che sta al 263°. Stop, fine della classifica che si ferma a 300. QUI il ranking 2011-2012 complessivo.

Cosa farei, allora, se oggi avessi 18 anni e dovessi scegliere dove studiare? Un bel problema, perché le prime dieci università del mondo – tutte negli Stati Uniti e in UK – costano, per una straniera, da 18.000 a 44.000 dollari l’anno. E se avessi oggi 18 anni non avrei un euro, come non ne avevo all’epoca in cui scelsi Bologna.

La prima università abbordabile è lo Swiss Federal Institute of Technology, al 18° posto, che costa fra 1.000 e 2.000 dollari l’anno. E poi c’è l’École Normale Superieure di Parigi, al 33° posto, con un costo inferiore ai 1.000 dollari. Ma studiando in un’università che parla inglese, mi pongo in una prospettiva davvero internazionale, studiando in francese, resto in Francia o al massimo vado in Canada.

Allora?

Allora, in mancanza di santi in paradiso, mi iscriverei ancora a Bologna, porca miseria. Perché l’orbo è re nel regno dei ciechi. Ma sfrutterei il primo Erasmus per entrare nel mondo. Dopo di che, chissà: classifica o non classifica, oggi la crisi picchia duro anche negli Stati Uniti e in UK, mica solo da noi.

Le prime dieci università (clic per ingrandire):

Le prime 10 università nel mondo

University of Bologna al 183° posto:

Bologna University al 183° posto

17 risposte a “University of Bologna nella classifica delle prime università nel mondo

  1. Ciao Giovanna,
    evviva l’Unibo, allora, ma con -come dire?- parsimonia…

    La settimana scorsa ha chiuso definitivamente un ottimo servizio, il Career Service, che era semisconosciuto agli studenti perché poco promosso, ma gestito da una squadra di ragazzi in gamba e molto preparati.
    Mi chiedo se l’Università lo sostituirà con un ufficio placement migliore o se semplicemente ha rinunciato ad aiutare i suoi studenti -in media molto preparati ma anche mooolto disorientati- a entrare nel mondo del lavoro.

    Sull’école Normale, invece. In pratica è una parauniversità riservata ai francesi o a chi ha studiato in licei francesci, perché per accedervi bisogna obbligatoriamente aver frequentato delle classi preparatorie particolari.
    Accedendo a una di queste scuole dopo un esame molto duro si diventa funzionari dello Stato e si ricevono soldi per studiare (wow!).
    Un sistema un po’ classista che in me solleva molti dubbi. E che in definitiva non consente a uno studente italiano l’iscrizione come opzione.
    Quindi Unibo + Erasmus, hai detto bene.
    E soprattutto iscrizione al Corso di Laurea più difficile e selettivo che i tuoi gusti e le tue attitudini ti consentano. Concordi?

  2. Concordo, Biljana, e grazie per le info su l’Ecole.

    Resta vero, comunque, che l’opzione migliore è sempre quella di avere una famiglia ricca alle spalle: se ce l’hai e non sei un deficiente ma uno/a che ha sempre studiato e sa l’inglese, via subito all’MIT e chi s’è visto s’è visto.

    A quel punto lavori per forza, da qualunque parte nel mondo.

  3. Io ho fatto la triennale a Bologna (comunicazione per l’appunto), e successivamente un Master alla Pompeu Fabra di Barcelona. La cosa curiosa è che secondo QS bologna è 183 e Pompeu 336, secondo l’altra classifica più conosciuta, il Times Higher Education, la Pompeu è 155 mentre Bologna non è pervenuta (né nessun’altra università italiana).
    Poi ho fatto un altro Master, a UCL, n.7 per QS e n. 22 per Times. Teoricamente, un altro mondo (e praticamente, un altro prezzo).
    Ho visto molte differenze? Alcune. Io credo che uno dei motivi principali di tanta differenza tra il mondo anglosassone e il nostro sia l’autoreferenzialità dello stesso, che ignora qualisasi studio che venga da fuori, tranne ogni tanto concedersi il lusso di un francese e uno scandinavo qua e là. Poi, la potenza della lingua inglese e senza dubbio, i soldi. Però trovo sinceramente che l’insegnamento a Bologna sia buono, anche se sono evidenti i problemi strutturali ed economici dell’università italiana. I tagli furibondi e l’inacessibilità alla ricerca e all’insegnamento (e la reticenza dei professori di una certa età a lasciare posto ai giovani).
    Quindi, queste classifiche a parte opinabili metodologicamente (meglio la Pompeu o l’Alma Mater?) sono anche viziate da una tendenza filo-anglosassone. Senza con questo negare che una differenza c’è.

  4. Mettere nello stesso calderone Harvard, la Sorbona, UniBo e la Bocconi, ha poco senso. Bisogna distinguere tra le università “migliori” dal punto di vista didattico, strutturale e organizzativo, quelle più ambite (tipo Ivy league), quelle con Nobel, guru e docenti famosi, le più chiacchierate sui media e infine quelle semplicemente buone ma accessibili anche per chi non ha un babbo nababbo.

    Siccome insegno da parecchi anni (come docente fisso e guest lecturer in varie università), ho imparato a valutare con attenzione anche altri fattori (che per gli studenti con genitori con income medio o mediobasso sono spesso determinanti):

    costo, logistica e qualità dell’alloggiamento, idem per la mensa, mezzi pubblici e di trasporto, corsie preferenziali e sicurezza per i ciclisti, biblioteche, wi-fi, Airport, accesso a workstation, bibliotece/videoteche, fotocopiatrici, indotto sociale e culturale della città, apertura mentale dei residenti locali, dialogo (o mutismo) con dirigenza, rettorato, docenti, sponsor, mecenati, comunicazione interna, bacheche, house organ, costo (ev. sconti, agevolazioni, rate) dei libri e testi-base, dialogo, onestà o cesarismo del corpo didattico, possibilità di coinvolgimento in ricerche, lavori di gruppo, survey collettivi o multinazionali, connessioni con altre università… tutti questi elementi – e ancora molti altri – possono rendere un ateneo desiderabile, abbordabile, “buono”. oppure no.

    Se, p.e. in Italia, mettiamo al primo posto il hmhm di complicità (oppure l’alzata di sopracciglio) del responsabili per le “risorse umane” di una multinazionale, allora in Italia c’è solo la Bocconi, la Normale di Pisa, forse la Sapienza e qualche sprazzo di Padova, Piacenza o Milano. Se invece il colloquio avviene con un umano meno robotico, allora (sempre p.e.) Urbino e Bologna possono contare molto di più.

    Bisogna capire perché un giovane decide o è costretto a laurearsi – anziché compiere da subito il by pass per guadagnare da subito un proprio gruzzoletto (vendite, ristorazione, servizi sociali, I.T., call center, sanità, forestale, esercito).

    Tendenzialmente, prima ancora di valutare il ranking delle nostre università, caldeggio sempre di emigrare – non necessariamente in California, a Barcellona o a Berlino. Vanno bene anche Upsala, Ankaral o Graz – purchè il più lontano possibile dal meidiniteli e dal maglione caldo di mammà. Ma – e questo mi sembra il detonatore esistenziale più importante, – il più lontano possibile dalle nostre moratte e gelmine, dai bondi moribondi, dal campionato più brullo del mondo, dalle trote padane, dal comitato d’affari che occupa tutto – dal cesso (di Montecitorio) fino all’accesso (alle università).

  5. Till, Lorenzo grazie di cuore per gli utilissimi contributi. Spero gli aspiranti studenti universitari e i loro genitori che passano di qui ne tengano conto.

  6. Giovanna concordo in pieno con il tuo consiglio su come rendersi internazionali! Io ho studiato seriamente a Bo e con una media molto alta ho potuto vincere praticamente tutti i programmi dell’universita’ di Bologna per andare all’estero: Erasmus a Santiago de Compostela (universita’ storica); MAE-CRUI all’UNESCO a Parigi; LEONARDO con cui sono andata all’Assemblea delle Regioni Europee a Strasburgo. Cosi’ ho imparato bene spagnolo, francese e inglese. Da li’ in poi le offerte di lavoro non sono mai mancate. L’Universita’ di Bologna offre molto… a chi ha la pazienza di scandagliare il sito unibo😉

  7. Non credo che le mie righe siano dei contributi. Forse si tratta solo di modesti attributi – ma sempre più disperati, inevitabili, necessari. Indignarsi non basta più. Come ha detto Morgan Freeman in una splendida intervista, assieme a Eastwood e la tosta Swank: “For me, to act efficiently is not a question of acting, but of reacting”. Lui si riferiva al set, ma sulle nostre scelte culturali, io la penso esattamente così. Non ci si può più arroccare incrociando la torre (d’avorio) e il re (sempre più nudo), ma occorre finalmente accerchiare l’avversario fino a bloccarlo. Tenersi per la manina nei girotondi, non porta da nessuna parte. Bisogna spalancare le finestre e seguire, a tutte le ore e ovunque, l’incitamento di Peter Finch in “Quinto potere”: “Sono incazzato nero!” Se non lo fanno quelli che sono decine di anni più giovani di me, allora noi vecchi dobbiamo dargli il cattivo esempio. Pochi anni fa, ho avuto la sfacciata fortuna di passare, a quattr’occhi, tre quarti d’ora con Monicelli, in un camerino di Cinecittà. Alla mia domanda su cosa pensasse dei nostri attuali governanti, ha detto semplice semplice: “I giovani devono fare finalmente la prima rivoluzione italiana. Non quella culturale, ma quella che taglia le teste”. Quel “suo” taglio, non era una metafora. Garantisco.

  8. Una banalità: per chi non ha una ricca famiglia alle spalle ( i.e. la maggior parte degli studenti meridionali) anche scegliere l’Unibo diviene spesso un miraggio…
    Ne consegue che una buona Laurea (conseguita anche in un Ateneo periferico) unita ad una buona conoscenza dell’inglese resta l’unico modo per darsi un po’ di quel “respiro internazionale” che tanto conta per aspirare ad un buon percorso professionale….
    Sicuramente Romano Prodi aveva ragione ad affermare che sarebbe opportuno rendere l’esperienza dell’Erasmus parte integrante e obbligatoria dei Corsi di Laurea…… ma altrettante o maggiori risorse sarebbero da destinare all’apprendimento della lingua inglese… per tutti i gradi del percorso educativo degli studenti…
    Purtroppo i soldi per l’istruzione non ci sono…almeno così dicono….

  9. Dall`Irlanda. La DCU, giovane universita`dove lavoro, fa un balzo in avanti dalla posizione 330 alla 326. Il presidente mette online un commento entusiastico: stiamo risalendo, siamo i meglio, etc.
    Il tutto per un grande balzo in avanti di quattro posizioni. Vabbe`.

  10. @Till Neuburg
    Ma siamo davvero sicuri che tagliare “teste” fuor di metafora porterebbe linfa nuova alla società civile di questo Paese sciagurato?
    Un paese dove ancor’oggi ci si scanna tra pronipoti di partigiani e repubblichini, un paese che non ha mai chiuso le proprie ferite e le proprie divisioni interne, che non ha mai voluto riflettere sui propri valori condivisi ( ne abbiamo?)….dove gli (ex-)fascisti ( ma neanche tanto) sono stati reintegrati socialmente e riabilitati politicamente nel giro di 10 anni dalla nascita della repubblica?
    Monicelli visse il Fascismo prima e gli orrori della guerra dopo: non posso credere che volesse davvero vedere di nuovo teste “tagliate”, sangue o orrori di qualsiasi genere….
    Non mi arrenderò mai all’idea che l’unica via d’uscita per il Paese sia la strada della violenza! La lacerazioni interne al tessuto sociale del Paese non si curano con exploit incontrollati ( e incontrollabili) di “distruzione creativa”! Anzi, ciò di cui abbiamo più bisogno è imparare a confrontarci ( senza ammazzarci) sulle nostre idee e appartenenze ( anche quelle più “affettive ed emotive -nonché indotte-quali l’appartenenza o lo simpatia per una parte politica) per tentare davvero di riscoprire valori civili condivisi…
    @ giovanna Mi scuso per il lungo off-topic!

  11. Giovanni Delfino, hai ragione: qui siamo tremendamente off-topic e il primo a essere uscito dal seminato di Giovanna, sono stato io. Ma, per concludere il mio teatrino off-off, vi rimando a questo link:
    http://www.libreidee.org/2010/03/monicelli-italia-senza-dignita-serve-una-rivoluzione/
    Monicelli non era un amante degli splatter nella politica, ma nemmeno un paroliere del Sole dell’Avvenir. Semplicemente non ce la faceva più a vedere e subire l’eterno compromesso logorroico che da decenni rincorriamo sul tapis roulant della cultura, dell’educazione, dell’insegnamento – soprattutto alla tv.

  12. Mi piace pensare che Unibo sia al primo posto perchè c’è gente come te, cara Giovanna. Come te e come i tuoi colleghi che ho avuto modo di conoscere qualche anno fa quando mi hai l’opportunità di fare quella bella esperienza. Complimenti davvero

  13. Seguo il suo blog da diverso tempo senza commentare, ma l’argomento stavolta mi tocca da vicino più del solito.
    Studio Filosofia a La Sapienza. Avevo pensato di tentare alla Normale di Pisa, ma per diversi motivi (più che altro psicologici) ho rinunciato e ho preferito rimanere a Roma. Mi trovo bene, studio molto e contemporaneamente cerco di migliorare il mio inglese e di apprendere altre lingue, come francese e tedesco.
    Penso ancora alla Normale per la specializzazione o il dottorato, ma la verità è che ambirei ad andare via dall’Italia, magari negli Stati Uniti. A volte però dubito che me ne capiti l’opportunità… E intanto vedo che la maggior parte dei miei coetanei non vuole assolutamente emigrare, e si dispera pensando alle prospettive di lavoro che ci attendono.

    La mia opinione è che non sempre sia un bene allontanarsi da casa già a diciott’anni. Non è solo una questione di essere studiosi e brillanti: passare da una vita in famiglia, in cui anche senza per forza essere dei viziati si è comunque accuditi, a doversela cavare completamente da soli in un’altra città, magari in un altro paese, non è affatto semplice. Soprattutto quando bisogna affrontare già il passaggio dal mondo scolastico a quello universitario, con ritmi e metodi completamente diversi.
    Sulla questione dello spiccare il volo più prima che poi, però, concordo. E appena compariranno i bandi Erasmus sul sito della mia facoltà, cercherò di seguire i suoi consigli😀 Se ne avrà degli altri, li leggerò sempre molto volentieri. E mi scusi per la lunghezza del commento!

  14. @ Giovanni Delfino
    In riferimento a “maggiori risorse sarebbero da destinare all’apprendimento della lingua inglese… per tutti i gradi del percorso educativo degli studenti”. Condivido, il sistema educativo ha bisogno di maggiore investimenti, ma anche con piu’ soldi l’inglese studiato sui banchi di scuola resta una lingua morta quanto il latino se non si trasmette tutta la televisione e il cinema in lingua originale con i sottotitoli. Io vivo in Olanda e anche i bambini di 5 anni parlano inglese: posso garantire che e’ il risultato non del sistema educativo, ma del “sistema ricreativo”.
    P.s. bellissima discussione, complimenti a tutti per il contributo

  15. E’ vero, hanno costi folli! Avevo adocchiato un master: Columbia University, ottimo programma, ottimi docenti, prospettive di carriera ben diverse dalla generalità dei master nostrani… e 85mila dollari per un anno e mezzo, escluso l’accesso ai laboratori di informatica e altri “dettagli”. Ehm. Forse non siamo così sfortunati a essere, o essere stati, studenti italiani.
    In molte delle classifiche internazionali un fattore determinante è la disponibilità economica delle università, il budget che materialmente viene destinato a diversi ambiti, dal diritto allo studio all’acquisto di materiale per la ricerca; va da sè che le nostre non possono competere con le big anglosassoni, specialmente quelle finanziate dall’alta società (in linea con questi criteri, spesso gli istituti italiani che “spiccano” sono privati).
    Al di là di classifiche e fondi, però, sappiamo che spesso studenti e laureati italiani, quando si spostano all’estero, sono fortemente apprezzati; dunque l’università italiana non può essere tanto malvagia. Io ho fatto una sola esperienza in UK, per ora, e in quel caso gli italiani (NB: gli italiani che erano lì, quindi che avevano voluto quell’esperienza e sapevano almeno sufficientemente l’inglese), a confronto con chiunque altro, sembravano tutti stakanovisti e maniaci della precisione nei risultati – curiosamente, l’opposto di come ci percepiamo in patria.

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