Archivi del giorno: lunedì, 12 settembre 2011

I migranti africani, fra cinema, paura e turismo

«L’immigré, vedette américaine de la Mostra de Venise» è il titolo di un pezzo che Jacques Mandelbaum e Philippe Ridet, inviati di Le Monde, hanno scritto sabato scorso, in cui mettevano in evidenza come il tema dell’immigrazione sia quasi diventato un genere cinematografico in Italia, che la mostra del cinema, quest’anno, ha consacrato.

Un fotogramma di Terraferma

I due fra l’altro non sapevano ancora che Terraferma, il film di Emanuele Crialese girato nelle Pelagie, che tratta le conseguenze che gli sbarchi dei cosiddetti «clandestini» hanno sulla vita dei pescatori di una piccola isola, avrebbe ricevuto il Premio della giuria. A maggior ragione oggi, dunque.

La diagnosi dei due giornalisti francesi su questa tendenza sta tutta in un aggettivo: «américaine». Finora ho visto solo Terraferma, e condivido la diagnosi: malgrado le buone intenzioni del regista – di cui ho amato sia Respiro sia Nuovomondo, ma che stavolta non mi ha convinta – la storia pare narrata soprattutto per portare il film in America. Con un’idea stereotipata (e per me sbagliata) di cosa piace agli americani, però.

Perché ne parlo? Perché, come osserva Ilvo Diamanti oggi in un bel pezzo su Repubblica (ho scoperto grazie a lui l’articolo su Le Monde), la tendenza ci racconta qualcosa sulle paure degli italiani per gli «invasori». E su come i registi cerchino, ognuno a modo suo, di contrastarle o esorcizzarle. Vedi: Quei film sugli immigrati nel paese di Terraferma.

Inoltre ho studiato per alcuni anni, nelle Pelagie, il difficile equilibrio fra l’immigrazione dal nord Africa, le comunità locali, le esigenze del turismo e quelle di salvaguardia dell’ambiente. Per cui ne so qualcosa. I risultati del mio lavoro sono confluiti in un articolo, uscito qualche mese fa in un libro collettivo, a cura di Patrizia Violi e Anna Maria Lorusso: Effetto Med. Immagini, discorsi, luoghi, Lupetti Editore, 2011.

Ho chiuso l’articolo nel maggio 2010, quando il problema degli sbarchi a Lampedusa pareva «risolto» – si fa per dire – dagli accordi con la Libia. Poi è arrivata la guerra e il resto lo sappiamo.

Scrivevo nel maggio 2010:

Quanto ai timori che gli sbarchi dall’Africa potessero scoraggiare il turismo, è ormai chiaro che erano infondati. Per due ragioni. Innanzi tutto, i turisti hanno sempre incontrato così poco i migranti che, quando si imbattevano nelle loro tracce – vestiti, oggetti, pezzi di barche, relitti – tendevano a trasformarli in souvenir speciali, fotografandoli come qualcosa da mostrare ad amici e parenti al ritorno, qualcosa che conferiva «avventurosità», «emotività», «autenticità» alla loro vacanza.

In secondo luogo, il clamore mediatico sui migranti ha svolto per Lampedusa negli anni 2000 un ruolo analogo a quello che avevano svolto i missili libici dopo il 1986, attirando le masse invece di spaventarle. Non a caso, a partire dal 2003 l’industria del turismo fagocitò il fenomeno, organizzando ogni anno a settembre «O’ scia’» , una manifestazione canora ideata da Claudio Baglioni proprio per attirare attenzione, risorse, denaro pubblico e privato sia sulle Pelagie come luogo turistico, sia sull’accoglienza dei migranti, combinando esplicitamente le due aree semantiche. (p. 316)

Quest’anno, da quel che so, i nuovi sbarchi hanno in parte ridotto gli afflussi turistici su Lampedusa e Linosa. Ci penserà il film di Crialese, fra gli altri, a dargli nuovo impulso. Con l’aiuto del clamore mediatico.

Ma la mia domanda è: fino a che punto sarà un bene per quelle isole?

Se vuoi approfondire l’argomento, ecco il pdf del mio articolo: I contrasti delle Pelagie: fra turismo di massa, ambientalismo e migranti.